LA CICCERIA |
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Mune - Mune [208] Sulla strada longitudinale che passa in mezzo alle valli della Cicceria, andando verso est, a 10 km da Vodizze, si trova il paese di Mune, facente parte del distretto di Castelnuovo d'Istria. Questo paese, che si può certamente considerare il capoluogo della Cicceria sotto il profilo culturale, è diviso in due frazioni che si chiamano Mune Grande e Mune Piccolo, distanti fra loro ca. 500 m e divise da una grande . Mune Piccolo, posto a 650 m è a nord della strada che prosegue per Seiane ed è riparato dai venti settentrionali dal monte Obersi. Sempre a nord della strada, ma [209] più ad est rispetto a Mune Piccolo, si trova Mune Grande, alla stessa quota dell'altra frazione, dove si arriva con una strada sterrata che l'attraversa e che prosegue poi per 6 km a nord fino a Starada, sulla strada Trieste-Fiume. Sono due paesi situati su un altipiano carsico, ricco di doline erbose ornate da ginepri e circondato da rilievi boscosi. Purtroppo le distruzioni dell'ultima guerra hanno lasciato dolorose e vaste tracce non ancora del tutto risanate. Le case rustiche, addossate a Mune Piccolo, più grandi e spaziose a Mune Grande, sono parzialmente in nuda pietra calcarea e parte intonacate, hanno cortili interni con grandi portali in pietra e, in parecchi casi, le chiavi di volta sono costituite da blocchi di pietra scolpiti con mascheroni. Fra le case si vedono numerosi orticelli circondati da alti muri a secco.
Poche centinaia di metri verso est, alla destra della strada, su un masso calcareo che spunta dal fondo della valle, si trova il cimitero con la chiesa di S. Croce, purtroppo poco curata. È una vecchia chiesa con campanile~ vela con doppia fornice. Una grande quercia secolare ne ombreggia la facciata; un'altra cappelletta dimessa si trova nell'area del cimitero con un piccolo campanile. Un castelliere di epoca preromana, individuato dal Marchesetti nei pressi di Mune, fu ritenuto quale sede dei Càtali, un ramo dei Giapidi che gravitavano sul territorio del Timavo superiore. Da una iscrizione romana rinvenuta a Matteria si viene a sapere che nel territorio di Mune fu insediata una colonia agricola romana e da Mune passava l'antica via di collegamento che andava da Castelnuovo d'lstria a Lanischie. ll suo stesso nome che finisce in "e" ricorda una terminazione romanica. Infatti in quell'epoca le due vicine località erano nominate Muna maior e Muna minor. Già nel 604 e poi nel 615 gruppi [210] di Slavi si spinsero in questa zona nel tentativo inutile di penetrare in Istria. Nel X secolo fece parte del territorio del Comune di Trieste e tale rimase fino al 1081 quando, assieme a Trieste, passò sotto il dominio dei patriarchi d'Aquileia, pur continuando ad essere inglobato nel territorio della Carniola. I conti di Gorizia subentrarono nel possesso verso la fine del XII secolo. Nel 1343 bande di Sloveni capeggiati da Janos de Los percorsero la zona seminando lutti e danneggiamenti; seguì anche un'epidemia di peste. Mune doveva far parte del Carso di Raspo e, nel 1394, quando questo importante villaggio fu acquistato dai Veneziani con tutto il suo territorio, anche Mune divenne terra veneta. Mune grande e Mune piccolo entrarono a far parte della Signoria di Raspo che, causa il periodo confuso ed incerto che caratterizzò quest'area nel XV e XVI secolo, non prestarono obbedienza a nessuno e furono più tardi occupate dagli arciducali. Durante la guerra fra Venezia e Sigismondo re d'Ungheria, accorso in aiuto ai patriarchi durante la guerra iniziata il 1411 e finita nel 1420 con l'esclusione del potere temporale dei patriarchi aquileiesi in Istria, le ville del Carso di Raspo soffrirono grandissimi [211] danni tanto che furono esenti dalle decime per cinque anni. Mune grande e piccolo invece, con Seiane, non ebbero dai Veneziani questa esenzione per non aver mantenuto una costante fedeltà a Venezia in tempo di guerra. Nel 1460, qui si stabilirono molti Cicci, pastori romeni sfuggiti ai Turchi. La loro emigrazione fu favorita dai Veneziani che vollero ripopolare questa desolata regione decimata dalle guerre e dalla peste. Secondo una leggenda, sette famiglie romene accettarono l'invito delle suore Benedettine di un convento situato ai piedi del monte Sija, di occupare dei terreni o di lavorare come servi della terra. Il nome Mune, quindi, sarebbe derivato da "nune" che significa suore.
Nel 1465 il vescovo Goppo di Trieste privò Mune dell'antico diritto di nominare il proprio curato e costrinse gli abitanti a ricorrere alla chiesa di Jelsane, lontana circa dieci chilometri, sicchè molti morivano senza poter ricevere i sacramenti. Di fronte a questa iniqua disposizione il capitano di Raspo Francesco Calbo, che occupava in quel tempo il territorio di Mune, sollecitato dal doge, fece abrogare il provvedimento. Mune fu distrutta dalle bande di razziatori turchi nel 1482, nel 1493 e nel 1511. Incursioni e saccheggi produssero una tale miseria che nel 1494 il pievano Pietro, non potendo porgere i contributi annuali al vescovo di 1Ì"ieste rinunciò alla parrocchia che fu data a San Tommaso di Fiume. Mune nel XVI secolo fu una base austriaca importante all'interno del Carso istriano e subì gravi danni durante la guerra tra Massimiliano I d'Austria e Venezia. Dopo la distruzione del castello di Raspo nel 1512 ed il conseguente spostamento della Capitanìa del Pasenatico a Pinguente, Mune, alla fine della guerra di Gradisca, dopo il 1517, ormai devastata, fu occupata dalle truppe imperiali e divenne territorio austriaco, con la pace di Vormazia firmata nel 1523. Fu feudo, nei primi anni del 1600, della famiglia Chnesich o Knesic. Una figlia di Francesco Chnesich, amministratore della contea di Pisino dal 1614 al 1619, sposò Giovanni Chersano, signore di quel castello. Nel 1616 Mune fu incendiata, per rappresaglia, da truppe venete comandate dal capitano Verzo Verzi che effettuarono incursioni nei territori occupati dagli Anstriaci. L'antica lingua rumena, portata dalle popolazioni giunte in questi territori nel XV secolo, è ormai quasi del tutto scomparsa dopo una slavizzazione durata alcuni secoli. Però nel Carso di Raspo fino a trecento anni fà si parlava ancora un tardo latino. In questi anni il paese, ritenuto la capitale culturale della Cicceria croata è cambiato; nonostante ciò, dopo l'ultima guerra, con il paese distrutto e parte degli abitanti emigrati all'estero, la lingua e le antiche tradizioni non sono state del tutto dimenticate. Lo si deve ad una economia ancora in parte legata alla pastorizia ed all'agricoltura, praticata nei pochi [212] spazi di terra esistenti all'interno della dolina nella conca in cui si trova l'abitato. Ora, grazie ai collegamenti con Fiume, gli abitanti sono in gran parte occupati in questa città e, lentamente, il paese viene ricostruito. Tratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran
Created: Tuesday, November 20, 2001; Last updated:
Wednesday, June 04, 2008
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