Raimondo della Torre, Patriarca di Aquileia
(c. 1273 - 23 febbraio 299)

[Tratto da: Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 37 (1989) - http://www.treccani.it/enciclopedia/raimondo-della-torre_res-366a74c6-87ec-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Dizionario_Biografico%29/.]

Figlio di Pagano capo della Credenza di S. Ambrogio a Milano, e fratello di Napoleone detto Napo signore di Milano, nacque attorno al 1230 e fu pregto avviato alla carriera ecclesiastica. Già nel 1247, non ancora ventenne, ottenne una prebenda, da papa Innocenzo IV. Nel 1251 fu insignito dell'arcipretura di Monza, una delle più cospicue prelature della diocesi milanese. Nel 1257 si rese vacante la sede arcivescovile milanese; i canonici della metropolitana divisero i loro suffragi fra il della Torre e Francesco da Settala. Nel 1262 quest'ultimo ritirò la propria candidatura: tuttavia, secondo i canoni, dopo la lunga discordia degli elettori la scelta spettava alla S. Sede. Urbano IV, forse su istanza del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, elesse Ottone Visconti e contemporaneamente, per non scontentare i Della Torre, fece promuovere il della Torre alla sede vescovile di Como. Fallito il disegno di ottenere l'elezione del loro congiunto, i Torriani requisirono i beni e i castelli dell'arcivescovado, impedirono a Ottone di accedere alla sede metropolitana e con la forza delle armi lo cacciarono dalla Lombardia. La Curia romana rispose immediatamente scagliando l'interdetto sulla città.

Nel 1262-64 abbiamo notizia di un'intensa attività del della Torre Presso la Curia papale: si ritiene che in quegli anni egli preparasse, con un'accorta iniziativa diplomatica, nuovi orientamenti politici della sua consorteria. I Torriani, dopo aver governato a Milano con Oberto Pelavicino, ghibellino ed eretico scomunicato, si riavvicinarono alla Sede romana e al partito guelfo angioino, e con il trattato di Aix del gennaio 1265 consentirono all'esercito di Carlo d'Angiò il libero transito in Lombardia.

La parte svolta dal della Torre nel determinare il nuovo indirizzo politico della sua casata è confermata da un successivo trattato di cui egli fu promotore, stipulato il 25 febbraio dello stesso anno, che estendeva l'accordo tra i consociati lombardi e l'Angiò a un'altra coalizione guelfa, composta dal marchese d'Este, dal conte di San Bonifacio e dalle città di Ferrara e di Mantova. Gli alleati si impegnavano tra l'altro a favorire l'elezione del della Torre alla cattedra milanese e a ottenere dal pontefice la sua elezione a legato apostolico nell'Italia settentrionale, con una lauta prebenda e 300 armati per tre anni, per combattere a favore della causa della Chiesa e della coalizione guelfa. Al vescovo di Como era inoltre delegata la nomina dei podestà delle città consociate per cinque anni; infine, i membri della lega si impegnavano ad ottenere dalla Sede romana la remissione di tutti i guasti e i danni procurati dai Della Torre alla Chiesa milanese. Il nuovo papa Clemente IV, si oppose con fermezza a queste pretese che in una lettera dell'agosto definì "indecentes", riferendosi soprattutto alla non spenta ambizione del della Torre di essere insignito della cattedra arcivescovile milanese ai danni del Visconti; nel 1266 l'arcivescovado fu definitivamente confermato a quest'ultimo.

