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Winter
Customs and Traditions
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Vigilia Santa e Natale

La penitenza dell'avvento aveva termine con il rigorosissimo digiuno della vigilia santa: 

Chi no digiuna la vizilia de Nadal,
xe pezo de un animal
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Rientrati a casa dopo la messa dell'aurora, si prendeva una tazzina di caffè nero o un bicchierino d'acquavite con un figo seco o una fetina de pan de figo. A mezzogiorno si faceva la sopa di pane scaldato sulla brace, in una tazza di vino bianco, che ai ragazzini veniva addolcito con un pizzico di zucchero, mentre tra i grandi c'era chi vi aggiungeva un cucchiaio di olio d'oliva e un po' di pepe: ed era tutto. Il pasto abbondante, permesso dal precetto, veniva consumato la sera.

Le ore del mattino erano riempite da alcune incombenze proprie del padrone di casa, tra cui quella di pestare con arte il baccalà, che era sempre della qualità «ragno», senza sfregolarlo (sbriciolarlo) e metterlo quindi a bagno per una buona ora. La seconda incombenza era di tirare il collo al cappone o al gallo, di appenderlo ad un chiodo a testa in giù, per farne uscire il sangue: avrebbe rallegrato la mensa del pranzo di Natale. 

La padrona di casa a sua volta, che aveva impastato il pane prima ancora di andare alla messa dell'aurora, scaldava il forno e vi metteva ad arrostire el pan conzà con l'olio d'oliva. Più tardi dava gli ultimi ritocchi alle pulizie della casa e sistemava le coltrine bianche con i merletti e la tela de la napa, stirata a fisarmonica. Tutto doveva essere in ordine per la benedizione della casa. 

Nel pomeriggio veniva intronizzato el zoco (il ceppo), il più antico segno del Natale, che dall'ampio focolare avrebbe rallegrato con il suo calore e gli scoppiettii il cuore dei grandi e dei piccini. Sarebbe rimasto acceso sino a Capodanno e possibilmente sino all'Epifania. Quel fuoco si caricava di molti simboli: forza purificatrice, immagine del sole che riprendeva ad alzarsi sull'orizzonte, figura dell'anno che si consumava. In Istria la tradizione del ceppo si ingentilì di poesia e di leggenda. Lo si lasciava, infatti, ardere giorno e notte, perché semmai la Madonna e san Giuseppe fossero passati di là, avrebbero trovato un po' di calore dove asciugare e scaldare i panisei del Bambino. Il che lo troviamo anche nel canto: 

Bela note de Nadal
 bela messa voi cantar:
Canta, canta rose e fior
che xe nato nostro Signor;
el xe nato zo in Betlem
infra 'l bo' e l'asinel.
San Giusepe veciarel
xe vignù a scaldar la fassa
con tuto el panisel,
per infassare Gesù bel,
Gesù bel, Gesù d'amor
per infassare 'l nostro Signor.

Il ceppo serviva anche per trarre gli auspici. Il nonno di casa, infatti, lo percuoteva ripetutamente con le molete o col sofieto facendo scaturire centinaia di falische (scintille) e dicendo: tante falische, e Dio dassi tanti sachi de gran, tante brente de ua, de patate, sachi de formenton, ecc. La cenere del ceppo, in qualche zona, veniva raccolta e sparsa nei campi contro gli insetti nocivi, e sopra i giumenti per preservarli dalle malattie della pelle. Pure i carboni spenti venivano conservati, avendo essi la virtù di allontanare la grandine. 

