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Autumn - Autunno - Jesen
Customs and Traditions
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Quella della vite, insieme all' olivo, era la più tipica coltura della campagna istriana. In autunno, la vendemmia era non solo duro lavoro ma anche un'occasione di festa, alla quale partecipavano molti parenti e vicini per aiutare a concludere tutta la raccolta possibilmente in un giorno. (Nella foto Pinguente).

La vendemmia, la luna e san Martino

Subito dopo la festa di sant'Eufemia iniziavano alla grande le vendemmie: Per santa Fiema, scuminsia la vendema. Il che veniva proclamato anche nella mascherata dei mesi, dove viene pure evidenziata una qualità fondamentale di settembre, di essere un mese chiaro.

E mi son setembre ciaro,
quel che fa giossar le tine,
de refoschi e pignoline
 co' de bevi se ga caro:
e mi son setembre ciaro.

Come pronostico serviva l'osservazione del tempo che faceva il giorno di sant'Egidio (10 settembre): San Egidio te dirà / che color el mese gavarà. E chi non si fidava di un'osservazione così semplicistica, puntava le sue osservazioni sulla luna nuova, che in settembre esercita degli influssi assai forti e persistenti nel tempo. Infatti, a la luna setembrina, sete lune ghe se inchina. Si credeva ancora che il tempo dei primi tre giorni della luna nuova si sarebbe mantenuto inalterato per tutto il mese: Prima, secunda, tertia talis, / tota luna qualis, in un latino assai comprensibile.

Noi in genere abbiamo un grande torto nel non osservare i movimenti lunari che non solo regolano gli umori dei corpi, ma influiscono pure sugli spiriti, sulle piante, sugli animali e persino sulla fortuna, sulla ricchezza e sulla povertà. Sentite com' erano accorti i nostri vecchi e quali consigli davano.

Nel primo giorno di luna nuova, presta attenzione all'apparizione della sottilissi­ma falce d'argento. Appena la scorgi, leva di tasca la borsa e mostra i tuoi soldi alla luna: aumenteranno col suo crescere.

Per avere fortuna nel gioco del lotto, gioca i numeri bassi nelle prime fasi e quelli alti nelle due ultime. Probabilmente molti non vincono mai niente perché non conoscono questo piccolo trucco, o conoscendolo, non ci credono.

Non tagliare i capelli in fase di luna crescente, ti ricresceranno così in fretta, che in breve dovrai ritornare dal parrucchiere. E già che ci siamo, non è raccomandabile tagliarsi le unghie nell'ultimo quarto: si riprodurrebbero assai lentamente.

Nessun contadino semini in fase di luna decrescente: la semente stenterebbe a spuntare; ma nemmeno appena spuntata la luna nuova: le piante verrebbero su troppo in fretta, senza produrre frutti. Ottima regola è di non abbattere gli alberi in fase di luna crescente: il legname arderebbe poco e male e si tarlerebbe facilmente. In alcuni contratti di organi antichi, gli organari si impegnavano ad usare nella fattura dei somieri camere d'aria che stanno sotto le canne dell'organo soltanto noghera tagliata durante la fase decrescente della luna di febbraio. Ebbene, dopo trecent'anni, quei somieri non sono stati ancora intaccati dal tarlo.

I sogni sono più dolci se fatti nel periodo di luna piena, più tristi, ma anche più veri, in fase di luna nuova.

Risulta pericoloso indugiare nell'osservazione dell' astro notturno: si corre il rischio di diventare neri. Ma soprattutto non si deve dormire con la testa esposta ai suoi raggi: ci si metterebbe in pericolo di diventare sonnambuli o almeno lunatici.

Invece è molto indicato, prima di coricarsi, sprofondarsi in tre inchini verso l'astro della notte: si sognerà la persona amata.

La luna ci ha fatto deviare dal tema delle vendemmie, che vengono affrettate verso la fine del mese, perché per san Matio (21 settembre) el tempo xe finio. Le gior­nate di sole, infatti, sono tutte regalate e allora, sotto, perché de setembre el vilan trema, fin che in canova no 'l ga la vendema.

La regola che si seguiva, voleva che si raccogliesse prima l'uva bianca, cui il sole aveva già conferito l'ultima mano di una perfetta doratura, e poi la nera: lassa in setembre, se ti poi, l'ua nera a far l'amor col sol: significativo quel se ti poi. Molti agricoltori con le canove vuote, non resistendo alle tentazioni di Bacco, pur di avere un po' di vino in casa, iniziavano la vendemmia anzi tempo, pur sapendo che il vino nuovo non fa bene, come vuole il detto: de setembre e de agosto, bevi 'l vin vecio e lassa star el mosto.