Durante questi anni, mentre i Torriani si impegnavano in un'azione politica intesa a consolidare politicamente e militarmente le posizioni conquistate in Lombardia, il della Torre contribuì all'incremento della sua casata, prendendo parte attiva in numerose azioni diplomatiche e in delicati interventi di arbitrato, "vera mente direttiva della politica milanese e lombarda nei tredici anni che corrono dalla riscossa dei guelfi in Lombardia (1264) alla battaglia di Desio" (Franceschini, p. 304). Nel 1269 il della Torre era a Brescia per pacificare in città le fazioni avverse e ricondurre i cittadini all'obbedienza milanese. Nel 1270, durante uno scontro con i Venosta, potenti feudatari della Valtellina, il della Torre fu catturato e imprigionato nel castello di Boffalora, ma fu presto rilasciato. Restano, infatti, numerose testimonianze dell'attività diocesana del vescovo di Como nei mesi successivi, e sappiamo inoltre che fin dal febbraio 1270 la chiesa di Chiavenna anticipò al "cariepario" del vescovo il fodro che servì a pagare il riscatto (cfr. G.R. Orsini, La giurisdizione ... del vescovo di Como, in Arch. stor. lombardo, LXXXI-LXXXII [1954-55], p. 179). Nel giugno successivo il della Torre era a Lodi, dove trattava con una consorteria locale nel tentativo di assicurare la città ai Torriani per via diplomatica, prima di ricorrere alla forza delle armi.

Nel dicembre del 1273 Gregorio X promosse il della Torre alla sede patriarcale di Aquileia, la carica ecclesiastica forse più ragguardevole in Italia per ricchezza, potenza e grado. La nomina coronava le ambizioni del della Torre e lo insigniva di un principato esteso e potente e di una diocesi ricca, dotata di un gran numero di benefici, prebende, uffici civili ed ecclesiastici che da quel momento furono elargiti largamente alla clientela torriana. Di più, il della Torre, che ambiva all'incarico di legato apostolico, era confortato nella sua speranza dall'esempio di Gregorio da Montelongo, suo illustre predecessore ad Aquileia e legato pontificio. L'elezione del della Torre fu indubbiamente un riconoscimento dell'accresciuta potenza torriana, e un incoraggiamento alla pacificazione della città e al futuro ritorno di Ottone Visconti, ma è anche da mettere in relazione con una più ampia strategia di Gregorio X, che intendeva opporre nuove forze politiche e nuovi schieramenti al guelfismo angioino. In vista di questi obiettivi, il pontefice vide con favore l'elezione di Rodolfò d'Asburgo a re dei Romani nel settembre del 1273, e successivamente incoraggiò il collegamento di questo con i Della Torre, che passarono dalla tutela angioina a quella del re germanico. Il patriarcato friulano era tradizionalmente la porta d'Italia per i re di Germania: tra il nuovo patriarca e Rodolfo si stabilirono stretti rapporti.

Gli eventi relativi alla decisione di papa Pregorio di conferire al della Torre il patriarcato sono narrati dagli storici con versioni discordanti. Gregorio X era di passaggio in Lombardia per recarsi a Lione; del suo seguito faceva parte Ottone Visconti, al quale fu imposto di arrestarsi a Piacenza. Secondo alcune versioni, il papa soggiornò brevemente a Milano mostrandosi freddo verso i Torriani; secondo altre narrazioni, al contrario, Gregorio fu da loro ricevuto con magnifiche accoglienze, e sollecitato caldamente a conferire il patriarcato al loro congiunto. Stefanardo da Vimercate ritiene che il pontefice fosse pienamente a conoscenza delle trame che a Milano si ordivano contro il Visconti, e il Giovio asserisce anzi che Gregorio era a conoscenza del fatto che il della Torre avesse assoldato alcuni sicari per uccidere a Piacenza il suo avversario (cfr. sulle differenti versioni la Prefazione di G. Calligaris al poema di Stefanardo, pp. XXIX-XXXII). Emerge comunque in queste vicende la comunanza d'azione e di interessi dei vari membri della domustorriana, qui unita attorno al della Torre anche nel delitto ("in id scelus tota familia conspirante") secondo Paolo Giovio, che giudica severamente il vescovo di Como, uomo "multa morum gravitate, sed profunda ambitione et nefaria simulatione insignis".

