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Winter
Customs and Traditions
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Mosaic of the Magi, from a church in Ravenna

Benedizione dell'acqua ed Epifania

La vigilia dell'Epifania, o dei Tre re, era attesa per la solenne benedizione dell'acqua (collocata dalla liturgia preconciliare prima della messa), in una quantità da non credere: se ne riempiva, infatti, una grossa tinozza. 

Il rituale romano prevedeva anzitutto il canto delle Litanie dei Santi e di salmi, cui seguivano, da parte del celebrante, un primo lungo esorcismo contro satana e gli angeli ribelli (cessate - si diceva - di ingannare le creature umane, e di propinare loro il veleno della perdizione...), un secondo sul sale ed un terzo sull'acqua (dove sarà aspersa quest'acqua sia tenuta lontana ogni insidia del nemico...). La lunga funzione si concludeva con il canto del Te Deum. Le rubriche specificavano anche sull'impiego che si doveva fare di quest'acqua, benedetta con tanta solennità: che i fedeli la usino nelle loro case e per aspergere gli infermi. Non si parla d'altro; la gente, però, ne attingeva bevendola subito come medicamento sicuro per il corpo e lo spirito. A casa poi ne portava dei fiasconi, ritenendola molto efficace contro tutte le diavolerie (ad abigendos demones), contro le malattie misteriose (sit sumentibus salus mentis et corporis) e contro l'onnipresente malocchio (liberetur a noxa).

A Montona, l'acqua benedetta veniva portata nelle case più abbienti (e forse meno credenti) dai chierichetti, cui veniva consegnata dal parroco. Ne ricevevano una mancia.

Una nota ottocentesca ricorda che gli slavi istriani «hanno divozione grandissima per l'acqua benedetta nella vigilia dell'Epifania. I più vecchi di casa aspergono con quella le loro case, le loro campagne, e ne tengono in serbo, massimamente per cospargeme i loro malati»55.

La vigilia dell'Epifania a Barbana era tradizione che la padrona di casa preparasse sulla tavola un paneto de pan conzà e una bucaleta de vin bianco, sistemando attorno al focolare tre seggiole per i Tre re magi.

Ritornando sui nostri passi, la sera della vigilia, nella zona di Barbana (non abbiamo notizie se anche altrove), la padrona di casa preparava sulla tavola un paneto de pan conzà ed una bucaleta de vin bianco, sistemando attorno al focolare tre seggioloni, Il tutto per i santi Tre re magi dalla barba bianca, i quali nel loro viaggio alla ricerca del Bambino, transitando per di là, potessero riposarsi e rifocillarsi un po', prima di rimettersi in cammino. 

La mattina dell'Epifania (Epifania, Befània, Befana, Rodia), il capofamiglia, a nostra memoria, con l'acqua benedetta aspergeva la casa, le stalle ed i campi. Il tutto doveva compiersi prima dello spuntar del sole. Giunto sul suo campo, senza aver scambiato lungo la strada ne una parola né un saluto con chicchessia, si inginocchiava e recitava la seguente breve formula, da noi raccolta a Barbana: De sta santa tera 'sai lontan lì / Dio tegni ogni malan: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen, tracciava il segno di croce ed aspergeva. Altrove aspergevano tracciando soltanto la croce. Gli agricoltori di Dignano aspergevano con l'acqua benedetta i quattro angoli dei loro campi più tardi, il 25 gennaio, festa della conversione di san Paolo.

In tutti i paesi per l"Epifania era uso che gruppi di ragazzi andassero di casa in casa a far la questua. A Cherso la richiesta dei doni era dttagliatissima: castagne e dindio rosto.

