ANNALI STORICI |
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[4] Dalla preistoria alla caduta dell'Impero Romano (476 D.C.)
L'Istria è una vecchia terra le cui origini, il nome ed i primi abitanti sono nella leggenda. Tutto ciò che finora è stato scoperto ed acquisito dall'archeologia rivela che gli aborigeni iniziarono la loro esistenza in questa regione molti millenni prima della nostra era. 135 milioni di anni or sono - Buona parte dell'Istria era già emersa dalle acque, particolarmente nella zona meridionale. Ciò successe nel Mesozoico o Era Secondaria, nel periodo di mezzo, detto Giurassico, durato circa 25 milioni di anni, epoca in cui si diffusero enormemente i dinosauri. Contemporaneamente comparvero i primi uccelli ed i primi piccoli mammiferi. A punta Barbariga, punta S. Giovanni di Veruda, in valle S. Polo di Valle, punta S. Stefano di Sissano, a Monsena di Rovigno, sull'isola di Fenoliga presso capo Promontore e sulle Brioni sono state trovate impronte ed ossa di dinosauri dei sottordini di Ornitinchi, Achilosauri e Ceratopsidi, risalenti a quell'epoca. [5] 60 milioni di anni or sono - Nel periodo cosiddetto Cretaceo, alla fine dell'era Secondaria della nostra terra, erano già emerse da tempo le prime zone della penisola istriana. Si trattò delle aree carsiche dell'altipiano di S. Servolo, del Carso di Castelnuovo, della Liburnia e dei Carsi di Salvore, Parenzo, Rovigno, Pola e Albona. Fu il periodo in cui scomparvero improvvisamente e per cause ignote i dinosauri, gli ammoniti ed i belemniti. Si diffusero molte piante simili alle attuali. Il clima era mite e piuttosto umido. 40/35 milioni di anni fa - Tra la fine dell'Eocene e l'inizio dell'Oligocene, nell'era Terziaria, quasi tutta la penisola era emersa dalle acque. Erano ancora sommerse la valle del Quieto fino a Pinguente e la valle dell'Arsa fino a Vragna. Apparve il progenitore degli equidi e si svilupparono i mammiferi, i cetacei ed i marsupiali; abbondarono le piante di tipo tropicale. Il clima subì frequenti sbalzi e continuò fortemente l'attività vulcanica. 1.000.000 a.C. - Iniziò l'era glaciale durata 988.000 anni. Fu il periodo Pleistocenico dell'era Quaternaria. L'Istria, nelle sue attuali forme, ebbe la flora odierna. Comparve l'uomo "abilis". 800.000 a.C. - Un dente, alcuni ciottoli e qualche osso di animale attestano la presenza dell'uomo in Istria nel periodo pleistocenico. Questi miseri resti della più antica cultura umana, che si identificano nella Pebble Culture, sono stati rinvenuti nel deposito inferiore della Grotta del Sandalo sul monte San Daniele, vicino a Pola. L'uomo conobbe l'uso del fuoco. 300.000 a.C. - Nel Paleolitico inferiore l'uomo "presapiens" stava in posizione eretta, praticava il cannibalismo, la sua dieta però era integrata anche da foglie e frutta; usava utensili ed armi in pietra scheggiata, non seppelliva i [6] cadaveri. Resti risalenti a tale periodo sono stati rintracciati nella Grotta del Sandalo vicino a Pola. 70.000 a.C. - Continuò il periodo glaciale a fasi alterne. I resti della presenza dell'Homo "sapiens neanderthalensis", portatore della cultura musteriana, sono stati trovati nella grotta di Oprino sopra Laurana ed a S. Sergio, nella valle del Risano. 40.000 a.C. - Pochi resti, quali utensili in pietra, scheletri umani e di animali, sono stati rinvenuti a testimonianza della presenza dell'uomo in Istria durante il Paleolitico medio; questi resti sono stati individuati a Lonche, a S. Sergio, a Mompaderno ed a Pola. In questo periodo l'uomo cacciava a gruppi, viveva in grotte e usò nuove tecniche per la lavorazione della selce. 40.000-10.000 a.C. - In questo periodo fini l'era glaciale ed il clima divenne quello odierno. Il Paleolitico superiore o della pietra grezza durò 30.000 anni; di questo lasso di tempo in cui l'uomo sviluppò un linguaggio simbolico e viveva ormai in tribù, sì sono trovati pochi resti, con certezza solo nel Canale di Leme [incluso nella grotta di Romualdo?]. 