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Winter
Customs and Traditions
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Da Sant'Antonio abate, san Sebastiano (con san Rocco) e san Paolo

Il 17 gennaio si festeggia sant'Antonio abate, la cui popolarità non deriva né dal suo austero romitaggio, né dalle lotte sostenute con lo spirito del male, ma per essere egli protettore di tutti gli animali domestici. Avendolo l'iconografia rappresentato col bastone dell'eremita, avente in cima una croce ed un campanello, col libro delle preghiere, in veste di mendicante e con accanto un maialino, simbolo delle tentazioni diaboliche cui fu sottoposto, il lavoro dell'immaginazione popolare associò al Santo l'idea della protezione degli animali. In seguito, nelle raffigurazioni, accanto al maiale fu collocato un nugolo di animali domestici ed un focherello. Perché le fiamme? Ma perché il Santo seppe domare il fuoco delle passioni. Anzi, secondo la leggenda, apparsogli il demonio nelle vesti di una formosa donzella, egli, acceso del fuoco sotto una graticola e salitovi sopra, la invitò a giacere al suo fianco. Il diavolo scornato se ne fuggì e l'eremita fu accolto in paradiso. Da qui il ricorrere al Santo per la guarigione dall'erpete, detto volgarmente fogo de sant'Antonio.  

E l'immagine del santo abate, così trasformata, veniva esposta nelle stalle al fine di proteggere gli animali.  

Durante la messa del 17 gennaio, i campagnoli facevano benedire il sale per gli animali, perché gustandolo fossero esenti da ogni malattia e custoditi dalle incursioni del maligno. In altre parti gli animali stessi venivano radunati sul sagrato o nella piazza del paese, per la benedizione di sant'Antonio. Altrove ancora, il parroco, accompagnato dal sagrestano con sulle spalle un paio di bisacce, prima o dopo la festa, passava per i villaggi a benedire le stalle delle pecore (i tigòri), perché fossero difese da ogni male, ricevendone in cambio una forma di formaggio pecorino (formaiela de pegorin). Alla fine due terzi della questua andavano al parroco ed un terzo al suo aiutante.  

Come proverbio del giorno si diceva: 

A sant'Antoni de la barba bianca, 
se no xe piova, la neve no manca.
 

l martire san Sebastiano (20 gennaio) godeva di vasta popolarità non solo per essere nunzio di una assai improbabile primavera, come si evince dal proverbio: 

San Bastian co la viola in man
se nol vien co la viola,
el vien co la tremariola, 

ma più per essere stato invocato dalle genti d'Europa, insieme con san Rocco, il quale «in ogni angolo della cristianità esercita le parti validissime di protettore contro le mortifere pestilenze». A peste, fame et bello, libera nos Domine, si pregava nelle Litanie dei santi: tre mali che colpivano di solito uno dopo l'altro: guerra, fame e peste.  

L'iconografia tradizionale rappresenta san Sebastiano nelle sembianze di un giovane vigoroso, legato ad un albero, trapassato da tante frecce, che non gli diedero, però, la morte, per la sua fede nella potenza del Signore. Abbandonato, infatti, dai carnefici, che lo credevano ormai finito, fu soccorso e curato da una pia donna cristiana. Guarito e fattosi vedere in pubblico, fu ripreso e, per ordine dell'imperatore Diocleziano, sottoposto al supplizio della battitura con le verghe, finché non rese l'anima a Dio. Era il 20 gennaio, circa l'anno 280.

Nel Medio Evo venne invocato come patrono degli appestati: una invocazione che ha degli addentellati addirittura precristiani, con l'antica mitologia greca. Il richiamo è al primo canto dell'Iliade quando Apollo, il dio provocatore e sanatore delle pestilenze, scende irato dall'Olimpo con un carico di frecce tintinnanti sulle spalle. Per nove giorni spicca dal suo arco mortifere saette contro l'esercito greco, colpendo giumenti, veltri e uomini, che cadono esanimi a terra. Si credeva, infatti, dagli antichi che la peste e le epidemie fossero delle saette scagliate dalla divinità in punizione dei peccati. Ecco perché il popolo cristiano si rivolse a san Sebastiano, che era uscito vivo dal supplizio delle frecce, per implorare da lui immunità e guarigione. Molte persone portano addosso degli spilli in forma di frecce d'oro o d'argento, senza sapere che quegli ornamenti, detti frecce di san Sebastiano, furono adottati molti secoli fa come talismano per tener lontane da sé le convulsioni e la peste.  

Più tardi pellegrini ed appestati, abbandonato san Sebastiano (impietoso il proverbio: i santi veci no fa più miracoli), preferirono rivolgersi a san Rocco, un nobile francese di Montpellier che, dopo aver venduto i suoi beni distribuendoli ai poveri, partì pellegrino per l'Italia, esercitando per dove passava la carità dell'assistenza agli appestati. Rimasto contagiato egli stesso, morì a Piacenza nel 1327.  

Viene raffigurato solitamente nell'aspetto di un romeo indossante il «sanrocchino» (il caratteristico mantello con cappuccio) sollevato dalla sinistra in modo da scoprire una piaga bubbonica sulla gamba, una borsa a tracolla, il bordone nella destra con in cima appeso un campanello per avvisare la gente della presenza di un appestato, e un cane misterioso accanto, lo sguardo fisso agli occhi del santo, in attesa di consegnarli un pane, unico suo nutrimento durante il ritiro eremitico in attesa della morte.  

