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History |
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A 62 anni dalla più grande tragedia del dopoguerra Vergarolla: fredda strategia del terrore? Vergarolla, 18 agosto 1946. Domenica. Una tranquilla, pigra, calda domenica estiva. È il primo pomeriggio. La spiaggia è affollata: si disputa la Coppa Scarioni, appuntamento non solo sportivo. La città vive il suo incerto dopoguerra. È in mano Alleata, ma anche gli ottimisti di prima, quanti credevano che gli Alleati non se ne sarebbero andati o che la città, dopo due anni di tutela non avrebbe cambiato bandiera, ormai sentono che il compromesso consegnerà l’Istria e Pola alla Jugoslavia. Per i pessimisti tutto era perduto già da tempo e sentono di aver avuto ragione. Il 26 luglio 1946 il CLN di Pola aveva raccolto 9.496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di 28.058 abitanti su un totale di 31.000, di voler abbandonare la città se questa dovesse venir assegnata alla Jugoslavia. In questa situazione estremamente fragile, Pola si crea la sua normalità, magari un po’ ovattata, quasi ad esorcizzare scenari che si vorrebbero evitare. E allora è una domenica libera, sdoganata da cattivi pensieri e peggiori presagi. Dal porto un battello fa la spola con la punta di Vergarolla. Qualcuno si concede una passeggiata: costeggia la riva, imbocca la via dell’Arsenale regalandosi prima della spiaggia, per un po’ la frescura degli alberi. A Vergarolla intanto tutto è pronto per la Coppa. Sull’arenile intere famiglie, genitori, fi gli, adulti, bambini. È la spiaggia della tradizione, si potrebbe dire; la più frequentata. Sicuramente Pola sarebbe stata là, quella domenica. Su quella spiaggia, accatastate, ventotto mine di profondità, residuato bellico. Brutte, spaventose, ma la loro è minaccia innocua. Sono state disattivate e non c’è modo di farle esplodere. I bagnanti ci convivono. Disattivate sono un brutto ricordo, un memento e monumento alla guerra che ha sfi ancato la città, ma niente di più. Sono là da tempo. Qualcuno si sistema nella loro ombra. Ci mette vicino vivande e bibite. Vi appende il vestiario. L’inferno in riva al mare Sono da poco passate le due. Un grido improvviso: "Scampè, scampè che s’ciopa!" D’istinto, molti scattarono in piedi. Nello stesso istante, fu l’inferno. Ore 14,10. Le ventotto mine di profondità si svegliarono: esplosero in tutta la loro distruttiva potenza. Pensate per combattere navi e sommergibili, urlarono la loro rabbia contro civili. Vigliaccamente: non si era più in guerra. Quella era una spiaggia, non obiettivo militare. Lì non c’erano soldati. Solo donne, uomini, bambini in cerca di meritati momenti di distensione. Il boato. L’assordante silenzio. Vergarolla diventò un mattatoio. Il mare si tinse di rubino. I corpi dilaniati sull’arenile e in acqua. I gabbiani impazziti si lanciarono stridendo sui resti dei corpi. Per tutta l’estate non si mangiò pesce. Urla, lacrime, lamenti, qualcuno cercò tra i cadaveri i famigliari. Una lunga colonna di fumo nero comunicò alla città, che già aveva tremato, senza capire, nell’esplosione, che qualcosa di tremendo era successo oltre la baia. Poi i soccorsi. Le sirene delle autoambulanze gridavano la fretta, lamentavano il dolore. Era un correre su e giù, una continua spola tra l’ospedale e Vergarolla trasportando via via dolore e speranza. Si lavorò, al nosocomio, al limite delle possibilità. C’era, tra il personale medico, Giuseppe Micheletti. La professione lo teneva all’ospedale, il suo cuore di uomo andava altrove, dai fi gli Carlo e Renzo, dalla famiglia. Vergarolla ne ha fatto un inconsapevole eroe. Il Consiglio Comunale si radunò d’urgenza inoltrando un’indignata protesta al Comando Supremo alleato nel Mediterraneo, e ad altre istanze come all’ammiraglio Stone a Roma, al Comando del 13.esimo Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza polese, al Colonnello dell’AMGVG di Trieste e dell’Area Commissioner di Pola, invitando inutilmente le autorità a "stabilire le responsabilità". L’"Arena di Pola" titola a tutta pagina, "POLA È IN LUTTO" e dice che "non è fi nita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fi la, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!". Dal Comando alleato venne istituita una Corte d’inchiesta ma in città rimase viva la convinzione che i militari alleati, responsabili del governo cittadino agissero con poca determinatezza nella ricerca dei colpevoli. E vennero i funerali. Pola, tutta Pola, salutò i suoi Morti con un silenzio irreale, angosciato ed angoscioso. Msgr. Radossi, pronto a "disfare i banchi della chiesa per fare le bare", disse nella funzione funebre, "... non scendo nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio (...) al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia... La nostra opera è ben piccola cosa perchè i morti sono morti ed i dolori sono piaghe che mai più potranno essere cicatrizzate. Questa è la tremenda verità." Tante bare su camion militari, coperte