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La narrazione della guerra istriana del 178-177 in Livio e in Ennio.

[Tratto da: M. Graziussi, Pagine Istriane, Annata III, 1905, Stab. Tip. Carlo Priora (Capodistria, 1905), pag. 275-282.]

Nell'anno 178 a. Cr. i Romani mossero guerra agli Istri. Guidati dal console M. Vulsone s'accamparono presso il lago del Timavo; di qui C. Furio duumviro navale fu mandato con dieci navi nel porto più vicino dell'Istria (1); sull'altopiano non lontano da questo s'attendò il console.

Gli Istri evitando una battaglia decisiva, spiavano l'occasione di piombare non veduti sul campo Romano. E ciò fecero una mattina protetti dalla nebbia, per la quale dapprima invisibili apparirono poi alla paura dei Romani impreparati più numerosi; i Romani fuggirono quasi tutti terrorizzati: un solo tribuno rimase con pochi dei suoi, i quali morendo massacrati dalla moltitudine dei feroci Istriani resero più vergognosa la fuga degli altri. Gli Istri preso il campo, senza pensare [276] ad inseguire i fuggenti, concessero il tempo all'orgia mangiando e bevendo quel che trovarono nel campo e meno pochi più prudenti, tutti s'addormentarono. I Romani intanto incoraggiati da un tribuno penetrarono nell'accampamento e lo ripresero facendo strage degli Istri; dei quali pochi si salvarono. Epulo re tra questi imposto dai suoi sul cavallo riuscì a Nesazio. A Roma intanto la notizia della fuga dei Romani aveva seminato la disperazione.

Si presero misure estreme: fu arruolato un nuovo esercito e richiamato quello che era stato mandato in Liguria a sedare una ribellione; quando però il console giunse con l'esercito ad Aquileia altro non gli rimase che mandare a Roma la novella che il campo era stato ripreso con grande strage degli Istri; novella che fu accolta con giubilo. L'anno seguente l'Istria veniva sottomessa interamente.

Questa guerra cosi singolare fece a Roma profonda impressione. Ennio vecchio malato di gotta acceso da nuovo entusiasmo consacrò all'eroismo del tribuno il libro XVI dei suoi annali. Anche più tardi i Romani ebbero a lottare contro gli Istri: menzione speciale merita la guerra del 129 a. Cr., che pare abbia fornito il soggetto ad Ostio per il «bellum Histricum» (2).

Due guerre e due poemi a cosi breve distanza provano che gli Istriani rappresentavano per i Romani un certo pericolo e che da questi erano tenuti in qualche conto. E d'altra parte le parole di Livio XLI, 1: Consilium de Istrico bello quum haberet consul, alii gerendum extemplo, antequam contraltere copias hostes possent, alii consulendum prius senatum censebant. Vicit sententia, quae diem non proferebat, fanno credere che i Romani erano convinti di aver contro di sè nemico non trascurabile; nè i preparativi di questa guerra smentiscono questa opinione (Liv. XLI, 1); preparativi non ingenti, ma neanche meschini, se ancora si pensi che un esercito maggiore, [277] per essere i Romani implicati in altre guerre, non poteva essere mobilizzato; i provvedimenti estremi decretati dal senato alla notizia che il campo era stato preso, escludono che i Romani non avessero ragione alcuna di paventare la minaccia degli Istri (3).

Sul mare poi gli Istri erano per tutta l'Italia una minaccia incessante. I Romani avevano imparato a conoscerli nella guerra contro la regina Teuta (230-229) (4). E nell'anno 182 a. Cr. un decreto del senato stabiliva che dieci navi incrociassero stabilmente nell'Adriatico tra il Promunturium Minervae (Punta della Campanella sulla penisola di Sorrento) e Barium (5) a tutela delle città dell'Italia meridionale contro la pirateria degli Istri. E nella guerra stessa, di cui ci occupiamo, i Romani decretano che una flotta di venti navi avente per centro d'operazione Ancona difendesse la costa orientale d'Italia.