Impegnato nel serrato gioco politico ombardo, il della Torre si recò ad Aquileia soltanto nel luglio del 1274, accompagnato da un ricchissimo seguito, con un ingresso sfarzoso e solenne. Insediatosi in Friuli, il patriarca dovette affrontare immediatamente il problema delle relazioni con i potentati confinanti, e segnatamente quelle con il conte di Gorizia, contro il quale il suo predecessore Gregorio da Montelongo aveva combattuto aspramente per recuperare le terre usurpate dai Goriziani alla Chiesa aquileiese, subendo anche l'umiliazione della cattura e della prigionia. Il nuovo patriarca intavolò con il potente vicino difficili trattative, che si protrassero per due anni, nonostante l'intervento del re di Boemia e di Rodolfo d'Asburgo. Nel 1275 i due contendenti si disposero a un accordo che diede inizio a un lungo arbitrato sui territori e sulle città contese.

La nomina del della Torre ad Aquileia non lo allontanò dagli affari milanesi, ma al contrario, quando i nemici dei Torriani si coalizzarono e iniziarono, dal 1275, a maturare propositi di riscossa, le forze armate radunate dal patriarca a Udine e nel Friuli furono inviate in più occasioni in Lombardia a sostenere il partito torriano. Dopo la rotta di Desio, nel 1277, molti membri della consorteria e i loro fautori cercarono rifugio in Friuli presso il patriarca, che li insignì di beni, feudi e uffici. Nello stesso anno un gruppo numeroso di lombardi si insediò a San Vito dove ottennero dal della Torre la concessione di feudi "d'abitanza" con l'obbligo del servizio militare.

I rovesci militari dei Della Torre in Lombardia resero più difficili, di riflesso, i rapporti tra il patriarca e i potentati confinanti. Le questioni rimaste in sospeso con il conte di Gorizia attendevano ancora una definizione, mentre il potente feudatario, avvocato della Chiesa aquileiese, rafforzava la sua posizione alleandosi con Rodolfa d'Asburgo. Alla fine del 1277 il patriarca si recò presso il re Rodolfo, forse per condurre a termine le trattative con i Goriziani, ma soprattutto per ottenere dal re dei Romani un aiuto militare in Lombardia dove i Torriani, da un castello nei pressi di Como, iniziavano a riorganizzarsi. Nel maggio del 1278 il della Torre partì da Cividale con un contingente numeroso di milizie per prestar soccorso ai suoi a Lodivecchio; ma prima ancora di ricevere i soccorsi friulani i Torriani diedero battaglia ai Viscontei e riportarono una vittoria che assicurò loro il controllo sulle terre dell'Adda. Anche negli scontri avvenuti successivamente a San Colombano e a Gorgonzola i Della Torre seppero mantenere le posizioni acquisite. Il marchese del Monferrato, che conduceva l'esercito milanese, si vide perciò costretto a entrare in trattative con il della Torre, l'esponente più autorevole della famiglia dopo la morte di Napo, avvenuta in prigione nel castello di Baradello. Per tutto il 1278 e il 1279 il patriarca si trattenne in Lombardia: gli atti da lui firmati sono datati dal palazzo vescovile di Lodi.

La pace stipulata dal della Torre nel 1279 fu presto rotta da nuove ostilità: all'inizio del 1281, in assenza del marchese, i Torriani diedero battaglia, sostenuti da cinquecento cavalieri giunti dal Friuli. La battaglia di Vaprio, alla quale il della Torre non volle partecipare personalmente, si risolse in una gravissima rotta per i Della Torre, inferiori numericamente e attestati su una posizione svantaggiosa: ai caduti si aggiunsero centinaia di fuggitivi che trovarono la morte annegati nell'Adda. Il patriarca riparò in Friuli con le i sue truppe decimate. Il gran vessillo della città di Cividale, conquistato dai Viscontei, fu esposto in piazza a Milano.

