Nesactium - Nesazio - Vizaèe
Archeology


Dalle sue tragiche vicende fiorirono leggende che vengono tutt’oggi tramandate

Nesazio, la Troia dell’Istria
di Mario Schiavato

Nesazio, l’antica capitale degli Istri, da molti studiosi è stata anche chiamata la Troia dell’Istria per la sua interessantissima storia e per le leggende che dalle sue tragiche vicende fiorirono, leggende che vengono tutt’oggi tramandate perché questo sito archeologico è per le genti della penisola il ricordo orgoglioso delle proprie radici.

La cremazione dei defunti

L’ampio castelliere a doppia cinta, il più forte castelliere istriano affacciato sul golfo del Quarnero, si formò nell’età del bronzo, circa nel XV secolo a.C. ed è annoverato tra le più antiche sedi in cui veniva praticata la cremazione dei defunti e le cui ceneri venivano poste in urne sotterrate e protette da lastre di pietra o collocate sulla roccia viva. A Nesazio vennero pure ritrovate le uniche divinità istriane, quali la dea della fertilità – una scultura con una forte influenza greca che raffigura una partoriente – e la statua di un dio cavaliere. Entrambe queste sculture, scolpite in un unico blocco di pietra, sono probabilmente i resti di un edificio sacro e gli unici reperti dell’arte figurativa di quell’epoca nell’area balcanico-illirica.

Centro politico delle tribù illiriche degli Istri

Nell’età del ferro Nesazio divenne il centro politico della federazione delle tribù illiriche degli Istri che allora abitavano nella parte meridionale della penisola e probabilmente ne divenne la capitale nel III secolo a.C. In quest’epoca preromana, dai vari reperti archeologici che sono stati trovati, si può affermare che sicuramente sviluppò notevoli rapporti commerciali sia con i Greci dell’Apulia che con i Piceni della Magna Grecia.

Nel II secolo a.C. cominciò l’avanzata dei Romani. Dopo una breve campagna militare contro gli Istri, le legioni giunsero ad assediare la capitale Nesazio. L’epica difesa dell’indipendenza istriana, nel 177 a.C., che venne tra l’altro cantata negli Annali di Ennio e nel De bello Istrico di Ostio, (testo che certamente cantava la molto ammirata resistenza degli Istri, il quale purtroppo nella sua interezza è andato perduto ma di cui rimane il racconto di Livio), ebbe qui il suo epilogo con il sacrificio del re Epulo, della sua corte e dell’intera popolazione.

Lo storico assedio e la caduta di re Epulo

L’assedio che è rimasto memorabile e che ebbe una lunga durata, venne effettuato da parte delle milizie del console romano Claudio Pulcro. Per vincere e sottomettere gli Istri della città murata, costui fece deviare dai legionari il torrente che scorreva lungo la cinta e che forniva l’acqua agli assediati. Quando Epulo e i suoi sacerdoti la videro scomparire, credettero che ciò fosse una maledizione, un segno di abbandono da parte degli dei. Probabilmente si riunì un gran consiglio e si decise che la morte era da preferire alla schiavitù. Vennero perciò uccise le mogli e i figli, i loro cadaveri vennero gettati oltre le mura quindi lo stesso re e gli stessi difensori si suicidarono servendosi delle loro spade.

Perno della resistenza all’avanzata romana

Approfittando dell’immane scempio, i romani entrarono trionfanti in quello che, probabilmente, in Istria durante l’epoca preistorica fu l’unico abitato ad aver carattere di città, nonché centro religioso e perno della resistenza all’avanzata romana. Allora assieme a Nesazio furono espugnate le città di Mutila e Faveria. le quali vennero spianate al suolo. I capi sostenitori del conflitto vennero fustigati e decapitati, si fecero 5632 prigionieri che vennero in seguito venduti come schiavi.

In questo modo ebbero termine le ostilità nella regione e i Romani poterono installarsi definitivamente nell’agro polese, che fu spartito tra i veterani. In seguito a questa vittoria, per ricordare la caduta del re Epulo e delle altre città degli Istri, a Roma si fecero due giorni di pubbliche feste. È doveroso però aggiungere che se la guerra fu vinta, non furono invece completamente domati i suoi abitanti i quali spesso insorsero in varie località della penisola. Comunque, con la sottomissione dell’Istria, le legioni romane conquistarono praticamente tutti i territori facenti parte dei confini naturali della penisola italica, anche se con i cosiddetti popoli alpini delle regioni nord-orientali dovettero impegnarsi per ancora un secolo, prima con Augusto e quindi con Tiberio e con Druso.

La scomparsa dell’abitato

Dopo la conquista romana, molto probabilmente Nesazio divenne una rocca per truppe romane di guardia sulla strada che da Pola conduceva ad Albona, a Fianona e alla Liburnia e quindi, alla fine della repubblica romana, rimase un piccolo abitato, un vicus o villaggio, sede di una colonia militare, che durante le devastanti invasioni longobarde e degli Avaro-Slavi tra il VI ed il VII secolo, fu raso al suolo e totalmente distrutto. Dopo risorse e fu incorporato nella contrada Rumian che divenne possesso per donazione, dell’abbazia di San Michele in Monte di Pola e nel 1425 rientrò nella proprietà del capitolo della chiesa della stessa città.

