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Spring - Primavera - Proljeće
Customs and Traditions
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Quaresima e settimana santa

Mercoledì delle ceneri, sacro e profano

La quaresima, dunque, iniziava il mercoledì delle ceneri con la solenne benedizione delle ceneri (simbolo della fragilità e delle pochezza umana), ricavate dall'abbruciamento dell'olivo benedetto la domenica delle palme dell'anno precedente. La cerimonia si svolgeva prima della messa e le ceneri venivano imposte sul capo dei fedeli, sempre numerosissimi, col severo monito: Ricordati, uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai.

Ma in molti luoghi (Pinguente, Montona, Barbana, Pisino, ecc.) non ancora totalmente appagati, nel pomeriggio organizzavano altri giochi collettivi, sulla pubblica piazza o sulle vie, come quello della pignata e del corno. Ecco come si svolgeva il primo in quel di Barbana70:

El mercordì de le zenere, de dopo pranzo, iera l'usanza de romper la pignata. Sto ziogo lo fazeva i ragazi, ma anche i grandi, secondo i ani. Se trovava insieme tanti amizi, i grumava un pochi de soldi fra de lori, i trovava una pignata vecia de tera cota (pignata de Castelnovo), i la ribaltava in mezo la piaza, metendoghe soto i soldi. Po', dopo gaver butà a sorte, el primo sielto i ghe ligava un fazoleto nero sui oci, che no1 vedi, i lo fazeva girar per imbriagarlo, che nol capissi dove che 'l xe, e i ghe meteva in man un pal per romper la pignata. 'L andava avanti e indrio con sto pal per aria e la gente se divertiva a confonderlo, zigando: girite, va 'vanti drito, ancora un passo, daghe, daghe. I diseva cussì per insempiarlo de più e per rider quando che 'l colpo andava a svodo. Po', a turno, provava i altri, fina che uno (ma per finirla i ghe lascava 'l fazoleto) el riussiva molar un bel colpo sora la pignata, mandandola in zento tochi. Dopo i grumava i soldi che iera soto e i andava a fraiar.

Il secondo gioco, del corno, era riservato agli adulti, che si dividevano in due squadre. Sulla base del gioco delle bocce, da pallino faceva un corno di montone, il cui lancio veniva annunciato dal grido: capita 'l corno. Ogni giocatore, invece della boccia, era armato di una fascina, sulla quale, ad eccezione delle tre cadute più vicino al corno, venivano incisi i punti di penalità. La conclusione era all' osteria, dove si pagava in proporzione ai punti raccolti. Una descrizione dello stesso gioco, come si svolgeva a Montona, ce 1 'ha data Fr. Tomasi, dove ci sono delle varianti sullo svolgimento, ma non sulla conclusione71

Il primo giorno di quaresima i popolani usavano giocare al corno. Un corno di manzo viene gettato sulla strada e, a turno, tutti quelli che giuocano lo devono buttare sempre più avanti con un legno appuntito appositamente fin che non arrivino davanti all'osteria, dove si fermano a mangiare e bere.

A Pisino invece i buontemponi, montando sul treno, partivano in gita a San Pietro in Selve, dove nell'osteria sita tra le mura dell' ex convento dei Paolini, consumavano piatti su piatti di prosciutto72: una bravata forse per farsi vedere superiori al precetto ecclesiastico del digiuno e dell' astinenza. Queste mangiate di prosciutto sono rievocate anche da Biagio Marin73:

Cera un convento in meso a tante piere, /... / 
che 'l veva 'l reletorio messo in ostro e drento,
luminosa, un' osteria. 
Turdi e polenta o grassi ginepruni,
persuti crui d'un bel color corniola
e vin teran co' bon odor de viola 
ne leva duti i cuor alegri e buni.