Nel 1284 il patriarca si accinse a prendere il comando dei suoi in un nuovo tentativo di riscossa. Per il tramite del fidato Accursio Cutica, comasco, il della Torre stipulò un accordo con Guglielmo VII marchese del Monferrato e gli versò una forte somma per ottenere il suo aiuto militare nel tentativo di liberare i familiari ancora prigionieri a Como, e per iniziare la guerra contro i Visconti. Gli scontri tra l'eterogenea coalizione antiviscontea e i Milanesi si protrassero per tutto il 1285, senza eventi decisivi, finché il 3 apr. 1286 si giunse al trattato di pace. I Torriani ottennero la restituzione dei loro beni, ma fu loro impedito di rientrare a Milano; il principato friulano accolse nuovamente gli esuli, sotto l'ala protettrice del patriarca. L'anno successivo fu rinnovato contro di loro il bando, e nuovamente requisiti i loro possedimenti.

Gli affari friulani, intanto, impegnavano seriamente il patriarca: nei primi anni del suo governo il della Torre era riuscito a salvaguardare l'integrità territoriale dello Stato, grazie al proprio personale prestigio e all'alleanza con l'Asburgo. Dal 1283 si fece più pressante e temibile l'espansione politica e commerciale di Venezia, soprattutto in direzione dell'Istria. Il della Torre, in nome degli antichi diritti del governo patriarcale sulla penisola, prese l'iniziativa e impedì ai Veneziani l'accesso ai porti del territorio aquileiese, quindi fece lega con il conte di Gorizia e iniziò una lunga guerra che ebbe come teatro Trieste e la penisola istriana dal 1283 al 1291. Una prima fase degli scontri si concluse a favore di Venezia, ma la pace fu presto rotta da nuove iniziative militari del patriarca, che tra il 1287 e il 1288 mobilitò le leve friulane, moltiplicò le imposizioni fiscali e rinnovò le spedizioni militari in Istria per sostenere i fautori della Chiesa di Aquileia. La pace tra i due contendenti, che fu raggiunta nel 1291 con la mediazione del signore di Treviso, favorì soprattutto Venezia, verso la quale Trieste dovette confermare gli impegni già assunti, e arrecò dei vantaggi anche al Goriziano, che si assicurò Cormons ed ebbe dal patriarca il feudo di Venzone.

In quegli anni si era anche accresciuta l'influenza politica di Gerardo da Camino, dal 1283 signore di Treviso. Nel 1291 il della Torre rivendicò alcuni territori usurpati dal Caminese e iniziò contro di lui una lotta che condusse con grande determinazione, procurandosi l'alleanza e l'aiuto militare di Padova. Per i Padovani, nel 1294, il della Torre trattò la pace con il marchese d'Este, riportando buoni risultati diplomatici. Grazie a questa accorta iniziativa politico-militare, il della Torre riuscì ad arginare l'incremento politico dei signori confinanti; ciononostante, i suoi ultimi anni di governo furono segnati dal crescere della potenza delle formazioni territoriali vicine, a danno del territorio aquileiese. Attorno al conte di Gorizia e al signore di Treviso, che si erano alleati, si coagulava il malcontento dei vassalli e dei nobili friulani, oppressi dal governo forte ed energico del patriarca.

Tra il 1296 e il 1297 si susseguirono scaramucce e piccoli fatti d'arme derivanti dalle irrisolte controversie territoriali cop il Goriziano e con i feudatari friulani che lo sostenevano. Pendevano anche le questioni relative alla pace con Venezia: convocato a Roma da Bonifacio VIII per definirle, il della Torre non si presentò, provocando le rimostranze del pontefice.

Vecchio, stanco e malato, il patriarca si avviava alla morte, che avvenne a Udine il 23 febbr. 1299. Fu sepolto ad Aquileia, nella cappella che egli stesso aveva fatto preparare all'interno della basilica.

