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Archeology
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Alcune considerazioni sull'arte monumentale in Istria fra la tarda antichità e l'alto medioevo

Miljenko Jurković, Università di Zagabria

L'eccezionale mole di leterratura settoriale testimonia il grande interesse degli archeologi e degli storici d'arte, innanzi tutto italiani e croati, per il patrimonio storico monumentale dell'Istria. Dalle ricerche, iniziate da oltre un secolo, emerge un'immagine della penisola istriana altomedievale basata principalmente su studi e su concetti storici alquanto antiquati. Tale immagine è gravata dal "bagaglio storiografico", dalle "verità scientifiche" ereditate o dai dati emersi dalle ricerche mai sottoposte ad un'attenta verifica su cui si è continuato a costruire. La causa principa di questa situazione va ricercata nella parziale spaccatura verificatasi tra le generazioni di ricercatori dove gli uni non prendevano in considerazione i risultati ottenuti dagli altri. Nell'ultimo decennio in Istria sono stati effettuati numerosi studi e dai risultati dalle campagne di scavi archeologici emerge un'immagine completamente diversa da quella ormai consueta. A questo punto, visto l'attuale stato di cose. ho ritenuto opportuno presentare alcune riflessioni relative alle scoperte archeologiche in Istria utilizzandole come clementi integranti di una sintesi dai contorni più ampi. Per questo motivo nel presente testo è stato privilegiato l'aspetto informativo rispetto a quello analitico, affinchè si possa superare la barriera linguistica per poter concoscere i nuovi risultati d'importanza fondamentale ed evitare di scrivere sull'Istria attingendo ai concetti superati.

Quando si esamina la questione della continuità o del la discontinuità fra il periodo tardo antico e l'epoca carolingia partendo dall'arte monumentale - architettura e scultura - risulta evidente che in tuta l'Istria non esistono interruzioni sino all'invasione carolingia, e anche più tardi. 

Nell'architettura è forse più difficile dimostrarlo, visto che nel periodo compreso tra la fine del VI e la metà dell'VIII secolo fu eretto un numero ridotto di edifici. Nelle città costiere, dove sulla continuità non sussiste alcun dubbio, tutte le chiese paleocristiane rimasero in funzione, mentre nell'interno dell'Istria, a causa della mutata struttura etnica dterminatasi con l'arrivo degli Slavi (Croati), la maggior parte di esse venne abbandonata. Eppure quei rari esempi di edilizia di questo periodo ci convincono del mantenimento della tradizione tardo antica. Nel sostenere tale tesi, tuttavia, bisogna essere molto cauti, poiché attualmente non si dìspone ancora di dati del tutto certi sulle chiese di nuova costruzione del VII e della prima metà dell'VIII sec. Le ricerche degli ultimi anni e le rispettive conclusioni mettono in dubbio quasi tutte le datazioni delle chiese riportate nella letteratura più vecchia (ad esempio la chiesa di S. Quirino nei pressi di Jursic, entrambe le chiese a Gurano vicino a Dignano, S. Tomà nelle vicinanze di Rovigno, S. Maria Alta nei pressi di Valle ecc.)

A quanto pare, contrariamente alle precedenti teorie, l'ondata di costruzione di chiese nuove risale appena all seconda metà dell'VIII sec. e si recollega all penetrazione carolingia in Istria. Nella tipologia architettonica di questa rifioritura di costruzioni sacrali si scorge chiaramente la ripresa dei modelli tardoantichi, il che dimostra in modo indiretto come la continuità anche nel periodo precedente, di cui non si hanno dati, abbia rivestito un ruolo rilevante.

Nella penìsola istriana la tradizione tardoantica si è conservata per un lungo periodo. Nei suoi centri diocesani, come del resto anche in altre città del litorale, risplendevano le ricche chiese risalenti al periodo giustinianeo, mentre i loro agri ben organizzati hanno reso possibile il processo di civilizzazione di ampie zone abitate già dall'epoca paleocristiana. L'Istria, fortemente legata a Bisanzio attraverso l'esarcato ravennate ma anche tramite il patriarca di Grado, nel corso del VII e nella prima metà dell'VIII sec. si sviluppa al riparo da avvenimenti turbolenti che imperversavano nelle zone vicine. Questa concomitanza di fattori ha favorito una prolungata conservazione di espressioni stilistiche altomedievali.