Comunque ben presto l’abitato scomparve, si perse addirittura la cognizione del posto in cui effettivamente si trovava. Solo alla fine del diciannovesimo secolo, dopo lunghi studi trascorsi ad analizzare scritti e documenti classici e medioevali, nonché lunghe camminate lungo i resti dei vecchi castellieri è stata definitivamente accertata l’ubicazione dell’antica Nesazio. L’impresa riuscì nel 1877 a Pietro Kandler grazie al rinvenimento di un documento medievale in cui, con le denominazioni di Isaccio e di Campi Isacci, veniva indicata un’area con i resti di un antico castelliere sovrastante il canalone di Porto Badò.

Porto Badò, un’insenatura recondita e sicura

Lo storico ricercatore triestino capì che la capitale degli Istri era stata di certo sagacemente edificata nella parte più protetta e profonda dell’avallamento, al riparo dagli sguardi dei vicini Liburnici del Quarnero e in prossimità di un vasto entroterra di campi fertili. Porto Badò infatti è ancora oggi un’insenatura recondita e sicura mentre si presume che un tempo il mare penetrasse molto più profondamente nella terraferma, addirittura fino alle pendici del castelliere, dove sembra si possano ravvisare delle vecchie bitte per l’ormeggio anche se oggi, per arrivare al mare, bisogna camminare per circa mezz’ora.

I primi scavi archeologici iniziarono nel 1900 e tuttora proseguono nella vastissima piana, anche se in misura più modesta. Negli ultimi tempi il lavoro è concentrato soprattutto nella conservazione delle varie costruzioni rinvenute nella prima metà del secolo scorso. Qualche anno fa, Kristina Mihoviliæ, del Museo archeologico istriano di Pola, dopo il sanamento e la conservazione dei resti del campidoglio romano, scavando nelle parti interne alla base del Tempio, sotto due metri di detriti che ne intasavano la parte centrale, trovò una tomba dell’età del ferro incredibilmente ricca di cocci. Capì che gli antichi Istri usavano deporre nelle tombe, accanto alle urne con le ceneri dei defunti, oggetti, gioielli di bronzo e armi di ferro rotti a bella posta. Alcuni di questi resti vennero portati in un laboratorio di Magonza in Germania e fu così che si riuscì a ricostruire una situla, che nella terminologia archeologica indica un recipiente conico che faceva parte del corredo per le bevande e veniva fabbricata con una sottile latta di bronzo.

Le nuove incredibili scoperte

Su questo reperto, grazie al paziente lavoro degli specialisti tedeschi, si ebbe una nuova incredibile scoperta. Infatti, per la prima volta su una situla si trovò raffigurata una nave, non solo, ma addirittura un’intera battaglia navale. Si crede che l’oggetto sia stato sbalzato nel rame verso il 500 a.C., certamente in qualche posto lontano dall’Istria, probabilmente su richiesta di un antico antenato di Epulo che voleva esaltare le proprie gesta, in quanto per gli Istri la pirateria era una importante attività economica, meglio, una normale attività, un mestiere addirittura prestigioso, più importante del semplice commercio. Oppure – come accentuò la ricercatrice Kristina Mihoviliæ – potrebbe anche darsi che attraverso la situla si volesse soltanto raccontare una leggenda sulle origini della famiglia del committente o di tutto un popolo.

Il vecchio e la giara piena di monete d’oro

La tradizione di quella che fu l’epopea di Nesazio, rimase viva nel ricordo degli abitanti per tanti secoli successivi e l’attuale nome di Visace, pur storpiato, ricorda l’antica città. Tra le leggende che si sono tramandate se ne ricorda una in particolare. Un vecchio un giorno tra le rovine affioranti trovò una giara piena di monete d’oro che portò a casa e nascose in cantina. Quando stava per morire chiamò il figlio, gli mostrò il tesoro e gli disse:

- Ecco ti lascio le mie monete d’oro. Se le gestirai con parsimonia sono sicuro che ne rimarranno anche per i tuoi discendenti.

Detto questo guidò il figlio nella soffitta dove, appesa ad una trave, c’era una corda con un cappio e mormorò: - Adesso parliamo da uomini. Se per caso consumi tutto il tesoro, invece di umiliarti rubando o chiedendo la carità, non ti resterà altro da fare che impiccarti.

Dopo qualche giorno il vecchio morì. Il figlio in quattro e quattr’otto sperperò tutto il tesoro nelle osterie. Quando non ebbe neanche di che nutrirsi, quando tutti i falsi amici che avevano scialato con lui lo abbandonarono, si pentì amaramente. Si ricordò della corda che pendeva dalla trave della soffitta e della raccomandazione del suo vecchio. Perciò, amareggiato, salì sotto il tetto e si appese. Ma ecco la corda cedere subito ed egli venne investito da una cascatella di monete d’oro che il padre, previdente, aveva messo in un sacchettino al sommo della corda. Così il figlio, anche se ormai aveva dato l’addio alla vita, raccolse le monete e da quel momento decise di risparmiare e di condurre un’esistenza irreprensibile.

Tratto da:

  • La Voce del Popolo, 7 luglio 2007.

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Created: Tuesday, October 12, 2010; Last Updated: Wednesday, February 11, 2015
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