Evidentemente qualcuno si metteva all' opera già in agosto, per l'orgoglio di gustare il nuovo prodotto già per la Madonna piccola. Ma non così a Rovigno, ove una gente forte e parsimoniosa sapeva controllarsi e alle vendemmie, come abbiamo detto, poneva mano dopo sant' Eufemia.

Il vino per gli agricoltori istriani era da secoli una fonte di reddito non indifferente118.

Li vini dell'Istria - scrive il Tommasini - vengono li più portati fuora, ed a Capodistria e Trieste ogni anno l'Imperatore manda a levarne per la sua tavola certa quantità. Gran parte dei Signori del Cragno se ne mandano a pigliar nella provincia. Se ne spedisce molto alla marina per vascelli: se ne porta a Venezia, e un luogo lo comunica all'altro...

Alle piantagioni basse di un tempo, con lavoro minimo, si passò, già nel Seicento, a quelle sposate all'olmo. «Disposti gli alberi in ordini eguali - fu scritto ­ avvinchiate seco loro le viti, ed allevate rappresentavano un giulivo teatro, e sembra adornata tutta la provincia di frondeggianti corone». Infine, dopo la disastrosa apparizione della filossera (piccolissimo insetto che fa marcire le radici della pianta, propagandosi rapidamente), che fece strage nel secondo Ottocento (si incolpava l'apertura del Canale di Suez!), si passò alla vite americana, sulla quale si innestarono le qualità nostrane, con sistemazione a filari sostenuti da pali con legature di venchi. Si incominciò anche il trattamento con il verderame e lo zolfo119.

Le vendemmie erano una festa alla quale partecipavano parenti e conoscenti per dare una mano a far presto, possibilmente in una giornata. Si lavorava tutti in allegria, e le ragazze, piene de morbin, le tacava a cantar: La bela Violeta la va, la va... A mezzogiorno un pranzo alla svelta, all'ombra di qualche albero di fico. Piatto tradizionale, una buona minestra di lasagne fatte in casa, o di orzo, condita con qualche bel pezzo di prosciutto. Alla fine della giornata le grosse tinozze (caste lane), sistemate sui carri, venivano portate a casa per la pigiatura, un tempo a forza di gambe, e poi con i torchi.

La fermentazione durava sette-otto giorni (boir su la mare), ad ogni modo il mosto non doveva perdere il suo sapore dolce; quindi si svinava lasciando poi che la bevanda si purificasse sino a novembre, quando Per san Martin, ogni mosto xe vin.

Per la festa di san Martino (11 novembre) allegre brigate di bontemponi, passando di casa in casa (meglio, di cantina in cantina) questuavano un po' di vino ed altro, e, per fare baldoria, a Castelvenere intonavano:

San Martin m' à mandà qua
che me fè la carità
se no me fè la carità
ve butemo zo la porta
 con tuta 'l barconzin,
eviva, eviva san Martin.

La padrona di casa, per evitare qualche brutto scherzo (si fa per dire), dall'alto della scala gridava: Vignì, vignì avanti, salendo subito in soffitta, per ridiscendere con mezzo grembiule di frutta di stagione: noci, nocciole e mandorle. Tanta premura tradiva il segreto pensiero di liberarsi quanto prima possibile da quei petulanti seccatori. Bastavano poche visite per riempire la bisaccia (o il balego delle olive), e i mattacchioni rientravano a casa più che contenti. In altre parti questa richiesta, alquanto esagerata, veniva fatta declamando:

Din, din, din
diman xe san Martin
dene, dene un bucai de vin
e una piadina de bacalà,
che ve cantaremo san Martin,
dene, dene un bucai de vino.

A Dignano vigeva pure l'usanza di preparare i parpagnachi, un dolce composto di farina, miele, mandorle, droghe e cioccolato. Il Santo, mentre si metteva el vin sul neto, per mantenere fede al proverbio, san Martin xe un bon compagno, mi no bevo se no magno, veniva celebrato preparando il baccalà mantecato (la ricetta prescriveva tanto baccalà della qualità ragno, e tanto olio d'oliva), che si consumava con la polenta, innaffiando il tutto con il vino nuovo. I parpagnachi erano il golosez che coronava la festa.