Le antiche città, in primo luogo Parenzo e Pola, sono da considerarsi custodi delle tradizioni e la loro sagoma tardoantica, a partire dal periodo giustinianeo non ha subito mutamenti significativi. Una testimonianza ne è la città di Parenzo che, grazie al rispetto dell'antico impianto urbanistico nelle epoche successive, è riuscita a conservare durante l'intero arco del medioevo l'aspetto antico con interventi mìnimi nel tessuto urbano. Le antiche cattedrali, la più splendida testimonianza dei tempi passati, hanno subito delle modifiche piuttosto limitate dettate dalle nuove esigenze liturgiche. La documentazione relativa a tali interventi, purtroppo, si è conservata soltanto in casi sporadici e oggi disponiamo per lo più di brevi annotazioni, appena abbozzate come quella sui lavori commissionati all metà del IX sec. da vescovo Handegis per la cattedrale polesana. Gli interventi sui edifici sacrali vanno attribuiti alle nuove autorità franche e alla giurisdizione ecclesiastica di Aquileia che è stata riconosciuta dalle vecchie diocesi istriane a partire dal concilio di Mantova dell'827. In altri casi le modifiche sono più evidenti e riconoscibili come ad esempio i nuovo mosaico di Parenzo, una vera rarità tra le opere musive altomedievali conservatesi sino ai giorni nostri, con notevoli analogie con i mosaici di Aquileia, Cividale e Cervignano (Baldini 1996, 315). Il complesso del duomo di Parenzo conserva forse il più significativo intervento nel tessuto architettonico. Alla chiesa settentrionale del complesso episcopale durante la ricostruzione è stato aggiunto un nuovo presbiterio con tre absidi iscritte nel muro posteriore. Questo esempio risulta essere anche nella città, in cui una volta sussisteva una forte tradizione bizantina, si sono verificati gli stessi processi che hanno interessato l'intero territorio dell'Istria.

Ad una delle città istriane la storia ha riservato un destino del tutto particolare. Si tratta di Cittanova che ha vissuto il suo apogeo proprio nel periodo carolingio quando il castrum tardoantico è divenuto il fulcro del potere franco in Istria subito dopo la sua annessione all'impero avvenuta nel 788.

Il vescovo Maurizio era un vero esponente delle autorità franche il cui ruolo è testimoniato dall'iscrizione sul ciborìo commissionato a Cìvidale per il battistero di Cittanova. Questa opera conferma l'instaurarsi dell'arte carolingia già nel corso degli ultimi decenni dell'VIII secolo quale effetto degli ultimi riflessi della rinascenza liutprandea. A Cittanova o nelle sue vicinanze regnava il dux Johannes, il luogotenente carolingio in Istria, la cui politica nei confronti della popolazione autoctona è stata documentata dal placito di Risano dell'804.

 
Fig. 1. Citanova, chiesa, situazione (da Parentin).
 
Fig. 2. Cittanova, battistero, pianta e sezione (da Dufourng).

Cittanova era quindi uno dei centri vitali la cui importanza è testimoniata dalla sua cattedrale che, a quento sembra, è stata eretta proprio nell'VIII secolo. Il suo aspetto di basilica dotata di un coro allungato, dal punto di vista tipologico, anche se sino ad ora non sono state effettuate delle ricerche sistematiche (Parentin 1974), presenta delle analogie con edifici sacrali della parte centrale dell'impero. Si deve pertanto porre il quesito se il battistero è stato eretto al mero fine di accogliere il ciborio del vescovo Maurizio. Tale conclusione ha un fondamento logico poiché sinora non siamo riusciti ad individuare l'esistenza di una precedente cattedrale paleocristiana e la sua posizione all'angolo sud ovest della chiesa (Fig. 1) stando ai vecchi disegni di Dufourn; raffiguranti il battistero ancora in piedi) (Fig. 2) ne suggeriscono l'edificazione contemporanea. Dalle ultime ricerche eseguite nella cripta della cattedrale emerge che questa poteva essere parte integrante del primo concetto architettonico e, essendo una copia della cripta aquilese, la sua costruzione si potrebbe collocare all'inizio del IX secolo. La cripta impose indubbiamente la costruzione di un presbiterio rialzato secondo il modello di Aquilea i cui esempi si trovano sparsi su tutto il territorio racchiuso dai confini dell'impero dei Franchi. (Matejeić 2000).

