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Spring - Primavera - Proljeće
Customs and Traditions
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La chiesetta del Santo Spirito a Valle d'Istria (XV sec.)

Pasqua in Istria e Dalmazia

Pasqua, festa di primavera, voglia dì uscire, di viaggiare, di fare nuovi incontri. Molteplici le possibilità, ma questi sono gli spunti che abbiamo colto in questi giorni: qualche gruppo, a piedi, girerà lungo i sentieri e le strade più nascoste dell'Istria interna, un altro gruppo di gitanti farà rotta per la Dalmazia. Due diverse destinazioni, emblematiche in questa ricorrenza, verso una costa che si va riproponendo. Analogie?

Nel suo libro Esìlio Enzo Bettiza riporta una frase di Tommaseo che voleva l'Istria e la Dalmazia due mondi lontan issimi. La storia l'ha decretato, la politica l'ha siglato, eppure, molte volte sono proprio le tradizioni, gli usi e i costumi, i modi di dire, a smascherare queste comode divisioni.

La Pasqua, per esempio, lungo la costa si rivela come un continuo richiamo di situazioni, di tensioni, di riti che riportano ad antichissimi legami, fatti di cultura che nessuna politica riesce a sciogliere, a capovolgere, ad annichilire. Anche se rimangono assopiti, chiusi nelle enclavi familiari, sono pronti a risorgere in ogni momento.

Un possibile confronto lo possiamo fare leggendo due volumi dell'IRCI Profumo de Dalmazia di Gioia Calussi e Folclore istriano di don Giuseppe Radole. La risposta? Si recitano le stesse preghiere, in cucina si espandono gli stessi profumi, la festa è scandita da situazioni molto simili se non iden-tiche.

Chi non santifica le feste, è superstizione che abbia buttato via la propria fatica. È questo il primo insegnamento che cogliamo. A Pasqua si smettevano gli abiti da lavoro per raccogliersi in famiglia e rinnovare antichi riti: quello della merenda a base di prosciutto, pinze e uova sode benedette o il pranzo a base di agnello irrorato dal vino buono e accompagnato dal pane fatto in casa.

'L'ultima cena." Affresco tardo-gotico (1460-90) di Maestro Alberto da Costanza
Chiesetta del Santo Spirito, Valle d'Istria.

Oggi che il recupero della tradizione è diventato un imperativo, i riti escono dagli ambiti familiari per arrivare anche ai luoghi di ristoro deputati, per cui, nei ristoranti si può gustare l'agnello saporito, gli asparagi selvatici (i bruscandoli) e tutto ciò che stagione offre.

Diverso il discorso che riguarda i riti religiosi il cui recupero è reso difficile da una mutata ecologia umana del territorio. Nel libro della Calussi sono raccolti scampoli di storia che oggi, solo in parte, ritroviamo nella realtà, anche in quella istriana.

Le processioni e le manifestazioni di grande effetto mistico rimangono solo nelle testimonianze, nei racconti degli anziani. In quelle giornate di primavera la festa era vissuta intensamente da tutta la comunità.

S'incominciava la domenica delle Palme. A Messa grande, per esempio a Montona e Visinada, i contadini salivano al paese con fasci d'ulivo intrecciati a ghirlandette o croci. Venivano a gruppi con ceri colorati e legati con nastri dalle sfumature vivaci. Portavano anche mazzi di rosmarino o di lauro, ed erano tutti vestiti a festa. I ragazzi con i rami d'ulivo, si divertivano a svuotare l'acquasantiera spruzzando la gente che veniva a trovarsi nel loro raggio. Erano scherzi che ben si tolleravano, una continuazione dei giochi carnascialeschi ancora non del tutto sopiti.

"Gesù che prega nel giardino di Ghetsemane." Affresco tardo-gotico (1460-90) di Maestro Alberto da Costanza nella chiesetta del Santo Spirito a Valle d'Istria.

A Capodistria, Isola, Pirano, Dignano e in altre località ancora, si rinnovava il fascino della "Quarantore". Sugli altari fissi ne venivano montati degli altri di gusto barocco, illuminati dalla luce delle candele. Durante i mattutini si svolgeva il cosiddetto "battiscuro". Ad ogni salmo si spegneva una delle quindici candele del grande candelabro triangolare posto al centro del presbiterio. I giovani, armati di raganelle e di lunghe bacchette di nocciolo, aspettavano che tutte le candele fossero spente per dare il via al terremoto che si svolgeva nel buio totale. Il baccano (barabàn in Dalmazia) continuava finché su tutto s'innalzava, magico, il canto.

Accanto alla sacralità della festa s'imponevano altri riti, meno eccelsi, ma pur sempre legati alla tradizione. Dai forni uscivano pinze, colombine, titole - o anche dette pignole o pupe - per le ragazze. Nelle case si preparavano le uova sode colorate in modo naturale immergendole nell'acqua di bollitura delle foglie esterne della cipolla che conferivano loro un bel colore rossiccio.

Tradizione vuole, inoltre, che in tavola ci sia un "baro de scalogna" che, era credenza, preservasse dal morso della vipera.

A Spalato - racconta la Calussi -, I venditori di frutta pugliesi, dalle loro barche attraccate lungo le banchine del porto, si tuffavano in mare. A Zara, uno dei riti più significativi, e senz'altro il più suggestivo, era quello di portare in chiesa per il Gloria i bimbi piccolissimi: al suono delle campane le mamme si chinavano con i loro figli cercando di far muovere i primi passi nella sacralità del luogo e della ricorrenza.

Era d'obbligo per tutti lavarsi gli occhi con l'acqua benedetta. Da una casa all'altra si portavano doni, vestiti di festa.

Tratto da:

  • El Boletin, Periodico Informative del Club Giuliano-Dalmato di Toronto, Membro della Federazione Unitaria Stampa Italiana all'Estero, Anno XXXV, No. 129 (marzo 2007), p. 1-3 - www.giulianodalmato.com (tratto dal sito del Centro di Documentazione Multimediale, www.arcipelagoadriati co.it)

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Sunday, March 25, 2007; Last updated: Sunday, February 16, 2014
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