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Funghi - Gljiva - Mushrooms
Fungi
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I funghi nei boschi di Leme
di Franco Bersan 

Mushroom types named in this article:
 
  • Amanita caesarea
  • Arachnopeziza aurelia
  • Ardulomyces molare
  • Armillaria luteovirens*
  • Ascocoryne sarcoides
  • Aspicilia innundata (lichene) + altri licheni
  • Botelus*
    • aereus*
    • aestivalis
    • fechtneri
    • lepidus
  • Cantharellus*
    • alborufescens
    • amethysteus8
    • bicolor
    • cibarius*
    • cibarius v. amerthysteus
    • cibarius v. cibarius
    • cibarius f. pallidus*
    • cibarius v. neglectus
    • freiesii*
    • janthynoxoxanthus
    • melanoxeros
    • Clavariadelphus flavoimmaturus*
    • Clitocybe nebularis**
    • Craterellus cornucopioides*8
    • Dasyschyphus virgineus
    • Dyatripe bullata
    • Entoloma*
      • bloxami
      • sinuatum
  • Craterellus cornucopioides (trombetta di morto)
  • Eutypa flavovirens
  • Gyroporus castaneus* (Boletus)
  • Hapalopilus nidulans
  • Hydnum albidum**
  • Hygrophorus*
    • penarius
    • russula
  • Lactarius atlanticus*
  • Lyophilum aggregatum
  • Marasmius scorodonius**
  • Mollisia cinerea
  • Ompahalotus olearius* (velenoso - poisonous)
  • Panus*
    • aurelia
    • stypticus
  • Phellinus ferruginosus*
  • Peniophora quercina
  • Radulomyces molare
  • Russula virescens**
  • Sarcodon imbricatus**
  • Schyzopora paradoxa
  • Suillus
    • bellini
    • collinitus ssll
    • granulatus
    • placidus
  • Trichoglossum hirsutum

Il Canal di Leme, che taglia la penisola istriana per quasi la metà della sua larghezza, introduce un fattore microclimatico molto importante per la fruttificazione della maggior parte di funghi che vivono nella zona. Il bosco che lo contorna è composto principalmente da consorzi vegetali i di diversa origine, sia artificiale con impianti di conifere, sia di origine ; prossimonaturale, ovvero derivati dall'abbandono di attività agricole e zootecniche di vario genere, più o meno guidato dall'uomo verso un rimboschimento spontaneo a essenze indigene oppure sfruttato periodi camente con la ceduazione.

Tra gli impianti di specie d' alto fusto ci sono piante esotiche come Pinus wallichiana, Pinus nigra corsicus, Pinus halepensis, Cedrus deodara, Cedrus atlantica e Pseudotsuga mentziesii, tra le specie indigene trovia mo leccio (Quercus ilex), fillirea (Phyllirea media), carpino orientale (Carpinus orientalis), carpino nero (Ostrya carpitiifolia), farnia (Quer cus robur), roverella (Quercus pubescens), cerro (Quercus cerris) e or niello (Fraxinus ornus) riuniti in formazioni miste con caratteristiche simili ai boschi del resto dell 'Istria; la farnia di questo territorio, mal si inquadra nel nome latino Quercus robur e sarebbe bene venga studiata con una certa attenzione. 

Mi perdonino i fitosociologi, ma la mia visione ecologica del territorio, non corrisponde alle unità fitosociologiche descritte, ma piuttosto alle dimensioni della biomassa della particella considerata, con una più o meno debole interazione nei confronti delle specie d'alto fusto presenti. Dal punto di vista strettamente micologico quattro sono le cenosi vegetali importanti (tipi di bosco): il bosco di carpino orientale tenuto a ceduo, il bosco rado a cerro con il carpino orientale come sottobosco, il bosco di farnia e carpino orientale e la lecceta, che qui ha due aspetti micologicamente diversi con stagionalità disgiunta; inoltre esistono in zona piccoli nuclei di roverella con la sporadica presenza di carpino nero e orniello. Pur essendo trattati dall'uomo, questi insiemi vegetali hanno un comportamento ecologico abbastanza stabile; il pascolamento con pecore ed il prelievo di legna, non sembrano aver molto peso sulla produzione di funghi, ne in positivo, ne in negativo. 

La prima formazione a leccio si trova sopra il crinale ed è soggetta alla stagionalità dei cedui a carpino orientale, mentre la seconda, al di sotto del crinale fino a pochi centimetri dal limite dell'alta marea, è un ambiente dove si cominciano a veder funghi soltanto a metà-fine novembre e la produzione continua addirittura fino a gennaio negli anni particolarmente piovosi. 

Molte specie di funghi crescono in tutti gli ambienti ma con epoca di fruttificazione diversa, altre specie sono peculiari di un determinato ambiente, altre ancora sono strettamente legate ad una pianta particolare. Gli impianti artificiali, tenuti per lo più per la produzione di truciolari e pasta di cellulosa, possiedono una micoflora tipica, con inquinamenti di specie opportuniste locali. Per esempio, sotto il Pinus vallichiana, cresce qui, Suillus placidus, una specie caratteristica dei pini a cinque aghi che ritroviamo negli impianti di pino strobo della Slovenia e della Croazia e spesso nelle cembrete (boschi di pino cembro) lungo le alpi orientali. Questa specie, di scarso valore commestibile, ha la cuticola bianca e mucilagginosa che si separa con facilità, pori e gambo bianchi che si macchiano di bruno e tendono ad ingiallire con l'età; toccandolo, come tutti i funghi del genere Suillus, macchiano di bruno le mani con una sostanza che si scioglie nei grassi ed è derivata dalla resina dell'ospite. Sotto gli altri pini, è possibile incontrare, il molto più popolare Suillus granulatus, conosciuto e raccolto, anche se indigesto, dal Carso monfalconese alla Dalmazia. Questo fungo, cresce ormai sotto tutti i pini a due aghi con i quali stabilisce una simbiosi molto proficua per la pianta. Altro rappresentante del genere Suillus, è S. collinitus ssll, specie che viene spesso confusa con la precedente e di cui 1'unica cosa che non condivide è l'epoca di sviluppo. Si differenzia dal S. granulatus per una fibrillatura molto vistosa sotto il glutine della cuticola. Esiste una terza specie, che non si incontra però tutti gli anni ed è strettamente legata ai pochi pini da pinoli e qualche volta al pino d' Aleppo, quasi sicuramente è un fungo al limite della commestibilità per l'altissimo contenuto di sostanze indigeribili derivate dalla resina; in Calabria, questa specie chiamata Suillus bellini, ha causato problemi gastrointestinali tali da giustificare il ricovero ospedaliero di persone note per lo stomaco di ferro. Questo fungo, nasce bianco candido in ogni sua parte, ma ben presto si ossida alI' aria a partire dal centro del cappello che assume un colore cioccolato intenso; a questo punto di maturazione, sarebbe molto meglio lasciarlo dov'è. 

In questi impianti crescono parecchie centinaia di specie di funghi, però la maggior parte di questi sono di piccole dimensioni oppure di difficilissima determinazione, tuttavia, pur non essendo utili ad un ricco intingolo, svolgono un ruolo ecologico importante nel degrado delle letti ere e nella crescita degli alberi. 

Le lettiere del C. orientalis, offrono habitat a moltissime specie fungine che, data 1'umidità atmosferica elevata proveniente dal vicino Canal di Leme, e dalla temperatura media piuttosto alta, fruttificano copiosissimi alla fine dell'autunno in migliaia di forme e colori. 

Nel ceduo di carpino orientale, la specie più evidente è Clavariadelphus flavoimmaturus, una afilloforale chiamata mazza d'Ercole, di gusto molto amaro, che però, dato l'alto contenuto di sali, risulta stranamente piacevole al palato. Questo fungo fruttifica sotto forma di centinaia di clave alte fino ad una ventina di centimetri e di un paio di centimetri di diametro, con un colore da un giallo tuorlo d'uovo fino a un giallo limone poi giallo ocra e che diventa completamente ocra a maturazione per le spore. All'apice del periodo di fruttificazione, se ne possono contare a decine per metro quadrato in tutta l'estensione del bosco. 

Altra specie molto diffusa nel carpineto ceduo, è Craterellus cornucopioides (trombetta di morto), nera, grigiastra o bruna, colonizza a ciuffi le lettiere con fruttificazioni che raggiungono e qualche volta superano i dieci centimetri di altezza. Nello stesso territorio si possono incontrare Hygrocybe psittacina e Ramariopsis kuntzei, altri due saprofiti di lettiera, il primo color verde intenso che diventa arancio con l'essicazione, con rade lamelle arancio e decorrenti, l'altro a forma di alberetto spinoso bianco ghiaccio con un lungo tronchetto interrato, alti entrambi una decina di centimetri; non sono certo invitanti, ma d'altra parte con tutte quelle trombette di morto sarebbe stupido mettere in pentola cose dal color verde smeraldo oppure dalla consistenza tenace come la stoffa. 

Non ci sono soltanto cose tranquille tra i carpini, insieme alle delizie cresce Entoloma sinuatum, un bellissimo fungo bianco grigiastro dalla consistenza buona e da un ottimo odore invitante, 1e sue lamelle gialle diventano salmone per le spore di color rosa intenso, ma non pregiudicano esteticamente l'aspetto del fungo, che se mangiato, offre uno dei più spettacolari e fluenti effetti defecatori, corredati da violenti e dolorosi crampi al ventre e agli arti senza voler menzionare i gravi e silenziosi danni che arreca al fegato mentre si esibisce nel suo spettacolo esteriore. Localmente veniva raramente (per fortuna) confuso con Lyophillum aggregatum, fungo raccolto per tradizione, probabilmente dai tempi di re Epulo (terzo secolo avanti Cristo o giù di lì) Oggi le conoscenze micologiche hanno fatto quasi scomparire le tradizioni, e certe cose che finivano in pentola anche se disgustose o coriacee, restano in bosco a fare il loro mestiere. Un altro simile del Entoloma sinuatum, è Clitocybe nebularis, specie al limite della commestibilità dalle nostre parti, del tutto innocua (finora) in tutta l'Istria. Si deve cucinare bene, possibilmente gettare l'acqua di cottura, ma se fa molta schiuma è meglio lasciar perdere che il prosciutto è molto meglio dei funghi catttivi. 

La presenza di cerro d'alto fusto, porta nei carpineti specie più consistenti come Boletus aestivalis e Boletus aereus (porcini bianchi e neri) mentre presso la roverella si può incontrare l'Amanita caesarea (ovulo buono, localmente giordana). Si tratta di funghi conosciuti in tutta Europa, raccolti per conoscenza e per tradizione, venduti lungo le strade e nei mercati, per cui, potete cercarli, ma alzatevi presto, anzi prima! Tuttavia la cosa più macroscopica che si incontra presso questi cerri, è un igroforo: Hygrophorus penarius. Bianco in ogni sua parte salvo la base attenuata e ricurva del gambo che ingiallisce, sodo come una patata, profumato, dal gusto dolce e saporito, un tempo usato per conserve, oggi molto rivalutato dalla gastronomia specializzata. È una specie tipicamente mediterranea, legata a grossi esemplari di querce caducifolie e no, produce file e cerchi intorno alla pianta ospite, semisepolti dalle foglie cadute. Altra grossa specie delle querce è Boletus fechtneri o boleto pruinoso; ottimo commestibile cotto si riconosce dal cappello glassato e da una zona rossa, in verità non sempre presente, a metà gambo. 

Il bosco di farnia, questa strana farnia dalle foglie pelose con sottobosco a carpino orientale e pungitopo, per la pentola può offrire cose alquanto interessanti. Innanzi tutto si porta dietro le grosse specie viste nel cerro e nella roverella, inoltre, già da giugno, possiamo incontrare notevoli quantità di Cantharellus cibarius (senso molto lato). Questo fungo, se dal punto di vista della commestibilità è facile da determinare, da un punto di vista strettamente scientifico in questo comprensorio, è un insieme di almeno sette entità (taxa) ancora al centro di una polemica tra scienziati di mezza Europa. Qui, a giugno, cresce Cantharellus cibarius f. pallidus, specie precoce, pallida e di grosse dimensioni, sotto le foglie cadute di quercia dalle quali spunta a malapena, nelle annate piovose nella tarda primavera, se ne possono incontrare, a patto che si riesca a vederli tra le foglie morte, in notevoli quantità, spesso assieme a Russula virescens, una delle poche russule di valore commestibile. A fine agosto arriva un'altra cosa che ci assomiglia, ma è più esile di portamento e presenta sfumature lilla sul centro del cappello, probabilmente Cantharellus amethysteus o per qualcuno C. cibarius v.amethysteus. Nello stesso periodo, arriva il più tipico C. cibarius v.cibarius, tutto giallo vivo con le pseudolamelle dello stesso colore, biforcate e congiunte da venosità evidenti, il suo profumo è notevole. Più piccolo, arancione e profumatissimo, C. friesii, cresce nelle creste di terra rimaste fuori dalle foglie morte, alle volte dove la radice superficiale della farnia tocca il terreno. Più grande del precedente, pallido e scolorito ma con le pliche imeniali giallo vivo, C. bicolor cresce nelle particelle meno disturbate di questo bosco, terricolo e poco gregario, non si vede tutti gli anni, tuttavia viene regolarmente raccolto dalla popolazione indigena e venduto lungo la strada. Molto di rado appare un funghetto tutto giallo limone, con imenio a pliche congiunte da sembrare quasi una rete, le pliche sono notevolmente rilevate rispetto alla media degli altri però questo fungo è quasi completamente privo di odore. Arrivato qualche volta anche alle mostre micologiche del comprensorio triestino e sloveno litorale, sempre portato da questa zona, ha sempre destato perplessità da parte dei determinatori; probabilmente si tratta di una specie non ancora descritta che meriterebbe uno studio a se. 

Sempre di piccole dimensioni e senza odore, ma con pseudolamelle evidenti e forcate, C. cibarius v. neglectus, si incontra qualche volta nella lecceta, dove passa di solito del tutto inosservato. Nel bosco di farnia invece, ma di grosse dimensioni viene una specie con l' imenio molto poco sviluppato, quasi liscio e dai colori che tendono al lilla; se toccato, tende a macchiarsi di nero in un periodo più o meno lungo (anche mezza giornata) il suo nome è C. melanoxeros, ha un suo simile che invece non si macchia di nero chiamato C. janthynoxanthus; molti micologi considerano queste due specie sinonimi.

Il microclima particolarmente umido del bosco di farnia, favorisce il degrado rapido della legna e delle lettiere per opera di funghi, batteri e artropodi vari; se alziamo un ramo caduto di quercia, abbiamo una altissima probabilità di trovarci una parte di formicaio, oppure una colonia di funghi biancastri e coriacei, oppure una dura fruttificazione colore cannella di Phellinus ferruginosus ed in ogni caso, il legno è marcescente e si sfalda nelle nostre mani. I principali responsabili fungini della caduta del ramo e del suo rapido deterioramento sono, come in tutti querceti dell'alto Adriatico cinque: Prima infezione di un ramo basso di quercia per opera di Peniophora quercina, insediamento eventuale di Panus stypticus, caduta a terra del ramo, insediamento di Schyzopora paradoxa o Radulomyces molare, oppure Phellinus ferruginosus, crescita secondaria di Hapalopilus nidulans, Ascocoryne sarcoides, Arachnopeziza aurelia, Mollisia cinerea e Dasyschyphus virgineus, mentre dalla corteccia, se ancora intatta escono Dyatripe buttata ed Eutypa flavovirens. Tradotto in parole più comprensibili, questo discorso suonerebbe: per l'umido che ti spacca le ossa tutto l'autunno, i rami bassi marciscono sull ' albero a causa di una specie di patina aranciolilacina che stacca la corteccia, fa morire il ramo, e questo cade a terra. Quando è caduto, continua a marcire, e vi si forma una specie di crosta bianco giallastra che qualche volta presenta pori, aghi o lamine evidenti, oppure una crosta dura e bucherellata colore cannella con forte odore di fungo; poi si formano delle mensole brune e spongiose oppure scodelline di un centimetro lilla, più piccole arancio, più piccole ancora grigie o bianche e dalla corteccia erompono pustule tonde nere oppure bislunghe nere con intorno una parte giallo limone. 

Lo strato esiguo di foglie morte, viene colonizzato spesso da Marasmius scorodonius, che, a differenza dei querceti della bassa pianura friulana, cresce soltanto in tardo autunno, dando, nel suo optimum di crescita, un odorino d' aglio alI' aria ed alle vostre scarpe, se vi dà noia l' odore, toglietele che così sporcano. 

La lecceta sopra il crinale è uno spettacolo in se stessa; anche se non molto estesa e piuttosto frammentata, dai campeggi di Orsera fino alle grosse particelle forestali a farnia, costituisce un serbatoio biologico imponente, dove alle poche specie vegetali fa fronte una mandria di specie di funghi che ha dell'incredibile; tra le tante tutto sommato banali, spiccano alcune rare ed interessanti: Entoloma bloxami, divenuto alquanto raro negli ultimi anni, blu elettrico di gambo e di cappello, ha un aspetto fibroso-fibrilloso, normalmente sui 10 cm di cappello (meglio non mangiare), Armillaria luteovirens, specie molto rara, si trova qualche volta al limite tra la lecceta ed i boschi di quercia caducifolia, dal giallo verdastro al verde smeraldo con fiocchi crema su gambo e cappello (meglio non mangiare). Sette centimetri di diametro circa, a volte più piccolo, spesso cespitoso, una decina di centimetri per un paio, di gambo, bruno castagna vellutato come il cappello, pori bianchi, tutto cavo all'interno, non lo vogliono neanche i vermi!, se cucinato diventa molle e dolciastro: si chiama Gyroporus castaneus; se ne trovano cespi interi come in nessun posto da me visitato. Hygrophorus russula, bianco macchiettato di rosso, tozzo e compatto, dato come ottimo commestibile su tutti i testi di micologia spicciola qui è amaro da far schifo!!!! Non tentate di metterlo sott'olio, rovinerete l'olio. Comunque restando sull'amaro in tutta la lecceta su terreni profondi si incontra Sarcodon imbricatus. È molto ben conosciuto sulle Alpi dove cresce nei boschi di conifere, la sola differenza riscontrata tra la forma del leccio e quella del peccio (he he leccio peccio fa anche rima) è il colore castano di queste popolazioni che si distinguono oggettivamente da quelle di color cioccolato di montagna. Anche questa specie è data ottima commestibile, infatti sono circa ventitre anni che due persone non mi rivolgono più la parola dopo che ho dato loro da assaggiare questo fungo..amarissimo da piangere! Tuttavia il record di amaro lo detiene una specie che viene regolarmente scambiata dai turisti italiani per un porcino dal quale si distingue soltanto per il reticolo che è nero su gambo beige chiaro (e non reticolo beige chiaro su gambo beige scuro) ed i pori che a maturità diventano rosa e non verde brunastro. Regolarmente viene raccolto giovane, con i pori bianchi, che grazie al clima particolare rimangono tali molto a lungo, maledetto lui ti frega e prima che te ne renda conto, tutto quello che hai messo in tegame, è diventato indistintamente e talmente amaro da saturare le capacità gustative della base della lingua per tutta la giornata. Insomma lo spettacolo di questa lecceta è bello da vedere ma alquanto amaro da gustare. 

In tutto questo amaro fa eccezione uno strano fungo sembra un galletto o finferlo, ma è completamente bianco, tuttalpiù diventa di un colore livido, sembra un finferlo ammalato, e per giunta si macchia di ruggine al tocco, l' odore però è buono ed il suo gusto da cotto, a mio avviso eccezionale; si tratta di Cantharellus alborufescens, specie alquanto amante dei luoghi caldi che qua trova habitat ottimale. Suo simile, uno strano funghetto con aculei sotto il cappello e tutto bianco, raramente leggermente beige o rosato, è stato recentemente classificato come Hydnum albidum, però anche se questa determinazione non è certa, in tegame fa una eccellentissima figura a differenza dei suoi simili colorati ed amarissimi dei boschi di castagno e di faggio delle Alpi.

E siamo giunti alla lecceta di rupe e di scarpata, quel consorzio che viene chiamata macchia mediterranea, a portamento cespuglioso, con corbezzolo, lentisco, terebinto e ginepro coccolone copre tutta la scarpata lasciando poche zone a copertura erbacea e sassosa. Proprio in queste situazioni sassose, cresce una curiosità micologica di piccole dimensioni: Il Trichoglossum hirsutum, piccolo ascomicete (piccolo per un non addetto ai lavori, rispetto le dimensioni che assume nelle paludi svizzere è circa cinque volte più grande), assomiglia ad un cucchiaino da the infilato per il manico nel terreno, è completamente nero, e se guardato con una lente tutto peloso. Sui sacri testi di micologia è considerato specie di torbiera alpina che viene sopra i duemila metri di altitudine tra muschi sommersi dall'acqua, la stessa cosa dei terrazzini pietrosi del Canal di Leme dove in estate picchia un sole da arrostirsi e l'acqua piovana sembra scivolare tra le pietre fino al centro della terra. In verità l'acqua c'è ma è ben nascosta, se ne esce con fenomeni di evaporazione e condensa durante le ore fresche in prossimità della superficie dove organismi adattati a questo assurdo .microhabitat, hanno la meglio su tutti gli altri. 

La caratteristica micologica di questo posto, comune in tutti i tipi di macchia delle coste del Mediterraneo, è comunque una coppia di funghi che si trovano sempre e assieme: Boletus lepidus detto leccino, e Lacturius atlanticus (non l'ho ancora sentito nominare diversamente). Il primo, mangiato da molta gente che lo considera una cosa buona da mangiare, giallo di pori e gambo, con una decorazione giallo uovo sbattuto finchè giovane, cuticola del cappello da marrone fino a nera; l'altro piccolo, soltanto tre o quattro centimetri di diametro per una decina di lunghezza di gambo, spessissimo cespitoso e sempre con una specie di lana irsuta alla base del gambo, il suo colore è tutto arancione brunastro. [n questo strano ambiente che arriva al mare, molte ceppaie di leccio sono infestate da un fungo giallo arancio vivo: Omphalotus olearius o fungo dell'olivo. Teoricamente dovrebbe crescere sugli olivi danneggiati dalle intemperie, invece regolarmente, come nel resto della costa istriana, cresce sulle ceppaie di tutto quello che trova, 1'ho visto spuntare addirittura da un corbezzolo tagliato nei pressi di punta Auro nella vicinissima Rovigno. La cosa curiosa di questo fungo discretamente velenoso, è quella di avere lamelle e soprattutto micelio luminescente, infatti se si capita in una notte senza luna, si può apprezzare la luminescenza diffusa di tutta la ceppaia infestata e, molto più debole, la luminescenza opaca delle lamelle finchè giovani. Tra amenità e cose serie (sempre poche), siamo arrivati al mare, e sembra che di funghi non ce ne siano altri, invece proprio su quelle patelle che vediamo camminare lungo la linea del bagnasciuga, cresce un lichene che finisce sott'acqua: l'Aspicilia innundata. Certo è l'ambiente più strano che uno possa immaginare, in ogni caso esclusa l'Aspicilia e gli altri licheni, sono stati determinati per il Canal di Leme un numero incredibile di funghi di medio grosse dimensioni (il termine corretto è discrete dimensioni), le mie liste personali riportano tra il 1972 ed il 1995 complessivamente 1477 specie di funghi in senso lato, alcune molto comuni anche altrove, altre frequenti soltanto qui altre ancora trovate una sola volta. Negli anni settanta venivo spesso per pescare, e inevitabilmente finivo in bosco per funghi tutto l'anno, la curiosità per questi strani organismi che producono tutto questo apparato riproduttivo da filamenti che misurano qualche millesimo di millimetro di diametro mi ha sempre incuriosito. Ora lavoro in campo naturalistico e le mie conoscenze si sono ovviamente ampliate, però il fascino di questi esseri filamentosi non è diminuito ed il loro studio è lontano dall'essere compiuto e terminato. 

Vorrei con queste poche righe attirare l'attenzione sul fatto che questi organismi sono parte integrante del bosco anche se non si vedono per la maggior parte dell'anno e le loro fruttificazioni, a volte voluminose, forniscono indicazioni utili sia al Forestale che utilizzerà economicamente il territorio, sia all'operatore turistico che potrà vantare caratteristiche climatiche interessanti sia al naturalista che otterrà informazioni sulla probabile evoluzione paesistico paesaggistica del territorio, infine anche il povero cristo che arriverà pedalando in Canal di Leme, avrà diritto di farsi una mangiata di funghi buoni o no!

Ristampato da:

  • Franco Bersan, "I funghi nei boschi di Leme", La Foresta di Leme e la Draga, Edizione "Italo Svevo" (Trieste, 1999), p. 39-48.

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Created: Thursday, April 5, 2001; Last updated: Tuesday, February 26, 2008
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