10.000-6.000 a.C. - Anche del Mesolitico ci sono poche tracce; in questi 4.000 anni l'uomo aveva imparato a costruirsi delle rozze capanne, seppelliva i cadaveri ed aveva incominciato a coltivare alcune varietà di cereali, oltre a svolgere la sua normale attività venatoria. Tracce di queste attività e resti della corrente culturale della ceramica impressa sono state trovate nella grotta delle Gallerie in Val Rosandra e nelle grotte del Canale di Leme. 4.000-2.500 a.C. - Alla fine dell'era glaciale, nel periodo Neolitico o della pietra levigata, l'uomo praticava ormai pienamente l'agricoltura, avendo intuito il ciclo dei vegetali; aveva addomesticato il cane, gli ovini, gli equini, i suini ed i gallinacei. Insediamenti di tale periodo sono individuati con certezza nella Val Rosandra, a Matterìa, a Rozzo, e nei territori di Cavrano, Dignano e Pola. 2.500-1.800 a.C. - L'età del rame durò circa 700 anni; i cadaveri venivano sepolti in posizione rannicchiata con delle protezioni di lastre di pietra e con corredi funebri; erano stati inventati l'aratro, la macina e la giara. In questo periodo iniziò una lenta ma continua migrazione di popoli residenti nell'Europa orientale, tra il Baltico e le pianure russe ed ungheresi. Questo movimento interessò anche le regioni nord-orientali della penisola italiana. Non sempre gli spostamenti di questi popoli furono pacifici e generalmente le popolazioni autoctone furono sottomesse o eliminate. Il ceppo linguistico originario si differenziò e si mescolò con gli apporti delle lingue parlate dai popoli autoctoni: vennero così a formarsi vari nuovi linguaggi. Le [7] popolazioni che nell'età del rame attraversarono le Alpi sono state generalmente chiamate "Protoitalici". Chiari segni risalenti a questa epoca sono stati rinvenuti a Matterìa, in Val Rosandra, nell'isola Brioni ed alla Zingarella presso Momiano. 1.800-900 a.C. - Con l'avvento dell'età del bronzo, i movimenti delle popolazione si intersecarono. Mentre nuovi popoli risalivano, via mare, le coste adriatiche lungo la Dalmazia e le isole, altri proseguivano nello spostamento da oriente ad occidente attraverso i valichi alpini. Nel bacino del Mediterraneo avvenimenti diversi, non ultimi le guerre sviluppatesi per il possesso di altri territori, provocavano vasti movimenti sia di fuggiaschi sia di invasori. Verso l'inizio del II millennio A.C. nella regione si riversarono gli Euganei, gli Enetoi degli antichi, popolo forse di stirpe illirica, più probabilmente appartenente al ceppo ligure. Gli Illiri erano un miscuglio di popolazioni di origini assai diverse, che per lungo tempo conservarono le proprie caratteristiche morali, i propri usi, le arti, le lingue ed il processo di integrazione, iniziato verso l'età dei bronzo, non terminò mai definitivamente; così scrisse il Benussi, facendo anche presente che gli Illiri non hanno nulla a che fare con il popolo slavo, che apparve sulla scena istriana 2000 anni più tardi, nel IX secolo, dopo le invasioni barbariche. Gli Euganei si stanziarono anche nell'Istria ma nei secoli successivi furono sospinti nel Veneto da una popolazione illirica indoeuropea, i Veneti che, verso il X secolo avanzarono attraverso i Balcani, provenienti dall'oriente. Quasi contemporaneamente, vi fu uno spostamento verso l'Istria anche dei Liburni, un antico popolo di stirpe forse non ariana, illirizzato, che era stanziato lungo tutta la sponda orientale dell'Adriatico. I Veneti furono gli apportatori della nuova civiltà del ferro mentre i Liburni probabilmente furono portatori della loro civiltà mediterranea: la pastorizia, una navigazione ed un'agricoltura più progredite, nonché la conoscenza del bronzo. Questi due popoli incontrarono nell'Istria gli Euganei che, allora, formavano ancora il substrato della popolazione locale. Tra il XVI e il XV secolo a.C. le inumazioni subirono un cambiamento: i cadaveri venivano sepolti non più in posizione fetale ma allungata o distesa e sopra le tombe venivano posti grandi cumuli di sassi e terra, per cui l'epoca in cui avvenne questo cambiamento prese anche il nome di "cultura delle tombe a tumulo". Questo tipo di tomba è stato trovato a Montorsino, vicino a Dignano, mentre altre tracce di questa fase dell'età del bronzo sono state rinvenute in Val Rosandra, a Pizzughi vicino a Parenzo, ad Orsera, a Brioni e nella Polesana. [8] Circa nel 1200 a.C. gli Istri, una popolazione di stirpe venetica o illirica, [9] indoeuropea, iniziò a penetrare nel sud della regione, passando sopra, con parziale distruzione, al paleolitico e all'eneolitico delle caverne e delle tombe dei rannicchiati, occupando i castellieri, ai piedi dei quali o entro le cui cinte inferiori disposero i loro sepolcreti a cremazione. L'incinerazione soppiantò l'inumazione in Istria, verso l'XI secolo a.C. e ciò portò alla "cultura dei campi di urne". Materiale ceramico di questa cultura è stato rinvenuto a Danne. Secondo Tito Livio gli Istri sarebbero stati un popolo preindoeuropeo di origine mediterranea; Livio