IL TERRITORIO DI CITTANOVA 
Cittanova - Novigrad

Pensare di sciogliere il nodo relativo alla nascita di Cittanova è arduo, essendo le documentazioni storiche del tutto inadeguate: le poche notizie letterarie si riassumono nella descrizione di Plinio e di Tolomeo della sede romana di Emonia. Sulle origini di Cittanova sono sorte infinite polemiche tra storici e studiosi. Questa simpatica cittadina, situata su una lingua di terra, in posizione amena, all'imboccatura settentrionale dell'ampio porto Quieto, che si protende ad occidente entro la linea congiungente la punta Castagneda o Castanìa e la punta del Dente, deve aver avuto origine dall'antica Aemonia romana. Molte leggende e fantasiose ipotesi si sono accavallate nel corso dei secoli; quelle che ebbero più credito presso gli antichi, riguardarono gli Argonauti ed i popoli provenienti dalla Tessaglia, chiamata anticamente Emonia. Quest'ultimo dovrebbe comunque essere un nome traco-greco, che ricorda il monte Hemos, ora chiamato Balkan, intorno al quale stanziavano i Traci. La sua origine fu pure ascritta ai Colchi che avrebbero fondato una colonia al di là del Quieto, l'attuale Torre, ed anche ai Fenici. Secondo altri, invece, sarebbe sorta dall'antica Ningum, vecchio nome del Quieto che probabilmente si riferisce all'attuale paese di Lozzari, posto su uno dei promontori a nord del Quieto, ad est di Punta. Sembra, quindi, che distrutta Ningum o Nengone, quel nome sia rimasto al fiume e che la nuova città sia stata chiamata Cittanova in contrapposizione all'antica distrutta.

Plausibile potrebbe essere l'insediamento di una colonia romana formatasi nel territorio di Villanova, su uno dei siti preistorici che fiancheggiano il Quieto sulla sponda destra del fiume; il luogo più probabile dell'antica Emonia potrebbe essere quello dove sorgeva il castello di S. Giorgio in Laymis, sul promontorio di Santi Quaranta. La sua posizione concorda con la descrizione del geografo Pietro Coppo del XVI secolo, il quale descrive il luogo dell'antica Emonia situata sopra un monte prospicente una valletta del fiume Quieto, a quattro miglia dall'attuale Cittanova. A chiarimento di quale sponda del fiume si trattasse il Coppo dice "... di Emonia antiqua appaiono li vestigi dalla banda sinistra nell'andar in suso del Quieto..." Il vescovo Tommasini, che visitò il sito nel XVII secolo, confermò la tesi del Coppo. In un documento del 1525 dell'antico archivio di Cittanova si leggono i nomi: "Daila, Cittanova, Vertenergia, Hemomia minata..." (sulla riva destra del Quieto). Per motivi incerti e non documentati, forse nell'ultima guerra dei Goti [1078] contro il generale bizantino Narsete, Emonia fu distrutta e, in epoca medioevale imprecisata, probabilmente dagli stessi Bizantini nel VI secolo, fu iniziata la costruzione della nuova borgata, sull'area compresa nel nucleo centrale dell'attuale cittadina racchiusa nelle mura, con i ruderi dell'antica Emonia trasportati fin qui; come afferma il Coppo, il nuovo castello fu chiamato Novezio o Noventium. La data della costruzione dell'antico borgo fortificato può essere spostata al V secolo se le datazioni degli antichi reperti ecclesiastici della primitiva chiesa di Cittanova sono esatte.

Probabile area del "castello" di Cittanova nel V secolo (presupposto da Branko Marušić)

A seguito degli studi archeologici e tenuto conto dello schema romano del primitivo borgo, si può ragionevolmente asserire che Cittanova fosse sorta sul sito di un vecchio abitato distrutto e spianato per la costruzione del nuovo castello, forse la romana Aemonia. Nel 555 circa, dopo la cacciata dei Goti, a Cittanova fu istituita la "tenuta camerale" del fisco bizantino: fu la più estesa dell'Istria, con più di 200 coloni e rendite notevoli a favore del Maestro dei militi, che non aveva onorario e risiedeva a Pola.

