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Caves
Geology
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La Grotta di Romualdo

[In the oldest period of human existence, the paleolithic man, homo primigenius, wandered through Istria hunting in the undergrowth of mountain forests and sheltering in caves and half-caves in which the hearth meant life and safety..." (Andre Mohorovičić from the book Hrvatska) There were traces found in the 105-meter long Romualdo cave in Limski Kanal close to Poreč, so named after the 9th century Italian monk Romualdo who used it for his ascetic life after escaping Ravenna's powerful Benedictines. When the middle section of the cave was excavated, microlithic flint artifacts of the Gravettien culture as well as bones of more than 40 animal species were found.

Il suolo istriano abbonda di fenomeni carsici, dalle doline e foibe profonde a interessanti località cavernose e fessurizzate. In passato la gente per lo più aveva timore di entrare nelle cavità orbe di luce e di calore, che, secondo la fantasia popolare, dovevano essere dominio di esseri soprannaturali o terribili semi dei. Ma il timore fomentato da racconti terrificanti non riusci a prevalere sempre sulla curiosità di singoli individui disposti a sfidare !'incognita del sottosuolo. In tempi remotissimi gli uomini primitivi scacciavano con i riti magici e con le fiamme i demoni e le fiere dalle caverne, trasformandole in santuari e in ripari riscaldati e illuminati dal fuoco.

Quando l'uomo passò a creare e a organizzare "grotte" artificiali all'aperto, ossia case di terra, di legno e di pietra esposte al cielo, al sole e alle stelle, cambiò anche il suo rapporto nei confronti della natura, da cui gradatamente si allontanò fondando e costruendo nelle pianure più fertili le prime città, alla cui vita e protezione presiedettero nuove divinità solari. Le forze delle tenebre, selvagge e malefiche, vennero relegate negli inferi, in cui vagavano le anime dei defunti prima del giudizio definitivo. Dal neolitico al cristianesimo i popoli del Mediterraneo hanno sempre evitato l'oscurità e di mala voglia si sono spinti nelle caverne. Vi hanno soggiornato saltuariamente solo piccoli gruppi di cacciatori o di pastori per cercarvi rifugio dal maltempo o da qualche comunità umana nemica. La pacifica popolazione romanza dell'Istria dovette affrontare una disperazione terribile quando orde di guerrieri a cavallo, provenienti dalle steppe del Mar Nero e transcaucasiche, e di nomadi avaroslavi irruppero nella penisola trasformando in cenere i baluardi della civiltà antica e costringendola a fuggire in preda al panico sulle isole, su alture e altipiani difficilmente espugnabili, o nelle caverne già dimenticate.

Col tempo le guerre cessarono e l'imperatore franco a Occidente e quello bizantino a Oriente assettarono un'Europa nuova, cristiana, mentre dalla fine dell'VIII secolo si mise in moto una nuova ondata migratoria che portò in Istria, attraverso il Monte Maggiore, i Croati provenienti dall' entroterra settentrionale della Dalmazia.

Pian piano i Croati occuparono le terre devastate dalle guerre, spingendosi fino agli orti in prossimità delle città romanze e cristiane, a sud e ad ovest della penisola. All'inizio del IX secolo li troviamo così nella zona del Canale di Leme, secolare linea di demarcazione fra i possedimenti delle città diPola e di Parenzo. Nel loro viaggio di trasferimento in Istria.

Le stirpi croate erano state sommariamente cristianizzate. Al fondo delle loro anime covavano però ancora antiche credenze accumulate nella terra d'origine. I vescovi e i sacerdoti delle città iniziarono perciò tra i nuovi venuti un'intensa aziomfdi conversione al cristianesimo e di elevazione religiosa, sicché sul colle più a nord del punto in cui il Canale di Leme cede il passo alla draga, fecero costruire una piccola chiesetta, dedicata a un santo particolarmente caro ai Croati, San Michele.