Nella sua attività di governo in Friuli il della Torre agì sempre con grande lucidità e con polso fermo. Partecipando senza riserve al serrato gioco politico tra i potentati laici ed ecclesiastici dell'Italia nordorientale, il della Torre condusse una politica accorta ed energica, spesso aggressiva sul piano militare, e riuscì a preservare lo Stato friulano dalle ambizioni delle dominazioni confinanti, rallentando così - pur senza interromperla - una secolare tendenza alla disgregazione della formazione territoriale aquileiense, che venne peraltro a compimento nel secolo successivo ad opera di Venezia, interessata al controllo delle vie commerciali che conducevano Oltralpe e alle zone costiere dell'Istria.

Il governo del patriarca torriano non fu sempre ben accettoll e soprattutto il favore accordato alle proprie clientele lombarde gli costò l'ostilità dei feudatari e dei Comuni friulani, come dimostra, fra i tanti, un episodio avvenuto a Gemona nel 1292: un nipote del della Torre che rivestiva l'ufficio di capitano, fu ferito da alcuni cittadini, e il patriarca represse duramente i colpevoli e stroncò sul nascere successivi tentativi di ribellione. A forse da ricondurre alla volontà di colpire Gemona - pur favorita da altri provvedimenti del della Torre - il noto episodio registrato dalle fonti e dai cronisti: nel 1297, in un campo presso la città, il della Torre piantò una croce dichiarando solennemente di voler erigere in quel luogo un nuovo centro abitato ed un mercato, che avrebbero assunto il nome orgoglioso di "Milano di Raimondo". Peraltro, la politica del della Torre favorì i Comuni friulani, ai quali accordò dazi e proventi, franchigie e autonomie; edificò le mura a Tolmezzo, approvò gli statuti di Sacile, restaurò e fortificò San Vito e Tolmino. La città di Udine, dove il della Torre risiedeva, continuò ad accrescere la sua popolazione sotto il governo del della Torre e si arricchì di edifici e palazzi che egli vi fece costruire.

Fu soprattutto il sentimento dell'onore e della potenza della domus torriana, prima e dopo i rovesci militari del 1277-1281, che ispirò costantemente gli atti del presule torriano, dagli inizi della carriera ecclesiastica fino alla promozione all'importante cattedra aquileiese. Questo traguardo si proiettava, nelle speranze del della Torre, in un futuro dominato dalla prevalenza dei Torriani a Milano e in Lombardia. Gli eventi furono invece meno propizi alla consorteria milanese, e il patriarcato di Aquileia divenne in un primo tempo una fonte di risorse militari e finanziarie per la famiglia, e in seguito un rifugio e un terreno di conquista per una numerosa e agguerrita colonia lombarda, che scalzò la tradizionale preminenza dei Toscani in Friuli.

Sin dall'epoca delle prelature lombarde e durante il governo patriarcale in Friuli, l'attività pastorale ed ecclesiastica dei della Torre non ebbe grande spicco, sempre subordinata alle preoccupazioni del governo temporale. Negli anni meno tormentati del suo governo ecclesiastico e civile il della Torre ebbe modo di lasciare la sua impronta di "gran costruttore, principe splendido" (C. Baroni): a Monza, ad esempio, dove contribuì a ricostituire il tesoro disperso del duomo e dove costruì edifici e palazzi. Tuttavia, le necessità politiche e militari condizionarono e limitarono la sua munificenza: a Como concesse in feudo molti beni della mensa vescovile, procurandosi con questo mezzo vassalli e clientele armate. Lo stesso tesoro di Monza fu impegnato dai Torriani nel 1273, forse per sostenere le spese del grandioso ingresso del della Torre ad Aquileia. Il della Torre ebbe, ovunque si recasse, residenze sfarzose e splendidi palazzi; la sua residenza milanese nel vasto quartiere torriano fra S. Fedele e porta Nuova dovette distinguersi per magnificenza e splendore: nel 1271 il della Torre vi ospitò il re di Francia di passaggio a Milano. Nel 1283 il della Torre impegnò il palazzo con tutte le pertinenze nonché le possessioni nel Comasco, per 10.000 lire di mezzani, che restituì alla sua famiglia, probabilmente a compenso delle spese sostenute per il suo ingresso ad Aquileia, o forse per finanziare la guerra in corso contro Venezia.