Gli alberi di Natale, invece, non erano conosciuti se non da una rara élite di famiglie della borghesia tedesca e dell'ufficialità militare, presente in gran numero a Pola e a Trieste, cui si accodavano quelle famiglie benestanti, desiderose di essere alla pari dei padroni di allora. Lo storico triestino Pietro Tomasin (1845-1925), parlando della festa di san Nicolò come si celebrava nel secondo Ottocento, conferma la rarità dell'albero di Natale dalle nostre parti e la sua importazione nordica. Egli scrive: «Un tempo tutti i muletti triestini, quando ancora la nostra Trieste, scimmiottando i tedeschi, non conosceva l'albero di Natale, aspettavano con ansia il giorno 5 dicembre, ...» (da un manoscritto in nostro possesso). Su questa stessa linea ci sembra di trovare anche Giuseppe Vidossi, che mette l'albero di Natale nel novero delle usanze importate, senza che nel passato fossero uscite dall'ambito di determinate classi sociali. 

Non abbiamo, invece, trovato riscontro alla ipotesi affacciata da Diego de Castro (che gli è sembrata tuttavia degna di discussione) circa l'origine dell'albero (cit.): «Ho appreso anni fa, a Roma, da un professore di un'università pontificia, che l'albero di Natale è di origine mediterranea. Ha seguito, verso il Nord, la religione cristiana, favorito dall'abbondanza di abeti, ed è ritornato al Sud».

Raro nel passato anche il presepio, che veniva allestito nelle famiglie più distinte della borghesia italiana, segno anche quello di patriottismo, o nelle case di quei marittimi che avevano potuto acquistare le statuine durante le soste nel porto di Napoli. 

Una testimonianza particolare del presepio a Capodistria l'abbiamo trovata tra le carte del prof. Carlo Riccobon. La riportiamo integralmente, perché ci sembra che affondi le sue radici nel Settecento, quando i monasteri femminili in quella cittadina erano più d'uno. Del resto, una simile attività delle monache è documentata, sempre nel Settecento, anche a Cividale. 

A Capodistria era l'uso, e lo è tuttora, di preparare il presepio per la vigilia di Natale; il materiale adoperato era di provenienza casalinga. In un angolo della cucina, su un tavolo coperto di muschio, venivano disposte le varie figure, tutte confezionate dalle donne più anziane della famiglia (era sempre la nonna o qualche zia a prepararle per la gioia dei nipotini). 

Nei conventi di monache esistenti in città venivano fatte immagini di santi in cera e così pure teste di bambole, ch'erano molto ricercate dalle donne del popolo, per farne bambole e figure per i presepi. Queste ultime venivano rivestite in carta rossa e azzurra per la Madonna e S. Giuseppe e con foglie di granoturco per le pastorelle ed i pastori. 

Le pecore si facevano con dei pezzi di sughero infilati in bastoncini e ricoperti con lana di materasso, ad imitazione degli animali veri. Il corpo degli agnellini si faceva pure col torsolo di granoturco. 

Davanti il presepio, che si disfava dopo la befana, ardeva sempre un lumino ad olio ed ogni sera si riuniva la famiglia per recitare il rosario e cantare canzoncine d'occasione. 

Il Bambino Gesù, tutto di cera, era posto su un fastello di paglia e la stalla era fatta (tanto le pareti che il tetto) con la corteccia d'albero, e guarnita con ramoscelli d'edera. 

Per quel che riguarda le rappresentazioni pittoriche della Natività in Istria, dobbiamo ricordare che le tracce più antiche si trovano in alcuni affreschi quattrocenteschi, di sapore quasi fiabesco, salvatisi dalla ignoranza distruttiva dei secoli posteriori. Citiamo qui anzitutto quello della chiesa di Santa Maria dei Docastelli (1470-84 c.), ancora ben leggibile, dove è rispettato il cliché più antico della raffigurazione natalizia: il Bambino nudo deposto in una cesta di vimini sotto una capanna-stalla; vicino a Lui, il bue e l'asinello (di cui, però, non parlano i vangeli canonici) intenti vistosamente a scaldarlo con il fiato; Maria Santissima in preghiera adorante; angeli che ammirano e cantano, leggendo come i musici da un libro, o che sono in missione di annunciatori della buona novella ai pastori; san Giuseppe, infine, appoggiato ad un bastone e tutto imbacuccato, se ne sta in disparte, vecchio e pensoso. 