li chiamò "pelasgici" e ritenne che fossero emigrati dalla Tracia, dall'Istria Pontica e dall'Egeo e, navigando lungo le coste orientali dell'Adriatico, già note alle popolazioni neolitiche mediterranee, si fossero spinti fino alla penisola istriana cui diedero il nome di Istria, quello della loro lontana regione di provenienza. Nel II millennio iniziarono gli scambi di merci fra i diversi popoli con la conseguente formazione di piste carovaniere. La zona del monte Sermino, alla foce del Risano, e quella circostante a Porto Badò, la baia sulla quale dominava la città di Nesazio, erano punti di scambio di merci nonché porti di sbarco ed imbarco di uomini e merci provenienti dalle zone baltiche dalle quali arrivava, per esempio, la preziosa ambra, una resina fossile prodotta dalle conifere e che veniva usata come ornamento, amuleto o mezzo terapeutico. Qui venivano imbarcati i prodotti locali come il sale, alcuni minerali e manufatti in vari metalli. Arrivavano i vini dalle isole greche, le anfore da Corcira, i vasi dall'Apulia, i vetri e le perle dalla Gallia. I castellieri - A cavallo tra l'età della pietra e quella del metallo, si venne a mano a mano estinguendo il confine esistente tra i territori continentali e quello adriatico-mediterraneo. L'esempio più lampante dello sviluppo culturale è rappresentato dai numerosissimi castellieri presenti un po' dovunque sul litorale adriatico e nel suo entroterra istriano. La stratificazione degli abitanti e la penetrazione di nuovi gruppi etnici ebbe come conseguenza il trasferimento dei villaggi dalle superfici pianeggianti su quelle rialzate, più facili da difendere. I Castellieri, termine che deriva dal latino "castellum" passando per un medioevale "castelenium" appartengono all'età dei metalli: i più antichi risalgono all'età del bronzo, i più recenti all'età del ferro. I Veneti avevano sviluppato le loro conoscenze sull'estrazione e lavorazione del ferro e si erano parzialmente integrati, con progressivi contatti, con gli Istri. Gli Istro-Veneti, questa nuova popolazione venutasi a formare, si erano ormai stabiliti saldamente nella regione ed avevano dato inizio ad una nuova fase storica definita [10] "la civiltà dei castellieri". Le nuove popolazioni smisero di seppellire i loro morti in tombe a tumulo e passarono alla cremazione dei cadaveri, i cui resti venivano poi posti in urne cinerarie di argilla o di bronzo. Le necropoli erano situate all'esterno del villaggio, raramente all'interno. I castellieri, la cui costruzione era già in uso presso i Proto-Veneti che invasero la penisola a cavallo del I e del II millennio, non erano città ma villaggi fortificati, costruiti in luogo elevato per motivi di sicurezza e di difesa. Solamente per il castelliere di Nesazio, capitale degli Istri, per la presenza della "grande statuaria", è ipotizzabile il carattere di città. Queste primitive abitazioni, che furono usate fino al III secolo a.C., talune anche in epoche più recenti, erano caratterizzate da un nucleo centrale di capanne in pietra, con tetti conici in paglia, circondate da un vallo costituito da un muro a secco di grosso spessore, di diversa grandezza, forma e grado di finitura, a sviluppo generalmente circolare o elittico; il vallo proteggeva il villaggio da eventuali incursioni nemiche. Presumibilmente, le abitazioni potevano avere le medesime forme che si sono conservate nelle odierne "casite". Un secondo vallo era posto generalmente attorno al primo, nel quale veniva radunato il bestiame; alcuni castellieri erano formati da più cinture di difesa. In quanto a struttura erano molto simili alle ciclopiche costruzioni micenee. Nella penisola istriana i castellieri erano posti essenzialmente sulle cime di alture, in posizioni vicine al mare, dal quale gli Istri, ottimi navigatori, traevano parte del loro sostentamento. Si possono distinguere quattro periodi nei quali i vari castellieri possono trovare la loro collocazione: il I periodo è legato alla tradizione dei campi di urne, databili dall'XI al VII sec. a.C. Nel II periodo, che va dal VII al V secolo, il castelliere fu fiorente nello sviluppo, influenzato notevolmente dagli apporti italici che dal Piceno e da Este giunsero attraverso la via adriatica. Il III periodo che si sviluppa dal V al IV secolo fu caratterizzato dalla comparsa di prodotti metallici quali fibule, ciste e situle decorate nello stile d'Este e quello tipico delle Alpi orientali. Alcuni manufatti rivelano legami con l'occidente