L'indole bellicosa, la smisurata ambizione all'incremento della potenza della sua famiglia, l'inclinazione alla vita sfarzosa e al lusso furono i lati negativi della sua personalità; tuttavia il giudizio unanime dei contemporanei e degli storici gli riconosce una grande severità dei costumi, un carattere forte ed energico e indubbie qualità politiche, che ne fecero uno dei personaggi di maggior spicco della casata torriana.

Fonti e Bibl.:

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[Tratto da: http://www.lamonetapedia.it/index.php/Raimondo_della_Torre_(1273-1299)]

Guelfo, già Vescovo di Como, appartiene alla famiglia milanese che guida il partito popolare. È nominato Patriarca da Gregorio X dopo quattro anni di interregno il 21 dicembre del 1273, giunge a Udine nell’agosto successivo.

Raimondo [nato c. 1230] interviene contro l’espansione di Venezia ed inizia la Guerra di Capodistria (1274-1279). Nel 1274 Capodistria e Trieste si ribellano a Venezia raggiungendo la pace. Raimondo cerca di imporre propri Podestà, cede Cormons ad Alberto II Conte di Gorizia in cambio dell’alleanza, prende Capodistria (1275) ma non riesce a prendere Pola (1276) che è appoggiata dalla Repubblica di Venezia. L’anno successivo la rottura dell’alleanza col Conte di Gorizia lo costringe ad una nuova pace. Raimondo rinnova l’alleanza con il Conte di Gorizia ed assale di nuovo Capodistria (1278). Intervengono i veneziani che prendono la città, atterrano le mura dalla parte del mare, costruiscono il castello Leone ed ottengono la dedizione di Montona. Le parti raggiungono una nuova pace (1279) ma il Patriarca deve soccorrere Trieste minacciata da Venezia.

Raimondo tenta di comporre le dispute in Friuli ed in Istria per potersi recare in Lombardia a combattere i Visconti per la Signoria di Milano (Guerra della Torre). Le trattative con Alberto II Conte di Gorizia sono mediate da Camino e da Ottocaro II Re di Boemia, il cui “lodo arbitrale” (24 marzo 1281) assegna Cormons ai Conti di Gorizia. Raimondo è già in Lombardia, dove vi rimane per due anni fino al 1279. Nello stesso anno Raimondo fa restaurare la Chiesa patriarcale di Aquileia ancora danneggiata dal terremoto del 1222 e torna in Lombardia con le milizie patriarcali, ma è sconfitto a Vaprio (25 maggio 1281) dai Viscontei, dove muore suo fratello Gastone della Torre. Numerosi profughi lombardi trovano rifugio in Friuli ed il Patriarca affronta con maggior decisione ed energia i problemi locali (emana leggi, affranca numerosi servi e regola i costumi). Nel 1281 il Patriarca ospita un Sinodo e scomunica chiunque occupi territori patriarcali. Venezia come risposta al Sinodo occupa Trieste, combatte breve guerra, raggiunge un’instabile pace con Trieste ed Alberto II Conte di Gorizia e Marchese d’Istria, continuando la penetrazione politica in Istria fino ad ottenere la dedizione di Pirano e Rovigno (1283) che accettano Podestà nominati dal Doge. Raimondo della Torre si allea con il Conte di Gorizia, Treviso, Padova, Trieste e Genova iniziando contro Venezia la Guerra di Trieste (1283-1291).