Anche nel Duomo di Pisino (1441), in un ciclo pittorico absidale, il tema viene svolto allo stesso modo, se non fosse per l'assenza dei due animali. Si possono citare ancora Vermo (Madonna delle lastre) e Draguccio.

Nelle chiese i primi presepi apparvero al principio del nostro secolo, per lo zelo dei frati francescani. A Trieste furono i Padri Cappuccini di Montuzza ad innalzare il primo, che il giovanissimo Giani Stuparich andava ad ammirare «con riverenza»50

In Istria, invece, l'allestimento del presepio nelle chiese prese piede dopo la prima guerra con l'arrivo dei religiosi dall'Italia, che sostituivano quelli della Provincia dalmata. Sembra che i primi siano stati i francescani di Sant'Anna in Capodistria: e fu un successo. Il parroco d'Isola, mons. Muiesan, indispettito che la sua gente, disertando i vesperi, si recasse come in processione sino a Capodistria (allora affrontare sei chilometri a piedi era una bazzecola) per incantarsi davanti al presepio dei frati, passò al contrattacco e già l'anno dopo ne ordinò uno più sontuoso. Allo stesso modo si comportò il parroco di Pirano e così tutta l'Istria, attorno agli anni Trenta, conobbe la rievocazione plastica della Natività del Signore, com'era uscita dalla mente e dal cuore di san Francesco. 

Insieme con il presepio approdò anche il canto Tu scendi dalle stelle, testo e musica di sant'Alfonso, autore pure di quel popolare libriccino di preghiere, «Le Massime Eterne», che si acquistava sulle bancarelle delle fiere paesane, e dove, in appendice, era riportata anche la lauda natalizia che tutti in breve appresero a cantare. 

Dalle chiese alle case, il presepio si trasformò rapidamente in fatto di costume, cui, con il benessere montante, si aggiunse anche l'albero, non necessariamente un abete, ma piuttosto il più umile ginepro, non soggetto a vincoli di taglio. Contemporaneamente veniva abbandonato il ceppo, perché stava sparendo anche il focolare (che '1 te scalda devanti e '1 te lassa freda la schena), sostituito dal più moderno sparcher col quale, cucinando, si riscaldava l'ambiente, si aveva sempre acqua calda e la cucina era più pulita: il progresso in casa!

La vigilia di Natale il sacerdote correva, ed era una faticaccia, per portare la benedizione in tutte le famiglie: pregava l'Angelo santo perché con la sua presenza custodisse e proteggesse dalle insidie del maligno tutti gli abitatori di quella casa, augurando alla fine le sante feste. Nelle più vaste parrocchie cittadine, la visita, con più calma, veniva fatta nel tempo pasquale. Impartita la benedizione, alla quale le donne di casa si preparavano con il riordino di tutti gli ambienti e con pulizie radicali che non trascuravano neanche gli angoli più nascosti, il sacerdote veniva invitato con insistenza ad accomodarsi, magari solo per un momento. Le massaie lo facevano per un recondito interesse, di assicurarsi, cioè, la covatura delle galline. Il sagrestano, che accompagnava sempre il sacerdote, ricevuto l'obolo, che, se era una moneta finiva nel secchiello dell'acqua santa, e s'era in natura (uova o salsicce) in una cesta, lasciava in cambio un involtino d'incenso, col quale, la sera, ogni capofamiglia, prima di sedersi a mensa, profumava da cima a fondo la casa e la stalla. Si sa che le fumigazioni coll'incenso annullano le perfide azioni degli spiriti maligni. 

Nel pomeriggio della vigilia, le donne di casa friggevano le fritole, dolce caratteristico del Natale, e si ultimavano i preparativi per il cenone di magro. Il quale cenone prendeva il via con la solita pasta fatta in casa (lasagne o fusi) condita con la sardella, cui seguiva un secondo piatto a base di pesce, sulla costa, e a base di baccalà in bianco, nell'entroterra, con contorno di verze, l'unica verdura stagionale che si trovava nell'orto di casa. 