Nello stesso tempo, nell'Occidente europeo, si diffondeva l'ordine dei Benedettini. La regola di San Benedetto reclutò un gran numero di seguaci, dapprima fra la plebe e ben presto anche fra i nobili, i regnanti e i papi. Nei loro numerosi conventi in tutta Europa i Benedettini coltivavano e conservavano quanto era rimasto del patrimonio spirituale e culturale dell'antichità. Nel corso del IX secolo, accumulando terre e immobili, i Benedettini diventarono assai facoltosi, tanto che diversi abati e monaci si allontanarono, e parecchio, dalle severe regole morali e cristiane dettate da San Benedetto. Ciò provocò una reazione di ripulsa da parte di alcuni giovani monaci, tra cui c'era anche un certo Romualdo, cittadino ravennate.

Romualdo era entrato in convento già fanciullo, prendendo i voti per cancellare con la propria vita virtuosa la vergogna del padre che aveva ucciso un familiare. Deluso dall'immoralità e dall'avidità di onori mondani che svilivano l'ordine, egli raccolse attorno a sé alcuni simpatizzanti cui dettò regole nuove, più severe. In base alla leggenda, la spinta decisiva l'ebbe dall'apparizione in sogno di Sant'Apollinare stesso, patrono di Ravenna. Il nuovo ordine divenne noto come quello dei Camaldolesi, cosi chiamati da Camal doli, località degli Appennini, dove c'era un loro convento. Romualdo venne probabilmente ostacolato da alcuni potenti Benedettini, sicché nell'anno 1102 cercò scampo nel Parentino, scegliendo per il proprio romitagggio una piccola grotta nei pressi della chiesetta di S. Michele, sul versante meridionale della Draga di Leme. Ma, spesso molestato dagli abitanti, incuriositi dalla sua vita solitaria, Romualdo si cercò e trovò una caverna più nascosta, sul versante opposto della Draga, sulla falda settentrionale del colle dove c'è la chiesetta di S. Martino. Qui trascorse in sofferente solitudine e in preghiera tre anni. La sua attività spirituale ebbe un grande influenza sulla gente semplice e povera dei dintorni.

Spiritualmente fortificato, Romualdo fece ritorno in Italia per battersi per il suo ordine, ma l'ambiente in cui aveva vissuto e meditato non rappresentava più per la popolazione circostante un antro misterioso, freddo e umido, abitato da esseri demoniaci. Nella memoria collettiva la grotta fu per sempre associata alla presenza e all'attività di quell'uomo attraverso la cui anima, nelle lunghe notti buie dei suoi tre anni di romitaggio, si erano combattuti mescolandosi sentimenti di paura, angoscia e fede in un cristianesimo riformato e in una società più umana.

La lunga permanenza aveva permesso a Romualdo di ispezionare ogni cantuccio della grotta, non molto grande ma assai interessante dall'aspetto morfologico  le stalattiti e le stalagmiti sembrano un sipario pietrificato , ricca di fregi. Davanti alla stretta apertura ci sono due semicavità ricoperte dalla roccia, ben protette dal freddo e celate allo sguardo, di chi stia sul versante opposto del canale, da una folta macchia. La grotta è lunga in tutto 105 metri, ha la forma di un cunicolo che in più punti si allarga in piccole sale. La parte più profonda è molto umida e gelida, senza traccia di presenza umana. La parte anteriore è invece più calda; sul pavimento, strati di humus prodotti dalla millenaria sedimentazione di guano animale misto a resti di fuochi e rifiuti lasciati dagli uomini preistorici. Ai tempi di Romualdo la superficie della caverna era ricoperta da cenere, da ossa animali bruciate e frantumate e da numerosi cocci di vasellame. Erano tracce lasciatevi dalla saltuaria presenza dell'uomo, tra il neolitico e l'età del ferro. Sulla parte opposta della Draga, su uno spiazzo piatto a precipizio sul canale, si trovava uno dei più antichi insediamenti umani dell'Istria, fondato alla fine del neolitico e che in seguito, durante l'età del bronzo e del ferro, venne fortificato e ampliato in un vasto castelliere. Vi fu scoperta una necropoli con urne cinerarie risalente ai primi secoli di esistenza del popolo preistorico degli lstri, tra l'XI e il IX secolo avanti Cristo. Un castelli ere simile, circondato da mura a secco concentriche, si trova immediatamente sopra l'entrata alla grotta di Romualdo, ed è intitolato a San Martino, come la chiesetta medievale eretta in cima al colle. Alla fine del XIX secolo sono stati fatti scavi nella necropoli, che risale al periodo di maggior splendore economico e culturale degli Istri, come testimoniano la ricchezza dei corredi funebri rinvenuti, e specialmente delle ceramiche, del vasellame e dei gioielli di metallo importati dall'Etruria, dall'Apulia e dal Veneto.