 
Fig. 3. Cittanova, ciborio, archetto.

Il ciborio esagonale di Cittanova si è conservato soltanto parzialmente (Fig. 3). La fascia superiore aggettata da semplici dentelli, contiene l'iscrizione che nel primo archetto viene completata invadendo lo spazio destinato alle figurazioni. La fascia inferiore, riempita da una treccia o da un ramo di foglie d'acanto ridotte, i cui girali sono allacciati da trattini ornati da fiorellini e campiti da perline, che si incurva sull'archivolto contenuto tra un orlo a fusarole e un listello ornato da cerchietti cosparsi di fiorellini. Gli spazi intermedi che scendono nei piedritti sono popolati da un unicorno e da un leone che si affrontano, da due cerbiatti che si fronteggiano, da due pavoni affrontati, da gigli stilizzati disposti a croce; l'iscrizione non è completa. La lettura più completa è quella di Cuscito (Cuscito 1984):

archetto n. 1: Hoc tigmen lucefluo almoque; archetto n. 2: baptisterio digno marmore /erectum?/; archetto n. 3: Mauritius episcop(us) o/bt/uli D(e)o summo; archetto n. 4: e studio devotepectore toto. Beate Iohanis; archetto n. 5: / .../erre se delearisplura nost/ra crimina?/; archetto n. 6: / .../; archetto n. 1a: /.../sa se cognoscamu(s) in quid nos / vehat?/ in paradisi regna vitalis.

Il ciborio è datato al tempo del vescovo Maurizio, menzionato in una lettera del papa Adriano a Carlo Magno risalente al 776-780, nella quale il pontefice chiede a quest'ultimo di intervenire in soccorso del vescovo istriano Maurizio onde sottrarlo alla rabbia dei "Greci" che lo accusavano di favorire i carolingi. Infatti, Maurizio era il rappresentante carolingio in Istria negli anni settanta dell' VIII secolo.

Da tutte le analisi compiute sinora, il ciborio di Cittanova può essere comparato al ciborio di Callisto a Cividale. L'analisi comparativa ha dimostrato anche una serie di identità di dettagli con le sculture di Santa Maria in Valle di Cividale, di Sedegliano, S. Martino di Turrida, Zuglio, Rive d'Arcano (Jurković 1995). Il fatto che la maggior parte degli esempi citati si trovi a Cividale e nei suoi dintorni non è causale e si collega ai risultati dell'analisi della composizione del ciborio, all'epigrafe, al suo lessico e ai dati storici. Nel processo di sviluppo dello stile - a partire dalla "rinascenza liutprandea" dell'VIII secolo (visibile dal ciborio di Valpolicella sino al suo apogeo- il ciborio di Callisto), arrivando ai derivati di questa tradizione che mantiene la componente classica nella seconda metà del secolo e alla graduale fusione con gli infrecci geometrici che caratterizza la scultura del periodo carolingio maturo della fine dell'VIII secolo - il ciborio di Cittanova appartiene alla scultura carolingia già completamente formata che, a causa dell'atmosfera spirituale ed artistica nella quale nasce, mantiene alcuni degli elementi tipici dell'epoca precedente. Ciò era possibile solo in un ambito in cui l'affermazione del nuovo stile non avrebbe portato automaticamente alla fine della forte tradizione — come ad esempio a Cividale.

Fig. 4.  Valbandon, pluteo.

Un altro reperto singolare - il recinto presbiteriale della località di Valbandon nei pressi di Pola (JuroS Monfardin 1996, pp. 105-111) - presenta delle caratteristiche analoghe. Uno dei due grandi plutei del recinto (Fig. 4) reca nelle proporzioni della sezione aurea raffigurazioni di pavoni che affiancano la croce, mentre la superficie piana è ricoperta anche da altri motivi che, dal punto di vista lessicale, presenta notevoli similitudini con il ciborio di Cittanova. Nella composizione relativamente caotica creata dagli ornamenti disposti a caso viene riportato l'ordine grazie all'applicazione della sezione aurea (JuroS Monfardin 1996, p. 107). L'altro pluteo di Valbandon presenta un concezione completamente classica. Queste lastre rappresentano proprio quell'anello di congiunzione, spesso mancante, nella comprensione della formazione del nuovo linguaggio artistico e dunque del nuovo stile. Per la nostra esposizione è ancora più importante ricordare che in questo processo non si possono intravedere fratture ma solo delle continuità.