In epoca bizantina l'Anonimo Ravennate, nel VII secolo, forse richiamandosi al castello bizantino di Novate sorto su questa lingua di terra, nella sua "cosmographia" chiamò Cittanova con il toponimo greco Neapolis, latinizzato nel IX secolo in Civitas Nova, dal quale derivò l'attuale denominazione. Fazio degli Uberti, nel [1079] Dittamondo, la chiamò Civitanova e papa Gregorio Magno la citò come Castrimi Novas. Che il geografo di Ravenna del VII secolo abbia chiamato la cittadina con il nome di Neapolis sta ad indicare che la nuova sede aveva avuto origine non molti secoli prima; che Cittanova derivi dall'antica Emonia, lo si capisce dal fatto che i vescovi di questa città si dissero Emoniensis dopo il 1146, al tempo del vescovo Adamo, e che la città stessa fu chiamata Emonia nei documenti del XIII e del XIV secolo; tale convinzione deriva anche dalla ricchezza dei reperti archeologici ritrovati nel territorio.

La possibilità, espressa in una guida turistica iugoslava dell'Istria, che Cittanova sia stata fondata da esuli di Emona, l'attuale Lubiana, sembra mera espressione di uno spirito nazionalistico.

L'abitato, in epoca romana, non sembra aver avuto autonomia amministrativa ma pare essere dipeso dall'agro colonico di Trieste. L'antichissima chiesa emoniense fu importante già al tempo romano se, come asseriscono alcuni scrittori, già nel 380-390 Cittanova fu sede vescovile, come si ricorda fin dal 524, anno in cui fu istituita la diocesi emoniense.

Probabilmente, antecedente alla creazione della sede vescovile, vi avrà officiato una specie di corepiscopo od un aiutante del vescovo triestino.

L'istituzione del vescovado nel VI secolo giustifica la supposizione che da lungo tempo preesistesse una comunità fiorente in questo posto istriano, provvido in caso di maltempo. Comprendente le chiese di Buie, Portole, Toppolo, Gradena e Sterna, acquisì nel 1784 la chiesa di Umago e Matterada e, nel 1819, passò sotto la giurisdizione del metropolita di Venezia. Il vescovado fu soppresso nel 1828 e, nel 1830, passò sotto il nuovo arcivescovado di Gorizia per essere poi unito alla diocesi di Trieste e Capodistria, nel 1831, dopo la morte dell'ultimo vescovo tedesco Loredan dei conti Balbi di Veglia. E generalmente condiviso il dato sul primo vescovo, San Massimo, martirizzato in Asia al tempo di Traiano Decio, nel 381. Speciale menzione merita il padovano Tommasini, vescovo di Cittanova dal 1641 al 1655, eruditissimo storico ed archeologo, che amò l'Istria come sua seconda patria e che illustrò nei "Commentari storico e geografici".

Per la sua sede vescovile, nel Medioevo, Cittanova ebbe il titolo di città che, indipendentemente dalla sua consistenza demografica ed economica, continuò a portare per secoli. Per l'apporto dei feudi ricevuti in dono dai vari imperatori germanici, l'importante vescovado emoniense fu chiamato "corte ecclesiastica". La città fu soggetta, nel 1180, definitivamente, ai patriarchi d'Aquileia, che ebbero la giurisdizione ecclesiastica su tutta l'Istria dopo il Concilio Latefanense del 1177, mentre, dal tempo dello scisma istriano del VI secolo, era stata soggetta al metropolita di Grado.