Nelle cittadine più grosse, tutt'altra musica: si andava al quaresimale, che si teneva poi in giorni fissi durante tutta la quaresima. I predicatori, anche quando l'Istria era austriaca, provenivano generalmente dall'Italia (Friuli, Veneto), ingaggiati prevalentemente tra i francescani. Prima o dopo la predica non mancava mai il canto del Miserere, il salmo penitenziale uscito dal cuore contrito del re Davide. Ma a Dignano, come ci informa mons. Gaspard74:

Tutti i venerdì di marzo, prima che cominciasse la predica, un breve corteo percorreva la chiesa al canto del Miserere. Era composto di alcuni confratelli nei loro camici bianchi e le mantelline celesti, che recavano l'insegna sormontata dall'effigie dell'Immacolata e con sotto, raffigurata in rilievo, la scena del battesimo di Gesù: era l'antica confraternita di San Giovanni o dei Batudi... Il clero li seguiva. Dalle loro cintole pendeva un arnese, che rassomigliava vagamente ad un flagello, ma ridotto ormai ad un innocuo cordone terminante in una specie di nappa pomposa di filamenti di cotone. Stava lì ad indicare che una volta i batudi si battevano realmente: ora era un ricordo... un simbolo.

La devota gente cristiana era assai assidua ai quaresimali di preparazione alla Pasqua. Si racconta che una volta a Capodistria avevano ingaggiato un predicatore così bravo, che con il suo dire riusciva a commuovere gli uditori sino al pianto. Una sera tra i curiosi ne capitò uno della vicina Isola, il quale, postosi ritto in piedi sotto il pulpito, rimase insensibile anche quando tutti i presenti avevano il fazzoletto agli occhi. Il quaresimalista, accortosi di tanta indifferenza, quasi offeso ed indispettito, gli chiese: «E voi, buon uomo, perchè non piangete?». «Sior mio fu - la risposta - mi no son de sta parochia».

Ma in alcune collegiate soppresse (Barbana, ad esempio) tutte le sere di quaresima, il popolo si radunava per cantare la compieta, che si concludeva con l'esecuzione a coro battente tra altare e navata dell'Ave regina coelorum e del Miserere. Di venerdì, invece, si svolgeva la Via crucis, nel testo di sant' Alfonso. La stessa devozione, in lingua croata, si teneva per i campagnoli la domenica mattina, dopo la prima messa.

Capricci di marzo, san Giuseppe e altri santi

La quaresima, quasi sempre, viene ad occupare tutto o gran parte di marzo, mese che gode fama di essere il più capriccioso dell'anno. 

Marzo xe 'l mese de le bagatele, 
el ghe ne fa de brute e de bele.

Tra le brutte sorprese, i pescatori mettono le improvvise burrasche che si scatenano in mare, per cui qualche barca, spintasi imprudentemente allargo, va a farsi benedire con tutti i pescatori, Giorni particolarmente infausti erano considerati quelli in cui c'entra il numero sette: 7, 17 e 27 marzo, sucede sempre qualche straleca. Il proverbio si basa sull'antica credenza del valore magico di certi numeri, in senso favorevole per alcuni e sfavorevole per altri. Nel nostro caso il sette risulta infausto, apportatore di malanni.

 

Tutto l'anno, secondo le credenze popolari, c'erano giorni fausti e giorni infausti. Quando si dovevano fare semine o innestare gli alberi da frutto, in primavera, bisognava scegliere bene la data o affidarsi ai pronostici da trarre, per esempio, il giorno di san Giuseppe in modo da indovinare se la stagione sarebbe stata buona.

Anche san Giuseppe (19 marzo) la cui festa viene a coincidere col punto de stela, segnato da immancabili bufere equinoziali, non esclusa qualche precipitazione nevosa. Altri punti di stella, quando fa nembo in mare, come ci informa il Rosamani, sono: seconda festa di Pentecoste, festa di sant' Antonio di Padova (13 giugno), san Luigi (21 giugno), san Giovanni (24 giugno), Madonna del Carmine (16 luglio), santa Maria Maddalena (22 luglio), Assunta (15 agosto), san Simone (28 ottobre), san Martino (11 novembre), sant' Andrea (30 novembre), santa Barbara (4 dicembre), san Nicolò (6 dicembre). Ma san Giuseppe ha anche un suo proverbio:

Per san Isepo leva al ziella man, 
che 'l te vardi del malan; 
del malan in mar e in tera,
del segnal de primavera,

Si credeva pure che se il tempo fosse stato bello il giorno 19, sarebbe stato bello non solo per Pasqua (perché 'l pare no tradissi 'l fio), ma addirittura tutta l'annata agricola ne avrebbe risentito favorevolmente. Bona anata ven, se per san Isepo fa seren.