Molte chiese e altari sono stati dedicati dalla pietà cristiana ai santi Sebastiano e Rocco, di solito abbinati nelle preghiere contro le pesti, quando per esserne preservati non c'era altro che la misericordia di Dio. Ma delle copiose raffigurazioni di questi due santi, di incantevole bellezza ci sembra quella della pala del Duomo di Capodistria, opera di Vettor Carpaccio, dove la Vergine col Bambino in trono è fiancheggiata da un gruppo di santi, tra cui san Sebastiano che porta infissi i dardi nell'armonioso nudo suo corpo, e, a lui di fronte, san Rocco che indica la piaga dell'alta coscia.  

Delle chiese erette in Istria a san Rocco, ricordiamo soltanto quella cinquecentesca nel Borgo Marciana di Pirano, dove veniva cantata una lunga lauda biografica, che fa morire il Santo in patria, ma le sue reliquie da Piacenza sarebbero state portate a Venezia per essere custodite nella chiesa e Scuola di san Rocco, dipinta dal Tintoretto. Riportiamo integralmente per la sua rarità sia la lauda che una sequenza in latino della liturgia aquileiese, cui sembra andassero, per la sua brevità, le preferenze dei devoti61:

Lauda

O Santo, a Te che al prossimo /nel dar soccorso e aita  
formavi tua delizia, /sponendo la tua vita, 
a Te sia laude e onor.  

Pieno di zelo fervido / Tu fosti ognor sospinto
a sollevar il misero / dal fiero morbo avvinto
coll'opra e col pregar.

Quando per tutta Italia / si scatenò la peste,
menando strage orribile / e le sue genti meste
vivevan nello squalor.  

Da Montpellier tua patria, / per le città e castella
volasti al par d'un Angelo / in questa parte in quella
gl'infermi a consolar.
 

Oh! quanti, quanti liberi / furon dal male atroce
con viva fe' segnavali / col segno della croce
e dispariva il mal.
 

Tu pur da lue venefica / colto, in Piacenza andasti
nel vicin bosco a vivere, / dov'ogni dì tuoi pasti
fornia di pane un can.
 

Indi da lungo esilio, / cessato ogni flagello,
pieno di gloria e merti / tornasti al patrio ostello,
dormisti nel Signor.
 

Iddio che giusto premia / dei suoi cultor la fede,
il dono dei miracoli, / o Rocco, a te concede,
qual premio a tua virtù.
 

E la tua cara immagine, / panata in processione
dal Costanziese popolo, / crebbe la divozione
per Te gran protettor.
 

E sull'istante sparvero / dalla città i vestigi
di pestilenza orribile, / e ovunque dei prodigi
per Te si rinnovar.
 

Dal del, Rocco piissimo / ascolta i nostri accenti,
prega per noi l'altissimo / che dal contagio esenti
dell'alma e corpo andiam.
 

E che a tuo esempio fervido / si trovi in noi, gran Santo,
il vero amor del prossimo / e vi dimori tanto
che ne conduca in ciel.
 

Sequenza  

Ave Roche sanctissime, / nobili natus sanguine,
crucis signatus schemate / sinistro tuo latere.
 

Roche peregre profectus / pestiferae mortis ictus
curasti mirifice / tangendo salutifere. 

Vale, Roche angelice / vocis citatus flamine
obtinuisti deifice / a cunctis pestem pellere. Amen.

Gli abitanti di Albona avevano, però, un altro motivo per venerare san Sebastiano, per la cui intercessione respinsero un proditorio attacco degli Uscocchi alla loro cittadina, nella notte fra il 19 e il 20 gennaio 1599. Fu vittoria di tutto un popolo, che si impegnò oltre ogni limite per respingere quei feroci pirati (spalleggiati dall'Austria causarono ripetuti danni e lutti all'Istria veneta) intenzionati di mettere a ferro e fuoco il piccolo luogo, posto ai confini della Dominante. In ricordo di quel fatto d'arme, gli albonesi, con voto unanime, decisero di celebrare in perpetuo l'avvenimento con una messa, che fosse di ringraziamento a san Sebastiano e di suffragio per i caduti nello scontro. Quegli avvenimenti, mai dimenticati, e quella promessa, mai rinnegata, vengono annualmente tuttora commemorati: momento di aggregazione comunitaria religiosa e civile dei numerosi albonesi in esilio. La vicina Fianona, invece, più sfortunata cadde in mano degli Uscocchi, che, tra l'altro, scuoiarono tale Gasparo Colavini, morto gridando: Viva san Marco! Il 25 gennaio, conversione di san Paolo sulla via di Damasco, veniva ricordato per le previsioni del tempo in riferimento a tutto il ciclo annuale: Purché san Paolo no faza scuro, de le calende no me ne incuro. Ossia, se il giorno di san Paolo il cielo è sereno, dicano i lunari ed i calcolatori delle calende quel che credono, il raccolto delle intrade sarà certamente buono.

Note:

  1. Abbiamo trovato i due testi nel volumetto In himnis et canticis. Antologia di laudi sacre in use nella Parrocchia di s. Giorgio M. in Pirano, Parenzo 1937, 76-79..

Tratto da:

  • Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 83-86.

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Created: Saturday, February 01, 2003; Last updated, Sunday, December 06, 2015
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