La narrazione che Livio (XLI, 1-5) fa di questa guerra è ricca di particolari e presenta nel complesso un carattere alquanto poetico. E così quando Vahlen (Abhandl. der Berl. Akademie der Wissenschaften 1886 pg. 28 sgg.) e Bergk (Kleine Schriften I, 252, scoprirono una certa corrispondenza tra i frammenti del XVI degli Annali di Ennio e la narrazione di Livio ne indussero senz' altro la dipendenza del secondo dal primo. E qui io voglio frapporre i frammenti di Ennio ricostruiti e ordinati in base alla narrazione e metterli uno per uno di fronte ai passi di Livio corrispondenti per mostrare che l'opinione dei sullodati trova la sua ragione nella evidente relazione che intercede fra i due autori (6).

[278] Gli Istriani, come ho esposto più sopra, erano condotti da Epulo, regulotto energico e bellicoso (fr. 259: Primus nec bradus in regimen bellique peritus; cfr. Liv. XLI, 1... a patre in pace habitam armasse ideoque iuventuti praedandi cupidae pergratus esse dicebatur). Per evitare una giornata decisiva gli Istriani si nascondono dietro i monti (fr. 241: Montibus obstipis obstantibus unde oritur nox; cfr. Liv. XLI, 2: Histri ut primum ad lacum Timavi castra sunt mota, ipsi post collem occulta loca consederunt...) e spiano l'occasione per assalire i Romani alla sprovvista, (fr. 242: si luci, si nox, si mox, si jam data sit frux; cfr. Liv. XLI, 2 ...inde obliquis itineribus (Romanorum) agmen sequebantur in omnem occasionem intenti; nec quicquam cos, quae terra marique agerentur, fallebat). Cala la notte, (fr. 244: interea fax occidit occeanumque rubra tractim obruit actra). Gli Istriani fanno sosta; Epulo parla loro (fr. 243: nox quando mediis signis praecincta volabit) (7). Coperti dagli scudi, sotto i quali nascondono le spade, aspettano il momento propizio (fr. 245: hic insidiantes vigilant, partim requiescunt, protectis gladiis sub scutis, ore faventes). Dalla cima del monte Epulo segue le mosse romane. Allo spuntar del giorno vede i Romani inermi girar per il campo (fr. 401: ex speculo spectans; fr. 240: Quos ubi rex spexit de cotibus celsis, cfr. Liv. XLI, 2: Postquam stationes invalidas esse pro castris viderunt, duo simul praesidia Placentinae cohortis et manipulorum secundae legionis aggrediuntur). Un solo tribuno resta al suo posto con pochi soldati; il console fuggente li avverte del pericolo (fr. 254: spero, si speres quiequam prodesse potissunt; cfr. Liv. XLI, 2: itaque primo velut iussi id facere, pauci armati, maior pars inermes, ad mare decurrunt, dein plures, postremo prope omnes et ipso consul... Unus remansit, M. Licinius Strabo, tribunus militum secundae legionis). Ennio confronta il tribuno a focoso cavallo che erompe dallo stallo e corre baldo via per la pianura (fr. 307 («incertae sedis»:

et tum sicut equus qui de praesepibus fartus
vincla suis magnis animis abripit et inde
fert sese campi per caerula laetaque prata
celso pectore, saepe iubam quassat simul altam
spiritus ex anima calida spumas agit albas

[279] I nemici gli sono addosso da ogni parte, (fr. 246:

...undique conveniunt velut imber tela tribuno
Configunt parmam, tinuit hastilibus umbo,
aerato sonitu galeae...