Durante la messa parrocchiale dell'Epifania era particolarmente atteso, dopo il canto del Vangelo, l'annuncio solenne56, prima in latino e poi in volgare, delle feste mobili dell'anno (il calendario nelle case era una rarità), lo stato demografico della parrocchia (nati, morti e matrimoni) e quello morale, con commenti anche pepati. Nel pomeriggio, brigate di giovani visitavano le famiglie per cantare la lauda della stella o dei Tre re, che veniva ascoltata con raccoglimento, in piedi. Alle parole «questo Santo è il vero Messia», si levavano il cappello inchinando il capo, come il prete in chiesa all'Et incamatus del Credo. La compagnia era formata dai tre re (Baldassar, Melchior e Gaspar) e da uno stelante, che in cima ad un'asta portava una stella luminosa, posta in continuo movimento da una cordicella, perché la candela posta sull'asse interno non la incendiasse. Era, questa stella a cinque punte, modellata su di un'intelaiatura di legno, rivestita di carta bianca, punteggiata da tante stelline colorate. Gli altri personaggi della brigata erano il cassiere o capo, che chiedeva rispettosamente il permesso di entrare e di cantare, ed i mussi, che trascinavano dietro due damigiane per raccogliere le offerte di vino, bianco o rosso, e dei canestri per le uova e le salsicce. Faceva colore anche il codazzo dei ragazzini. Nessuno avrebbe chiuso la porta a questa specie di sacra rappresentazione: essa rinverdiva di anno in anno una tradizione che ab immemorabili aveva esercitato un suo fascino sui piccoli e sui grandi, riuscendo ad affratellare i paesani con la storia della nascita del Redentore e della visita dei Tre re. 

Riportiamo anche il cerimoniale particolareggiato di Cittanova che ci sembra notevole per i sentimenti che vibrano nella descrizione. «Fra Natale e l'Epifania i Cantori del coro parrocchiale, reggendo una grande stella illuminata, visitavano le case del paese e cantavano la venuta dei Re Magi a Betlemme. Quando si sentivano arrivare, tutti scendevano nell'atrio e in silenziosa ammirazione ascoltavano l'annuncio di quell'importante fatto storico. Di solito ai cantori si offriva un bicchiere di vino e la "bona man" (una piccola mancia) prima che riprendessero il percorso per le vie del paese. Tutti li ricordano con tanta simpatia e conservano nei loro confronti una sorta di gratitudine per il momento magico e la dolce emozione offerta quasi a coronamento di un indimenticabile periodo di festa che allietava lo spirito ed il corpo»57.

Tra i molti testi raccolti, il più diffuso (Barbana, Gallesano, Dignano, Visignano, Trieste, ecc.), con leggere varianti da luogo a luogo, era il seguente, di cui trascriviamo soltanto alcune strofe58

Noi siamo i tre re d' Oriente,
abbiam visto la gran stella
la qual porta novella
del Signore.

...

Abbiamo molto camminato
seguitando la gran stella, 
dall'Oriente in questa terra
la notte e '1 giorno.

E noi andiamo per questo contorno
se lo possiamo ritrovare,
noi vogliamo adorare
quel gran Signore. ecc. 

Ricevuti i doni, la brigata proseguiva nel suo giro, estendendolo talvolta alle campagne dove, pur essendo slavi, accettavano un canto in italiano. Il tutto finiva in una colossale mangiata: fritaia co le luganighe

In Istria l'Epifania, che non s'era trasformata se non raramente in «Befana», non dava occasione per fare regali ai bambini: bastava san Nicolò, il quale tuttavia, come a Pirano e in qualche altra località, era sostituito proprio dalla Befana. Troviamo, così, che a Buie, dov'era denominata Didòdisa, in quanto veniva dodici giorni dopo il Natale, lasciava i suoi doni nella calza appesa sotto la cappa del camino. Nella vicina Portole, invece, la chiamavano Marantega (che può significare anche vecchiaccia brutta e brontolona) e anche lì lasciava nelle calze picade a la cadena del fogoler, dolci, nose e zogatoli per i putei boni e per quei cativi senere, tochi de carbon e bachete. Il Babudri in una leggenda, raccolta a più riprese nell'interno dell'Istria, identifica la Befana con Rodia, nome che la leggenda dà a Salomè, la figlia di Erodiade, la quale, in punizione d'aver fatto decapitare san Giovanni Battista, trascinata come da una furiosa bufera «che mai non resta», deve vagare per i cieli, senza trovare mai requie.