[1080] I ritrovamenti archeologici rinvenuti sul territorio di Cittanova sono molto numerosi: nella cittadina furono scoperte 19 iscrizioni murate nelle antiche case, tra le quali il sepolcro eretto dal legionario romano Tocerno Ermero e posto sul muro della chiesa di S. Stefano, già situata sulla piazza principale. Cittanova, dopo l'impero romano, conobbe vari dominatori quali gli Ostrogoti, i Bizantini, i Longobardi ed i Franchi. Quando era ancora sotto i Bizantini, dopo la parentesi longobarda, nel 778, il vescovo Maurizio, sospettato di congiurare a favore dei Franchi, fu imprigionato ed accecato. Riuscì a fuggire ed a recarsi a chiedere vendetta dal papa Adriano che, allora, si rivolse a Carlo Magno per incitarlo a punire gli autori dell'onta.

Cittanova ebbe il suo maggior splendore sotto i Bizantini e i monumenti, che sono riusciti a conservarsi, risalgono proprio a quell'epoca. Nel 788 fu sottoposta ai Franchi di Carlo Magno e, nel 791 circa, il duca franco Giovanni risiedette nella grande tenuta fiscale di Cittanova, forse erede di un antico predio imperiale romano, assieme ai suoi familiari. Costrinse gli Istriani a personali prestazioni ed abusò in generale del proprio potere, assistito, in queste tristi imprese dagli immigrati slavi e dai dominatori franchi. Anche il clero ed il vescovo di Cittanova seguirono l'esempio del duca, come pure il patriarca di Grado, Fortunato, uomo astuto e vanitoso. Nell'804 il vescovo Lorenzo partecipò al "Placito del Risano" per protestare contro le angherie del duca Giovanni, cui era stata preposta la penisola istriana, ma le decisioni, pur di condanna al duca, non ebbero grandi esiti.

Cittanova subì le incursioni dei pirati narentani, che devastarono l'abitato negli anni 876 e 880; da allora la cittadina incominciò a declinare, tanto che, nel 1037, il patriarca d'Aquileia, Poppo o Poppone, per risollevare le sorti della chiesa, cedette i feudi di Daila e di S. Lorenzo di Daila all'imperatore Corrado II affinché li donasse al vescovo di Cittanova. IlTommasini, nei suoi Commentari, asserì che nel 1029, e non nel 1037, i vescovi ebbero da Corrado II la signorìa di S. Lorenzo in Daila ed anche quella di Umago. Più tardi i vescovi emoniensi assunsero il titoli di "Conti di San Lorenzo di Daila". Il feudo fu riconfermato al vescovo fra' Tomaso Paruta, dal papa, nel 1417. Nel 1066 l'imperatore Enrico IV donò al monastero di Frisinga tutte le proprietà del fisco a Cittanova. Come tutte le cittadine istriane, sotto la dominazione romana Cittanova fu libero Municipio e tale rimase fino all'avvento del feudalesimo in Istria, a cavallo dell'VIII e del IX secolo. In seguito, lentamente, potè riformare il proprio Comune che, nel XII secolo, ritornò alle sue funzioni ed in piena autonomia.

II terrore degli assalti dei pirati e le difficoltà economiche fecero avvicinare Cittanova alla Repubblica di Venezia. Nel 1145, sobillata da Pola, Cittanova [1081] si ribellò alle richieste veneziane ma la rivolta fu subito sedata dal figlio del doge Morosini, accorso con la flotta. Nel 1149 dovette giurare fedeltà alla repubblica e fu obbligata a versare annualmente un tributo di 40.000 libbre d'olio, che in parte andarono a profitto della basilica di S. Marco.