balcanico, come pure fu trovata ceramica greca a figure nere o rosse. Infine il IV periodo, che dal IV secolo arriva al II, è segnato dalla presenza dei Celti e la conseguente espansione della loro influenza. I più famosi castellieri istriani sono stati rinvenuti ad Elleri, a San Servolo, sul monte Sermino, nelle località di Albaro Vescovà, Antignano, Capodistria, Pirano, Cedola, Castelvenere, Val di Torre, Cervera, Vermo, Laurana, Apriano, Albona, Ripenda, Pizzughi, S. Angelo, Monsalice, Orsera, Boraso, Montorsino, Brioni, Nesazio e Pola; nell'Istria esistono inoltre molti altri castellieri meno noti. Sono stati riconosciuti circa 500 insediamenti. [11] Gli Istri da cui derivò il nome di Istriani, occuparono tutta la penisola, [12] fuorché la parte orientale che fu occupata dai Liburni, provenienti dall'area orientale dell'Adriatico e dai quali la zona prese appunto il nome di Liburnia. C'è una discordanza fra gli storici in quanto, secondo alcuni, i Liburni, di stirpe non ariana, illirizzata, potrebbero essere Traci illirizzati od addirittura uno dei "popoli del mare" che nel II millennio emigrò dall'area dell'Egeo verso l'Italia e verso l'Alto Adriatico. Furono certamente formidabili navigatori e, giunti in questa zona, si diedero con successo alla pirateria. Adoravano divinità che erano conosciute con i nomi di Sentona, Ika, Aitica, Iutossica. Gli Istri erano governati, in una società schiavista, da capi tribù, confederati ad un re ereditario; sembra che i poteri di questo re fossero limitati. La civiltà dei castellieri, interessante per la sua singolarità, in realtà dal punto di vista economico-sociale rappresentava un notevole grado d'arretratezza di fronte ad altre fiorentissime civiltà mediterranee. I castricoli istriani, pur situati in posizioni privilegiate per gli scambi commerciali non conoscevano la moneta né la scrittura. Vivevano di pastorizia, l'artigianato sopperiva solamente ai bisogni locali e non ebbero alcuna località paragonabile ad una città, forse fatta eccezione per Nesazio, che probabilmente assolveva la funzione di capitale religiosa. Furono trovate are dedicate dagli Istri alle loro divinità quali Eia, Melesocus, Boria, Nebres, Trita, Silvanus, Seixumnia e Leucitica, quest'ultima però è di derivazione celtica. 900-250 a.C. - Con l'età dei ferro si svilupparono contatti e traffici con Greci, Fenici ed Etruschi. Testimonianze dalle necropoli di Vermo, Nesazio e Pizzughi confermano la presenza in Istria di Etruschi e di altri popoli. Verso la metà del I millennio a.C. la pacifica vita dei castellieri fu sconvolta dalle invasioni dei Celti, cui appartenevano i Carni che si spinsero fino alla parte settentrionale della penisola istriana, gli Ocrini, i Secussi, i Giapidi, che furono una delle ultime tribù celtiche ad invadere l'Istria, ed i Càtali. I Carni si fermarono nell'attuale Carnia cui diedero il nome, i Giapidi discesero nelle parti montagnose verso la Liburnia, i Càtali si fermarono nell'alta Carsia e lungo il Timavo, tessendo con gli Istri vincoli di amicizia e di fedeltà che durarono oltre l'occupazione romana; gli Ocrini o Subocrini si fermarono nella Cicceria ed anche nella valle di Pinguente. I Secussi trovarono la loro sistemazione nell'Istria centro-orientale. Il Risano segnava comunque il limite meridionale della massima penetrazione celtica nell'Istria occidentale. I Celti erano gente rozza e primitiva, forte e feroce, dediti più alle armi che al lavoro ed al commercio. Oltre a dedicarsi alla caccia e alla pesca, i Celti allevavano il bestiame e coltivavano soprattutto grano ed orzo da cui ricavavano la birra. Ebbero però bravi artigiani ed incisori la cui perizia si nota nei bronzi e nei gioielli trovati nelle tombe. [13] Governati anticamente da un re, alla fine dell'epoca precristiana erano governati da un'oligarchia di notabili e sacerdoti chiamati "druidi"; vivevano in clan o tribù in rari villaggi ed in case sparse, circolari, di legno, con tetto di paglia a cono e pavimento in terra battuta. Erano esperti nell'estrarre i minerali e nel lavorarli: sembra che la scoperta della stagnatura sia opera loro ed anche l'argentatura con il mercurio, che già sapevano ricavare con molta perizia. Usavano monete, il che dimostra l'intensità dei loro traffici. Certamente gli Istri opposero una validissima resistenza alla penetrazione celtica, dimostrata sia dai rari reperti di natura celtica ritrovati nei castellieri sia dalla toponomastica istriana, nella quale si trovano