Gli agricoltori iniziavano pure gli innesti degli alberi fruttiferi, convinti della buona riuscita. Veramente nell'Istria interna, fatta eccezione per l'agro montonese, di alberi fruttiferi ce n'erano pochi, sparsi qua e là per i campi, tra i filari e sugli orli delle cavedagne. Non così a Capodistria e Isola, che rifornivano il mercato triestino di verdure, di legumi e di frutta, mentre le campagne di Rovigno e di Orsera erano ricche di piantagioni di noseleri (noccioli).

Giorno fatidico, per le conseguenze sul comportamento dell'anno, era ritenuto il 25 marzo, festa dell'Annunziata: 

Alba ciara per la Nunziata 
e l' anata xe biata. 

Anticamente pensavano, con qualche dubbio, che proprio il 25 marzo fosse avvenuta la morte di Gesù in croce, tanto che a Dignano, in tutti i venerdì che venivano a cadere tra il 25 marzo ed il 25 aprile, celebravano una solenne funzione eucaristica, in ricordo della umana redenzione.

Marzo, pur essendo instabile (si dice che sia matto), ci porta le rondini, nunzie della primavera, le quali attorno alla festa di san Gregorio (12 marzo) lasciano la terra d' Africa e, sorvolando i mari, giungono da noi. Per san Gregorio papa, la rondine passa l' aqua. E dopo pochi giorni soltanto, eccole cinguettare allegre sotto le grondaie, in cerca del vecchio nido, e attorno ai campanili. Scorgerle è di buon auspicio. In Istria, dove si diceva che la rondine era cara alla Madonna, si raccontava questa leggenda75

Un giorno la Madona, co la gaveva Gesù Bambin picio, la xe andada a lavar i sui panuzi in un'aqua, che scoreva vizin de casa sua. Dopo un poco che la iera là, se ga calado zo un corvo e 't ghe ga intorbidì tuta l'aqua. Ma in quel momento passava de sora, svolando, anche una zisila. Visto 'l dispeto che gaveva fato 'l corvo, la se ga subito calà zo e intun momento la ghe ga netà l'aqua: col beco la ga ciolto su tuti i sporchezi. La Madona, tuta contenta, la ga ringrazià e benedì la zisila.

Cussì, de quel giorno, la zisila la xe sempre stada ben vista de tuti e inveze 'l corvo, dove che 'l passa, i disi che 'l porta mal.

Il che è confermato anche da due proverbi: 

Rondola sul balcon / xe de augurio bon, mentre EI corvo xe l'usel de le male nove.

Domenica delle palme

La quaresima sfociava e sfocia nella settimana santa, così qualificata dai misteri della passione e morte del Signore che vi si commemorano. La sacralità delle giornate, vissuta intensamente da tutta la comunità, si respirava nell' aria. Si incominciava con la domenica delle palme o dell'olivo, ricordando l'ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme, accolto da una folla osannante che agitava rami di palma e di olivo. L'avvenimento veniva rivissuto in una processione che, benedetti i rami d'olivo tenuti in mano dai fedeli, si svolgeva per breve tratto attorno alla chiesa. Al rientro, l'aula era una selva di rami (la gente non si accontentava di simbolici ramoscelli) ondeggianti ai primi tepori di primavera. Ma nei momenti più sacri della messa, suonando il campanello per la consacrazione, la selva sembrava un mare agitato.

Il rito solenne, che si teneva tutto in latino, era piuttosto lungo, a causa del canto del Passio secondo l'evangelo di Matteo, con personaggi a modo di una drammatica rappresentazione. Nessuna meraviglia dunque, che i giovani passassero il tempo nel tagliuzzare i rami e nell'intrecciare le foglie formando ghirlande o croci (cruseitole a Dignano), da collocare come oggetti benedetti nelle case e nei campi, in testa ai filari delle vigne. Ci piace riportare per Montona (ma vale anche per Visinada) la testimonianza del già citato Fr. Tomasi76:

A messa grande tutti i contadini salgono al paese con fasci d'olivo intrecciati a ghirlandette, a croci, ecc. Salgono a gruppi con ceri colorati e legati con nastri dai colori vivaci. Portano anche mazzi di rosmarino, di lauro, e son tutti vestiti a festa e le donne adornate delle loro lunghe e pesanti catene d'oro, dei loro grossi anelli e degli orecchini a pendenti. Durante il passio tutta questa folla s'accomoda alla meglio sul pavimento, sulle panche, sulle gradinate degli altari e seguita ad intrecciare i rami d'olivo adoperando coltelli e falcetti. Quando tornano a casa, sui loro campi, i contadini appendono le palme benedette su tre lati del podere o della vigna che sia sempre però a triangolo.

