LA VALLE D'ARSA |
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Pèdena - Pićan
Le sue origini ecclesiastiche risalgono al 579, al tempo della dominazione bizantina, ma una leggenda la fa risalire al tempo di Costantino il Grande ed al leggendario beato Niceforo d' Antiochia, il cui corpo fu lasciato alla deriva su una nave che si arenò nel porto di Fianona da dove un cavallo, con la salma del santo legata sul dorso, lasciato libero, corse fino al colle di Pèdena. In questo luogo, secondo gli ordini dell'imperatore Costantino, fu fondato il vescovado il che indica chiaramente che in questo luogo, allora, esistesse una comunità cristiana notevole. Sembra fosse il quinto vescovado fondato in ordine di tempo dopo Roma, come lo indica la radice celtica pet del nome preromano della cittadina e che significa cinque. Il fatto che pet significhi cinque anche in lingua croata non ha rilevanza alcuna, poiche in quel tempo in questa regione non c'era alcuna traccia di stirpi slave.
Fu castelliere preistorico, di forma circolare, poi fortezza romana posta in cima al vicino monte Calvario, a m 350 di quota. Da lassù dominava la piana degradante dell' Arsa. La sua ubicazione nell'Istria centrale denota l'importanza del paese che fu designato a sede episcopale. Sul monte Calvario gli Histri ebbero un luogo fortificato e conosciuto come il castelliere di Oriz. Si presume che sia da collocare qui l'antica retina dei celti Secussi che in epoca preromana si stabilirono in questa zona. I Romani, la cui presenza in loco è testimoniata dai numerosi reperti venuti alla luce, quali lapidi e frammenti di pietre lavorate, chiamavano questo abitato Petinum ed anche con il vecchio nome celtico Petina. Esiste ancora a Pèdena un'iscrizione romana murata che ricorda Lucio Canalio della famiglia Pupinia. In quel tempo Pèdena fu libero comune, esente dall'imposta fondiaria fino al IV secolo. Al tempo di Costantino era già borgo fortificato e cinto da mura. Nel VII secolo Pèdena fu investita dalla prima grande invasione degli Avari e dei Vendi, gli antichi Sloveni alloro seguito; nonostante la cruenta resistenza delle milizie bizantine e degli Istriani, la cittadina fu distrutta, le [976] mura demolite ed i caduti furono innumerevoli. Dopo aver conquistato la maggior parte della regione queste orde barbariche non vi si stabilirono ma rientrarono nelle loro sedi originarie. In seguito all'invasione, il vescovado passò in commenda al vescovo di Pola fino all'80l, quando esso fu attribuito a S. Paolino, patriarca d'Aquileia. Il territorio di Albona, che fino allora faceva parte della diocesi petenate, rimase unito al vescovado di Pola dal 929. Il vescovo di Pèdena riconobbe la cessione appena nel 1028.
Il vescovado di Pèdena nel 1214 non fu compreso, fra le diocesi
dell'Istria, in quelle in cui i patriarchi d'Aquileia ebbero, per
conferma imperiale, diritti di altre regalie, probabilmente per la sua
povertà. La chiesa di Pèdena fu ridotta nel 1238 a tale deiezione, che
vi abitava appena un canonico. Il vescovo si era ritirato nel monastero
di S. Michele in Monte, sopra Pisino. Pare che il patriarca abbia
riferito la situazione al papa il quale si rivolse ai vescovi di Trieste
e di Cittanova proponendo di conferire al vescovo di Pèdena la cattedra
di Obrenburg, non appena fosse stata elevata a cattedrale la chiesa di
quella località. Nel 1259 la diocesi di Pèdena fu rovinata quasi
completamente in seguito alla invasione degli Ungheresi ed ai quali i
patriarchi opposero le milizie comandate da Ottocaro, re di Boemia. In
seguito a tale fatto, nel 1262 vi fu probabilmente una forte
immigrazione di Croati nel territorio sconvolto e desolato. Sembra che nel 1262 sia stata assegnata alla mensa vescovile di
Pèdena la parrocchia di Linek una località non ben precisata. Nel 1295
il vescovo Ulderico fu sospeso dal patriarca Raimondo della Torre che
inviò Matteo di Pola e Giovanni vescovo di Cittanova a sollevarlo
dall'incarico. Nel 1342, causa la divisione dei territori della contea
di Gorizia, la contea di Pisino, acquisita dai conti di Lurngau due
secoli prima per matrimonio, pervenne al conte Alberto IV, ed in
quell'atto Pèdena venne chiamata Pyben; poi i feudatari tedeschi
stanziati nel territorio istriano la conobbero con il nome di Piebnn,
come risulta dall'urbano di Pisino del 1498. L'adattamento fonetico
croato fu, com'è ora, Pican.