pochi esempi di suffissi tipicamente di origine celtica. Gli Istri si agglomerarono lungo le coste e si fusero gradatamente con gli invasori, costretti dalla necessità di continui scambi commerciali fra i prodotti del mare e quelli delle montagne. Questa invasione non distrusse gli usi e i costumi dei Veneti e degli Istri; in pochi decenni questa massa di popoli celtici si spostò verso la penisola balcanica ed il Mar Nero, lasciando poche tracce nella penisola istriana e nella popolazione che mantenne il predominio. A Muggia Vecchia e nella Val Rosandra vi sono tracce di insediamenti carno-celtici e sono stati ritrovati anche diversi oggetti. Tali mescolanze di genti tanto diverse, rendono difficoltosa la definizione del tipo etnico che nell'Istria aveva trovato dimora, mancando di notizie precise sul periodo preistorico istriano; uniche vaghe indicazioni sono quelle accennate da Ecateo di Mileto, vissuto dal 540 al 476 a.C. I ritrovamenti archeologici relativi ai popoli preistorici dell'Istria sono gli unici fatti certi, dopo le analisi formulate dagli storici dal VI secolo in poi. Riassumendo, in epoca storica l'Istria era così abitata: gli Istri fino al fiume Risano oltre il quale si erano ritirati; sui picchi del Carso triestino erano stanziati i Veneti; nel Carso inferiore i Giapidi, dal Monte Nevoso al Quarnaro; i Liburni occupavano la zona del Monte Maggiore e la costa orientale dell'Istria; i Celti Subocrini la zona di Pinguente ed i Secussi si erano infiltrati nella valle dell'Arsa. 221 a.C. - I Liburni furono grandi navigatori: il dato è confermato dalla loro antica presenza sulle sponde dell'Adriatico; si erano dati alla pirateria, anche perché il territorio su cui si erano fermati non era molto favorevole all'agricoltura. Naturalmente la pirateria liburnica, essendo appoggiata dagli Istri che professavano la medesima attività, poteva usufruire dei porti della costa occidentale e dilagò ben presto oltre i confini del loro territorio apportando disturbo e danni considerevoli ai traffici marittimi romani lungo le sponde occidentali dell'Adriatico. Le loro biremi erano chiamate "serille". [14] Gli Istri, in quell'anno, erano alleati di Demetrio di Faro, secondo Appiano. I Romani, nell'intenzione di rendere più sicura la navigazione nell'alto Adriatico, intervennero con energia ed i due popoli istriani furono ricacciati nei loro porti. Questa è la guerra più remota nota dalle fonti scritte. 190 a.C. - Gli Etoli o Eboli, nello scontro con i Romani, ebbero alleate le navi istriane che però, dopo la vittoria romana, dovettero ritirarsi nei loro rifugi. I Romani erano impegnati nella guerra contro Antioco di Siria, dove si era rifugiato Annibale, e rimandarono la soluzione finale della questione istriana. 181 a.C. - In preparazione delle spedizioni che intendevano effettuare per pacificare la zona dell'alto Adriatico, i Romani fondarono Aquileia alle foce del fiume Natisone, con l'assenso dei Celti che occupavano allora la zona e che temevano le ondate immigratorie dei Carni. Nello stesso anno il pretore Fabio Buteone si recò in Istria con una spedizione al fine di ottenere promesse di non belligeranza da parte degli Istri, in modo da consentire il normale sviluppo della nuova colonia. 178-177 a.C. - I fatti successivi alla fondazione di Aquileia sono facilmente collocabili. Sembra che gli Istri non abbiano rispettato le promesse fatte a Buteone o forse si erano resi conto della potenza e delle intenzioni dei Romani di occupare la loro terra, vedendo così compromessa la loro libertà. Tentarono perciò, anche se inutilmente, con manovre diversive e ripetuti assalti, di ostacolare la costruzione della nuova colonia romana di Aquileia. De Bello histrico - La guerra contro i Romani durò due anni; dapprima il console A. Manlio Vulsone con due legioni avanzò fino alle colline del Lisert e poi, appoggiato da una piccola squadra navale al comando del duumviro G. Furio, proseguì la sua avanzata fino a Monticula, l'attuale Muggia Vecchia. Qui gli Istri, appoggiati da un contingente di Carni, in un primo momento sembra abbiano avuto la meglio, tuttavia in un successivo scontro persero circa 8.000 uomini. Il console Vulsone ritornò a svernare ad Aquileia non volendo o non potendo sfruttare il successo. Durante la sosta al Lisert, l'accampamento romano fu sorpreso e saccheggiato dagli Istri comandati dal loro re Epulone; i Romani però riuscirono a rioccupare il loro accampamento. L'anno successivo le truppe romane