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Mestieri di una volta - El lonzipadele e el gua

El lonzipadele era un ambulante che viaggiava a piedi e aveva sulle spalle uno zaino dove teneva i suoi attrezzi. Ai tempi in cui non si avevano le possibilità che si hanno oggi, di acquistare pentole a prezzo modico anche ai grandi magazzini e ai tanti discount con prezzi da grossista dai quali siamo invasi - rivestiva le pentole di terracotta con un reticolo di filo di acciaio o riparava con lo stagno, se bucate, le pentole di ferro.

Quando si sfondavano dei paioli e delle teglie di rame per ripararli usava delle toppe ricavate da lamine di rame. Tagliava la toppa della misura necessaria a ricoprire il buco, applicava la toppa sulla parte da riparare e vi praticava quattro o due buchi a seconda della grandezza della toppa con il trapano a mano ; prendeva poi dei quadratini di stagno che arrotolava a forma di cono in modo da farli passare attraverso i fori; con un martello schiacciava le due estremità dei rotolini di stagno che assumevano la forma simile alla capocchia di un chiodo e fissava la toppa in modo che l'oggetto poteva essere di nuovo utilizzato.Quando il forellino era molto piccolo veniva chiuso versando un po' di stagno liquido.

Nel libro Andele, bandele, peteperè - Filastrocche, giochi, riboboli e ricordi di Trieste e dell'Istria, Livio Grassi che lo chiama “el conzapignate” lo descrive così: “Era filosofo, umorista, meteorologo e... castragati. Passava di strada in strada durante la giornata lanciando il suo grido: conzapignate”.

Nel Fiumano lo chiamavano lonzipadele (termine singolare che deriva per metà dal croato e per l’altra metà dall’italiano in quanto lonac, al plurale lonci, in croato significa appunto pentola mentre la padella è in italiano una teglia rotonda). A volte oltre a occuparsi del rinnovo delle pentole faceva anche l'ombrellaio e l’arrotino.

Chi affilava coltelli e forbici veniva chiamato con un altro bel nome dialettale caduto nel dimenticatoio: era “el gua” - dal verbo “guar” che in dialetto ha il significato di affilare. Era forse la figura più tipica ed originale dell'artigiano stradaiolo dell’ante e dell’immediato dopoguerra. Il suo curioso laboratorio ambulante consisteva in un carretto spinto a mano, a due stanghe e con una ruota anteriore. “Non che fosse una carriola come si potrebbe immaginare – spiega Grassi nel suoi libro - ma una specie di cassone quasi quadrato.

Quando "el gua" doveva lavorare, il carretto, facendo fulcro sulla ruota, veniva capovolto e diventava banco da lavoro. La ruota, che prima toccava terra, risultava nella nuova posizione sollevata. Una cinghia di trasmissione, da questa ruota ad una più piccola abbinata alla mola, imprimeva a quest'ultima, alimentata da una leva - pedale azionata dal gua con la gamba destra, il movimento rotatorio.

Un barattolo munito di un minuscolo rubinetto lasciava cadere la goccia d'acqua sulla mola. Coltelli e forbici venivano così affilati sul momento. Questo artigiano passava per le strade gridando: "El gua, babe, el gua!". Come la mlekarizza e l’impizaferai, el gua e el lonzipadele sono ormai mestieri scomparsi.

Source:

  • La Voce del Popolo, 23 gennaio 2004 - courtesy of Furio Percovich

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Saturday, January 24, 2004; Last updated: Sunday, March 11, 2007
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