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NON HO PROPRIO NIENTE CONTRO I CEVAPCICI
Christoph Wagner

Con la fine delle nazioni incominciata anche l'auspicabile fine delle cucine nazionali

Ma allora qui non avete Cevapcici?

Quando - l'ultima volta in cui andai in Croazia - feci questa domanda, il primo effetto che ottenni fu un silenzio imbarazzato. Allora il mio ospite mi prese in disparte e mi bisbigliò in un orecchio: Credo di doverle una breve introduzione ai fondamenti della politica del nostro paese.

Niente paura: vi risparmio la sua conseguente descrizione dell'epoca di Tito e della guerra nei Balcani, come pure il dettagliato racconto sulle particolarità di tutti i popoli di quest'area. Riporterò direttamente la conclusione del lungo simposio, che suona più o meno così: I cevapcici non sono un piatto croato, sono un piatto serbo. E la cucina croata non piccante, e quando cuciniamo alla griglia, cuciniamo solo sotto la peka. Ne prendo atto, anche se per certo in Croazia, quando ancora era parte della Jugoslavia, ho mangiato innumerevoli volte specialità alla griglia molto speziate che sicuramente non erano state cucinate sepolte sotto quella campana di terracotta che viene appunto detta peka. Dalle parole del mio commensale mi pareva al contrario di poter sostenere che i cambiamenti politici necessariamente devono comportare anche dei cambiamenti culturali e culinari. Ma esempi della correttezza della mia tesi c'e ne sono a bizzeffe. Se l'Ungheria non fosse stata per secoli sotto il dominio dell'impero ottomano, oggi, in tutto il paese, ma anche a Vienna, non si mangerebbe lo strudel. Se Caterina de' Medici non si fosse sposata con il re di Francia, probabilmente Firenze sarebbe attualmente la capitale mondiale della "Grande Cuisine", che ovviamente si chiamerebbe "Cucina grande".

E tanto per scegliere un esempio esotico: se non fosse stato per i conquistatori portoghesi e per i missionari, oggi i giapponesi non saprebbero neanche che cosa sia la tempura. L'influenza dei cambiamenti politici nella cucina perciò ugualmente indiscussa come l'impossibilità di quasi ogni paese di poter definire propria, un'inconfutabile cucina nazionale o perlomeno un preciso piatto nazionale. Ma in verità che cosa sono questi piatti nazionali? Per la maggior parte hanno natura multiculturale, si pensi solamente alla moresca-bizantina-italiana cotoletta alla milanese alias Wiener Schnitzel, o al gulys ungherese, che tale non sarebbe senza la paprika proveniente dall'America (e comunque utilizzata per la prima volta solo nel 1800) o alla pizza o al ragù alla bolognese che non esisterebbero senza quelle piante parimenti provenienti da oltre oceano e considerate per secoli ornamentali e velenose: i pomodori. La bifteck frite francese e la bistecca alla fiorentina rappresentano una delle rarità culinarie britanniche che si sono fatte strada nella cucina romanza.

Ma quando il nutrizionista britannico Maurice Bacon reclamò nel Daily Mirror la paternità dei suoi avi sulle lasagne, facendo riferimento a una ricetta delle "Loseyns" del 1390, gli italiani prontamente risposero con una notizia sulla peste a Firenze apparsa vent'anni prima: "I morti verranno ammassati nelle tombe come lasagne." Che la coscienza nazionale si esprima non solo in patriottismo, ma anche in orgoglio per la propria cucina, una parte della verità. L'altra parte della verità consiste nella più assoluta impossibilità di tracciare precise linee di demarcazione culinarie corrispondenti ai confini nazionali. Conclusione: le ricette non potranno mai identificare una nazione, ma conferire solo una determinata identità regionale, comunque estendibile al di fuori della regione stessa. Proprio consapevole di questo, e di recente, ho mangiato nuovamente, nel cuore della Croazia, degli straordinari cevapcici serbi.


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