Le più antiche tracce umane in quest'area sono proprio quelle che si trovano nella parte anteriore della grotta di Romualdo, in sedimenti spessi anche tre metri. Nel corso di alcuni sondaggi geopaleontologici sono stati scoperti focolari con resti di cibo, di arnesi e di armi di pietra e di osso, risalenti alle fasi finali dell'ultima glaciazione. Tra gli oggetti trovati spiccano alcuni manufatti, di fattura curata e gradevole, in silice colloidale di vario colore. I due denti di bambino scoperti lasciano supporre che nella caverna vivessero cacciatori di razza paleomediterranea più corpulenti di noi. Faceva all'epoca un freddo artico, onde per cui la caverna rappresentava per quegli uomini primitivi una dimora assai confortevole, dalla quale uscivano per le loro spedizioni di caccia, spingendosi fino alle rive del fiumiciattolo che scorreva al fondo della Draga. Nei sedimenti della grotta sono state trovate ossa animali spezzate, che rivelano l'abbondanza di selvaggina, appartenenti al grande cervo, allo stambecco, all'orso delle caverne, alla iena e alla pantera delle caverne, al cavallo selvaggio, alla lepre delle nevi e cosi via.

Romualdo visse dunque in un ambiente in cui da tempo immemorabile l'uomo aveva lasciato la sua impronta, una cavità le cui pareti e rocce sono state per secoli testimoni mute e sorde di innumerevoli sofferenze umane ma anche di momenti gioiosi. Smuovendo la polvere e la cenere depositatesi sul fondo della caverna egli trovava manufatti di silice e frammenti di attrezzi sconosciuti ai suoi contemporanei. Non sapremo mai se quegli oggetti lo spingessero a porsi ulteriori domande. Comunque, chiunque frequenti le grotte conosce il benefico effetto che il silenzio assoluto e l'oscurità, dai quali giunge solo il gocciolio ritmico dell' acqua, hanno sulla psiche umana: a condizione, naturalmente, che l'ambiente sia ritenuto un rifugio sicuro.

Dopo la partenza di Romualdo la plebe croata dei dintorni, adesso completamente convertita al cristianesimo e monda dai sedimenti di paure ancestrali e che fino ad allora aveva evitato quei posti, incominciò a recarsi in massa in pellegrinaggio nella grotta di S. Romualdo. Va ricordato che eravamo appena nel primo millennio dopo Cristo e che si riteneva che nel Mille ci sarebbe stato il Giudizio Universale. Tutta l'Europa era in fermento ,serpeggiava la paura, gli uomini riesaminavano il proprio operato ,si recavano in pellegrinaggio in Terra Santa e nei posti in cui erano morti i primi martiri cristiani. Ma nell' anno Mille non successe invece niente di speciale, tornarono slancio e ottimismo, che si estrinsecarono anche nella costruzione di grandi opere ecclesiastiche, chiese e monasteri, mentre un nuovo stile artistico ed architettonico, chiamato romanico, andava diffondendosi in Europa. Così, spinta dai fedeli, la Chiesa decise di ampliare anche la vecchia chiesetta di S. Michele. Ai tempi dell'abate Giovanni, attorno al 1040, venne infatti edificata una vasta chiesa romanica con convento, che esiste anche oggI.

