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Spring - Primavera - Proljeće
Customs and Traditions

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Sulla tavola del pranzo pasquale non mancavano mai le uova, le pinze e l'agnello arrosto, pietanze che le donne facevano benedire la domenica mattina, alla fine della prima messa. (Capodistria, Porta della Muda).

Pasqua

Agnelli, pinze e uova

Nelle campagne si macellavano gli agnelli pasquali, arrostendoli poi in forno o sullo spiedo; si bollivano le uova, che venivano colorate naturalmente, mettendo nell'acqua le foglie esterne della cipolla: ne ricevevano un bel color mattone.

In certi paesi, la benedizione delle case, delle pinze, dell'agnello arrosto e delle uova, si faceva nel pomeriggio di sabato, o anche la domenica di Pasqua, per tempo. Il sacerdote, come scrive il Manzoni, in bianca stola, accompagnato da un chierichetto, armato di un secchiello colmo d'acqua benedetta nella liturgia mattinale, passava svelto di famiglia in famiglia, dove sapeva tutto di pulito e ordinato. Ma volere o non volere, come per la benedizione natalizia, doveva sedersi, magari per un momento. Il perché nessuno lo diceva, ma tutti lo sapevano: era per far covar le galline. Ed allora perché non accontentare quella buona gente? E la gioia pasquale dilagava quietamente nel segreto delle famiglie non solo con il sacramento della benedizione, ma anche con la breve sosta del sacerdote, distributore ufficiale di quella.

La domenica di Pasqua, sveglia al suono festoso del matutin. La serenità, fosse anche tempo piovoso, era negli animi e nei cuori. La gente vestiva a festa, indossando il meglio che aveva, con qualche capo nuovo. Ci sembra doveroso riportare qui un passo della «Pasqua a Cittanova»83, dove figura una rara descrizione delle fogge di vestire d'un tempo:

La domenica di Pasqua il paese assumeva un aspetto di festa. Le ragazze, se l'anada iera stada bona, sfoggiavano l'abito nuovo e pure i giovani, per non essere da meno, si facevano belli comperando, magari a sospiri, un vestito per la festa. Gli anziani non badavano alle mode, indossavano il solito vestito scuro, cappello nero e camicia bianca con la sola fascetta, senza il colletto. Se faceva freddo portavano il giacchettone; nessuno possedeva el capoto longo che era riservato ai siori. Le vecchie gnagne tiravano fuori dall'armeron il vestito nero di antica data e si ornavano con il cordon d'oro, orgoglio di tutte le donne istriane, e per l'occasione facevano sfoggio degli orecchini a boccola o con i moretti. Completava l'abbigliamento la veletta, che accompagnava le care gnagne nel sepolcro.

Così si presentavano nelle chiese parate solennemente con damaschi, argenti, palme artificiali di seta (distrutte da una delle tante riforme liturgiche, che se la prese con i fiori artificiali), baldacchini, attrezzi, ecc., tutto messo in bella mostra come segno di prestigio e di opulenza della comunità.

Nei territori che, prima della caduta di Venezia (1797), erano stati austriaci, Trieste compresa, si svolgeva assai per tempo la processione del Resurrexit, ma era una manifestazione striminzita e fatta alla svelta, dove la parte del leone era riservata alla banda.

Alla fine della prima messa, destinata alle donne di casa, si benedicevano le pinze, il pane condito con dentro ua zibiba, le uova, qualche baro de scalogna, un po' di sale, ed anche qualche pezzo di agnello arrostito sullo spiedo: il tutto avvolto in uno o due tovaglioli bianchi. A casa, dopo aver mandato giù con religione un sorso dell'acqua benedetta il giorno prima, tutto veniva diviso, in modo che ognuno della famiglia ne avesse una sua parte. La scalogna la si consumava per venir preservati dai morsi delle vipere. Ce lo conferma per Montona, il citato Fr. Tomasi84:

Alla prima messa della Pasqua di Risurrezione, i contadini portano a benedire le uova, la focaccia, l'agnello, ecc. Moltissimi di loro usano portare in chiesa un mazzo d'aglio e durante la messa ne mangiano per poter essere esenti dal morso delle vipere.

