line_gbg68.gif (1697 bytes)

Carnevale - Pust - Carnival
Customs and Traditions
line_gbg68.gif (1697 bytes)

Carnevale era una ricorrenza molto popolare: considerato come la principale festa dell'inizio dell'anno (a Venezia si celebrava il Capodanno il l° marzo) era associato alla rinascita della primavera. Le maschere erano numerose, ma i costumi poco ricercati e fatti in casa, come si può vedere anche da questa foto scattata nel 1923 a Pisino. 

Il Carnevale

Intemperanze, maschere, balli, rappresentazione dei mesi

Fu chiesto una volta a un zingano, che notoriamente non ha tanta familiarità con l'anno liturgico, se conoscesse ed osservasse qualche festa dei cristiani. Rispose pronto, che sì, di feste ne riconosceva tre: Pasqua, Nadal e santissimo Carneval. L'uscita, divenuta proverbiale e ripetuta per gioco, colloca il carnevale tra le maggiori ricorrenze del calendario, se non per dignità, certamente per le sfrenate baldorie e le intemperanti crapule che si tira dietro. Vi accenna anche l'antico detto: 

Carneval: bali e fraioni,
fiori, maschere e caponi;
de quaresima xe bava,
tosse e renga co la lava. 

La parola carnevale la si fa derivare da carnem levare, levare cioè le carni dalle mense e quindi sta ad indicare propriamente il giorno che precede l'inizio della quaresima. Ma poi per estensione, unendo varie usanze e divertimenti, carnevale designa un lasso di tempo dedicato al divertimento, con varianti per il suo inizio: per i più impazienti già il giorno di capodanno. 

Era, però, il martedì grasso, prima di iniziare l'astinenza ed il digiuno, che il popolo, per reazione, si abbandonava ad ogni sorta di intemperanza. Tra parentesi ricordiamo che l'antica legge dell'astinenza si estendeva non solo alle carni, ma anche alle uova ed ai latticini (per cui era veramente durissima), tre giorni per settimana: mercoledì, venerdì e sabato. La legge del digiuno (un pasto abbondante tra due leggeri), invece, era obbligatoria per i cristiani dall'inizio del 21° anno di età fino al compimento del sessantesimo, tutti i giorni meno le domeniche e le feste. 

Piatto tipico per l'ultimo di carnevale, a Montona, era lo stomaco di maiale con ripieno di formaggio, prosciutto e pangrattato63, ma in altre parti si sacrificava il gallo, per non dire delle reste de luganighe che finivano in mastodontiche frittate, e poi crostoli, fritole, buzolai ed altro. A Barbana mangiavano ben nove volte, l'ultima alle undici di sera, quando la campana dava il segnale che stava per iniziare il digiuno quaresimale. Tutta questa grazia di Dio formava un buon cugno sullo stomaco, che si tentava di smaltire con profonde ed interminabili sorsate dalle bucalete, le quali, con invitanti scritte, non chiedevano altro che di essere vuotate: bevi Toni, bevi Pepi, bevi Gigi. Certamente non ci si limitava ad innaffiare i bocconi voluttuosamente ingoiati soltanto per stemperarli e digerirli, e si esagerava di molto: ma chi può immaginare una festa di carnevale senza una incontrollata profusione di vini per tutta la compagnia? 

E subito dopo le maschere. Oh, erano povere le maschere che si muovevano per le strade delle borgate istriane: quattro vecchi stracci, un po' di nero fumo sulla faccia ed era tutto. Chi si acconciava, pensava ingenuamente di non venire riconosciuto e si abbandonava ad ogni sorta di licenziosa volgarità, con la giustificazione pronta che per carnevale ogni scherzo vale. 

La presenza delle maschere, oggi più graziose, specie se a indossarle sono i piccoli, è stata spiegata dai folcloristi come residuo di riti primitivi e di usanze pagane. Il carnevale, infatti, considerato come la principale festa dell'inizio dell'anno nuovo (Venezia celebrava il capodanno il 1° di marzo), veniva associato alla rinascita della primavera, quando si credeva che sulla terra ritornassero in forza gli esseri infernali, con tutto il codazzo di streghe, per nuocere all'uomo e alle sue opere. Sta qui il motivo per cui le maschere più antiche raffiguravano esseri mostruosi o demoniaci: dovevano spaventare e tenere alla larga quelli veri. Anche 1'uso di mantelli e di berretti rossi si ispirava ai folletti e quindi al mondo degli spiriti. Per lo stesso motivo, l'indumento rosso, anche intimo, è diventato di moda anche a capodanno: tiene lontano il malocchio.