Solo la note de la vigilia dei Tre Re sta Marantega deventa bona e drento in un saco la ghe porta ai fioi ne le case, bomboni e zogatoli. Inte le case la vien de note, co duti dormi. Le fameie le prepara fra le lastre de le finestre, opur picada su la cadena del fogoler una calza, che ghe servi a ela per meter i regali. Su la tola se meti una candela benedida e un ramo di ulivo benedido, ma senza foia, perché le foie se le distira per tera, torno la tola, opur su la tola torno la candela benedida. Guai se de note uno sta spetarla. La slonga zo del camin una gamba nera e pelosa, che fa tremar solo a vèderla. Per strada po' no bisogna andar quela note: chi che la incontra, la lo bati col fuso de fero, e calchi volta anca la podaria copar: Ma quela note la fa del ben ai fioi per la gola de esser batisada de san Zuan, ma no la ga sto bagolo (sodisfazione). Passada la Pifania, la torna a vagabondar per el mondo senza pase...59.

Una piacevole conversazione, registrata dal Semi, prova che anche a Capodistria se credeva la stessa cosa:

- Nono, còntime la fiaba de la Rodia. 

- La Rodia la riva co 'l saco dei regali per i fioi boni, co 'l saco del carbon per quei cativi. La ven su per la porta de la Muda, la fa el rato de santa Margarita, la se senta sul cantòn de Fieri, a rente del ginasio... 

- Cossa, nono, la vol studiàr? 

- La ga studià anca massa. Po' la va in Brolo, la va ai Carmini, la ghe dise a san Giovani: «Giovani, batesime!» e lu a ghe rispondi: «Un altro ano, Madona». Po' la monta su la scova, la svola sui camini e la porta i regali a i fioi che ga messo la calsa. 

- Cossa la me portarà a mi 'sto ano, nono?

- A ti? Ma, stemo a vardàr. Chi sa che no la te porti fighi suti e carobe...

- La pol anca tignirseli. Mi volaria, volaria...

- Forsi un àseno che svola?

- Mejo saria un chilo de cicolata co' le mandole... 

- Ti xe un bel goloso, ti sa...60

La Befana ebbe in Istria il suo momento di popolarità quando, nell'ambito delle scuole, si trasformò in «fascista», beneficando gli alunni più bisognosi con consistenti donazioni soprattutto in vestiario. 

Per la gioventù, infine, la giornata tanto attesa si colorava di un carattere profano: iniziava il carnevale con tanta voglia di ballare. Il che viene confermato dall'antico proverbio: L'Epifania tute le feste la scova via, ma po' vien quel mato de cameval, che tute indrio le fa tornar:


Note:

  1. In «L'Istria», II, 1847, nn. 22-23. Non sappiamo dove vigeva l'usanza riportata da FR. BABUDRI, Fonti..., cit., 51, di far intervenire alla benedizione dell'acqua, prima del solenne Te Deum «tre bimbetti, vestiti da pretini: quel di mezzo con in testa un tricorno e in mano un crocifisso d'argento, gli altri due con i ceri in mano». Il popolo li considerava «tre angioli del Bambino Gesù, e li riteneva capaci di aggiungere la benedizione della loro innocenza a i quella rituale». Non abbiamo sentito parlare neppure di quanto riferito da T. LUCIANI, Tradiziani popolari albanesi, Capodistria 1892, Bologna 1977, 83, il quale scrive che un «fanciullino messo a festa con nastri, gale, collane, medaglie, interviene fra i sacerdoti alla benedizione solenne dell'acqua la vigilia dell'Epifania, fanciullo cui si dà il nome di Compare dell'acqua».
  2. La proclamazione era chiamata «Canto del noveritis». dalle prime parole del testo latino: Noveritis fratres carissimi
  3. AA.VV., Cittanova..., cit.. 74. 
  4. Per il testo e la melodia cfr. O. RADOLE, Canti..., cit., I, n. 19a e G. TARTICCHlO, cit., 87-88.
  5. FR. BABUDRI, cit., 272. 
  6. FR. SEMI, Ciàcole istriane e triestine, Ravenna 1981, 58-59.

Tratto da:

  • Text - Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 78-82.
  • Music (playing in the background) - "We Three Kings of Orient Are", words and music by John H. Hopkins, Jr. (1820-97), 1857. (Hopkins wrote this work as part of a Christmas pageant for the General Theological Seminary in New York City.) - http://tcmfiles.homestead.com/WeThreeKings.html

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Created: Sunday, November 03, 2002; Last updated, Sunday, December 06, 2015
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