Jadruhi
Chiese e Cimiteri


La chiesuola votiva, Madonna della Salute at Jadruhi, in direzione di Visignano

Madonna della Salute

Istria cara, dalle minute sorprese. Per goderle bisogna addentrarsi nei villaggi discosti dalla via maestra, percorrendo strade bianche, dove le buche conservano più a lungo la pioggia recente, tra vigne basse e boschetti di roveri. E parlare con vecchi vinaioli che sono grumi di memoria viva. Conversando, le loro mani si muovono piano, aperte, quasi le dita faticassero a chiudersi. Hanno, quei loro nocchiuti strumenti di lavoro, l'aspetto e il colore della pietra bruna venata di rosso, come i sassi della terra istriana rivoltati dal vomere. Anni e anni di fatica sui campetti magri per strappare erbacce, a potare, a seminare, a dare di zappa, fanno mani così.

Documenti umani di una cultura materiale che è sempre stata qualcosa di più, perche quando quelle mani si sono unite nel segno della preghiera, lavoro e spirito immortale si sono giunti a dare senso ai giorni.

C'è un piccolo monumento in Istria, in località Jadruhi, quattro chilometri da Visinada patria al gentile poeta Michele Fachinetti, deputato nella Dieta imperiale, amici di Tommaseo e di Dell'Ongaro, studente a Padova. È una chiesuola votiva, a filo di strada, in direzione di Visignano. Ora è fresca di restauro, nel bianco e giallo dell'intonaco, nel rosso dei coppi sui tetti del doppio corpo. Un arco di pietra bianca accoglie sul colmo la campanella. Fianco alla stradina che mena alle quattro case con l'orto di Jadruhi, fra mucchi vaporosi di letame e galline razzolanti, si alza scuro un cipresso. 

 La piccola chiesa è dedicata alla Madonna della Salute. È uscita intera dalle mani di Paolo Simonovic, con tutto quello che c'è dentro: statue, dipinti, croci con i segni della Passione. L 'anno di costruzione è il 1908, e l'Istria stava allora sotto la duplice monarchia. Simonovic era uno di quegli uomini che sanno fare tutto. Mani buone per trasformare la bianca uva di Malvagia in vino di corpo, odoroso d'erba e di mare, ma abili anche nel far scorrere sega e pialla, e muovere cazzuola, piccone, mazzuolo e scalpello da pietra viva. E in più, pronte a servire l'intensa, naturale religiosità che vive l'incarnazione di Cristo nelle opere, nei segni che colloca a portata di vista, perche abbiano sollievo le lunghe ore del sudore sui campi: croci rustiche, capitelli. Riferimenti semplici e sostanziali. Nell'Istria interiore l'anima degli Slavi del sud si effonde nel cattolicesimo dolce del timbro veneto. Altrove, tra i popoli dinarici, sgorga da un fondo mistico e fiero, versato alle emozioni profonde di uno spirito che custodisce credenze immemorabili, dove hanno campo d'azione eroi disegnati dalla potenza del mistero.

In una leggenda fra tante, si narra di uomini dalle doti sovrannaturali: nottetempo, il loro spirito uscirebbe dal corpo per correre a combattere la tempesta, battersi contro i venti furiosi, e lottare contro le nubi gravide di ghiaccio fino a costringerle lontano. Paolo Simonovic di Visinada non era di questi. Ma sentiva impellente il bisogno della divina protezione, sulla sua piccola terra e ogni caro. Così, nel 190B diede mano alle opere che avrebbero impegnato ore e ore delle sue giornate per anni, rosicchiandole ai lavori delle stagioni. Costruì il suo capitello, vasto e ben proporzionato fino a farlo diventare una vera piccola chiesa. Nel primo corpo di fabbrica collocò un altare principale, e altre nicchie per i Santi. Nel secondo, celebrò I'apoteosi del Cristo Crocifisso e Deposto. Lo spazio maggiore è del Santo Sepolcro, a misura naturale. Dietro la velatura appare il Santo Volto, esangue e mesto. Sovrasta l'avello il sole raggiato dell'Ostensorio a far memoria della Resurrezione trionfale, frammezzo a una folla di Sante Figure.

Sulle pareti della stanzuola campeggiano due croci votive, ornate di tutti i segni consueti alla devozione: scala, chiodi e martello, le vesti, la lancia, la spugna infilata nell'asta, i dadi, e altro ancora. Ma la singolarità è costituita da due "giandarmi" mustacchiuti, con fucilone e baionetta inastata, spada al fianco ed elmo piumato. Guardie d'onore in veglia da più di ottant'anni, rigidi ed ordinati nella montura. Come da ordine ricevuto. Sono i superstiti di un picchetto che originariamente ne comprendeva quattro. Due, con fez e mezzaluna turca, a saldare Europa e Asia nella esaltazione del Salvatore deposto, se li è portati via la guerra, con le scorrerie di soldati. Il viandante può rivolgere uno sguardo pietoso al Sepolcro e alla guardia, se solo si affaccia a uno dei tre fori bordati di bianco che consentono la visione dall'esterno. In quello centrale, più grande, scorre in pendenza verso il pavimento della chiesuola una scanalatura perche possa scivolare qualche "palanca di limosina".

A Jadruhi, nella vecchia casa dell'artigiano contadino Paolo Simonovic, vive ora Marko Laganis, custode della memoria, e umile "giandarme" al Sepolcro. Conserva la chiave della chiesuola che apre volentieri a chi chiede. Da un anno se n'è andata Paulina Simonovic, Paolo era suo nonno. Suo marito fu ucciso a 36 anni dai Tedeschi al bivio per Visignano. Le figlie e i parenti stanno a Firenze, a Torino, a Pola. Marko, celibe, cognato di Paulina, che per tanti anni le ha fatto compagnia è rimasto solo. Spera nella pensione italiana, per i sette anni consumati tra Africa, Siracusa e Dalmazia, nel Regio Esercito. Storie "missiade" e struggenti dell'Istria.

Tratto da:

  • Ulderico Bernardi, "Istria Cara", fotografie di Sergio Gobbo, Jurina i Franina, Rivista di varia cultura  istriana, N. 54 / autunno 1993, Libar od Grozda (Pula, 1993), p. 48-51.

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Created: Sunday, June 02, 2002; Last updated: Tuesday, December 26, 2006
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