Le truppe della Lega occupano Capodistria nel 1283 mentre le flotte veneziane e genovesi iniziano una reciproca guerra corsara nel Mediterraneo (dalla Sardegna alla Siria). I Veneziani occupano Pirano, Isola ed assediano Trieste (1283-1285), prendono la Rocca di Belforte alle Bocche del Timavo e costringono la città alla resa. Le parti firmano la pace. Nel 1287 Trieste sotto la guida del Vescovo Brissa di Toppo si ribella a Venezia congiuntamente a Capodistria (1287). I veneziani guidati da Marino Morosini riprendono Capodistria, occupano Muggia ed assediano Trieste, difesa strenuamente dal Vescovo Brissa di Toppo che riceve aiuti da Mainardo II Conte del Tirolo e Duca di Carinzia, fratello di Alberto II Conte di Gorizia. La prima spedizione di soccorso, guidata da Goffredo Marchese d’Istria (nipote del Patriarca), assale inutilmente i veneziani asserragliati nel castello di Moccò (1287) e deve ritirarsi per mancanza di viveri. Muggia nel 1288 fa atto di dedizione a Venezia. Nello stesso anno Venzone è ceduta in feudo a Mainardo II Conte del Tirolo e Duca di Carinzia.

Il Patriarca di Aquileia Raimondo della Torre ordina la taglia straordinaria (leva di tutti gli uomini tra i 18 ed i 70 anni), impone una tassa straordinaria sulla terra, raduna 5000 cavalieri e 50000 fanti a Monfalcone e guida con Alberto II e suo figlio Enrico II la seconda spedizione di soccorso. Gli alleati attaccano inutilmente il forte Romagna (24 aprile 1289) eretto dai veneziani. Alberto II, dopo l’uccisione di suo nipote, conclude un accordo separato con Venezia abbandonando Raimondo che è costretto a ritirarsi (6 maggio 1289).

Il tempo di un mese e parte la terza spedizione guidata da Raimondo della Torre che ottiene la liberazione della città di Trieste (7 giugno 1289). I triestini distruggono il forte Romagna e compiono rappresaglie fino a Malamocco, subendo quindi un nuovo assedio.

La pace di Treviso (novembre 1291) pone fine al conflitto. Venezia tiene l’Istria occidentale in cambio di un tributo in attesa di un giudizio arbitrale. Muggia, Moccò, Buie e Pola rimangono al Patriarca di Aquileia. Trieste deve pagare a Venezia i danni di guerra, abbattere le mura lungo il mare, cedere le macchine da guerra che vengono bruciate in Piazza San Marco a Venezia e fare atto di fedeltà a Venezia, pur rimanendo al Patriarca.

La pace con Venezia non pone fine alle lotte fra feudatari, sobillati da Gerardo III da Camino Signore di Treviso, ed alle dispute tra Comuni ed i loro Vescovi. Nel 1293 il comune di Gemona occupa il castello di Artegna. Nel 1294 Trieste invia 200 fanti in aiuto ai Signori di Spilimbergo contro Artico di Castello. Il Comune di Trieste acquista dal Vescovo Brissa di Toppo la nomina del Gastaldo e la giurisdizione laica del territorio, che i successori non reclamano, e diventa così ufficialmente indipendente (10 marzo 1295). Tra il 1292 ed il 1295 sono scritti i quattro libri dello Statuto comunale.

Nel 1295 mentre Raimondo è in Lombardia, Alberto II invade l’Istria, occupa Fianona, Albona e Pinguente sino all’occupazione di Tolmino nel 1299, rendendole al Patriarca solo dopo l’intervento di un grosso esercito patriarcale. Nel 1297 Bonifacio Vescovo di Parenzo, città soggetta a Venezia, reclama i diritti usurpati dal Comune ed è cacciato dal Podestà e dal popolo che assaltano il palazzo vescovile.

Nel 1298 Raimondo della Torre istituisce la Corte patriarcale nel castello di Suffumbergo e muore l’anno seguente (23 febbraio 1299). Di Raimondo della Torre ci rimangono sei belle monete, quattro denari in argento e due piccoli in mistura.

BIBLIOGRAFIA

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Fonte: Articolo di Tergestum - http://www.lamoneta.it/index.php?showtopic=29134&hl=


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Created: Monday, February 12, 2010; Updated Saturday, April 09, 2016
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