La celebrazione, specie nelle zone più lontane dal presbiterio, perdeva alquanto di sacralità, allorché i ragazzotti, non controllati, incominciavano a scambiarsi, come per gioco, dei colpetti sulla testa, servendosi dei rami, che, intinti nell'acquasantiera, in breve prosciugata, diventavano anche aspersori per schizzare i più lontani: folclore. 

Sulla bocca di tutti risuonava l'antico proverbio meteorologico: Se piovi sul'ulivo, no piovi sui vovi, e viceversa. Il detto si appoggiava al cambiamento della fase lunare. La Pasqua, infatti, si celebra la prima domenica dopo la luna piena di primavera, e si ritiene che col cambiamento della fase lunare, muti pure il tempo, cosicché il proverbio non è campato in aria.

Il ramo dell'olivo benedetto, come segno di pace, si conservava nelle case collocandolo sopra la testata dei letti; coprendosi il cielo di nembi, apportatori di tempesta, si bruciava pregando sette Gloria Patri intercalati dall'invocazione A fulgure et tempestate, libera nos Domine; serviva infine per aspergere le bestie ed i campi. Anche Diego de Castro (cit.) dà una testimonianza di questa usanza, scrivendo: «Sento ancora lo scoppiettio dell'ulivo benedetto, mentre ardeva anche il cero della "candelora", bruciato nell'imminenza di una grandinata. E questo avveniva pure in famiglie dell'alta e colta borghesia italiana dell'Istria».

Quarantore

Finita la messa, iniziava l'adorazione delle quarantore. Molte località istriane (Capodistria, Isola, Pirano, Cittanova, Rovigno, Dignano, ecc.) allestivano degli artistici altari barocchi in legno, che venivano montati sopra le strutture fisse di marmo. Il trono del Sacramento, posto al centro, sotto un ampio padiglione di damasco rosso (lo si raggiungeva con una scala mobile), era circondato da qualche centinaio di candele. I fedeli, a turno, si alternavano nell'adorazione. Per l'ultima ora di ogni giorno, giungevano le varie confraternite con i loro camici, portandosi dietro parte degli attrezzi processionali, come a Capodistria. Ma qui, dove il venerdì santo si teneva la più suggestiva processione istriana, gli organizzatori erano quanto mai attenti al tempo che avrebbe fatto il martedì santo. Il pronostico era legato alla tradizione della Madonna dei Servi, con sede in San Basso, che il martedì si recava processionalmente al duomo per l'adorazione. Ebbene, se a causa del maltempo la processione della Madonna non fosse uscita, per lo stesso motivo non sarebbe uscita neanche quella con il Cristo il venerdì santo. Se va la Madre si diceva va anche 'l Filgio, e viceversa.

Dopo il sermone del quaresimalista, l'attesa era per il canto del Miserere, in polifonia dove c'era una schola cantorum (a Capodistria del Ricci, a Isola del Basili), o a furor di popolo, secondo moduli particolari chiamati patriarchini, reliquie dell' abbandonato canto aquileiese. I cuori ne erano commossi e gli occhi umidi di lagrime. La partecipazione era imponente, tanto che la gente, per non restare in piedi, si portava (Dignano) le careghe de casa.

