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La marcia funebre per le esequie del carnevale a San Servola

Il defunto Carnevale, che i Servolani hanno battezzato Cornelio, nel senso di becco, viene vegliato in una trattoria durante la notte tra il Martedì Grasso ed il Mercoledì delle ceneri. È l'ultima baldoria.

Intorno alle ore 15 del mercoledì, la salma del Carnevale viene portata all'aperto. La fantasia popolare si è qui sbrigliata e quanto oggi rimane è la risultante di chi sa quali e quante stratificazioni.

Il Carnevale appare come un pupazzo vestito impeccabilmente di nero con in testa una bombetta. La bara è infiorata e la ghirlanda che la ricopre porta un gran nastro con la seguente scritta: "Al povero Cornelio la moglie imbriaga" (ubriaca).

Apre il corteo la banda in divisa austriaca. Essa esegue una vecchia marcia funebre di cui si conosce solo il titolo: "Komzah".

La bara è seguita dalla "vedova inconsolabile" tutta veli neri che, sorretta da due pietosi, si scioglie in lacrime: "Ah, vecio mio, nianca lagrime no go più! Tuta slavazada son par via de ti !" (Ah, vecchio mio, non ho più lacrime! Sono tutta bagnata per colpa tua!).

Dietro la vedova (generalmente un travestito), tre o quattro "figlioli" (giovanotti in pigiama). Segue l'amante incinta che reca in braccio uno scimmiottino di pezza. Infine, il grande corteo.

La cremazione ha luogo su uno spiazzo erboso sovrastante la ferriera. La vedova grida il suo dolore, ma viene subito rimbeccata da qualcuno che la rimprovera per gli innumerevoli tradimenti. La cerimonia ha termine con un'ultima bevuta in onore del povero defunto.

Pare sia caduto in disuso benedire la salma con uno scopetto da latrina tuffato in un vaso da notte pieno di birra con salsicce sul fondo. Questo avveniva ancora nel primo dopoguerra, allorché la cremazione era preceduta da una litania funebre.

Imponente era, fino al 1922, il corteo funebre che si svolgeva a San Giovanni. Il pupazzo veniva preparato nel vicoletto di "Fedrigovec" e, contrariamente a quanto detto riguardo a Servola, gli si facevano indossare gli abiti più stracciati e le scarpe più rotte possibile. Era generalmente disposto su una "zaia" (carretto) tirata da un mite asinello, ma più frequentemente la bara era recata a spalla.

Era d'obbligo la tappa in ogni osteria: era da chiedersi come mai certa gente che era rimasta tutta la notte a bere avesse ancor voglia di trangugiare altri bicchieri di vino. Si vedevano dei volti disfatti, ma tutto procedeva ugualmente liscio fino al termine del rito.


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