ripresero l'azione ed in una serie di scontri inflissero forti perdite agli avversari. Nel 177 il nuovo console C. Claudio Pulcro, ricevuti rinforzi di truppe fresche, penetrò nell'Istria con quattro legioni e truppe ausiliarie, ed avanzò fino a Nesazio assediandola. La città istriana era la capitale degli Istri e qui Epulone organizzò l'ultima resistenza. Nesazio era posta all'estremità sud-orientale della penisola istriana e dominava dall'alto l'insenatura chiamata oggi Porto Badò. [15] La città era rifornita da un corso d'acqua che l'attraversava. I Romani deviarono la via d'acqua ed in tal modo tolsero agli Istri ogni possibilità di resistenza. Il console Pulcro riuscì così a concludere la campagna con la distruzione della città e con il saccheggio della medesima; non trovò anima viva poiché il re ed i suoi soldati, piuttosto che cadere in schiavitù presso i Romani preferirono uccidere mogli e bambini e quindi suicidarsi. La campagna del console Pulcro terminò con la distruzione di Mutila e di Faveria che potrebbero essere le attuali Medolino e Castelnuovo d'Arsia: le rovine di queste due città non sono ancora state scoperte. Al console Pulcro fu decretato un trionfo a Roma. Questo episodio è stato ricordato da Ostio nel "De bello histrico" purtroppo mai ritrovato e del quale rimangono sette frammenti delle due cantiche del poema. Questo rimanda all'analogo fatto accaduto a Masada, con gli ebrei Zeloti, nel 73 d.C. Qualcuno però ritiene poco probabile che Ostio abbia celebrato questa impresa già descritta mirabilmente da Ennio nei libri XV e XVI dei suoi Annali; quest'opera è stata perciò attribuita agli eventi del 129 a.C. conclusasi con la forzata pacificazione istriana voluta dal console C. Sempronio Tuditano. La "pax" romana - I Romani trovarono una popolazione che, per le varie sovrapposizioni di genti diverse, parlavano forse dialetti diversi o forse una lingua comune derivante da questi dialetti. Il latino, ben presto, fu la lingua che soppiantò ogni altra, anche perché i Romani erano usi far seguire i legionari vittoriosi da mercanti e artigiani per favorire l'espansione commerciale e conseguentemente far rifiorire l'economia locale. Dopo ogni guerra, ai legionari anziani veniva assegnata parte della terra conquistata, formando così nuove colonie latine. Questi nuovi insediamenti, data per certa la sicurezza garantita dalle legioni romane, erano collocati in terreni pianeggianti e da quel momento queste località attirarono la popolazione locale che subì una rapida latinizzazione; a poco a poco i castellieri, abitati fino all'epoca di Cesare, vennero abbandonati salvo quelli che dai Romani furono trasformati in "castra" o fortezze. [16] La costruzione di strade, che collegavano i villaggi tra loro, favorì i movimenti di genti e di merci. Queste strade partivano da tre arterie principali costruite nei secoli successivi alla conquista. Il ramo sud della "Via Gemina" o "Via Timavo" dall'Isonzo, via Prosecco e Castelnuovo d'Istria, portava a Fiume; ora è parte dell'odierna E 63 da Pese a Fiume. Da Trieste a Pola, toccando Parenzo, c'era la Via Flavia costruita nel 78 d.C. da Vespasiano; l'attuale strada da Trieste a Pola passa in parte sul vecchio tracciato. Da Pola a Fiume [17] fu costruita nel 80 d.C. da Tito la Via Flanatica. L'attuale strada litoranea della Liburnia ricalca in parte l'antica via. 171 a.C. - Le ostilità fra i Romani e gli Istri si riaprirono poiché questi ultimi non avevano accettato la sottomissione. Gli Istri erano appoggiati dai Giapidi e dai Carni. Il console C. Cassio Longino, con i suoi legionari, represse la sommossa seminando distruzione e commettendo eccidi, tanto che Longino fu trasferito, essendo stato criticato in Senato per il suo comportamento crudele. 157-155 a.C. - In seguito ad un fatto accaduto in Dalmazia, i Romani effettuarono rappresaglie anche in Istria; nel 157 furono guidati dal console C. Marcio Figulo, nel 156 dal console L. Cornelio Lentulo e nel 155 da P. Cornelio Nasica. 129 a.C. - Fu l'anno della pacificazione definitiva in Istria, dopo un'ultima rivolta degli Istri, appoggiati da Giapidi, Carni e Liburni alla disperata ricerca dell'indipendenza. La rivolta venne domata dallo storiografo e console C. Sempronio Tuditano che ripristinò l'antico culto del Timavo. Con ciò ebbe fine l'indipendenza degli Istriani. 120 a.C. - Anche i Liburni vennero sottomessi definitivamente dai Romani con una campagna militare condotta dal console Lucio Metello, e in tal modo si pose fine alla pirateria che fino ad allora era sempre esistita. 