La cittadina fu governata da vari signori feudali tra i quali, nel periodo [1082] 1259-1261, appare, quale podestà perpetuale trasmissibile in eredità di Cittanova, il Biaquino o Biachino da Momiano. Questo fu eletto podestà dalParengo del popolo ma si può supporre che le persone presenti non fossero numerose dovendosi trattare di un gruppo di cittadini capeggiati dal vescovo Bonacor-so e dal clero ostile a Venezia. Biaquino si attirò l'odio della popolazione per i suoi arbitrari metodi di governo e fu costretto a rinunciare, due anni dopo, alla carica podestarile. A chiusura di un periodo veramente burrascoso, Citta-nova si dette in sudditanza a Venezia, nel 1270, per sopperire alle necessità difensive e per favorire l'ampliamento dei mercati, in ciò facilitata dalla comunanza del linguaggio; da allora la cittadina seguì la gloria ed i travagli di Venezia fino alla caduta della Serenissima, avvenuta alla fine del 1700. Nei secoli, il tenore di vita della popolazione immiserì costantemente e a tal punto che, nel 1321, il governo veneto ridusse per quattro anni lo stipendio del podestà da 500 a 4 lire. Durante la guerra fra Venezia e Genova, terminata con la pace di Torino del 1381, le truppe del patriarca scesero da Buie e misero a ferro e fuoco Cittanova.

Per le continue guerre nel territorio istriano, che si susseguivano l'una all'altra tra i Veneziani, i patriarchi, i conti di Gorizia e tra le diverse incursioni, scoppiarono varie pestilenze, aggravate dalle condizioni igienico-sanitarie della popolazione. Le catastrofiche conseguenze della peste bubbonica furono tragiche per le epidemie che si svilupparono nel XIV e XV secolo. Nel 1449 il vescovado di Cittanova era ridotto in tale miseria che fu dato in commenda ai patriarchi di Venezia e, migliorata la situazione, appena nel 1465 fu ricostituita la sede vescovile.

Per i traffici del legname del bosco di Montona, che veniva avviato a Venezia attraverso il porto della cittadina istriana, e per l'attività delle cave di pietra, Cittanova, nel XIV e XV secolo, conobbe qualche breve periodo di benessere che favorì l'immigrazione di artigiani friulani, pescatori gradesi e cavatori dalmati. Cittanova ebbe propri statuti già nel XIII secolo, ma nel 1402, sentita la necessità di un testo giuridico definitivo, fu stilato un corpo statutario che, data l'epoca, ha il raro privilegio di essere, forse, il primo statuto redatto in italiano, ossia nella parlata dialettale veneta usata da tutti i cittadini. Nel 1450 gli statuti municipali furono rifatti in versione definitiva ed in tale occasione il nome della città, in forma strettamente locale, fu Zidanova. La peste del 1486 fu tragica per Cittanova e rese nuovamente difficili le condizioni della città.

Nel 1494 venne fondato un convento da parte dei Domenicani. Il decadimento generale era però inarrestabile, anche per la malaria che si propagò nelle valli del Quieto a seguito dell'impaludamento, dovuto alla mancata sistemazione del comprensorio, e che fece di Cittanova una delle zone più [1083] insalubri del territorio istriano. Particolarmente difficili furono i secoli XVI e XVII; anche l'agricoltura praticata nel territorio, che con la pastorizia costituiva il maggior reddito della cittadina, fu alterata; gli olivi soppiantarono parte dei vigneti, essendo l'olivicoltura bisognosa di minori cure, e le frequenti siccità ridussero la produzione del grano. Il rifornimento idrico dell'abitato era molto critico: solo tre miseri pozzi fuori dalle mura erano a disposizione della popolazione, salvo quelli personali del podestà, del vescovo e della ricca famiglia Busini.

Nel 1500 il vescovo e signore di Cittanova Marco Foscarini occupò Uma-go, con la pretesa che questo feudo appartenesse alla diocesi emoniense. Il vescovo di Trieste ricorse contro tale atto e, nel 1518, il Foscarini dovette restituire il feudo e pagare una multa di 47 ducati d'oro. I feudi del vescovo di Cittanova, alla fine del XV secolo erano: S. Lorenzo di Daila, S. Giovanni di Daila, S. Giovanni della Cometa, le ville di Berda o Collalto, Gradena o Gradina, Malacepich o Ceppi di Sterna,Topolovaz oToppolo, Cuberton e Oscu-rus, Momiano, Verteneglio, Villanova, Grisignana, S. Giorgio in Laymis, Piemonte, Portole e Buie. I feudi delle ultime tre località riguardavano le decime ecclesiastiche dei castelli e borghi.