Del vino nuovo, dolce, frizzante ed amabile un bicchiere lo si dava anche ai ragazzini, in considerazione delle sue virtù terapeutiche di indubbia efficacia: el vin novo el maza el vermo. La saggezza antica, ivi compreso san Paolo, proprio per questo, ha da sempre consigliato qualche bicchiere di vino anche agli ammalati, tanto che, ai nostri giorni, sembra che qualcuno abbia proposto alle Unità Sanitarie Nazionali di passare ai gracili il moscato, agli anemici il terrano o qualche altro buon vino. Sarebbe forse un'idea per risparmiare in medicine.

Grandi bevitori erano gli istriani. La citazione del Tommasini, appena riportata, continua: «...ma tanto ne bevono [di vino] questi poveri, e ne fanno bere, che la maggior parte si consuma nella provincia». Nelle case - osservò un viaggiatore dell'Ottocento - era più facile avere una bucaleta di vino che una di acqua. «Dute le case 'veva una cantina / e tanto vin da fane una fiumera» ha scritto B. Marin.

Per giustificare tanto amore a questo sangue della vite e per dare autorevolezza alloro dire, non esitavano di ricorrere al latino rum, che per essere inteso non ha neanche bisogno di traduzione.

Quinque sunt causae bibendi:

1° - sitis, bere, per chi ha sete, il vino è più dolce e grato di qualsiasi cibo per chi è tormentato dalla fame;

2° - amicus, già, se si incontra un amico, che non si vedeva da molto, per stare in compagnia e allegria, niente di meglio che brindare con un calicetto di vino schietto e scintillante come una fiamma, meravigliosa fonte di calore per ravvivare l'amicizia;

3° - hospes, ad un ospite che vi viene a trovare non potete offrire dell'acqua, bensì un assaggio del vino migliore che avete in casa, senza incorrere in quella gaffe (forse voluta, considerando la sua fama di austriacante) del vescovo di *, uomo semplice, che ricevendo il re Vittorio Emanuele III, in visita alle cittadine istriane, si ebbe dal sovrano i complimenti per il vino che gli era stato offerto. - Grazie, Maestà - rispose - questo è ancora poca cosa: per le grandi occasioni, nelle nostre cantine, ne abbiamo del migliore -. Congedandolo, disse al re di salutare la Signora;

4° - vinum bonum, chi resiste davanti ad una bottiglia di vinum bonum, con il marchio doc?

5° - quaelibet alia causa, che non manca mai.

Anche tra i cantori, notoriamente buoni bevitori, che, per frequentare le cantorie, masticavano qualche parola di latino, circolavano dei versi, non propriamente classici, ma con una conclusione sapienziale sulla ineluttabilità della morte: venivano proposti al giovane desideroso di entrare nella società corale:

Si vis cantare
disce potare: est medicina
quasi divina
nec de mensura
sit tibi cura:
bibis, non bibis
ad inferos ibis.

La lezione, quasi sempre, veniva piamente recepita dall'aspirante cantore, anche perché chi mastiga un poco de latin, elloda l'aqua, ma 'l bevi 'l vino Salvo qualche eccezione, tra cui resta memorabile quella di un giovane tenore, dotato di una gran bella voce, che, invitato a farsi cantore di cappella, rispose: - No, no, grazie, che son già troppo portato a cioncare -. Giudizioso, però.

I pur buoni requisiti dei vini istriani furono migliorati con la istituzione di scuole agrarie. Benemerito fu specialmente l'Istituto agrario di Parenzo, fondato nel 1898, specializzato in viticoltura ed enologia. La sua cantina sociale, portata nel 1934 alla potenzialità di 14 mila ettolitri, divenne famosa per l'alta qualità e buona varietà dei vini prodotti, imponendosi sul mercato, non solo locale. La sua attività continua. Sul suo esempio, cantine sociali furono aperte anche a Cittanova, Umago, Buie. A Pisino sorse pure una scuola agraria, che da un'iniziale impostazione di corsi indirizzati alla frutticoltura, sviluppò anche la viticoltura, aprendo nel 1920 anche una piccola cantina sociale.

Un breve cenno, senza la pretesa di essere completi, anche alle varietà dei vini istriani. Fin dai tempi preromani, l'uva nigerrina, qui coltivata, dava, secondo il giudizio degli esperti, l'attuale terrano-refosco (ora denominato rosso, dal colore del rubino, ma un tempo semplicemente «nero») che sarebbe da identificarsi col paretipiano dei greci: «L'istriano è simile al paretipiano, ma con una qualità più marcata: urinam vehementius pellit». Sappiamo che veniva conservato sia in anfore vinarie sia in ligneis doliis, botti di legno.