«Batiscuro»

Sul far della sera di mercoledì, giovedì e venerdì, invece, si cantavano i cosiddetti mattutini delle tenebre (o profezie), ossia quella parte notturna della preghiera della Chiesa, che anticipava, con ricchezza di contenuti, la liturgia del giorno seguente: lamentazioni di profeti, responsori, antifone, salmi, testi di altissima poesia e drammaticità, incentrati sulla passione di Cristo, dal tradimento di Giuda alla sepoltura. A questa preghiera, ordinariamente riservata al clero, partecipavano i notabili del luogo in grado di leggere il latino, i quali, sugli antichi toni patriarchini (portatici con la fede dalla chiesa madre di Aquileia), ricchi di melismi, intonavano con sussiego, come in una piccola passerella delle vanità, lamentazioni con l'invito finale alla conversione (Jerusalem, converte re ad Dominum Deum tuum) e lezioni, alternandosi con i sacerdoti. Quante prove nel segreto delle case, che vedevano uscire dai cassetti libri ingialliti con l'ufficio della Settimana santa, dove la stampa della effe si confondeva con la esse.

Alla conclusione di ogni salmo si spegneva una delle quindici candele del grande candelabro a triangolo (rastel), posto al centro del presbiterio. Gli ultimi sei lumi dell'altare venivano estinti mentre si eseguivano i versetti conclusivi del cantico Benedictus Dominus Deus Israel. La candela posta al vertice del triangolo, invece, non veniva spenta, ma veniva nascosta dietro l'altare, sino alla conclusione dell'Ufficio. Questa estinzione dei ceri in sequela regolare voleva significare l'abbandono degli apostoli e dei discepoli di Cristo, rimasto solo a bere il calice della passione. Una così interminabile cerimonia veniva seguita con grande attenzione ed impazienza dai ragazzi (ma quanti si addormentavano!) e dai giovani, i quali, armati di raganella (crotalo, trapatàcola, scrasola, crozola, scargata) o di lunghe bacchette di nocciolo, di lodogno o altro, aspettavano la fine, che il celebrante cioè desse il segnale per scatenare nell'oscurità il terremoto che accompagnò la morte del Signore, tutto in armonia con le rubriche: fit fragor et strepitus aliquantulum. Veramente non era mai aliquantulum. Ecco perché questi mattutini delle tenebre venivano denominati volgarmente del batiscuro o bati in scuro.

Qualche cronista ha favoleggiato che, nei brevi minuti di oscurità, c'era sempre il monello malizioso che ne approfittava per saldare le gonne delle signore con aghi di sicurezza e perfino con regolari punti di ago e filo, quando non ricorrevano a qualche puntina: fantasie!

Giovedì santo

Il giovedì mattina, commemorandosi l'ultima cena, si chiudeva il Gloria con il :uono gioioso dell'organo e delle campane, ai quali, subito dopo, veniva imposto il :ilenzio sino alla risurrezione. Le campane - si diceva - xe andade a Roma, o le xe ligade. Gli annunzi del mezzogiorno e dell'inizio delle funzioni serali venivano dati (nei uoghi minori l'orologio era una rarità) dai ragazzini del paese, i quali avendo a tracola la propria scrasola, giravano per le strade intercalando le scrasolade con il grido adatto al momento: xe 'l segno del mezogiomo, oppure, verso sera: venite al batiscuro, o ancora: venite a la messa granda. Per la mularia era un divertimento da matti, con la raga consapevolezza di prestare un servizio alla comunità: non partecipare sarebbe stata una vergogna, un credersi chissà chi. Anche nelle chiese il suono dei campanelli reniva sostituito dal rumore di una raganella manuale, di dimensioni più piccole77

Il Sacramento, dopo la messa del giovedì, veniva custodito nel santo sepolcro, attorno al quale ardevano alcuni ceri e molti lumini ad olio, sistemati in mezzo a piatti li steli di frumento, più gialli che verdi, perché fatti germogliare alI' oscuro. E tanti fiori li giacinto dal forte profumo, passiflore e rumanie (violacciocche), viole di campo e lualche ramo di pesco: fiori che crescevano negli orti di casa e che facevano tanto prinavera. Davanti a quel sepolcro non mancavano mai le guardie, uomini, donne e giorani che a turno adoravano in silenzio. Sotto l'Austria, come guardia d'onore, partecilava sempre un gendarme, forse in ricordo di quelle guardie del sinedrio poste a custolire il morto Gesù.