fr. 247: concidit, et sonitum simul insuper arma dedere. Cfr. Liv. XLI, 2: Unus remansit M. Licinius Strabo, tribunus militum tertiae legionis cum tribus signis a legione sua relictus: hunc in vacua castra impetu facto, Histri quum alius armatus iis nemo obviam iisset in praetorio instruentem atque adhortantem suos oppresserunt. Proelium atrocius quam pro paucitate resistentium fuit; nec ante finitum est, quam tribunus militum, quique circa eum consisterant interfecti sunt). Gli Istriani prendono il campo, Epulo li esorta a mangiare e bere. (fr. 248: prandere iubet horiturque; cfr. Liv. XLI, 2 ...regulus accubans epulari coepit; fr. 308 «incertae sedis»: vertunt crateras ahenos... cfr. Liv. XLI, 2: vino ciboque corpora onerant). I più quindi s'addormentano e nel sonno sono uccisi dai Romani; pochi si salvano, tra i quali Epulo (fr. 249: rex deinde citatus convellit sese cfr. Liv. XLI, 4: Rex tamen Histrorum temulentus ex convivio raptim a suis in equum impositus fugit). A Nesazio si combatte l'ultima lotta; gli Istriani resistono con accanimento: la fame li finisce lenta e atroce, (fr. (8) XXII: eripuere patres filiis plorantibus offam: cfr. Liv. XLI, 11 ...ne tum quidem (gli assediati) memores pacis in caedem coniugum ac liberorum versi...). Tra le grida disperate degli assediati s'odono le vocine dei bimbi, (fr. 250: clamos ad coelum volvendus per aethera vagit; fr. 251: qui clamos oppugnantis vagore volanti, fr. 310 «incertae sedis»); cfr. Liv. XLI, 11: inter complorationem feminarum puerorumque... milites oppidum intrarunt; ibidem... cuius (oppidi) capti, ut ex pavido clamore accepit rex...). Disperato Epulo si uccide (fr. 309 «incertae sedis»: Animus cum corpore latrat; cfr. Liv. XLI, 11: Traiecit ferro pectus ne vivus caperetur).

La corrispondenza è evidente; eppure un fatto solo distrugge, a mio modo di vedere, le conclusioni che se ne [280] potrebbero trarre. Mentre cioè in Ennio il tribuno eroico si chiama Carlius (9) o T. Caecilius Teucer (10) in Livio si chiama M. Licinius Strabo. Per questa differenza dobbiamo per intanto escludere che Livio abbia preso il nome da Ennio e stabilire almeno per il nome un' altra fonte.

La 4a e 5a decade delle storie di Livio possono essere divise per il contenuto in due parti: 1) storia d'Italia e di Roma, 2) storia dell'oriente greco; per quest' ultima parte Livio segue esclusivamente Polibio (11), per la prima parte i giovani annalisti e in seconda linea Polibio. Questi ultimi si servirono per le loro storie delle esagerate cronache delle famiglie più illustri di Roma e delle orazioni funebri, a completamento delle scarse notizie che trovavano nelle memorie dei vecchi annalisti e che falsavano tendenziosamente a favore della famiglia o del partito a cui appartenevano. Essi inventarono leggende, processi, che confermassero la bontà dei loro ideali politici e mostrassero essere diritto antico e sacrosanto ogni loro aspirazione di parte. Furono essi che inventarono le leggende di Sp. Melio e di Servilio Ahala pugnalati perchè rei di aver aspirato alla tirannide, proprio poco tempo avanti che i pugnali finissero Cesare; così tutta la massa delle leggi agrarie, che si propongono ogni momento per essere presto dimenticate e poi novellamente rimesse in vigore, è uscita dalla mente di annalisti partigiani dei Gracchi. È impossibile in ogni singolo caso riconoscere il falsario, l'epoca e la tendenza sua può essere sempre stabilita. E qui per confermare con prove le conclusioni che vogliamo trarre alla fine è necessario rilevare l'attività letteraria di uno di questi giovani annalisti, di C. Licinio Macro (12).