Storia e tradizioni registrano sul suolo istriano l'esistenza di diversi eremiti che condussero una vita solitaria. Le citazioni più antiche riguardano San Servolo, martire protocristiano, che visse romita in una grotta nei pressi del villaggio di S. Dorligo (Trieste). Anche S. Fiore, vescovo di Oderzo, abbandonò le piacevolezze della sua vita di alto prelato ecclesiastico insediandosi, all'inizio dle VII secolo, in una casita nei pressi di Fasana. Uno dei più illustri rappresentanti dell'ordine benedettino riformato fu pure San GfiUdenzio, seguace di S. Romualdo e cittadino di Ossero, di cui fu vescovo dal 1018 al 1042. Egli usava ritirarsi spesso nella solitudine di una grotta situata sotto la vetta del Televrin ad Osorscica, dove, come racconta la leggenda, in virtu delle sue fervide preghiere, avvenne un miracolo: tutte le serpi di Cherso e di Lussino divennero innocue.

Tra le personalità piiI interessanti presenti nell'XI secolo in Istria figura pure Salomone, figlio del re ungarico Andrea I. Salomone aveva regnato dal 1063 al 1074, quando il cugino Gejza lo esautorò. Il detronizzato chiese aiuto al cognato, l'imperatore tedesco Enrico IV, il quale ordinò al margravio istriano di permettere a Salomone di stabilirsi in Istria. Dapprincipio Salomone si dette all'eremitaggio, vivendo in solitudine alle falde della Draga, nei pressi del convento di S. Pietro in Selve; gli ultimi anni di vita li trascorse invece nell'abbazia di S. Michele a Pola, dove morì nel 1087.

l 7 febbraio è dedicato al ricordo dell'opera di S. Romualdo. Per tutto il Medio evo, per secoli, in quel giorno la gente usava raccogliersi nelle chiesetta di S. Martino, dove partecipava alla messa. Dopo la messa il popolo, guidato dai sacerdoti, si recava in processione scendendo lungo un ripido viottolo, fino all'entrata della grotta di Romualdo, dove pregava e cantava inni sacri. Tutta la parete laterale del corridoio anteriore è ricoperta dai graffiti del popolo devoto, alcuni dei quali sono vecchi di secoli. Purtroppo la tradizione del pellegrinaggio alla grotta di Romualdo s'è spenta alcuni decenni fa. E la grotta è stata lasciata in balia di devastazioni di ogni genere: da.gli scavi di tombaroli e improvvisati cercatori di antichità, alle scritte volgari e al danneggiamento delle formazioni calcaree. Durante gli anni settanta la grotta di Romualdo era addirittura diventata posto di raccolta di gruppi di persone incivili, che la riempirono di rifiuti e di altri segni della propria sottocultura, specialmente di bottiglie di vetro che, una volta svuotate, venivano infrante e buttate all'intorno. Ciò ha spinto i veri amanti della natura a chiudere l'entrata con una grata di ferro e lucchetto. Si è giunti così una situazione assurda  purtroppo non estranea ad un nostro alienante modo di essere  per cui un monumento naturale di rara bellezza, una località archeologica preziosa e un centro spirituale, riservati a tutti gli uomini che amano il prossimo e la natura, hanno dovuto venir chiusi e trasformati in una gabbia.

È perciò indispensabile fare qualcosa affinché almeno una volta all'anno si tenga messa nella chiesa di S. Martino, pulendo e sgomberando il sentiero di accesso, in modo da farne un percorso per escursionisti (vi si gode una veduta stupenda del Canale di Leme), che possa consentire di riprendere i pellegrinaggi dalla chiesetta alla grotta. Con qualche iniziativa collaterale (una fiera o una sagra dedicate a S. Martino), la Chiesa e la popolazione della zona potrebbero riappropriarsi un genuino lascito del nostro ricco patrimonio culturale e spirituale.

Tratto da:

  • Ranko Starac / fotografie di Saša Pjanić, "La Grotta di Romualdo", Jurina i Franina, No. 55, Inverno 1993, Libar od grozda (Pula), p. 36-41. © All copyrights reserved.

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Created: Friday, July 09, 2004: Last updated: Friday, March 11, 2016
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