Se vi capita di transitare per la statale da Visinada al bivio Tizzan, subito dopo Ferenzi, sulla sinistra, troverete due cappelline affiancate, nel cui interno, raro esempio li arte popolare, è raffigurato un Sepolcro, dove le guardie sono dei modellini dei gendarmi austriaci.

Il giovedì la gente istriana, fin dalle ore antelucane, assediava i confessionali per poter adempiere il precetto pasquale. In qualche luogo, invece (Gallesano) il parroco portava processionalmente la comunione agli infermi. Nelle cittadine, Trieste comprea, ciò avveniva la domenica in albis, la prima dopo la Pasqua. Ma qui si voleva soltanto sottolineare la serietà con cui si prendeva l'osservanza del precetto pasquale. Il quale precetto doveva venir assolto nella propria parrocchia: i foresti non erano gradii. Si pensava, infatti, che i peccati gravi depositati fuori del proprio luogo confondesero il Signore, il quale avrebbe potuto mandare i suoi castighi, tra cui la tempesta, non opra il luogo di residenza del peccatore, ma sopra il luogo dove questi aveva vuotato il suo sacco di colpe.

Venerdì santo e la processione notturna

Il venerdì santo, di mattina, si celebrava la liturgia dei presantificati (volgarmente detta messa a la riversa), perché non c'era consacrazione, ma soltanto la comunione del celebrante con l'ostia consacrata il giorno prima (presantificati). L'elemento più appariscente di tutta la funzione era lo scoprimento e l' adorazione della croce, che i sacerdoti facevano a piedi scalzi. I fedeli, a funzione finita, si avvicinavano al Cristo crocefisso trascinandosi a ginocchioni, per il bacio delle cinque piaghe. 

Gli agricoltori non aravano ne zappavano per non disturbare il sonno del Redentore e non fargli male smovendo la terra. E si digiunava (el venere santo, digiuna anca i usei) e si pregava.

Le nonne nelle case cantilenavano ai nipotini antiche laudi e filastrocche. A Rovigno, Pirano e Capodistria era popolare una lunga lauda della passione, che dall'orazione nell' orto (Nell'orto immantinente, / rivolge le sue piante, / il buon Gesù costante / al Padre per ritornar), narrava con fervida fantasia tutta la storia sino alla morte in croce: In cumpania dei anzoli, / in cumpania dei santi, / co la su' madre in pianti / in siel va 'l Signor:

Molto antica anche la filastrocca che univa alla passione del Figlio quella della Madre:

La matina del vene re santo,
la Madona con gran pianto, 
con gran pianto con gran dolor 
al legno de la croce si ritrovò,
stretamente l' abraciò,
dolcemente l' adorò, 
dicendo: questo xe 'l legno,
questa xe la croce, 
dove xe morto el mio Filiolo,
santo e degno...

Le donne di casa, intanto, impastavano e, a turno, rostivano le pinze: dai forni usciva un profumo stuzzicante che riempiva case e strade. Anche quei buoni odori facevano parte della Pasqua. A Capodistria, secondo una gustosa conversazione riportata da P. Semi, la preparazione delle pinze e delle titole veniva, da qualcuno, anticipata di un giorno78. Sentite:

- Doman xe sioba santo. Mia gnagna la fa le pinse. 
- E mia mama la fa le titole col vovo rosso. 
- Rosso? Come la lo pitura? 
- Co' la scorsa de sevola. 
- Alora el vovo spussarà. 
- Gnanca un poco. No resta nissun odor: 
- Come ti le magni ti le titole? 
- Le sopo int' el café. E le pinse, invessi, le magnemo per dolsi dopo el pranso. Ma mio nono ghe ne vol una in tola ancora calda sioba santo, perché a dise che la vera Pasqua se proprio sioba santo. Ti sa, el vecio a xe goloso. Lu a sopa la pinsa calda int'el vin bianco.