Nelle località minori e nelle campagne istriane, i buontemponi usavano organizzarsi in compagnie mascherate di questuanti che, girando di casolare in casolare, raccoglievano uova, salsicce, lardo e vino per la scorpacciata serale. E come in un rito, durante la questua, si intonavano delle strofette, di cui citiamo:

Carneval, no sta 'ndar via,
te faremo un bel capoto,
ogni punto un scopeloto,
carneval, no sta 'ndar via.
Viva, viva el carnevale,
un altro ano semo qua,
no xe nissun che pol dir male
de la nostra società. 

Divertimento classico, durante la stagione carnevalesca, era ed è il ballo, come ben canta la villotta:

Sia benedeto chi à fato il balare, 
che col balar se toca chi si vole.

Se pensiamo ai numerosi tipi di ballo d'un tempo, dobbiamo concludere che i vecchi istriani erano dei ballerini assai fantasiosi. Se n' era accorto già a metà del Seicento il vescovo di Cittanova, Tommasini, che ci ha tramandato descrizioni particolareggiate di alcune danze da lui osservate a Dignano come a Buie, a Cittanova come a Montona64. Ricorda ad esempio il ballo della verdura, proprio dell'ultimo di carnevale. Il nome curioso deriva dal fatto che i danzatori non solo si inghirlandavano il capo di verdi fronde, ma tenevano pure in mano dei rami che sollevati, formavano degli archi di verzura. Altri balli allora in voga: il ballo del fiore, dell'oca, del pugnale. Quest'ultimo potrebbe appartenere al tipo di danza armata. Era pure in auge il ballo del fazzoletto, così chiamato perche i ballerini stringevano nelle mani le cocche di un fazzoletto, sotto il quale passavano poi alternativamente. Altri balli: della coda, del mal gradito amante, dellevero (rivive nel gioco infantile del gato e del sorso65, che si rincorrono dentro e fuori di un circolo), della villotta, della carega, dei sette passi, ecc. Sconosciute, invece, sembrano le danze rituali attorno al fuoco, a meno che non se ne voglia scorgere una qualche sopravvivenza nei salti, misti a gridi, che i ragazzi usano fare oltre il fuoco la vigilia di san Giovanni e di san Pietro. L'ipotesi non sembra troppo azzardata, se si pensa a certi giochi fanciulleschi, quali il girotondo, indubbiamente derivati da antiche danze. 

La voglia di ballare però non si estingueva col carnevale: più o meno clandestinamente (anche perché le manifestazioni pubbliche richiedevano il permesso dei carabinieri) si continuava anche durante la quaresima, senza tema di incappare in quella specie di maledizione minacciata dai nostri vecchi: a chi bala in quaresima ghe vien le gambe storte

Significato politico di aggregazione nazionale assunsero i balli organizzati alla fine dell'Ottocento, prima dalla Società «Pro Patria» (1886-1890), e dopo la sua soppressione da parte dell'Austria, dalla ancor vitalissima Lega Nazionale (1891), sorta principalmente per difendere la lingua italiana. Durante questi balli sociali (Pola, Rovigno, Pisino, Capodistria, ecc.) venivano indetti dei concorsi di canzoni popolari, sull'esempio di quanto avveniva a Trieste66. Al fine poi di raccogliere fondi per le molte attività si vendevano delle cartoline, che, tramite un ufficio postale improvvisato, venivano inviate alle ragazze più belle presenti alla serata. Quella che ne collezionava di più, veniva proclamata reginetta. C'erano degli spasimanti che spedivano centinaia di messaggi, pur di far primeggiare la propria bella ed entrare nelle sue grazie. Tutto ciò risulta chiaro da una cronaca dal vivo, registrata da Francesco Semi, dove al ballo degli studenti di Capodistria, una giovane non studentessa era sul punto di portarsi via il titolo67:

- Ah, 'sto ano al balo dei studenti me son proprio divertida. EI teatro, ciò, a jera un orto de glicinie che le studentesse le 'veva messo un mese per farle. Doveva esser un segreto, una sorpresa, per far colpo. Ma mi lo 'vevo savesto: ti sa che Piero a mi a me dise tuto. E alora me son fato un vistito viola ciaro, senza maneghe, verto bastansa in schena, bastanseta anca devanti, che, no fasso per dir; tutti me vardava.

