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Winter
Customs and Traditions
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San Silvestro e Capodanno 

L'ultima notte dell'anno offriva un'altra occasione, a chi ne aveva la possibilità, di bagordare. Il cenone, con cibi grassi e profusione di vini, si preparava lautamente, specie nelle famiglie dove c'erano ragazze da marito, già fidanzate o da fidanzare. Ed allora non mancavano neanche i quattro salti in casa, sotto gli occhi dei genitori, acuti e critici osservatori di ogni parola e di ogni gesto. Ma andavano molto il gioco della tombola, dell'oca e delle carte53

A mezzanotte si credeva che l'anno trascorso, raffigurato come un vecchio stanco, dalla lunga barba bianca, discendesse dalla sua carrozza, per cederla all'anno nuovo, un vispo fanciullo pieno di salute. E poi baci ed abbracci, brindisi ed auguri: Ogi un ano in salute! E si spalancavano (bora permettendo) le finestre rivolgendo l'ultimo addio all'anno che se ne andava: Se ti ieri bon, che Dio te compagni, se ti ieri cativo che 'l diavolo te magni: insomma, paradiso o inferno. Partiva pure qualche sparo.

Il Capodanno passava in uno scambio di auguri non solo tra parenti, ma anche tra quanti si incontravano per via, e con gli auguri, specie nelle famiglie, i fanciulli ricevevano anche la bonaman, in denaro, frutta, mandorlato. Un'antica filastrocca parenzana ci dice come i bambini si facessero arditi nel chiederla:

Caro papà dileto, 
metè la man sul peto, 
metè la man sul sen, 
savè che ve voio ben, 
ciolè la borsa in man
e deme la bona man. 

A Pirano arrivavano alla stessa conclusione con più brio: 

L'ano novo, ecco lo qua
cara la mama e caro 'l papà.
No giova caresse, no giova bacini,
fora la borsa e fora i fiorini. 

O anche più semplicemente: 

Sior santolo mio dileto,
el se meti la man sul peto,
e 'l se cioghi la borsa in man,
e 'l me daghi la bonaman.

A Muggia la monetina della bonaman la chiamavano minela, perché cosa minima, da poco:

Caro papà dileto,
metè la man sul peto, 
metè la man in scarsela
e deme la minela. 

È importante, più di quanto non si creda, ricevere una generosa bonaman, porta fortuna e tutto l'anno sarà propizio ai doni. È una credenza antichissima, presente nelle più antiche civiltà, dove si scambiavano rami di alloro (gloria), di olivo (pace), datteri e miele affinche l'anno, nel suo corso, fosse dolce come il dono. Tutto ciò fa parte di quegli universali comportamenti utopici, o meglio di speranza che l'inizio di un nuovo ciclo annuale o stagionale porti il mondo a cominciare qualcosa di totalmente nuovo, e la società a ristabilire i fondamenti morali del suo vivere. 

In questo alveo trovano la loro collocazione anche quelle schiere di ragazzini che andavano di casa in casa a porgere gli auguri e a chiedere la bonaman, la strenna di Capodanno. Erano molto spicci e si limitavano a dire: Son vignù augurarve un bon prinzipio, che me dè la bonaman, e ricevutala, svelti in un' altra casa. 

Però, non solo i ragazzini andavano in giro, ci andavano anche i grandi, forse con maggiore coscienza della magia simpatica, che non esiste cioè modo migliore di assicurarsi l'abbondanza per l'avvenire del farsi donare una moneta. Un tanto non veniva certamente dichiarato, anzi, come appare nella didascalia fornitaci da persona piranese, si sforzavano di buttarla in ridere.54

I giovanoti del paese, per divertirse e per far una matada, i se riuniva in comitiva e i faceva el giro del paese, andando de casa in casa, specialmente in quelle benestanti. Le case iera picole e abitava una famiglia, al massimo due, per ogni caseta. I bateva el batidol; perché in quela volta no iera campanele, e i padroni, stando in cusina i tirava una cordicela, colegada co la manilia del porton, i ghe apriva e lori cominciava a cantar: 

Solista:

Al porton semo arivati
con rispeto e riverenza
siam venuti a la presenza
per augurarvi un felice ano. 

Tutti:

Vi auguriamo un felice ano. 

Di componimenti di questua ce ne sono tantissimi, ogni località ne ha almeno uno, assomiglianti tra loro e, con leggere varianti, si spostano da Natale a Capodanno e all'Epifania. 

A Cittanova, i questuanti, accompagnandosi con alcuni strumenti, due violini e un basso, che faceva anche da salvadanaio, auguravano un abbondante raccolto:

Vi auguriamo per i favori
che un buon raccolto il ciel vi doni:
olio, vino, e assai del grano.
Vi auguriamo buon capo del'ano. 

A Cherso le richieste dei doni scendevano al dettaglio, esagerando alquanto: 

Benedeti quei piedini
che vien zo de sti scalini,
che ne porta le castagne, 
presto, presto, gavemo fame,
che ne porta un dindio rosto,
lo magnaremo per amor vostro. 

Alcuni credono che il primissimo avvio dell'anno nuovo sia il momento più propizio per trarre gli auspici. In particolare, riveste importanza fondamentale il primo incontro, Si ritiene che porti fortuna incrociare un vecchio, meglio ancora se ricurvo dal peso degli anni, vuol dire che si vivrà fortunati sino alla più tarda età. L'imbattersi in una donna è di cattivo augurio. Peggio che peggio incontrare un prete, anche se il proverbio suona: Un prete consolazion, due disperazion, tre dichiarazion. Ciò non è detto per spirito anticlericale, ma perché la figura dell'uomo di chiesa veniva associata sia ai momenti di letizia (matrimoni e battesimi), sia a quelli di tristezza (morti e funerali).

Molti i buoni propositi solennemente enunciati (smettere di fumare e di bere, cominciare a risparmiare, ecc.), anno nuovo, vita nuova: peccato che tutto finisca già con lo scambio degli ultimi auguri. 


  1. A. GORLATO, L'Istria..., cit., 219-220; O, TARTICCHIO, cit., 86-87,
  2. Per una raccolta completa di componimenti di questua, testi e melodie, cfr. G. RADOLE, Canti..., cit., prima e seconda raccolta, sub «Laudi e canti di questua».

Tratto da:

  • Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 68-82.

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Created: Sunday, November 03, 2002; Last updated, Sunday, December 06, 2015
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