Accanto al terrano istriano (più amabile del carsolino, troppo robusto e corposo), di cui scherzando si dice: un per de litri (sic!) de teran, ghe fa ben al stomigo san, viene collocata la piantadella, un po' più debole, ma non meno birichina con chi non se ne sa guardare.

Tra i bianchi, per loro natura rilassanti e di agevole digestione, troviamo la ribolla, di un giallo oro, dolce e leggera; la malvasia, di cui se ne produceva e produce a fiumere, tanto è ricercata. Tra le varietà dei moscati, un posto particolare va alla mistela di Buie, dolce e generosa, spremuta da uva lasciata ad asciugare sulle viti (mistero sul come riuscissero a salvarla dagli assalti delle api, delle vespe e dei merli) e al véin de rusa di Dignano, pure questo ricavato dalla pigiatura del moscato nero, d'un bel rosato scuro, vendemmiato a maturazione avanzata e quindi lasciato ad appassire per una trentina di giorni in soffitte ben arieggiate. Da cinque-sei chilogrammi di uva si ricavava un litro di véin de rusa, che, dopo diversi travasi, tenuto per un anno in piccole botti di rovere, veniva imbottigliato. I pochi esemplari ottenuti si conservavano al buio, immersi nella sabbia, donde uscivano per allietare le solennità e i passaggi gioiosi della vita. A Dignan co se spusa / i bivo sempro al véin de rusa. D'Annunzio, assaggiatolo, lo qualificò «il vino che ha il profumo delle rose». Ma anche l'amico Rinaldo Derossi, dopo averlo gustato, scrisse con accenti ispirati, in crescendo: «Una specialità! Una rarità! Un incanto!». Lo si disse «vin de fèmene biele» ed è giusto. «Tutto in esso parla di rose: il colore corallino, l'aroma che sembra uscire da un rosaio colmo di fiori, il sapore che nessuna bocca saprebbe definire, senza volgere gli occhi al cielo, in atto di ringraziamento al Creatore per tanto rarissimo dono»120.

E non è tutto. La parola vino, l'abbiamo visto, fa rima con san Martino, un santo di quelli vecchi, ma non per questo meno popolare. Se in Europa è famoso per aver donato metà del suo mantello ad un poveraccio intirizzito dal freddo, in Istria è rimasto celebre per aver delineato con un suo intervento miracoloso i contorni del Canale di Leme. La leggenda proviene da San Lorenzo del Pasenatico121:

A San Lorenzo iera un veceto de nome Barba Piereto e lu al contava (a lu ghe iera sta contà de suo nono) che, nel' antichità, al Canal de Leme al iera 'sai più curto. Un giorno, però, l'aqua del mar, che xe in sto canal, la ga scuminzià alzarse sempre più e cussì, vegnuda avanti, la coverseva la «Draga»: una tera 'sai bona, dove cresseva patate, fasioi, formenton e capuzi, anca se pioveva poco.

San Martin, che 'l stava sul monte, al vedeva vegnir sempre più avanti al mar, ma al se rassegnava al dano che' l fazeva, parché al pensava che iera destin de Dio che fussi cussì. Ma po', co 'l se ga visto al mar soto al monte, tutintun ghe xe vegnù al pensier che bisognava far qualcossa, che sto mar no vadi 'vanti. Alora, con un gran desiderio de esser esaudido, al ga rivolto a Dio una preghiera piena de fede, po', cun tuta forza, al ga butà zo 'l baston, che al portava senpre cun sé, zigandoghe al mar: Fermite!

E giusto là, soto al monte, che par questo al se ciama de San Martin, al mar se ga fermà e, ancora agi, al xe fermo là.


Note:

  1. G. F. TOMMASINI, cit., 100-103, dov'è riportata anche una distinta dei vini e dei luoghi dove si producevano; G. CAPRIN, Marine..., cit., 253-255.
  2. Si racconta di un parroco di campagna, che, pregato da un contadino di benedirgli le viti, gli avrebbe così risposto: Sì, vignarò a benedirghe le vide, ma se no ghe darè 'l verderame, de ua no ghe ne vedarè tanta.

  3. «Voce Giuliana», 15.7.1996.
  4. G. RADOLE, Settanta..., cit., 131.

Tratto da:

  • Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 147-153.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Monday, November 01, 2004; Last updated, Sunday, November 02, 2008
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