Avvicinandosi la sera, in chiesa si cantava 1'ufficio del batiscuro e si teneva la predica della passione, il cui momento più emotivo era dato dal colloquio che l'oratore intesseva con il Crocifisso, tenuto in mano o recato dinanzi all'altare, come un'apparizione. Intanto fuori iniziavano i preparativi per la grande processione notturna (si organizzava nelle terre che furono della Serenissima), con una partecipazione corale di tutta la comunità. In testa il Crocefisso, circondato dalle raganelle dei ragazzi (a Gallesano la grande grila) e dietro tanta gente. In molte parti usciva anche la croce con su appesi gli strumenti della passione, il cui portatore (l'ufficio si tramandava di padre in figlio), in camice bianco e piedi scalzi, rappresentava il Cristo in viaggio al Calvario. Sotto il baldacchino, attorniato da fanali più o meno pregiati, la reliquia della croce, se la possedevano, o anche il Sacramento (a Rovigno velato), il gruppo dei cantori e dietro la massa delle donne. In qualche parte, come a Cittanova e a Montona, partecipavano anche le bande, impegnate nell'esecuzione di marce funebri, circondate dai ferai per permettere ai suonatori di leggere la musica79. Questa semplicità e quasi povertà di attrezzi ed insegne, non era conosciuta a Capodistria, che ne sfoggiava con tale ricchezza, da chiamare questa manifestazione di fede «la processione degli ori», di grande richiamo turistico.

Quanta commozione e quanti occhi lucidi mentre le vie e le viuzze dei nostri luoghi, rischiarati da innumerevoli candele e lumini ad olio, posti sulle facciate e sulle finestre delle case, e sui muri degli orti, si riempivano del canto appassionato del salmo davidico Miserere mei, Deus, intercalato, tra un versetto e l'altro, dagli improperi del Popule meus. A Rovigno il corteo notturno si arrestava per ben tre volte per dar modo al numeroso e possente coro virile di far sentire l'antico modulo del Popule meus, caratteristico di questa processione, com'era particolare quella sfilata dei fioi, ch'i purtiva la Cruz, la Tunica, el Linziòl, i Ciudi, el Fassulito da la Veronica, duta ruoba da du-tri sieculi, ancura d'i tempi da Vanessia... A Montona, caso unico in tutta l'Istria, è stata registrata una versione dialettale di questo canto lamentoso, la cui esecuzione, per la comprensione del testo, commoveva la gente tutta: Popolo mio, coss' te go fato a ti ? in che t' ò dà pena? rispondime a mi80.

E al rientro in chiesa non era ancora finita: si intonava, infatti, lo Stabat Mater, l'antica sequenza di Jacopone, in latino, ma anche in volgare in una parafrasi ottocentesca.

Stava Maria dolente,
senza respiro e voce, 
mentre pendeva in croce
del mondo il Redentor.

La superstizione, però, si annidava anche tra le pieghe della pietà del venerdì santo. Durante la processione non si dovevano lasciare in casa i bambini soli, per non trovarli, in istato confusionale, giù dal letto o fuori della porta di casa. Per questo si portavano fuori, ai margini della strada dove transitava il corteo, e le nonne, con le creature in braccio, lo attraversavano per almeno due volte (Dignano): i ragazzini sarebbero stati così preservati dai vermi81. Si pensava pure che le condizioni meteorologiche del venerdì santo avrebbero influenzato quelle di tutto l'anno: El vento del vene re santo, domina l'anno duto quanto, ed anche: Co' piovi de vene re santo, la tera se spaca.

Sabato santo

Sabato santo, le campane torna de Roma. La cerimonia liturgica della risurrezione, infatti, veniva anticipata al mattino del sabato.

Particolarmente attesa era la benedizione novi ignis, del nuovo fuoco. Ad esempio a Montona, dove dalla grande catasta il sagrestano levava i tizzoni spenti, riempiendone un sacco per portarli nelle case del paese e nelle vicine campagne, dicendo: Eco el fogo novo82. Ne riceveva una qualche mancia. Si credeva che quei tizzoni fossero assai efficaci per tenere lontani i temporali.

Abbondante pure l'acqua benedetta per il fonte battesimale e per l'uso domestico che se ne faceva. Era, però, un'acqua meno potente di quella benedetta la vigilia dell'Epifania.

Al suono del Gloria di risurrezione c'era veramente festa. Come d'incanto in pochi istanti cadevano i veli violacei che dalla prima domenica di passione coprivano le sacre immagini, e riapparivano i colori e gli argenti. L'organo scatenava i suoi ripieni e le ance, i canti cessavano di essere popolari ed entravano in scena le scholae cantorum. Non c'era luogo, grande o piccolo, dove non si eseguisse una qualche Regina coeli laetare: popolarissima per quasi un secolo quella di Luigi Ricci, il maestro della cappella civica di Trieste. Il popolo partecipava ancora in massa allo spettacolo di fede, ascoltando e guardando.