- Per poco no i te ga fato regineta...

- Go 'vu tante cartoline, ma se saveva, càspita, che i varia fato regineta una studentessa. Ciò jera la su 'festa. Invesse, anca qua, nissun se lo spetava. A l'ultimo momento Piero anunsia che la Mina ga domila cartoline e una professoressa milenovesentotrenta. Alora un ufisiàl che jera in palco co' ela, a ga crompà mile cartoline per la professoressa, e a me ga batu mi, che ghe ne vevo mileseisento, la studentessa e tute; e ga vinto la professoressa. Bela, sì, ma... no la saveva balàr e no la ga podesto far el valser d' onor.

Tra le manifestazioni da registrare ancora, la memoria della rappresentazione dei mesi, detta mascherata del calendario. Si tratta di un almanacco drammatizzato (di cui esiste traccia nelle Venezie e nella Romagna), dove si fanno parlare i dodici mesi. La compagnia era composta da dodici maschere, raffiguranti i mesi, ognuno dei quali cantava in quartine di ottonari, non prive di graziose immagini, le proprie virtù.

E mi son zenaro duro
che pel fredo son rabià, 
tra l'inverno e tra l'istà, 
el babau son de sicuro,
e mi son zenaro duro.

E avanti gli altri mesi. Ma l'Istria ha conosciuto anche l'interessante riduzione a carattere devoto di questa rappresentazione dei mesi, nata con originario spirito profano. L'operazione di travestimento spirituale risale al primo Seicento, frutto della Controriforma. Il testo completo di questo secondo tipo è stato registrato a Rovigno dal prof. Antonio Ive già nel 1877 , mentre la sola prima strofa (ormai si è persa la memoria del resto), però con la melodia, l'abbiamo raccolta noi dalla bocca di un piranese e da una signora isolana, a prova della sua diffusione nelle cittadine della costa. Ogni mese s'accompagnava ad una brigatella di maschere, raffiguranti le ricorrenze maggiori e più tipiche, che si presentavano mettendosi a mimare le proprie caratteristiche. Ma ecco il testo dell'unica strofa piranese:

Io son genaro pien di gran valore
che scaccio l'ano vechio e porto 'l novo.
Al primo Circoncisio del Signore,
e ali sei l'Epifania paricio, (porto)
ai quindici Gregorio confessore,
ai venti san Bastian dal verde specio, 
ai venticinque Paolo converso e sia,
mi porto trentaun e così sia.

Testamento del carnevale e la vecchia di mezza quaresima 

Il carnevale, rappresentato da un fantoccio di paglia e di stracci, veniva distrutto nel pomeriggio (ma anche il giorno dopo), tra risate, scherzi pesanti e canzonacce68. In molte località marine, invece di bruciarlo, lo si gettava a mare. Caricato il pupazzo sul groppone d'un asino, veniva scortato da un gruppo di armati e da un codazzo di popolo in cima al molo, dove tra il sollazzo generale, si dava lettura al suo testamento e di una relazione di tutte le malefatte compiute dal briccone: una occasione per punzecchiare, più o meno palesemente, cittadini e comportamenti. Si tiravano infine le conseguenze pronunciando la sentenza capitale, tosto eseguita. Il povero fantoccio piombava in mare, galleggiando scomposto sulle onde. 

A Capodistria tra i canti carnascialeschi ne è stato registrato uno, con melodia, dove un gruppo di compagnoni mascherati da gobbetti, conduceva avanti a spintoni una donnaccia gobba (ma era un uomo mascherato), chiamata nobilmente «contessa de Un», personificazione della moglie del carnevale. 

Un originario carattere propiziatorio va ricercato nei corsi mascherati (attualmente molto in auge), coi carri infiorati, adorni di variopinti festoni di verzura, e nel lancio di coriandoli (una volta anche confetti e arance). Per i soliti motivi di magia simpatica, si credeva di favorire così fertilità ed abbondanza. 

La baldoria, che avrebbe dovuto finire alla mezzanotte (la campana maggiore che dava il segnale dell'inizio della quaresima trovava tutti sordi), si prolungava con ritmo crescente fino a tarda notte, esaurendosi tra gli sbadigli il mattino del mercoledì delle cenen. 