dal tricolore. In ventuno le salme non identifi cate, in quattro casse solo i brandelli. Due bare in un funerale privato: erano i fi gli del dottor Micheletti. In una, Carletto, nell’altra solo giocattoli. All’orizzonte, Pola ferita nell’anima e nel cuore, vedeva stagliarsi il profi lo del "Toscana". Dagli archivi inglesi emerse novità «Sabotage in Pola» inferno in riva al mare Vergarolla, in tutti questi anni, ha dignitosamente chiesto la verità. Non vendetta. Per la giustizia forse è tardi, ma la verità darebbe sicuramente pace ai morti e serenità ai vivi. A chi la tragedia l’ha vissuta e se l’è portata dentro tutti questi anni, a chi, venuto dopo, l’ha saputa dai racconti, dai giornali ma l’ha fatta sua perché corredo di una città intera. È vero, con il tempo i drammi, le tragedie personali e collettive, diventano memoria collettiva. Vergarolla, con i suoi fatti, i suoi dubbi, i suoi silenzi, i suoi morti, le sue sofferenze, indubbiamente lo è. I fatti: lo scoppio di ventotto mine di profondità, nove tonnellate di tritolo. I dubbi: disgraziato, inevitabile caso o fredda strategia del terrore? I silenzi: qualcuno la verità la sapeva e l’ha sempre saputa. I suoi morti ed i feriti: tanti, una settantina e rispettivamente oltre cento. Le sue sofferenze: famiglie smembrate, la paura, il terrore, l’esodo. L’anima di una città in mille pezzi che mai più sarà possibile rimettere tutti assieme. Un nome. Giuseppe Kovacich. Fiumano. Un nome che a sessantadue anni di distanza potrebbe incidere sui dubbi e sui silenzi. Perché per il resto non c’è appello. Chi è Giuseppe Kovacich? Perché Giuseppe Kovacich? Come si lega alla tragedia di Vergarolla? Potrebbe essere l’uomo che scatenò l’inferno sulla spiaggia di Vergarolla. Il suo nome è contenuto nei documenti dei National Archives di Kew Gardens, vicino Londra. Gli scritti vogliono Kovacich tra gli esecutori materiali del sabotaggio. Il documento in questione, titolato "Sabotage in Pola", è datato 19 dicembre 1946 e cita quale fonte delle informazioni "CS", il Controspionaggio, più specifi catamente, il Battaglione 808 per il controspionaggio, composto da carabinieri e dipendente dal Servizio segreto militare (SIM). Servizio segreto che, serve ricordarlo, dopo l’8 settembre 1943, collaborava strettamente con gli Alleati. Il documento, archiviato con la sigla War Office 204/12765 Secret, recita: "La seguente informazione è stata ricevuta dal CS e proviene da una fonte attendibile, in relazione al sabotaggio di Vergarolla a Pola, compiuto con mine e che ha causato la morte di 63 persone. Si segnala che uno dei sabotatori è Kovacich Giuseppe. Si presume che la sua descrizione corrisponda con quella divulgata dagli Alleati, ovvero: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu. Si segnala che Kovacich è uno specialista in atti terroristici nonché responsabile di numerosi crimini. In passato si recava regolarmente da Trieste a Fiume tre volte alla settimana, a bordo di un’automobile targata ‘R’: agiva come messaggero per l’Ozna e riferiva in via Cicerone 2 a Trieste. Dopo l’esplosione non è stato più visto in città". Non c’è troppo spazio per lavorare di fantasia. In poche parole chiave: "sabotaggio", "mine", "morte", "sabotatore", "Giuseppe Kovacich", "specialista", "atti terroristici", "crimini", "OZNA", si può leggere la condanna, la maledizione di Vergarolla. Il nome di Kovacich, compare già il 6 luglio 1946 in un bollettino del Battaglione 808°: a Fiume, dice il controspionaggio, dal febbraio 1944, è attivo Giuseppe Covacich, trent’anni, ex membro della Marina militare italiana e ricopre un ruolo importante nella vita politica della città. L’uomo è "molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ogni due giorni si reca a Trieste a bordo di un’automobile targata Sussak, per visitare l’Uffi cio politico slavo di via Cicerone 6, sito al piano terra. Covacich è un agente dell’Ozna". Per il SIM anche la sorella, Amelia Covacich, potrebbe essere un "pericoloso esponente dei servizi segreti di Tito". Sempre a luglio, il Comando Alleato viene messo a parte del fatto che alla periferia di Pola, tale Giuseppe Banco "ha recentemente distribuito una grande quantità di armi ai suoi compagni". Qualcosa sta per succedere. Un mese dopo, la strage. E su quella strage, il silenzio. La matematica certezze di qualcuno che quelle mine sono state manomesse, la smentita di altri che si sono richiamati al caso, all’autocombustione o ad altro ancora. Sta di fatto che, pochi mesi dopo, sia i Servizi italiani che gli Alleati disponevano di informazioni e di nomi. Sta di fatto che il silenzio è stato complice e che macchia tutti in maniera uguale. È la verità su Vergarolla? Chi lo sa. È un documento sul quale vale la pena indagare. È il primo cassetto della scrivania che, aperto, sblocca e libera gli altri. |
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Tratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran
Created: Saturday, April 5, 2008; Last updated: Saturday April 05, 2008 |