90 a.C. - Aquileia raggiunse la prestanza di Municipio romano. 52 a.C. - Giapidi e Taurisci, alleati ai Carni, effettuarono una scorreria contro i Romani e lambirono il confine settentrionale dell'Istria. 48 a.C. - Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo, gli Istri parteggiarono per quest'ultimo e gli diedero aiuto con navi in appoggio alla flotta pompeiana al comando dei prefetti navali Ottavio e Libone, partecipando alla battaglia nel canale di Faresina contro la flotta di Cesare, comandata da Caio Antonio, che ne usci sconfitta. 46 a.C. - Giulio Cesare fondò la colonia di Tergeste, l'odierna Trieste, dopo che l'omonimo centro carnico fu saccheggiato dai Giapidi nel 52 a.C., popolandola con circa 10.000 coloni latini. 44 a.C. - Le colonie istriane, che parteggiavano per i repubblicani, furono ridotte all'obbedienza da sette legioni comandate dal console C. Asinio Pollione. In tale occasione Pola fu saccheggiata. 42 a.C. - Dopo la battaglia di Filippi, il triumviro Ottaviano ebbe la luogotenenza dell'Istria. Il confine orientale della provincia romana fu fissato al fiume Risano. 33 a.C. - Ottaviano fece ricostruire Pola dandole il nome di "Pietas Julia" e la decretò colonia romana. Le legioni romane assoggettarono la Giapidia, ai confini nord-orientali della penisola. 32 a.C. - Aquileia venne confermata capitale della Regione "Venetia et Histria". [18] 16 a.C. - Finora il confine ufficiale tra il territorio romano e l'Istria era fissato al Risano. In quest'anno Ottaviano fissò i nuovi confini della "X Regio Venetia et Histria" alle sponde del fiume Arsa, seguendone il corso per poi puntare sul monte Maggiore e quindi sul monte Nevoso. Le città di Albona e Fianona vennero così a far parte dell'Illirico pur mantenendo lo stato di municipi romani. La romanizzazione del territorio fu accelerata assegnando le popolazioni che vivevano nell'interno a quelle ormai romanizzate della costa. Nello stesso anno l'Istria ebbe a soffrire per l'invasione dei Norici e dei Pannoni, poi sconfitti dalle armi romane. Questo avvenimento fu trattato da Cassio Dionisio Cocceiano nel II-III secolo d.C. 6 a.C. - Un fatto turbò la pace raggiunta, allorché i ribelli della Pannonia, guidati da Batone, scesero lungo la Liburnia devastando la zona circostante a Pola e risalendo lungo l'Istria occidentale per puntare ad Aquileia. Dieci legioni romane al comando dei consoli Tiberio e Messala riuscirono a fermarli dopo una cruenta battaglia. Da quel momento l'Istria fu risparmiata da altre invasioni, in quanto protetta dai monti della Cicceria che non favorivano il passaggio di armate. Questo periodo di pace e tranquillità si protrasse a lungo e durò anche al momento delle prime avvisaglie barbariche, fino all'invasione degli Unni. L'era romana - Aveva così inizio un lungo periodo di pace, prosperità economica e splendore. Le popolazioni, un tempo indomabili nemiche, vennero assimilate dalla civiltà romana. Le città romane di Pola, Parenzo, Pinguente, oltre che Trieste, divennero municipi con larga autonomia e parteciparono alla vita sociale, artistica ed economica di Roma fornendo cittadini illustri come Fabio Severo, Tito Sissena, Statilio Tauro, Sesto Papilio Istro governatore della Siria, Antonio Felice governatore della Giudea sotto Vespasiano, Petronio Probo ed altri, oltre che guerrieri. La provincia fu amministrata da un governatore consolare che risiedeva ad Aquileia. L'Istria ospitò patrizi, imperatori, loro famiglie ed amici. Vennero costruiti splendidi monumenti, fabbriche di laterizi, manifatture di porpora e di ceramica e ville lussuose; vennero aperte cave di pietra e furono predisposte opere di difesa e strade di collegamento. La provincia partecipò intimamente alla vita romana nella quale godeva ormai di tutti i diritti. Resti romani, quali ville e case, furono rinvenuti nei pressi delle località di Ospo, S. Sergio, Muggia Vecchia, Capodistria, Pirano, Umago, Verteneglio, Daila, Pinguente, Parenzo, Orsera, Rovigno, Punta Barbariga e Fasana, Val Bandon e Brioni. [19] [20] Tracce di un acquedotto romano sono stati trovate in Val Rosandra ed in Val d'Arsa; monete romane sono state recuperate in tanti siti, i più importanti a Pola e Fasana mentre resti monumentali si trovano a Nesazio e Pola. A Capodistria esiste un museo con reperti mentre a Dignano, Pisino, Rozzo e Cittanova sono sistemati lapidari romani. I primi secoli, dall'era cristiana fino all'avvento di Costantino, furono caratterizzati da incertezze, contraddizioni e soprusi. Per la profondità delle sue radici, lo disse Ernesto Sestan, e per la durata del tempo, si può ben dire che la romanità dell'Istria non è né diversa né di qualità inferiore rispetto a quella delle altre provincie settentrionali italiane. 