A Montona, le mamme portavano in chiesa tutti i bambini, anche i più piccoli, vestiti degli abiti di festa, con nastrini e fiori, tentando che muovessero i primi passi. Al Gloria, grandi e piccoli si lavavano gli occhi con l'acqua appena benedetta. Ma quanti non potevano essere presenti in chiesa, al sentire le campane correvano a bagnarsi gli occhi. Era un' abluzione, non per vedere meglio soltanto fisicamente, ma anche per acuire lo sguardo della fede, confessando di credere nella risurrezione del Signore. Ricordiamo che allorche nel 1951 fu ripristinata l'antichissima veglia pasquale, con l'apertura del Gloria a mezzanotte, la gente comune era molto preoccupata e si domandava: ma come faremo a quell' ora a bagnare gli occhi ai nostri bambini? E i liturgisti sorrisero beati: una superstizione di meno.


Note:

  1. G. RADOLE, Giochi..., cit., n. 76.
  2. FR. TOMASI, cit., 12.
  3. N. FERESINI, Il Teatro..., cit., 29.
  4. H. MARIN, Elegie istriane, Milano 1973, «San Pietro in Selve», 95.
  5. AA.VV., Dignano..., cit., 212-213.
  6. G. RADOLE, Settanta... cit., 53.
  7. FR. TOMASI. cit., 12; cfr. anche AA. vv., Cittanova..., cit., 56. Giova ricordare che il Rituale Romanum, in occasione della festa dell'Invenzione della S. Croce (3. maggio) prevedeva una benedizione delle croci che venivano poi infisse «negli ortI, nelle vigne, nel campi e In altri luoghi per allontanare il fragore della grandIne, l'assalto del turbine, l'impeto della tempesta e qualsiasi altra molestia diabolica".
  8. Le raganelle, oltre ai nomi già riportati, venivano denominate anche zigale, batitangoli. crepitacoli. Il suono delle campane nei centri minori e per le case sparse, assolvevano a vari compiti e principalmente di orologio della comunità. Quelle del mattino segnavano l'inizio del nuovo giorno, quelle delle ore dodici il mezzogiorno e l'avemmaria serale, mentre la campana dei morti, la fine del giorno con l'invito a ricordare i defunti. Nelle domeniche e feste, al suono a distesa che accompagnava l'elevazione della messa grande, le donne di casa gettavano la pasta, che, di lì a poco, sarebbero rientrati gli uomini per il pranzo.
  9. FR. SEMI. Ciàcole..., cit., n. 121.
  10. Per Montona riportiamo parte della descrizione fatta da L. MORTEANI. Storia di Montona. Trieste 1982, 1963, 215-216. «La processione esce dalla porta del castello... e rientra in chiesa sfolgorante di luce. Le porte e le finestre delle case sono illuminate ed ornate di scene rappresentanti i fatti della passione di Cristo; ma lo spettacolo più bello si gode dalle mura del castello, da cui si vedono le ville ed i gruppi di case sparse, illuminati con croci e con segni fatti sulle colline col mezzo di lumicini messi in piccoli pali ad un metro di distanza, i quali, visti da lontano. sembrano riuniti e distesi sulla terra e fanno curioso contrasto colle ombre della notte». La luminaria si fece sino alla seconda guerra mondiale.
  11. Il testo, della cui esistenza abbiamo avuto conferma dal nostro informatore Agostino Ghersa, è riportato da FR. BABUDRI, Fonti..., cit.. 55.
  12. D. RISMONDO, Dignano..., cit., 245.
  13. E. RABUSIN, Settimana Santa, «4 Ciacole soto la losa», n, 1963,14-16, dov'è registrato anche il detto: Xe de sem pre in uso / de lavarse de sabo santo el muso.

Ristampado da:

  • Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 97-107.
  • Top image - Salvador Dali's "Last Supper".

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Created: Tuesday, November 26, 2002; Last updated, Wednesday, March 05, 2008
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