Per lo stesso motivo, di essere liberati cioè dalle vipere, a San Lorenzo del Pasenatico si faceva anche dell'altro85:

Se butava torno la casa le scorze pestade dei vovi de Pasqua [altrove nel fuoco], se brusava le siole vecie e, co se trovava el primo spariso, ghe se bateva la testa a forma de serpente, e se la meteva soto una piera, fazendose la crose. Le scorze dei vovi, consumadi el giorno de Pasqua, no se le doveva brusar; perché le galine che li gaveva fati, no le gavessi podù farghene dei altri.

Ai ragazzini venivano regalate le uova colorate e le titole, dolci a forma di treccia che includeva un uovo rosso e che le ragazzine chiamavano anche pupa, peignula a Rovigno, e jajariza (da jaje = uovo) i croati. Si sa che la colomba, simbolo cristiano dello Spirito Santo, figura in vari modi negli usi pasquali di tutti i popoli. I ragazzini, con in tasca le uova colorate prese in casa o ricevute in dono dalle zie, andavano in piazza per mostrarle agli amici e per giocarsele. Due erano fondamentalmente i modi di questo passatempo: tenendo in mano un uovo sodo, si batteva di punta quello dell'avversario, vinceva chi ne usciva coll'uovo integro; oppure, sistemando in un angolo l'uovo, lo si offriva in palio a chi l'avesse infilzato con una monetina lanciata da una distanza convenuta. Chi, con un lancio ben diretto v'infliggeva la moneta, si portava via l'uovo, mentre i soldini dei colpi andati a vuoto finivano nella tasca del primo proprietario.

Le giovani regalavano al proprio moroso una cosa molto semplice: i buzolai fati con fioreto, zucaro e aquavita de casa. C'è anche uno strambotto che decanta questa simpatica usanza pasquale:

No vedo l'ora che vegna la Pasqua,
per farghe i buzolai al mio moroso;
ghe li voio far col zucaro e co l'aqua,
no vedo l'ora che vegna la Pasqua.

E di buzolai ne regalava tanti, perché Bezi, basi e buzolai / no i xe boni se no i xe 'ssai. E dire che i buzolai (ciambelle) sono un simbolo della corona di spine, che fu infissa sul capo del Signore; ma questa simbologia era ed è certamente ignorata.

Alla messa grande c'era curiosità di sentire, dopo la pausa quaresimale, le prime pubblicazioni matrimoniali. Ma era pure viva l'attesa di godere le gioiose musiche pasquali, dove coro, organo e quando c'era anche l'orchestra, davano il meglio di se stessi nel ripresentare il repertorio tradizionale. Del tutto singolare l'omaggio al clero di Cittanova, dove, dopo la messa grande, la banda comunale aspettava i sacerdoti del capitolo davanti alla sacrestia e li accompagnava al suono di allegre marce sino alla canomca.

Piatto tipico del pranzo era l'agnello, possibilmente de late, che le famiglie acquistavano, quasi fossero tutte della stirpe mosaica. La preparazione era varia. Si finiva sempre con una feta de pinza benedeta, in sopa de vin bianco.

Nel pomeriggio, visitando i parenti per gli auguri, veniva offerta ancora della pinza (che incominciava a stufare), di cui bisognava sempre lodare la bontà e la perfetta riuscita.

Seconda festa, san Giorgio e san Marco

La seconda festa di Pasqua era dedicata alle scampagnate, previo ascolto della messa. Se quelli di Pola e dintorni (Gallesano, Dignano, ecc.) si recavano al Santuario della Madonna delle Grazie in Siana86, per sciamare poi nel vicino e magnifico bosco e consumare laute merende, nell'Istria settentrionale si andava a Strugnano, di cui parleremo più avanti. Ma ogni cittadina, ogni paese, aveva qualche sua meta tradizionale: così i barbanesi si portavano a Porgnana. Erano, però, sempre quelli dei centri più grossi che partivano per la campagna, ospiti di famiglie contadine slave, con le quali i «cittadini» da secoli intrecciavano convivenze pacifiche e rispettose.

Il 24 aprile si celebra la festa di san Giorgio, il quale 'riva sul caval verde, ossia quando la natura s'è ammantata di foglie e fiori. Non solo, ma anche le spighe dovrebbero essere formate:

Per san Zorzi
ga la spiga duti i orzi,
e se ancora no i la ga,
più mal che ben sarà.