45 - Mentre S. Marco predicava la religione cristiana ad Aquileia, S. Ermagora visitò l'Istria divulgando il Cristianesimo. 78 - Fu iniziata la costruzione della Via Flavia che congiunse Trieste a Pola. 79 - La Flavia venne ultimata. 168 - Un'epidemia, probabilmente di peste, si diffuse in tutta la regione istriana a seguito dei contatti con le altre regioni confinanti afflitte dallo stesso morbo. Qualche focolaio durò fino al 180 d.C. 173 - Per proteggere il confine orientale, sotto l'imperatore Antonino Pio venne creata la regione militare "Praetentura Italiae et Alpium", comprendente anche l'Istria e tutta la Liburnia comprese Albona e Fianona. Albona divenne così il baluardo delle opere difensive e dichiarata "res publica". Contemporaneamente la "Decima regio" fu divisa in diciassette "compartimenti". 248 - Traiano Decio respinse un'ondata di Goti, Carpi, Taifali, Vandali e Peucini che dalla Pannonia si erano riversati in Istria razziando e devastando la regione. 313 - Costantino concesse ai Cristiani di onorare il loro Dio ponendo fine alle persecuzioni ed assicurando la libertà di culto. 324 - Costantino raggruppò le diocesi istituite da Diocleziano e divise l'impero in quattro prefetture e spostò i confini della regione istriana alla Fiumara, incorporando anche la città di Tarsatica, l'odierna Fiume. Pure Albona e Fianona rientrarono nei confini dell'Italia romana. La regione "Venetia et Histria" venne allora inserita nella diocesi italiana della quarta prefettura d'Italia. 326 - Un avvenimento importante venne a turbare la serenità nella penisola dopo trecento anni di tranquillità; Crispo, il figlio dell'imperatore Costantino, avuto da Minervina prima di sposare Fausta, a seguito di una falsa denuncia da parte di quest'ultima, innamorata del figliastro, fu arrestato e tradotto a Pola. Qui fu processato con l'accusa di aver tentato l'onore della matrigna; fu condannato a morte e la sentenza fu eseguita probabilmente nella fortezza di quella città. 380-390 - Il clero, sotto Teodosio, si cominciò ad organizzare: a Parenzo ed a [21] Pola furono istituite sedi diocesane, mentre sedi vescovili vennero create a Cittanova, Pedena e forse a Capodistria. Queste sedi furono dapprima soggette a Milano, per la presenza di S. Ambrogio, la più insigne autorità ecclesiastica d'allora, e più tardi a Roma, dove era stato eletto il Papa. 390-400 - Per volere di Valentiniano II, fu costruito il celebre "Vallo della Claustra Alpium" o "Limes italicus orientalis", a difesa delle Alpi Giulie. 395 - Alla morte di Teodosio l'impero romano si divise in orientale ed occidentale; l'Istria continuò a far parte sempre dell'Italia. I Visigoti - 401: I Visigoti o Goti dell'ovest, guidati dal loro re Alarico I e spinti dagli Ostrogoti o Goti dell'est, si spostarono verso occidente invadendo l'Istria e superando la strenua resistenza opposta dalle fortezze di Pola e Nesazio, e quindi si diressero verso l'Italia settentrionale. 408 - Ancora una volta Alarico o Alareikhs piombò in Italia attraversando e devastando tutta l'Istria. Gli Unni - 452: Dopo aver percorso la Gallia, Attila ed i suoi Unni si scagliarono contro Aquileia la quale, dopo tre mesi di resistenza, fu costretta a cedere venendo così distrutta. I sopravvissuti, di questa antica metropoli di 600.000 abitanti, si rifugiarono nelle isole della laguna e specialmente in quella della futura Grado. Parte di questi profughi fondarono poi Venezia mentre altri trovarono rifugio in Istria a Capodistria, Isola, Umago, Parenzo e Rovigno, in quel tempo paesi situati su isole che davano sicurezza. La rovina di Aquileia determinò il nascere di molte altre città, una delle quali, Venezia, con un meraviglioso destino. Durante l'assedio di Aquileia, sembra che una parte degli Unni scorrazzò, seminando il terrore, per tutta l'Istria, arrivando fino a Pola e distruggendola; queste sono le notizie, riportate dal Petronio, relative alla Relazione del Provveditore veneto Nicolò Salomon dei 1588; la loro autenticità tuttavia non è certa. Tratto da:
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Thursday, April 06, 2000;
Last updated:Monday July 21, 2008 |