Accanto a questa descrizione sommaria di impostazione generale, abbiamo anche dei cerimoniali particolari. A Barbana, ad esempio, dove si incominciava «1azendose el segno de la crose e la mamma diseva: Graziedio, anca sto ano gavemo spetà 'l Nadal tuti insieme...». Come primo piatto veniva servita la minestra de risi e fasioi col brodo de bacalà, dopo vigniva le passutize col bacalà e in ultima le verse. Da notare che il padrone di casa, una cucchiaiata di minestra, destinata ai defunti della famiglia, la gettava all'inizio sopra il ceppo. Leggermente diverso il menu datoci dal Tarticchio per Gallesano, dove si consumavano: «minestrone di ceci, verze, risotto, pesce non comune, possibilmente (anguille), baccalà, fritole, caffè». Nel passato, ad ogni portata, la madre di famiglia versava una cucchiaiata sul ceppo crepitante per propiziarsi le anime dei morti. L'offerta al ciocco per i defunti è registrata per il territorio di Parenzo dal Babudri, mentre a Dignano, con questo rito, intendevano rendere partecipe anche il ceppo della gioia del banchetto: un riflesso del Libo tibi, Jupiter, dei Romani. Ma, senza insistere oltre sulle pietanze che si consumavano, ricordiamo che le varianti erano tante e non solo da paese a paese, ma anche da famiglia a famiglia. Per aiutare la digestione si consumavano sempre dei buoni vini, riservando al finale la grappa casalinga con o senza ruda.

Segnaliamo ancora che nelle pochissime case che tenevano un fucile o una pistola, l'inizio del cenone veniva aperto da uno sparo fuori della finestra, il quale sparo, più che spaventare gli spiriti del male, voleva far sapere, in segno di prestigio, che il possidente tal dei tali stava cenando con la sua famiglia.

In attesa della messa della mezzanotte si giocava a tombola, raccogliendosi attorno al focolare, si cantavano le laudi di antica tradizione, di cui riportiamo alcuni testi, a prova della vastità del fenomeno. A Dignano51:

Oggi è nato il Salvatore
Redentor dell'universo
nelle colpe tutto immerso
causa Adamo trasgressore.

...

Nella stalla di Betlemme
infra il bue e l' asinello,
nacque Cristo tutto bello 
in stagion d'un gran rigore.

Fanno festa in paradiso
cherubini e serafini,
cantan laudi cantan inni
con le voci assai sonore. ecc.

La chiusura di questa lauda fa intendere che serviva anche come canto di questua, mentre un'altra lunghissima (55 strofe), molto diffusa nel Veneto, attingendo ai vangeli apocrifi, pur presentandosi come composizione per la questua, data la sua lunghezza, si cantava attorno al focolare:

Concepito fu nel ventre 
dallo Spirito divino
un sì vago e bel bambino
il Figliolo di Maria. ecc.

Di Portole è la seguente lauda, che si eseguiva pure in casa, essendo allora vietato nelle liturgie ufficiali il canto in volgare:

Oh bella notte santa
 popolo mio cortese,
stasera i sona e i canti
in ogni loco:
I canta presso '1 foco
in piazza e nella via,
ch ' è nato da Maria
il Redentore. ecc.

L'invito ai pastori era invece il tema svolto da una lauda di Gallesano, che risulta essere la versione in dialetto di Leveve su pastori pubblicata da M. Coferati, Corona di sacre canzoni..., Firenze 1769:

Leveve su pastori: 
vegnì 'dorar Gesù
no intardigheve più,
che nato el xe là

...

Tra 'l bo'e l'asinel
in magnadora 'l sta,
de strasse involtissà: 
sul fen el dormo. ecc.

A Pirano, dove il testo da noi raccolto porta una didascalia che ci fa assistere all'incontro gioioso di tutta la parentela, cantavano:

Ave Maria,
tu sei di grazia piena,
di grazia sei la vena
e la sorgente.