Il recinto presbiteriale di Valbandon appartiene quindi ad un linguaggio figurativo del tutto nuovo che emerge, tuttavia, dal connubio della continuità del patrimonio precedente e dai nuovi impulsi stilistici. Per quanto concerne la cronologia va ribadito ancora una volta che i detti plutei sono parti integranti di un secondo recinto della stessa chiesa.

Il potere carolingio nei primi decenni si appoggiava ai propri domini più esposti come Cittanova e, più a meridione, i castrum di Duecastelli, di Valle e forse di Dignano oppure fondava dei conventi come quello di S. Andrea sull'isoletta di fronte a Rovigno o di S. Maria Alta nei pressi di Valle.

Proprio in queste zone, che si inseriscono a mo' di cuneo nella verticale della penisola istriana seguendo il tracciato dell'antica strada romana e separano le città costiere dal hinterland, si è avuta un'intensa attività edilizia. Similitudini tipologiche con l'architettura dei tenitori sotto la giurisdizione del patriarca aquielese come pure con tutta l'area dell'Italia settentrionale, sono visibili già negli strati più antichi dell'architettura carolingia in Istria. Queste similitudini si rispecchiano nell'adozione del presbiterio a tre absidi molto spesso incorporato nel muro posteriore della chiesa. Avevano questa forma le basiliche a tre navate oppure le chiese a una sola navata e con un presbiterio a tre absidi. Esempi simili, e specialmente delle chiese ad aula unica con tre absidi sporgenti, come la chiesa parrocchiale di Valle, si trovano nei tenitori dell'Italia settentrionale e della Svizzera meridionale. Della stessa derivazione è anche la chiesa centrale a croce con tre absidi allineate lungo il braccio traversale (S. Toma presso Rovigno). La tradizione tardo-antica si rispecchia nelle basiliche a tre navate con tre absidi.

Fig. 5.  Bale, S. Maria Alta, pianta (da Jurković-Caillet-Matejeič) stato 1997.

Tutti i grandi edifici come le basiliche a tre navate rientrano nella tradizione delle costruzioni paleocristiane. Tra essi primeggia il convento e la chiesa di S. Maria Alta nei pressi di Valle (Fig. 5). Per la basilica a tre navate con tre absidi, internamente semicircolari ed esternamente poligonali, in un primo momento si pensava che si trattasse di un esempio di architettura paleocristiana (Mohorovieiè 1957; MaruSiè 1982-83, p. 19) ma in seguito alle minuziose ricerche archeologiche questo edificio è stato collocato alla fine dell'VIII secolo (Jurkoviè-Caillet-Matejeiè 1997). Tale datazione è confermata dai capitelli del suo colonnato (Jurkoviè 1997) poiché si tratta infatti di due tipi di capitelli entrambi emersi dalla tradizione tardoantica. Il primo tipo è rappresentato dal cosiddetto capitello a doppia corona con decorazioni a foglia liscia di derivazione corinzia (Fig. 6). In questa serie di capitelli, differenti tra loro per l'angolazione delle volute angolari, le cartelle e le decorazioni della porzione centrale, spicca l'esemplare recante su due lati raffigurazioni di uccelli, scolpiti di profilo e lavorati a traforo, dai quali si intrecciano delle volute verso gli angoli. Il bordo inferiore è a forma di cordone. L' altro tipo è a cesto, decorato con semplici intrecci a rete in varianti diverse (Korbboden, trecce incrociate con delle piccole sfere nei centri) da tutte e quattro le parti (Fig. 7).

Fig. 6. Bale, S. Maria Alta, capitello.
 
Fig. 7. Bale, S. Maria Alta, capitello.

Le altezze di entrambi i tipi di capitelli variano rispettivamente attorno ai 75 e i 40 centimetri il che potrebbe in-durci a presumere che i capitelli vanno identificati con diverse fasi costruttive. Un capitello, rinvenuto in precedenza e attualmente custodito nel lapidario del convento francescano di Pola (Marušić 1982-83,), per altezza corrisponde al tipo a doppia corona mentre dal punto di vista morfologico presenta analogie con il tipo a cesto. È decorato con un intreccio rudimentale e al centro di uno dei lati reca un'aquila ad ali spiegate raffigurata nello stesso modo come il precedentemente menzionato capitello a doppia corona con l'uccello. Questo reperto è la conferma che tutti gli capitelli sono contemporanei e pertanto, in base a quelli con la decorazione da intreccio, possono essere datati nella prima fase iniziale della scultura preromanica ossia nella seconda metà dell'VIII secolo.

Tutti i capitelli di questa basilica altomedievale sono stati ritrovati riutilizzati nelle fondamenta e nei muri della chiesa barocca che nel 1789 è stata costruita sopra la navata centrale della basilica. I capitelli erano generalmente posti vicino alle basi del colonnato che sono rimaste in situ per cui si può ricostruire con grande precisione la disposizione dei capitelli nella chiesa. Quattro capitelli a cesto erano sul 5° e 6° paio di colonne dall'abside, e un paio di capitelli relativamente diversi con degli uccelli, sul 3° paio di colonne segnando visualmente l'entrata nel presbiterio. Gli altri capitelli, derivati da quelli corinzi a foglie lisce, erano collocati sulle rimanenti coppie di colonne (1°, 2°, 4°). Numerosi reperti, specialmente frammenti di scultura alto-medievale, scavati di recente nella chiesa di S. Maria Alta sono ancora in fase di schedatura e analisi e pertanto tutte le osservazioni sono di carattere preliminare.

La serie di due tipi di capitelli è di impronta tardo antica. Presente in più esemplari è il capitello a doppia corona con foglie lisce di derivazione corinzia. Il secondo tipo è a cesto, imitazione del capitello a paniere lavorato a traforo. La diffusione di forme simili è favorita nel VI secolo dalla "riconquista" di Giustiniano. Non c'è bisogno di andare troppo lontano per trovare i modelli: in Istria infatti, la scultura giustinianea è ben presente, e basta evocare i capitelli a cesto dell' Eufrasiana, lavorati a traforo con una rete di merletti. I nostri capitelli con la decorazione a intreccio rudimentale sembrano dei derivati o imitazioni alto medievali dei modelli antecedenti.

Proprio il fatto che entrambi i tipi di capitelli derivano dalla tradizione tardo-antica riveste per noi una grande importanza, confermando i presupposti già elaborati sulla trasformazione graduale delle forme attraverso un susseguirsi continuo (Jurkoviè 1997). Anche quando la nuova morfologia diventa dominante, le forme tradizionali restano in vita, svelando nella penisola istriana l'esistenza di forte continuità fra la tarda antichità e il primo Medioevo.

Le altre costruzioni basilicali, che in modo analogo sono state collocate in base alla tipologia nel periodo paleocristiano e in cui non sono stati ritrovati affatto o soltanto in esigue quantità i reperti di scultura di quel periodo, potrebbero essere considerate come chiese carolinge. Qui ci riferiamo, ritenendo che prima della conclusione dell'analisi comparativa si tratti di un'ipotesi di lavoro, alla chiesa di S. Quirino (Marušić 1986/87, p. 67) e alla basilica a tre navate e la chiesa di S. Simeone sita nella stessa località (Marušić 1963, p. 121) entrambe a Gurano presso Degnano.

 
Fig. 8. Bale, chiesa parrocchiale, ricostruzione della chiesa primitiva a 3 absidi nella struttura posteriore (da Matejeić).