Alle fraie e ai fraioni seguiva una lunga austerità, che conosceva una breve sosta a metà quaresima. Questa veniva personificata nella «vecchia», un gran fantoccio di una figura femminile, innalzato come un solenne monumento nel bel mezzo della pubblica piazza. Il destino della vecia era di venir segata a metà e poi bruciata. Da qui il detto segar la vecia, con significato di esser arrivati a metà del cammino quaresimale69. Ci sono giunte testimonianze che in molte località istriane la vecia, trascinata da un asino, faceva il giro dell'abitato e arrivata tra suoni e canti in aperta campagna, veniva segata in due parti uguali. Dalla pancia squarciata uscivano frutti (mele, noci, ecc.) di cui si appropriavano i monelli tra spintoni ed urla incomposte.

Oggi la quaresima, come tempo di austerità, non esiste più: l'uomo moderno laico non si sottomette più al digiuno ecclesiastico (roba da Medioevo), ma solo a quello medico, avverandosi così quel detto: chi magna tanto de malarse, el digiuna dopo per risanarse. La Chiesa, preso atto della situazione, ha mantenuto il digiuno il mercoledì delle ceneri ed il venerdì santo, raccomandando l' astinenza dalle carni tutti i venerdì ed esortando i fedeli alle opere di carità in favore dei poveri e dei popoli affamati, con la colletta «un pane per amor di Dio». 


Note:

  1. FR. TOMASI, cit., 69; cfr. anche AA.VV., Istria romantica..., cit., 36 e 37.
  2. G.F. TOMMASINI, cit., 74-79; R.M. COSSAR, Usanze... di Montona, cit.. 57-58; Id., Momiano d'Istria nei giochi e nell'allegria della sua gente, «Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane», XV, 1940, 27-40; A. GORLATO, L'Istria..., cit., 222-229; G. VIDOSSI, Carnevali istriani d'altri tempi, «II Palvese», I, 10.2. 1907; I. IVANCAN, Istarski narodni plesovi, Zagabria, 73-86 e 283-304; R. STAREC, Carneval no sta andar via. Canti tradizionali carnevaleschi in Istria, «II Territorio» Rivista del Centro Culturale Pubblico Polivalente del Monfalconese 26, 1989, 186-191; Id., Il repertorio etnomusicale istro-veneto. Catalogo delle registrazioni 1983-1991, Trieste 1991, passim.
  3. G. RADOLE, Giochi infantili a Barbana d'Istria, Trieste 1990, n. 15 e passim.
  4. Un po' tutte le associazioni organizzavano i loro balli, dai pescatori alle tabacchine, dai portuali agli studenti, dai campagnoli agli artigiani, ecc. A Rovigno nel 1908 venivano dichiarate vincitrici le note canzonette: La batana e Li tabacheine. Cfr. anche N. FERESINI, Il Teatro di Pisino, Calliano (Trento) 1986, passim; M. BOGNERI, Il Politeama «Ciscutti» nella storia di Pola, Gorizia 1987, passim.
  5. FR. SEMI, Ciàcole..., cit., n. 144.
  6. Semplice la fine del carnevale a Barbana, vista come un gioco, in G. RADOLE, Giochi..., cit., n. 26:

    El giorno de carneval se divertivimo tanto. Nostra mama la ne fazeva el fantocio de carneval. La impirava un vecio vestito su due bastoni incrosai, la lo impiniva de paia, la ghe fazeva una bela testa, po' con un bronzo distudà la ghe disegnava i oci, el naso e la boca. Vigniva fora un bel paiazo, più alto de noi. Tutti lo volevimo cior in brazo, lo strassinavimo per la corte fina che 'l se strazava. Dopo lo metevimo in mezo e ghe davimo fogo. Stando torno, lo guardavimo con malincunia,fina che 'lfiniva de brusarse. Iera 'l segnaI de lafin del carneval e del prinzipio de la quaresima.

  7. A Rovigno la festa di mezza quaresima la chiamavano Seghemo la vecia, alla quale facevano un regolare processo per stregoneria, cui seguiva la sentenza di venir segata fuori città, alle Terre Rosse. Dallo squarcio del corpo, di grottesche proporzioni, usciva una gran quantità di frutta e dolci, oggetto di contesa tra i ragazzi. Per Montona cfr. FR. TOMASI, cit., 12 e per Muggia l. CAVALLI, cit., 86.

Tratto da:

  • Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 91-96.

Main Menu


This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Sunday, November 24, 2002; Last updated, Monday, March 12, 2007
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA