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MUGGIA Le antiche tradizioni pasquali sono solo un ricordo del passato. Anche se c’è ancora qualcuno che alla focaccia fatta in casa proprio non vuole rinunciare

«Quando le donne facevano a gara per la pinza più buona»

29 marzo 2005

A Muggia, in passato, i dolci pasquali erano rigorosamente fatti in casa. L'impasto si preparava già il giovedì o il venerdì santo, e si andavano a benedire in chiesa dolci e uova. Anche dopo la Pasqua di quest'anno, ci si rende conto che è una tradizione ormai per lo più relegata al passato, tramandata da sempre meno persone. Ma il ricordo è ancora vivo: come non citare le «sfide» tra donne per i dolci migliori, la fila all'ex panificio Scomersi di calle Verdi o da una vicina che aveva un forno a legna, a cucinare i dolci... La produzione industriale dei dolci - e indubbiamente il poco tempo a disposizione - ha fatto tramontare anche questa tradizione, rimasta viva per anni a Muggia, e di certo analoga a quelle delle nonne di Trieste o delle cittadine dell'Istria. Però, per riscoprire il passato, siamo andati a pescare tra i ricordi di tre donne che nel presente rappresentano delle vere e proprie istituzioni femminili a Muggia.

«La pinza era un rito. E io, che sono tradizionalista, la faccio ancora a casa per le feste. Ma non è più così per molte altre donne» afferma Licia Fontanot, presidente dell'Aida. Nella sua famiglia, che viveva nella periferia di Muggia, l'impasto si preparava già il giovedì o il venerdì santo. Ma la pinza, la tradizionale focaccia che dovrebbe rappresentare il panno che asciugò il sudore di Gesù, non la cucinava in casa: «Andavamo da una vicina, che aveva un forno a legna nel cortile. Spesso il vento dal mare spegneva il fuoco, e lo si doveva riaccendere più volte. Le donne si riunivano lì, ci si passava consigli sulla preparazione. E c'era una certa rivalità. Nell'impasto si metteva ciò che si aveva, nel rispetto della tradizione, ma c'erano sempre alcune donne che sfoggiavano un numero maggiore di ingredienti, ed erano quelle a cui la pinza spesso non lievitava. Insomma, una soddisfazione per le altre».

Un po’ come accadeva a quel tempo anche a Trieste, pure in centro a Muggia molte donne andavano, per scelta o necessità, a cuocere la pinza fuori casa. «Mia madre e altre donne si incontravano dal signor Scomersi, una cara persona, che nella sua panetteria cucinava le pinze per le varie signore del posto, che venivano lì la mattina con gli impasti su tavole coperte da un panno» ricorda Miriam Zecchi, presidente dell'Udi-Circolo 8 marzo.

I dolci e le uova venivano benedette la domenica di Pasqua, in duomo come a Muggia Vecchia. «Chi viveva in campagna, andava a benedire anche le uova. L'appuntamento era alle 11, in chiesa, il giorno di Pasqua. C'era una regola: non si potevano mangiare i dolci almeno fino alle 11 di sabato di vigilia, momento in cui c'era la cerimonia del lavaggio degli occhi» racconta Adriana Iereb, presidente della Commissione Pari opportunità.

«Da piccola andavo io alla benedizione, a Muggia Vecchia» aggiunge la Fontanot. «Portavo una pinza avvolta nel tovagliolo. Da noi la pinza benedetta doveva restare lì per ”l'ottava”, come si diceva. Ovvero fino alla domenica successiva. Alla fine, la mangiavamo dura come un sasso».

A pranzo, quasi ovunque l'agnello e il brodo. Ma anche non tutti e due assieme. «A casa mia si uccideva la gallina, e se ne usava ogni parte, per fare il brodo e il lesso» dice ancora la Fontanot. «Si preparavano poi le ”patate in tecia”, i ”capuzi garbi” o gli spinaci. Avevamo la campagna, ma producevamo poco vino, per cui mio padre salvava sempre una bottiglia proprio per le feste». La Zecchi invece è ferrea: «A pranzo l'agnello doveva esserci, e ogni famiglia ci metteva vicino qualcos'altro. Ad esempio, il brodo con i tortellini. Il venerdì era d'obbligo mangiare pesce».

Tradizioni passate, dunque, tramandate per quanto possibile alle generazioni successive, ma spesso dimenticate, ”modernizzate”, con titole, pinze, presnitz e putizze se non nelle case, almeno in tutti i negozi. Chi ha ancora le sue tradizioni, però, le serba con amore: «I miei figli hanno ogni anno la pinza e le titole fatte in casa» dice orgogliosa la Fontanot. Che regala un consiglio di cucina: «La pinza viene meglio nel forno a legna che in quello ventilato. Così resta morbida».

Sergio Rebelli

Tratto da:

  • © Il Piccolo di Trieste

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Created: Tuesday, March 29, 2005; Last Updated: Wednesday, July 29, 2015
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