Altri tipi di architettura presentano delle esplicite analogie con architetture dei paesi vicini. Si tratta innanzi tutto del tipo di chiese a navata singola dotata di tre absidi semicircolari tipico per le aree alpine dell'impero carolingio. Un esempio di questo tipo di edificio sacrale è stato individuato di recente in Istria: la chiesa parrocchiale di Valle: La ricostruzione del suo aspetto originale presenta forti somi-glianze con già da tempo note chiese dell'Italia settentrionale e della Svizzera meridionale come ad es.: Mistail, S. Salvatore a Sirmione, Mustair, Chur, Disentis ecc. (Matejele 1996, pp. 133-39). Secondo la ricostruzione di Matejčić l'edificio a tre navate privo di absidi non risulta essere paleocristiana come viene ampiamente sostenuto nella letteratura (Mohorovičić 1957, p. 489; Marušić 1967, p. 13; Bovini 1974, p. 137; Sonje 1982, p. 57; Gnirs 1915, p. 160), ma bensì si tratta piuttosto di una chiesa ricostruita nel 1588 su gli resti di una chiesa preromanica, scoperta di recente (Fig. 8). Questa chiesa rinascimentale, in altre parole, va esclusa da tutte le future analisi dell'architettura medievale. Per quanto concerne la datazione del materiale scultoreo custodito nel lapidario della pieve di Valle va detto che esso possa essere considerato come una delle prime fasi della scultura preromanica risalente alla fine dell'VIII secolo. Dalle analisi preliminari di questi reperti emerge che provengono dalla stessa bottega che ha fornito i propri prodotti anche alla chiesa di S. Maria Alta nei pressi di Valle ed alcuni altri edifici.

Il presbiterio triabsidato inserito nel muro posteriore diritto della chiesa rappresenta la soluzione tipologica più frequente sul territorio istriano, sia che si tratti di basiliche a tre navate, come quella a Gurano presso Dignano o S. Fosca vicino a Peroj, sia quando parliamo di chiesa a navata singola con presbiterio triabsidato (S. Simeone a Gurano, S. Stefano a Peroj, S. Andrea nel complesso del duomo di Parenzo, S. Gervaso nei pressi di Valle, S. Sofia a Duecastelli). L'alta percentuale di questo modello in Istria ne fa diventare una caratteristica locale. Tutti gli esempi analoghi, principalmente la chiesa ad aula con presbiterio triabsidato, sono ubicati nell'Italia settentrionale e nella Svizzera meridionale, sotto la giurisdizione rispettivamente del vescovo di Aquileia e del patriarcato milanese. Per il momento la pieve di Valle, a dire il vero, è l'unica a noi nota variante del modello con absidi semicircolari sporgenti.

Nella tipologia dell'architettura preromanica in Istria predominavano dunque delle absidi immerse nella massa del muro posteriore della chiesa, sia che internamente presentino la forma semicircolare sia che si sviluppino dalla pianta rettangolare in una calotta con l'aiuto di pennacchi. A questa tipologia appartengono, oltre agli esempi di chiese con presbiterio triabsidato, anche gli edifici sacrali semplici con una sola abside. Nella morfologia di questa architettura predominavano inoltre gli elementi ereditati che confermano ancora una volta il profondo radicamento delle forme. Partendo dall'esecuzione di lesene sulle facciate con caratteristiche "adriobizantine" così significative, alle tipiche "alette ravennati" - elementi finali obliqui delle facciate sotto il tetto sino alle soluzioni tipologiche con l'abside poligonale traspare il radicamento delle forme.

Gli interni di tutte le chiese, in armonia con le esigenze del culto e ancora sotto l'influsso dei dettami della tradizione tardoantica, erano riccamente adontate con affreschi. Queste chiese, ossia i loro interni, ovviamente, sono giunti sino ai nostri giorni quasi del tutto spoglie ma in qualche caso si riesce ancora ad intravedere il loro splendore originale. Le rare tracce della pittura a fresco, come gli affreschi sbiaditi della S: Sofia a Duecastelli oppure quelli sull'isola di S. Andrea di fronte a Rovigno, del IX secolo, mostrano riflessi carolingi nella loro esecuzione morbida e nel loro cromatismo. A questi affreschi potrebbero essere associati anche i resti della pittura dell'abside di S. Maria Alta vicino a Valle ma poiché le ricerche sono appena iniziate non si possono formulare delle conclusioni concrete.

Le tracce degli affreschi, per fortuna, si sono conservati in edifici appartenenti a diversi tipi di architettura, sia in quelli dominanti ubicati nei territori carolingi sia nelle aree in cui era forte il rispetto delle tipologie tradizionali. Tale conclusione, in ogni caso, è una conferma del fatto che l'intero strato della prima fase dell'architettura carolingia in Istria è stato realizzato partendo da un unico centro.