Di origine plebea è noto nella storia per il suo tribunato [281] (73 a. Cr.). Si sa ancora che accusato d'estorsione da Cicerone, sfuggi alla condanna col suicidio (Plut. Cic. 9). Scrisse annali che comprendevano almeno 21 libri (13). Livio che consultò i suoi annali dal 4° libro in poi ricorda in più luoghi (14), che Licinio si servi per le sue storie dei «libri lintei», una specie di cronaca, contenente un elenco dei Magistrati; Mommsen ritiene quei libri un' invenzione di Licinio (15). È molto probabile che i Licinii acquistarono fama di mediatori tra nobili e plebei accanto ai Fabi per l'attività letteraria del nostro Licinio. È inoltre fuori di dubbio che a lui si devono molti racconti di tendenza plebea; ma ciò che più monta, il nostro Licinio si permise di falsare la storia in favore dei membri della sua famiglia. Epperò Livio gli fa aspro rimprovero (16).

Ed ora torniamo alla contraddizione più sopra accennata; dalla quale risultando che Livio per la narrazione della guerra istriana non segui Ennio o che tutt' al più per l'evidente corrispondenza che passa tra i frammenti di questo e le narrazioni di Livio, lo ebbe in seconda linea, io credo seguendo i più recenti risultati critici molto verosimile, che egli, ebbe per fonte diretta un giovane annalista (17). Per essere Ennio la fonte più autorevole perchè contemporaneo alla guerra e perchè scrisse in lode del tribuno, il cui nome appunto è oggi segno di contraddizione, dobbiamo accettare come autentico il nome di T. Coecilius Teucer tramandato da lui (6). D' altra parte tra i nomi dei tribuni ricordati da Livio (XLI, 2) ce ne sono due (T. et C. Aelius) che sono stati identificati con quello di Ennio (18).

Conclusione: La fonte di Livio per la guerra Istriana è la narrazione di un giovane annalista, il quale attribuì il fatto eroico non al tribuno cui Ennio consacrò il XVI dei suoi annali ma ad un altro tribuno, a M. Licinio Strabone, il quale si [282] trovava nella stessa legione in cui combatteva il primo; questo annalista potrebbe essere C. Licinio Macro (19), al quale abbiamo veduto Livio fare aspro rimprovero di parzialità e di partigianeria, in ispecie a favore della sua famiglia.

M. Graziussi.


Note:

  1. Livio, XLI, 1. Senza contare i lavori di quelli, che a proposito di questo porto scrissero con poca serietà, citerò alcuni dei lavori, a mio giudizio, migliori: Petruzzi: «Mente e Cuore» 1874; de Franceschi: L'Istria, note storiche, Parenzo 1879 e Benussi: L'Istria sino ad Augusto, Trieste 1883. Questi tre risolsero nello stesso modo la questione molto dibattuta sul luogo ove dagli Istri fu preso il campo romano. Essi credono che il campo in questione si trovasse a Muggia e adducono a prova il passo seguente di Livio (XLI, 1): Eae naves ad proximum portum in Histriae fines missae sunt (si tratta delle navi di C. Furio duumviro navale, che partivano da un porto situato all'altezza del lago del Timavo). Il passo viene da essi tradotto così: Quelle navi furono mandate nel porto più vicino ai confini degli Istri; e premettendo che Livio parlando dei confine dell'Istria, intendeva dire il Risano (Phormio) non il Timavo, concludono che il campo si trovasse a Muggia, che è appunto il porto più vicino al confine dell'Istria formato dal Risano. Ma questa supposizione, oggi generalmente accettata, è, per le stesse parole di Livio, falsa; chè per ragioni semplicissime di grammatica, quel passo deve essere interpretato così: Quelle navi furono mandate nel territorio degli Istri, nel porto più vicino (s'intende più vicino al luogo di partenza delle navi, cioè al lago del Timavo). Vediamo ora se il porto di Muggia può essere il porto in parola. Se si ammette come confine il Risano (secondo il Petruzzi, de Franceschi e Benussi) il porto bisogna cercarlo oltre il Risano, Muggia quindi resta esclusa. Se si ammette come confine il Timavo (ed è probabile che Livio pensasse appunto a questo confine) il porto che deve trovarsi nel territorio degli Istri e deve essere il più vicino al lago del Timavo, non può essere quello di Muggia. Muggia resta esclusa in tutti due i casi. Cfr. la famosa «Cronaca di Monte Muliano» e la prefazione di A. Gentilli alla sua tragedia «Epulo».
  2. Macrobio, Sat. VI, 3, 6. Su questa guerra vedi i seguenti lavori: Bergk: Iahns Iahrbücher, 83, St. 322; Haube: Die Epen der römisehen Literatur im Zeitalter der Republik (Progr. Gymn. Schrimm 1895); A. Gentille: Il poema di Ostio sulla guerra Istriana (Atti e Memorie); G. Pitacco: Il poeta Ostio e la guerra Istriana (Atti e Memorie); A. Gnirs: Das Gebiet der Halbinsel Histrien in der antiken Ueberlieferung (Programm der Marine Realschule von Pola 1902-3).
  3. L'opinione che gli Istriani fossero temuti dai Romani per la ragione che potevano unirsi con Perseo di Macedonia è infondata; l'alleanza era difficile per la quasi assoluta mancanza di comunicazioni per la via di terra tra la Grecia e l'Istria; e poi nessun passo di scrittori antichi rende probabile questa opinione espressa nelle sue lezioni dal prof. Bauer. Gli Istriani poi diedero molto da fare ai Romani anche dopo che la Macedonia era stata ridotta a provincia.
  4. Questa guerra è stata trattata dal prof. Adolfo Bauer nelle Archäolog. epigraphische Mitteilungen 1895, pg. 135-150.
  5. Vedi in Gnirs (o. c.) i passi, dai quali è tolta questa notizia.
  6. Per questa parte del lavoro mi sono servito delle seguenti opere: Vahlen: Abh. der preuss. Akademie 1886, p. 1. — Valmaggi: Q. Ennio, frammenti degli annali, Torino, Löscher, 1900. — Havet: L'Histoire romaine dans le derniers tiers de Annales des Ennius. — G. Pascoli: «Nostrae litterae», Vol. I: Epos. I frammenti di Ennio sono citati secondo la numerazione del Valmaggi (o. c).
  7. Per questo ed altri inutili particolari nessuno cercherà in Livio il passo corrispondente.
  8. Dalla raccolta del Pascoli (Epos, pg. 52, XVII). Tra i frammenti raccolti dal Valmaggi non apparisce questo verso, perchè non è veramente un frammento, ma una ricostruzione del Bergk fatta sulle parole di Plinio N. H. XVIII, 83: Ennius obsidionis famem exprimens offam eripuisse patres liberìs commemorat.
  9. Macrobio, Sat. VI, 3, 2.
  10. Plinio N. H. 28, 101.
  11. Nissen: Kritische Untersuchungen über die Quellen der 4a und 5a dekade des Livius. Soltan: Livius Geschichtswerk. Seine Composition und seine Quellen; Leipzig 1897.
    G. F. Unger: Philolog. Supplementband 3. 1864-67.
  12. Cfr. Nitsch: Die romische Annalistik; Berl. 1873 pag. 351.
          Niebuhr:
    Römische Geschichte 3. pag. 175.
          Mommsen:
    Römische Chronologie; Berl. 1859 pag. 88.
                 "         Römische Forschungen; Berl. 1864 pag. 315.
         A. r. Gutschmid: Kleine Schriften 5; Leipzig 1894 pag. 531.
  13. Peter: Historicorum romanorum Fragmento.
  14. IV, 7; IV, 20; IV, 23.
  15. Mommsen, o. c.
  16. Livio VII, 9: ...Quaesita ea propriae familiae laus leviorem auctorem Licinium facit.
  17. Ciò posto la differenza del nome potrebbe forse meglio determinare la fonte di Livio.
  18. Plin. N. H., 28, 101. In Macrobio invece il nome è (sat. VI, 3, 2); Caelius; cfr. la nota seguente.
  19. Müller, o. c. L'identificazione trova sicuro fondamento in una serie numerosa di casi analoghi.

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Created: Sunday, August 235, 2015; Updated Monday, August 24, 2015
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