Demografia



Gli austro-italiani e le etnie in Istria prima della Grande Guerra

di Olinto Mileta Mattiuz*

Con questa nota si tenta di quantificare le tre principali componenti etniche istriane alla vigilia del primo conflitto mondiale.

I dati che vengono presi in considerazione sono quelli relativi ai censimenti austriaci fino al 19101, mentre la delimitazione del territorio censuario considerato è quello indicato dal censimento italiano del 1921 che, rispetto a quelli precedenti, non comprende alcune località perché passate alla Jugoslavia dopo il Trattato di Rapallo del 1920.

 Inoltre, non sono stati presi in considerazione in questo lavoro i territori di Muggia e parte di quello di S.Dorligo-Dolina (rimasti all’Italia dopo l’ultimo conflitto).

Il territorio così circoscritto è in gran parte coincidente con l’Istria dell’Esodo.

Della Dalmazia invece rimane solo la città di Zara senza il suo entroterra che, analogamente a quello di Fiume, è sempre stato croato con presenze trascurabili dell’elemento italiano.

I limiti territoriali considerati sono quindi i seguenti:

  • a nord dell’Istria troviamo i comuni di Albaro-Vescovà, Occisla S.Pietro ed Erpelle-Còsina,
  • a nord-est, la Cicceria con il Carso di Matteria, Castelnuovo d’Istria, Elsane fino a Mattuglie,
  • a sud la costa liburnica (Abazia, Apriano, Laurana e Moschiena) e le isole di Cherso, Lussino (con Sansego  e isolotti),
  • infine Fiume città, Zara città e l’isola di Làgosta.

Non sono stati inoltre considerati i territori dell’entroterra a nord-est del carso istriano (Primano, Villa del Nevoso, Castel Iablaniza, Clana).

In questo lavoro si parla di popolazioni autoctone: a tale proposito si vuole evidenziare come questo termine è di difficile applicazione in un territorio come l’Istria da sempre interessato a movimenti migratori sia dall’entroterra slavo sia da quello veneto e italiano nonché dalla Dalmazia.

Verrà qui considerata convenzionalmente autoctona la popolazione che soddisfa i seguenti presupposti:

  1. la popolazione è quella rilevata nei quattro censimenti austriaci e che furono i primi a considerare e conteggiare le diverse etnie presenti nel territorio,
  2. l’invarianza in quei decenni dell’indice di accrescimento della popolazione,
  3. il valore di tale indice deve essere uguale, o perlomeno molto prossimo, a quello italiano, austriaco ed europeo dell’epoca.

Nel periodo che va dal 1850 al 1910 non si sono riscontrati in Istria eventi particolarmente traumatici come guerre o altre calamità, perciò una variazione marcata di questo indice è da attribuire quasi esclusivamente a movimenti di popolazione nel territorio considerato.

All’inizio dell’Ottocento l’Istria enumerava poco più di 120 mila abitanti2. A partire dalla seconda/terza decade di questo secolo si assiste ad un’accelerazione demografica senza precedenti in queste regioni, in linea però con quanto avvenne in Italia e nel resto dell’Europa.

Dalla fine del XVII secolo fino al 1820-30 l’indice di crescita relativo (i.c.r.(900)) 3 è di appena 0,3 % anno; da questa data la crescita aumenta repentinamente: nel  cinquantennio successivo tale indice risulta di 0,66, 0,747, 0,745 e 1,2 (% anno) rispettivamente per l’Europa, l’Italia, l’Austria cisleitana4 e la popolazione totale d’Istria del territorio qui considerato.

Il seguente grafico, in scala logaritmica, mette a confronto i dati delle quattro situazioni suddette con le rispettive interpolazioni di tipo lineare ritenute le più indicate per questo intervallo di tempo.

In Istria, quindi, si nota una dinamica di crescita superiore al resto dei paesi europei.

La cosa sorprende in quanto la situazione socioeconomica di questa terra, austriaca di questo periodo, è paragonabile alla Penisola per ciò che riguarda la distribuzione abitativa città-campagna e produttiva industriale-agricola: esiste quindi una peculiarità che è bene chiarire.

Nel 1910 il totale delle genti d’Istria, Fiume e Zara ammontava, per i territori considerati, a 418.359 unità. La componente tedesca enumerava 15.884 persone e 23.572 erano gli stranieri gran parte dei quali regi, quasi 4 mila gli “altri” tra cui ungheresi, serbi ecc..

L’indice di crescita suddetto si riduce se al totale della popolazione togliamo l’elemento militare non italiano presente specialmente nella piazza di Pola e la componente straniera attirata in queste terre dallo sviluppo sia del polese, cantieristico militare, sia del fiumano cantieristico civile: tedeschi, regnicoli e altre etnie.

La retta interpolatrice del totale così ottenuta viene a modificarsi attestandosi ad un valore di i.c.r.(900)  pari all’1,0 % anno. L’indice così ottenuto però è ancora superiore sia a quello del territorio italiano sia, e soprattutto, alla media europea: ciò fa supporre il persistere dell’anomalia demografica di cui sopra.

Analizziamo quindi nel dettaglio le tre principali etnie di questi luoghi: il grafico seguente, infatti, mette in evidenza la non omogeneità dell’indice di crescita per i tre gruppi, mentre per gli sloveni e i croati tale indice si attesta intorno allo 0,9 % annuo, quello degli italiani è alquanto maggiore superando l’unità (1,14 % anno).

È quindi evidente che, specialmente nella compagine italiana, esiste in questo periodo storico una singolarità demografica che ci obbliga ad analizzare più a fondo l’andamento diacronico delle singole località. Ad analisi effettuata e per semplificare, ho deciso di raggruppare i Comuni e a suddividere il  territorio nelle seguenti sub-aree:

  • capodistriano (Capodistria, Isola, Maresego, Matteria, Occisla S.Pietro, Pirano, Villa Decani ed Erpelle-Còsina),
  • buiese (Buie, Cittanova, Grisignana, Montona, Paugnano, Portole, Umago, Verteneglio, Visignano e Visinada),
  • parentino (Parenzo, Antignana, Bogliuno, Lanischie, Orsera, Pinguente, Pisino e Rozzo)
  • rovignese (Rovigno, Canfanaro, Dignano, Gimino, Sanvincenti e Valle)
  • albonese (Albona, Barbana, Fianona e Valdarsa), insieme al Carnaro (Abazia, Apriano, Volosca, Laurana, Mattuglie e Moschiena), ed al il Carso istriano con Castelnuovo ed Elsane.
  • le isole di Cherso (Cherso e Ossero), Lussino (Neresine, Lussinpiccolo, Lussingrande Sansego e Unie).
  • Pola e Fiume sono state tenute separate dal resto del territorio.

Per queste zone sono stati ricalcolati i totali parziali e i conseguenti indici di crescita. Il risultante grafico successivo evidenzia chiaramente l’anomalia su accennata e consente le considerazioni che seguono.

Ad eccezione di Pola e Fiume, ed in minor misura Cherso e Lussino, il resto del territorio presenta una crescita in linea con il resto d’Europa: da 0,62 a 0,78 % anno. Solo i territori interni, il Carso istriano e il Quarnaro presentano un saldo negativo: - 1,35 (% anno), indice inequivocabile di emigrazione.

Le due principali città, invece, accusano un accrescimento rispettivamente di tre e quattro volte superiore al resto del territorio considerato.

Escludendo ovviamente un loro particolare ed elevato fattore di proliferazione, la spiegazione può solo trovarsi in una considerevole immigrazione, avvenuta in vent’anni, di italiani provenienti da altri territori dell’Impero (si rammenta che da questo conteggio sono esclusi i regnicoli che non sono stati considerati nei rilevamenti austriaci o, come per quello del 1910, inclusi nella voce “stranieri”5).

Una minima parte di questi immigrati provengono dalle zone interne del Carso istriano e dalla costa quarnerina verso Fiume nonché dal pisinese ed albonese verso Pola: infatti, tali località rispecchiano un i.c.r.(900)  di 0,53 % anno, inferiore alla media istriana.

Escludendo le parti interne dell’Impero dove la presenza italiana era trascurabile, i territori che hanno fatto da serbatoio a tale immigrazione nei due capoluoghi istriani erano il goriziano e, specialmente, il triestino.

Infatti, la popolazione presente in Istria nel 1910 ma nata a Trieste era di 4.747 unità mentre quella nata a Gorizia-Gradisca, di 3.713 per un totale di 8.460 anime. Ad esempio, nella sola Pola ben 2.178 persone avevano ancora i loro diritti civili nella provincia di Gorizia-Gradisca6.

Un ulteriore spunto giustificativo a tale ipotesi è rappresentato dall’eccedenza maschile in queste terre, indice delle conseguenze immigratorie. Infatti, nello stesso periodo (1910) il rapporto maschi/femmine era di 1,1 contro lo 0,99 dell’Italia dove in quegli anni era in corso una massiccia emigrazione che raggiungerà il suo apice qualche anno più avanti 7.

In quell’anno, e in un territorio comprensivo anche di Veglia e Muggia, tale eccedenza ammontava a 18.979 unità comprensive però dell’elemento militare italiano8.

IL grafico seguente evidenzia tale anomalia nel comune di Pola rispetto alla media istriana: si rammenta che, in ogni tempo, il rapporto naturale fisiologico relativo al tasso di natalità tra maschi e femmine si attesta intorno ai valori di 0,95 – 0,97 in favore di quello femminile, come del resto si può notare per l’impero d’Austria.

Possiamo a questo punto identificare la componente italiana autoctona separandola da quella d’immigrazione dall’Impero. Applicando al 1880 la retta d’interpolazione con indice di crescita vicino alla media europea e uguale a quello delle altre località istriane, si arriva a definire il seguente grafico:

Non è inverosimile quindi supporre che dal 1890 al 1910 un notevole numero di italiani, quantificabili in circa 18 mila unità, furono attratti da Pola e Fiume, in pieno sviluppo militare la prima ed economico la seconda (quest’ultima in concorrenza con Trieste rappresentando uno sbocco al mare della parte transleitana dell’Impero absburgico, cioè il regno d’Ungheria).

Una parte di questi italiani giuliani rimasero, insieme a molti regnicoli, in Istria dopo la Grande Guerra.

Concludendo, su un totale di circa 418 mila unità, le componenti etniche dell’Istria, Fiume e Zara erano nel 1910 così ripartite:

Nel grafico gli sloveni ed i croati non sono definiti autoctoni perché comprendono una percentuale di immigrati dall’entroterra limitrofo all’Istria e che rientrarono nelle terre d’origine ultimato il conflitto.9

La suddivisione della popolazione dell’Istria nelle tre principali etnie, però, è un criterio che non deve trarre in inganno: in effetti, la complessità etnica a cavallo dei due secoli in questione è molto più articolata della dicotomica contrapposizione italiano – slavo sorta sotto la spinta degli irredentismi del secondo Ottocento e degli avvenimenti del XX secolo.

In seno a queste tre etnie è possibile individuarne altre di quel periodo e che oggi, purtroppo, sono quasi scomparse.

Mi riferisco ai bisiacchi, ai savrini e ai cicci del nord est dell’Istria, le comunità parlanti allora il dialetto misto sloveno-ciakavo a nord di Pinguente o quello istro-veneto-ciakavo chiamato allora schiavetto che da Umago, Parenzo e Portole s’insinua nella valle del Quieto.

Non dimentichiamo l’istro-rumeno di Susgnevizza (Valdarsa) e della valle di Cepich le comunità morlacche [ed. no morlacche!] della zona interna che corre parallela tra la costa e la congiungente Barbana – Montona (la Morlacchia istriana) di recente immigrazione (Sei Settecento), nonché quelle più antiche della zona che da Pisino passa per Albona e prosegue lungo la costa quarnerina fino al castuense.

E che dire delle diverse varianti dell’istro-veneto, dell’istrioto e altre ancora?

La domanda nasce spontanea: è corretto raggruppare in modo così semplice la complessa realtà istriana dal Cinquecento fino al primo Ottocento in tre etnie?

La realtà storica dell’Istria nel periodo antecedente l’avventura napoleonica e alle prime decadi dell’Ottocento ha poco o niente a che fare con i nazionalismi nati dopo tale periodo. A quel tempo la Slovenia e la Croazia (nazioni senza storia come furono poi definite da alcuni) non esistevano ancora se non come approssimative entità territoriali. C’erano invece in Istria le Dominanti (Venezia e, nella limitata zona del pisinese, (la contea di Pisino e le signorie contigue), ma la “nazione” per il popolo delle campagne e delle città si limitava al breve orizzonte del “cortile”, del borgo, al paese o al massimo alla città vicina con la quale si aveva contatti per lo più economici e molto meno culturali: rammento che la stragrande maggioranza della popolazione, anche quella cittadina, era analfabeta.

E’ quindi molto rischioso utilizzare il metro e i parametri di riferimento che contraddistinguono la realtà odierna trasferendoli in blocco a quei periodi dove l’ethnos significava semplicemente lingua parlata in casa o con i vicini che spesso era, come detto, l’istro-veneto, l’istro-croato o sloveno nelle loro molteplici varianti e altri dialetti, e dove la parola “etnia” doveva ancora essere inventata per essere usata più tardi specialmente dagli storici ed amministratori del padrone di turno di queste terre.

Note e bibliografia.

  1. Guerrino Perselli: I Censimenti della popolazione dell’Istria, con Fiume e Trieste, e di alcune città della Dalmazia tra il 1850 e il 1936 Centro Ricerche Storiche di Rovigno (1993).
  2. Il grafico è stato elaborato utilizzando spunti di AA. VV. e specialmente da Egidio Ivetic fino al 1850: La popolazione dell’Istria nell’età moderna – Lineamenti evolutivi. Collana degli Atti n° 15, 1997 CRS Rovigno.
  3. Per consentire la confrontabilità dei dati, viene utilizzato in queste note l’indice di crescita relativo i.c.r.(900)  ed è definito convenzionalmente in base all’equazione della retta con la quale si è ritenuto opportuno interpolare il periodo di tempo in oggetto; y = a + mx dove “a” è il valore di popolazione dell’anno 1900 considerato in questo lavoro come riferimento, “m” è l’indice d’inclinazione della retta, per cui i.c.r.(900)  = m*100/y900.  
  4. Cisleitania: area comprendente i regni e paesi rappresentati al parlamento di Vienna. I regni d’Ungheria e Croazia con la Slavonia e il corpo separato di Fiume appartenevano invece alla Transleitania, con rappresentanze al parlamento di Budapest.
  5. La valutazione della presenza in Istria, Fiume e Zara dei “regi o regnicoli”, cioè italiani immigrati dal Regno, può essere valutata nel 1910 a circa13 mila unità.
  6. Guerrino Perselli, ibidem, p.485
  7. Ercole Sori, in Guida all’Italia contemporanea 1861 – 1997 – IV Comportamenti sociali e culture. Garzanti, 1997.
  8. Guerrino Perselli, ibidem, p.494: 1.864 unità.
  9. La quantificazione del mini-esodo slavo nel 1918 ed altri aspetti di quantificazione, compreso il grande Esodo dell’ultimo conflitto mondiale, sono trattati dal lavoro di prossima pubblicazione presso il CRS di Rovigno, intitolato “Ipotesi sulla composizione etnica in Istria, Fiume e Zara: ieri e oggi”.

(*) Il lavoro è stato pubblicato nel Bollettino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno “La Ricerca” n° 33-34 dell’aprile del 2002.


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This page compliments of Olinto Mileta Mattiuz

Created: Wednesday, April 02, 2003; Last updated:Thursday March 15, 2007
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