Iddio, signor possente
che teco è sempre stato
e t'ha preservata
Immacolata. ecc.

Ma intanto le torri campanarie incominciavano a riversare tra le case un solenne e gioioso scampanio, annunziante l'inizio del Mattutino, l'ufficio liturgico del Natale: vi prendevano parte, accanto ai sacerdoti, soltanto i più zelanti, che leggevano un po' di latinorum, per cantare salmi e lezioni. E il coro si riempiva di uomini anziani e giovani che, per rispetto alle tradizioni, avrebbero considerato un tradimento la non partecipazione attiva. Il tutto si svolgeva con tanta solennità e lentezza che si iniziava verso le ventidue e si andava avanti sino alla mezzanotte: salmi (lunghissimo quel Misericordias Domini in aetemum cantabo), antifone e responsori ricchi di antica poesia, attinta ai testi dei profeti, si spiegavano con commovente dolcezza (quanti occhi lucidi!) su venerandi toni aquileiesi, che affondavano le radici dei loro melismi nei secoli lontani. Le ultime tre delle nove lezioni erano riservate ai sacerdoti, in mezzo al presbiterio illuminato a festa, sino allo scoppio del Te Deum, che sostenuto dall'organo, veniva cantato a voce spiegata da tutto il popolo, che intanto aveva riempito la chiesa sino all'inverosimile per assistere alla messa di mezzanotte. All'offertorio era atteso il canto della pastorella, che poteva essere il Laetentur coeli, il Pastores jubilate, o altro. Ecco perché a Pirano questa messa la chiamavano «Pastora».

Nelle parrocchie dell'Istria interna, finita la breve omelia, si procedeva al bacio della pace, al canto di una secolare lauda in volgare, dove la melodia ripeteva quella notissima del Capriccio pastorale di Frescobaldi. 

Si rientrava a casa dopo l'una e prima di coricarsi bisognava assaggiare almeno una fritola, inzuppata nell' acquavite.

Giornata piuttosto stanca quella del santo Natale, dopo gaver fato le ore picole in chiesa: la gente dormiva sino ad ora tarda e poi andava a messa grande, scambiandosi gli auguri con quanti incontrava. Il pranzo (brodo de galina coi figadei, o ravioi) veniva gustato senza entusiasmo a causa dello stomaco ancora ingombro dal cenone precedente. Nel pomeriggio, dopo i vespri, si faceva qualche visita, mentre la seconda festa era riservata alle gite in campagna. 

Caratteristica del Natale erano i prodigi che si diceva avvenissero nella notte santa. In Istria credevano che alla mezzanotte parlassero gli animali e c'era sempre lo stalliere che giurava d'aver inteso questi colloqui, ma che non ne aveva capito il senso. Al che, i dissacratori della leggenda replicavano: «Va là, va là, che era briaco: le bestie non parlano». Si credeva pure che l'acqua delle fontane, attinta in silenzio alla mezzanotte, avrebbe portato fortuna. Anche i nati sarebbero vissuti felici: i nadalini xe fortunai.


Note:

  1. P. PARSCH, L'anno liturgico, trad. it. Opera della regalità di N.S.G.C., Milano 1965, I voI., 95. 
  2. Sulle tradizioni natalizie hanno scritto: A. GORLATO, L'Istria e Venezia Paesaggio-Storia-Folclore, Venezia 1983, 211-218 e 238; G. TARTICCHIO, cit., 85-86; AA.VV., Cittanova..., cit., 70-74.
  3. G. STUPARICH. Sequenze per Trieste. Trieste 1968. 144; G. RADOLE. Tradizioni popolari triestine. Feste religiose. Mesi dell'anno. Trieste 1992, 111-112.

Tratto da:

  • Giuseppe Radole, Folclore Istriano, MGS Press (Trieste, 1997), p. 68-74.

(Playing in the background - "Tu scendi dalle stelle"


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Created: Sunday, November 03, 2002; Last updated, Sunday, December 06, 2015
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