Il meno noto tra gli edifici affrescati è la chiesa di S. Andrea sull'isolotto di fronte a Rovigno a causa di successivi interventi (Fučić 1965, pp. 107-110): Tuttavia è stata individuata la porzione centrale della costruzione che, stando alle dimensioni degli spazi, probabilmente presentava, analogamente alla non lontana chiesa di S. Toma, una pianta a croce con tre absidi allineate lungo il lato orientale.

Tra le chiese di questo tipo la più completa è proprio S. Toma nei pressi di Rovigno. Anch'essa, come tante altre chiese analoghe, già da tempo è stata annoverata nella letteratura tra chiese paleocristiane che hanno subito alcune ricostruzioni nel periodo romanico nonché in quelli successivi, ed è stata datata nella seconda metà del VI secolo (Mohorovičić 1957, p. 496; Marušić 1967, p. 26; Sonje 1982, p. 51).

 
Fig. 9. S. Tomà presso Rovigno (da Matejeić 1997).
 

La chiesa è un edificio a croce con tre absidi sporgenti tra cui quella centrale è di dimensioni sensibilmente maggiori (Fig. 9). L'area della crociera era elevata e congiunta con i bracci attraverso ampie aperture degli archi a tutto sesto. Le nuove ricerche archeologiche hanno riportato alla luce un ampio quantitativo di frammenti di arredi liturgici tutti del periodo preromanico (Matejeić 1997,11-16). È importante osservare che non vi sono alcune tracce di scultura precedente e che la base della recinto presbiteriale, come del resto tutto il materiale scultoreo architettonico (ad es.: le imposte dell'arco trionfale dell'abside), sono stati scolpiti nella stessa morbida pietra di calcare bianco a differenza delle strutture murali. Tutto ciò depone a favore della tesi secondo cui la scultura e contemporanea alla costruzione della chiesa e pertanto S. Toma deve essere obbligatoriamente datata nel periodo preromanico. La sua forma presenta delle strette analogie con le chiese di una ampia zona circostante datate proprio nella seconda metà dell'VIII o all'inizio del IX secolo: S. Pietro a Quarazze vicino a Bolzano, S. Maria in Silvis a Sesto del Reghena, la prima fase di S. Salvatore a Brescia (Matejeić 1997, p. 14). Dall'altro canto, S. Toma è paragonabile a S. Clemente a Pola, anch'esso datato nel periodo paleocristiano. Tutti gli indizi, a parte il fatto che la datazione di S. Clemente dovrà essere rivista per una serie di regioni, portano alla conclusione che la chiesa di S. Toma sorge sulla tradizione tardoantica. Entrambe le chiese, in fondo, sono state datate come paleocristiane in base alle caratteristiche comuni. Qui non è superfluo ribadire che anche l'edificio memoriale meridionale con cupola del complesso del duomo di S. Giusto a Trieste, costruito all'epoca del vescovo Frugifero, ha subito, a quanto pare, delle modifiche proprio nel periodo carolingio che dal punto di visto tipologico lo pongono in stretta relazione con esempi da noi riportati.

Tutti questi fattori indicano molto chiaramente come le componenti di uno stile (la forma dell'abside, l'articolazione delle superfici esterne, la forma dei fori, le modalità di costruzione) e, in ultima analisi, del tipo fondamentale non rappresentano sempre dei parametri validi ai fini della datazione se vengono presi in considerazione come elemento unico. Quanto in Istria ciò dimostra la lunga persistenza della forma - in ultima analisi in armonia con il principio della renovatio dell'impero carolingio, mentre le modifiche si avranno nella funzione liturgica degli interni, tanto più lo sarà importante per la Dalmazia dove tali ipotesi tut-t'oggi non hanno trovato una soluzione.

In tal senso - il problema della persistenza della forma ma probabilmente anche l'intenzionale riutilizzo di antiche piante degli edifici - le reinterpretazioni, partendo dai monumenti noti già precedentemente, modificheranno sostanzialmente la nostra conoscenza sulle penetrazioni carolinge in Istria e con ciò anche le concezioni sull'architettura e sulla scultura carolingia in questa penisola.

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