Nel 1510 fu vescovo di Pèdena e contemporanemente di Vienna, l'insigne
musicista Slatcoina che finì per preferire la capitale austriaca nella
quale portò con se la reliquia di un braccio di S. Niceforo, presa a
Pèdena. Pèdena fu data in pegno, nel 1555, a garanzia dì un prestito
richiesto da re Ferdinando I d'Austria al bergamasco Cristoforo Mosconi ed
al conterraneo Giambattista Valvasor. Nel 1608 fu vescovo di Pèdena
Antonio Zara, persona di grande cultura, il quale sollevò le sorti della
diocesi. Pubblicò nel 1615, a Venezia, la sua opera "De Anatomia
Jugeniorum". Durante la guerra detta degli Uscocchi, nel 1616, milizie venete e
mercenari Corsi, sostenuti da contadini Albonesi, penetrarono nella contea
fino a Pèdena bruciando i mulini e le case del contado e probabilmente
riuscirono ad occupare Pèdena difesa dai Croati del capitano Giovanni
Seminich; ma i Veneziani furono costretti a ritirarsi di fronte alla
controffensiva austriaca. Nel 1617 ancora una volta il territorio di
Pèdena fu devastato dal provveditore veneto Zorzi che però non riuscì a
penetrare nel borgo. In quei secoli gravava su tutto il territorio
un'estrema miseria, conseguenza delle guerre e delle
pestilenze.
Devastante fu quella del
1630. Nonostante ciò, la popolazione, fu gravata
dalle nuove tasse stabilite dal rinnovato urbario del 1578, dove Pèdena
venne considerata città, mentre prima era iscritta come terra murata.
Oltre alle solite vessazioni, altri gravami incombevano sugli abitanti:
durante le grandi cacce a
cinghiali e caprioli, due uomini per ogni casa
dovevano mettersi a disposizione dei signori della contea. Nel XVII secolo nel comune di Pèdena la lingua ufficiale era quella
italiana per la struttura della popolazione che comprendeva molti italiani
che vivevano nella borgata e frequentavano la scuola seminarile. Il ceto
borghese era numeroso e pertanto i figli delle famiglie più abbienti
studiarono in Italia, in maggioranza [980] all'Università di Padova. Anche l'uso della lingua paleoslava
nella liturgia nelle chiese campestri si interruppe a cavallo dei secoli
XVI e XVII. Eminente personaggio di Pèdena fu Giambattista Podestà, nominato nel
1694 professore di lingue orientali, dopo una lunga permanenza a
Costantinopoli alla cattedra creata da Leopoldo I d'Austria. Tradusse dal
turco in latino, italiano e tedesco, una cronistoria dei sultani ottomani
oltre ad una grammatica delle lingue araba, persiana e turca. Dopo la grande fame del 1817, accompagnata dall'epidemia di tipo
petecchiale, che sconvolse tutta l'Europa ed anche l'Istria, fu eretto un
monumento al parroco di Pèdena, Francesco Godenich de Godenberg, poiché in
quel triste anno acquistò cereali dai magazzini statali e li distribuì
gratuitamente a tutti i suoi parrocchiani. Pèdena si trova su una collina calcarea, a 10 km da Pisino. La si vede
spuntare fra le colline marno-arenacee dove regna un'aria purissima. Le
pendici che strapiombano nella piana dell'Arsa favorirono la sua difesa
durante il medioevo e fin da tempi antichissimi fu circondata da mura
possenti e formidabili di cui ora rimangono solo alcuni resti resti.
Delle ultime fortificazioni è ben conservata ed ora anche restaurata una
delle due porte d'ingresso alla cittadina, la Porta Romana del XIV
secolo, con un piombatolo provvisto di caditoia che permetteva ai
difensori di gettare olio bollente, pece ed altro sulle teste degli
assalitori. Fu restaurata nel 1613 dal vescovo Antonio Zara.