San Giorgio è il venerato patrono di Pirano. «Pirano - scrive con accenti commossi Achille Gorlato87 - è la città che più delle altre consorelle istriane palesa la sua tipica venezianità: veneziane sono le calli oscure e tortuose una volta risonanti di zoccoletti; veneziani i campielli e le ogive delle eleganti palazzine; veneziani il duomo e il suo alto campanile cuspidato; veneziani la vita e il dialetto della sua gente franca, bonaria, lavoratrice; veneziana la sua storia». In alto al colle il magnifico duomo, che si mostra al sotto stante mare con la sua elegante facciata palladiana, mentre nel suo interno tutto parla di san Giorgio, il venerato patrono. In onore del quale, il 24 di aprile, si svolgeva una magnifica processione, dove, tra i molti artistici attrezzi ostentati dalle varie confraternite, oggetto di particolare e orgogliosa ammirazione era il gruppo argenteo del Santo a cavallo (opera orafa del 1720 circa), in atto di trafiggere il drago, e la principessa che tiene al guinzaglio la bestia, anticipando, però, il leggendario avvenimento. L'artistica opera, sistemata su di un piedistallo, veniva portata da quattro affiliati in cappa, membri della antichissima confraternita di san Giorgio, cui l'opera apparteneva.

La ab immemorabili devozione dei piranesi alloro san Giorgio ricevette nuovo impulso da un avvenimento miracoloso, che, quantunque non registrato in atti ufficiali, «è rimasto tenacemente conservato - così ne scrive l'Alisi88 - dalla pia tradizione oltre i secoli. Nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1343, mentre sul golfo e sulla città infuriava un terribile uragano e i fulmini guizzavano in ogni direzione, a due pescatori, che si trovavano al porto, apparve S. Giorgio, il santo protettore della città... che li rassicurò. Immediatamente la bufera si placò e la città e le campagne circostanti furono salve. Diffusa dai due umili la notizia di quell'avvenimento, non è difficile immaginare l'entusiastica gratitudine del popolo e dei cittadini e come da parte sua il clero spingesse gli operai a terminare la nuova parrocchiale», da molti anni in costruzione. Verrà consacrata il 24 aprile del 1344 dal patriarca Bertrando di Aquileia, assistito da ben nove vescovi. Da allora Pirano (e anche i piranesi in esilio) celebra il santo patrono sia in aprile sia il 21 luglio di ogni anno.

Ricordiamo che san Giorgio era stato scelto come patrono anche da altre località istriane: Rovigno, Portole, Fianona, Laurana, Bogliuno, Sovignacco, Pisin Vecchio, Tribano, e che a lui erano dedicate molte chiesine di campagna, cappelle e altari. La sua figura di cavaliere valoroso, che, ritto sopra un cavallo focoso, trapassa la gola del drago, era popolarissima: la si trova affrescata anche nella medioevale chiesa della Madonna delle Lastre di Vermo.

Il giorno dopo, 25 aprile, si festeggia san Marco, il patrono della Serenissima Repubblica di Venezia, cui l'Istria rimase legata per secoli, tanto da conservame ancora ultrasecolari abitudini, costumanze e lingua.

L'evangelista san Marco era figura cara alla pietà popolare, anche perché le sue reliquie, prima di approdare a Venezia, trovarono rifugio in Istria, secondo una leggenda che circolava tra la gente di mare89:

Una volta, tanti ani fa, una bela compania de marineri e mercanti veneziani i se ga trovà nel porto de Alessandria, in Egito. Parlando cussì co la gente, i ga savudo che in cesa i gaveva el corpo de San Marco. Lori i ga subito pensado che fussi sta ben portar via sti ossi, tra i cristiani; perché là iera i turchi che comandava.

Eben, de note, dopo gaver crompà le guardie, i ga rubà de soto l'altar i ossi de San Marco. Po', per no esser fermadi da le sentinele turche, cossa i fa? I meti sti ossi intun zesto, coversendoli con carne de porco. Perché, dovè saver che i turchi no poI gnanca veder la carne de porco: lori i xe mussulmani. E cussì sti ladri veneziani i xe passai lissi.

Pena rivai a bordo i ga ben sconto sto zesto soto coverta e via lori. I ghe dava a tuta forza, perché i gaveva paura che no i ghe vignissi drio. Dopo tanti giorni de mar, co i iera vizin per rivar a Venezia, un fortunal li ga portà devanti de Umago. Bona de Dio che i xe stadi visti dai pescadori de Umago, che i ghe xe andai incontro e i li ga salvai. Pena rivai in tera, i ga portado le reliquie de San Marco ne la cesa de Umago, con grande festa.

