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Archeology


Un imponente giogo montano che si erge sopra Moschiena
Perun, l’Olimpo dell’Istria

2 settembre 2006

Nel canalone che sovrasta Medea sono state scoperte delle grotte, altrettanti siti archeologici, che hanno restituito tracce di antiche popolazioni

Gli aspri dossi e i fitti boschi della catena del Monte Maggiore celano gelosamente innumerevoli testimonianze di un lontano passato. Infatti, nel corso dei secoli varie genti ed eserciti hanno attraversato i suoi valichi nelle loro spedizioni di conquista del territorio. Su questa zona ci sono i resti di una trentina di castellieri, di parecchi abitati preistorici, di decine di grotte più o meno profonde che custodiscono tracce di insediamenti umani preistorici in quanto, durante il periodo tardoantico e in particolare in quello bizantino, la circoscrizione montana, che era difficilmente accessibile, venne abitata da una popolazione romanizzata che abbandonava i propri villaggi situati sulla costa e nelle zone pianeggianti in quanto facilmente espugnabili dai barbari. Avvenne così che alcuni castellieri liburnici, già da secoli abbandonati, si ripopolarono, con gli anni riacquistarono un’importanza per la loro posizione strategica, diventarono addirittura delle fortificazioni. A questo proposito ricorderemo gli attuali Castua, Apriano, Moschiena, Bersezio, Vranja, Lupogliano e altre località minori.

Nel periodo che va dagli inizi del VII al IX secolo, queste località vennero popolate in varie ondate migratorie, dagli Slavi, rispettivamente dai Croati. Allora il territorio si trovava sotto la dominazione di Bisanzio, che durò fino alla conquista di Carlo Magno agli inizi del IX secolo. Ed è forse per questo che, dai nuovi venuti, gli abitanti autoctoni latini e romanizzati venivano chiamati “greci”.

Nel canalone che sovrasta Medea sono state scoperte delle grotte, altrettanti siti archeologici, che hanno restituito tracce di questa popolazione, certamente qui rifugiatisi intorno al VI secolo, durante il periodo burrascoso delle guerre ostrogoto-bizantine e delle prime irruzioni avaro-slave. Dai racconti degli anziani di Draga di Laurana e di Visoce si apprende, infatti, che questi “greci” erano gente molto povera e tanto spaventata da non osare neppure di trasportare i loro morti nei loro primari insediamenti, ma li seppellivano nelle grotte. In quella detta Vrtaška peć, la cui entrata era stata protetta con un muro alto tre metri, sono state infatti rinvenute ossa degli scheletri di due bambini e di una donna, che qui trovarono la loro ultima dimora. I rinvenimenti sono stati datati grazie ai resti di cocci di terracotta e di un orecchino d’argento, tipicamente latino.

Per quanto riguarda le fortificazioni, da ricordare quella di Gradac, posta tra le vette rocciose dei monti Sissol e Šikovac, da dove si poteva controllare un vasto territorio che si estendeva sul versante meridionale della catena del Monte Maggiore. Qui, oltre alla fortificazione del periodo dei cosiddetti “greci”, gli abitanti di Bersezio parlano pure di una chiesa di San Giovanni, le cui tracce purtroppo non sono mai state trovate e inoltre la tradizione vuole che gli abitanti autoctoni di Gradac abbiano fondato Bersezio, nel corso dell’alto medioevo, assieme ai nuovi venuti croati, su un’area prima disabitata. Ne sono una bella testimonianza i due tavoli di pietra del loro tribunale, che si trovano ancora oggi davanti la porta dell’antica cittadina.

E arriviamo così all’antico Olimpo croato istriano. I nuovi venuti, infatti, portarono con sé anche un bagaglio di antiche credenze slave. Oggi è naturalmente difficile distinguere tra quelle che erano degli abitanti autoctoni romanizzati e quelle importate dagli Slavi. Certo è però che queste tradizioni furono innestate nell’ambiente mediterraneo trasformandosi e arricchendosi con nuovi elementi. Un classico esempio è la fusione tra la divinità di Silvano e lo “Zeleni Juraj” dei croati. Il suo culto, allora molto popolare, nel corso dei secoli venne trasformandosi iconograficamente nell’immagine tipicamente medioevale di San Giorgio, il cavaliere che uccide il drago verde. E questo santo è oggi il protettore di Fianona, di Bersezio e di Laurana!

Ma, a questo proposito, ci sono anche altre interessanti testimonianze. Sopra Moschiena si erge un imponente giogo montano chiamato Perun ai cui piedi, in un vallone che per qualche periodo dell’anno non vede mai il sole, si adagiano due antichissimi villaggi abbandonati. Si tratta di Trebišće e di Maji. Il culto del dio Perun era molto diffuso nel periodo delle migrazioni slave nel VI secolo. Chiamato “il folgorante”, iconograficamente era simile a Zeus-Giove ed era il protettore del gruppo maschile gentilizio-militare che guidava la propria tribù durante gli spostamenti di conquista. Così accanto a Svevid (poi diventato San Vito), a Troglav, a Voles (da cui forse deriva il nome di Volosca), Perun divenne la principale divinità del pantheon slavo-precristiano. Trebišća erano detti i luoghi ove si allestivano le varie are sacrificali e, a quel tempo, sul posto si accendevano dei fuochi rituali con poderosi ceppi di quercia, di solito su piattaforme rotonde costruite per l’occasione. E chissà, forse un giorno gli archeologi riusciranno a scoprire sulla vetta del Perun le tracce di un santuario dedicato a questo nume.

Ci sarebbe poi da ricordare un’altra usanza, registrata a Moschiena nella seconda metà del diciannovesimo secolo. In occasione della ricostruzione di una vecchia casa entro il recinto delle mura, sull’architrave della porta d’entrata venne rinvenuta una scure neolitica levigata. Si tratta di un’usanza – più frequente comunque nell’entroterra croato – di murare un oggetto sicuramente antico, in particolare una scure, sopra o sotto l’ingresso della casa a protezione della stessa e dei suoi abitanti, una specie di scongiuro contro la malasorte e la sfortuna.

Centinaia di altre storie e memorie vengono tramandate dagli abitanti dei paesi del Monte Maggiore, ma concluderemo con la leggenda sull’origine di un ponticello in pietra che si trova su un ruscello che scende durante il periodo delle piogge dal Sissol. A Bersezio si narra che è opera nientemeno che di Kraljević Marko (personaggio epico delle leggende popolari slave che narrano delle guerre contro i Turchi). Per far passare una fanciulla, l’eroe scagliò sul monte una sua lancia mentre si trovava addirittura sul massiccio del Velebit! È evidente che questa leggenda sia nata tra la popolazioni che erano arrivate e che avevano colonizzato il territorio al tempo delle invasioni turche nel corso dei secoli XV e XVI, popolazioni che si insediarono in modo particolare nelle zone oltremontane, cioè a Vozilići, a Nova Vas, a Šušnjevica. Pare che siano stati questi abitanti, di mentalità diversa e dediti prevalentemente all’allevamento del bestiame – i cici tanto per intenderci – a tramandare il nome di Monte Maggiore, la cui antica denominazione, fino al XVI secolo, era di Monte Caldiera, certo a indicare una montagna somigliante a una caldaia in ebollizione, un’immagine cui il monte effettivamente spesso rimanda con quel suo copricapo fatto di nuvole, continua minaccia di improvvisi piovaschi.

Tratto da:

  • © La Voce del Popolo - http://www.edit.hr/lavoce/060902/speciale.htm


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Created: Monday, September 02, 2006; Last updated: Wednesday, January 02, 2013
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