All'interno del borgo, Pèdena si concesse il lusso straordinario del
campanile veneto, il più bello dei moderni campanili istriani, tutto
in pietra bianca del luogo, eretto nel 1860. Assomiglia a quello di
Rovigno. Il bel campanile cuspidato, isolato e staccato dalla cattedrale,
è alto 48 m e porta una torre a base quadrata sopra le cuiadrifore che si
aprono ai lati. Alla base del campanile c'è la pietra delle misure,
un grande blocco calcareo con cavità di varie misure e con i fori laterali
per lo scarico delle decime delle derrate che qui venivano misurate.
[981] Sulla porta d'ingresso una scultura mostra lo stemma con le mura
turrite della città. La cattedrale di S. Niceforo, dedicata alla Beata
Vergine Annunziata, a tre navate, spicca fra le case della piazzetta e si presenta vasta ed
imponente. Fu ampliata e consolidata, dal 1608 al 1613, dal vescovo
Antonio Zara sulle rovine di una precedente del XIV secolo. In tale
occasione andarono perdute purtroppo tutte le opere d'arte antiche. Venne
rifatta poi completamente fra gli anni 1753 e 1771, in uno stile
baroccheggiante alla viennese. Sulla facciata è incastonato lo stemma
vescovile e vi sono tre statue centrali che simboleggiano la Madonna con
il Bambino, S. Niceforo martire con il castello di Pèdena nelle mani e S.
Niceforo anziano e vestito da vescovo. Questi due santi omonimi appaiono
strani, creano curiosità e perplessità. Sembra che S. Niceforo confessore
ed il suo diacono S. Massimiliano, al ritorno da Aquileia dove si era
recato a giustificarsi di odiose imputazioni si fossero fermati ad Umago.
Qui, nel 546, entrambi si ammalarono e morirono; furono sepolti nella
chiesa di quel luogo.
Le vecchie case semidiroccate, che risalgono al 1500, mostrano
suggestivi ballatoi, i porticati che precedono e proteggono l'ingresso ai
piani superiori; verso la parte strapiombante sulla valle, le callette e
le stradine scolpite nella viva roccia separano le case piccole, strette,
addossate, tutte in pietra calcarea, unite talvolta da archi e porticati.
L'ex palazzo vescovile, già distrutto nel 1570 e poi ricostruito,
si trova sulla destra appena entrati nel borgo; su una facciata c'è un
blasone raffigurante S. Giovanni nell'atto di battezzare Cristo mentre
sulla facciata principale un'iscrizione sull'architrave del portone
ricorda il vescovo Antonio Zara; molto belle ed interessanti le cornici
inferiori in pietra delle finestre su ognuna delle quali sono scolpite in
altorilievo due stemmi vescovili. Pèdena ora è poco popolata, dopo l'esodo
del dopoguerra, e nelle strade silenziose si vedono rari passanti. Fino a
non molti decenni or sono, il 30 settembre, gli abitanti di Pèdena
usavano, alla maniera delle "epulae" funebri dei Romani, depositare
derrate varie sulle tombe dei congiunti e quindi bivaccavano ricordando la
presenza dei defunti.
A Pèdena è bello arrivare dalla parte della Val d'Arsa; da qui infatti
la rocca si staglia contro il cielo e la bella stradina, che a destra sale
alla cittadina, offre ad ogni tornante grandi spettacoli della natura
sottostante. Da Pèdena a Gallignana, sulla sinistra della strada, si
notano dei picchi boscosi, molto incisi dai rii che alimentano il torrente
Pedrovizza che corre a sud della strada, intercalati da masse calcaree che
si prolungano verso sud fino al limite della zona carsica che scende verso
Gimino. Quest'area, delimitata dai monti Terba, Babici o Bavichi e del
Prete, fa parte del bacino idrografico dell'Arsa. In questa zona si
trovano casolari sparsi e le frazioni semiabbandonate di Rimanici,
Medighi, il cui monte omonimo ebbe un castelliere preistorico, e poi
Marfani, Squari, ed infine Luchesi che si trova lungo la
strada per Pisino. Ad ovest di Luchesi, tra la strada provinciale ed il sottostante
torrente Palonscine, si trovano le rovine della chiesetta di S.
Cristoforo, a 433 m di quota. Tratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran
Created: Sunday, November 18, 2001; Last updated:
Friday, June 20, 2008
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