A Venezia, co i ga savudo de sta roba, i ga mandà subito el doge e 'l patriarca a prelevar ste reliquie. A quei de Umago ghe dispiaseva, i voleva che San Marco ghe restassi a lori, ma i ga dovudo consegnar tuto e cussì San Marco xe diventado el Santo de Venezia.

Il giorno di san Marco, la messa solenne era preceduta dalla processione delle rogazioni maggiori, che si svolgevano, però, entro un perimetro ristretto. A Venezia, ad esempio, il sacro corteo si snodava attorno a piazza San Marco. Così una volta anche da noi, ché oggi la funzione risulta completamente decaduta insieme con il culto all'evangelista, sotto le cui ali l'Istria aveva sviluppato nei secoli il suo vivere civile. Il Luciani riporta, per Albona, una particolare acclamazione che i fanciulli ed i giovani gridavano festosamente al rientro del corteo nel duomo, sbattendo simultaneamente dei rami di sambuco fiorito contro i muriccioli del sagrato:

«chi per mar, chi per tera
tuti i Turchi soto tera,
pin, pun, viva san Marco».

Ed annota ancora che negli anni 1830-31, «dopo le giornate di luglio ed i moti delle Romagne, è stata proibita [dall'Austria] la festa popolare e specialmente il grido viva S. Marco». Delle rogazioni minori diremo più avanti.

In questo giorno era diffusa consuetudine di offrire alla propria bella un bocolo de rosa, che, se accettato, incoraggiava a proseguire nelle gentilezze. A Dignano invece (lo scrive il Rismondo) le ragazze, per scongiuro, esponevano sul balcone di casa un mazzo di papaveri (beca): Mei sto san Marco i' la voi meti [la beca] su quel barcon duve la gente passa. Ma il significato, a prescindere dallo scongiuro (contro chi?) ci sfugge.

Allungandosi le giornate, i padroni incominciavano a dare la merenda pomeridiana alle opere, secondo il proverbio: San Marco el porta la merenda abasso, quella merenda che era stata portata in cielo da san Michele.

I pescatori, poi, sperano in una buona pesca di angusigoli detti anche subioti (aguglie), perché San Marco, i subioti navega allargo. Si traggono pure pronostici sia sul buon risultato del frumento, Per san Marco formento in tera xe formento in saco, sia sulla crescita della vite, Per San Marco la vida buta l'arco.

Molto attese le piogge di aprile: Una piova de aprii, vai più che Venessia col su' campanil.

La festa di san Marco, infine, risulta particolarmente infausta se viene a coincidere con la Pasqua. Se Marco in Pasqua cascarà, duto 'l mondo pianzarà, traduzione della più antica versione latina: Quando Marcus Pasquam dabit, totus mundus lacrimabit. L'avvenimento è piuttosto raro: l'ultima volta si verificò nel 1943, un anno, per l'Istria e per il mondo, così triste che è meglio dimenticarlo, se si può.

Note:

  1. AA.VV. Cittanova..., cit., 56.
  2. FR. TOMASI, cit., 12. Sull'acquisto dell'agnello pasquale cfr. la bellissima pagina di G. STUPARICH, Ricordi..., cit., «L'agnello di Pola», 32-34.
  3. Informatrice E. Cecchili di San Lorenzo del Pasenatico.
  4. Per le gite in Siana cfr. G. MIGLIA, cit., 153; G. TARTICCmO, cit., 89; A. GORLATO, L'Istria, cit., 235: «A Capodistria un pellegrinaggio alla vicina Semedella (percorrendo il Ponte di Semedella si cantavano le Litanie della Madonna in un tono marziale, specifico per l'occasione) si svolgeva la seconda domenica dopo Pasqua, in segno di riconoscenza alla Vergine per la cessazione della peste (1628-30). La chiamavano la "festa de Semedela". I capodistriani, come già gli albonesi il san Sebastiano, celebrano la ricorrenza in esilio, recandosi tuttavia molti a Capodistria, visto il nuovo clima che si sta instaurando».
  5. A. GORLATO, Paesaggi istriani, Padova 1968, 141.
  6. A. ALISI, Pirano. La sua chiesa-la sua storia, Trieste 1971,44.
  7. G. RADOLE, Settanta..., cit., 81.

Tratto da:

  • Giuseppe Radole, Folclore istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 109-114.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Wednesday, April 07, 2004; Last updated, Wednesday, March 19, 2008
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