Nel 1519 il vescovado di Cittanova perse la giudicatura su S. Lorenzo [1084] di Daila, che venne ceduta al podestà di Umago. Nuovamente, dal 1521 al 1535, il vescovado venne dato in commenda. Nel 1530 e nel 1540 la repubblica veneta, per sopperire alla mancanza di manodopera nelle campagne, fece insediare in più riprese, nelle case abbandonate del territorio, numerose famiglie morlacche provenienti dall'Albania, dalla Grecia e dalla Dalmazia ed inviò, quali podestà, cittadini scelti fra la nobiltà capodistriana.

La guerra degli Uscocchi, nei primi decenni del XVII secolo, ebbe effetti negativi per i commerci di Cittanova. La peste del 1631 fu devastante ed a Cittanova, senza medico né farmacia, su 300 abitanti sopravvissero sette famiglie di cittadini e 25 di popolani. Angelo Morosini fu indotto a chiamare Cittanova "Dea della desolazione e ricovero della solitudine". La strada principale del castello, chiamata Contrada delle Porte, ebbe il soprannome di"Sambughi", [1086] che indicava la vegetazione selvatica pullulante fra le macerie delle case crollate. Nel 1687, l'ultima incursione, da parte di due fuste saracene, durante la quale furono fatti 38 prigionieri compreso il podestà e la sua consorte, desolò definitivamente Cittanova, con il saccheggio sistematico delle case. Per decenni la comunità ne portò le conseguenze fintanto che, nel 1720, la Serenissima decise di dispensare il comune dal pagamento dei suoi debiti. In merito all'incursione turca è doveroso ricordare la provenienza dei musulmani: due pirati rimasero a terra nella fretta della partenza, uno era di Ancona, l'altro di Palestrina mentre il comandante turco delle fuste era Piranese. Ciò è risultato da una memoria scritta e l'episodio fu raccontato dal Caprin. Il podestà Barozzi venne liberato dopo il pagamento del riscatto.

Nel secolo XVII il vescovado di Cittanova possedeva le seguenti località date in feudo: Daila, assegnata ai conti Sabini, S. Giovanni della Cometa, in feudo ai Verzi assieme alla località di Gradena, Cuberton ai Vergerio ed ai Del Bello come pure Toppolo, che passò, poi, ai Grisoni. Sterna fu dato in feudo in parte ai Del Bello e in parte ai Gravisi, Cucciani ai Del Bello, mentre Ceppi di Sterna si trovava sotto la giurisdizione di Pietrapelosa dei marchesi Gravisi e San Giorgio in Laymis era ancora bene feudale del vescovo.

Appena nel XVIII secolo Cittanova ebbe sentore di una certa ripresa economica, ma la povertà della popolazione rimase un male endemico. Negli anni 1815-17 l'Istria, come tutta l'Europa, fu scossa da un'epidemia di fame, di malattie e di crisi di sussistenza. Cittanova fu pure, di riflesso, esposta a questi mali, seppur attenuati nella gravità. Anche la malaria fu debellata appena dopo la prima guerra mondiale, sotto l'amministrazione italiana, con la definitiva sistemazione del comprensorio del Quieto.

Nel XVIII secolo Cittanova ebbe un vescovo, Giandomenico Stratico,che fu poeta arcade con lo pseudonimo di Tessalo Cefallonio, e che nel 1776 fece stampare un suo poema in versi italiani: "La morte di Abele". Nobili eminenti della città furono i Rigo, eletti conti nel 1743 dalla Repubblica Veneta, che nel XIX secolo possedevano ancora beni feudali nel distretto di Buie.

Il nucleo storico di Cittanova si sviluppò originariamente su un'isoletta, che appena nel XVIII secolo fu congiunta alla terraferma. Ancora oggi la cittadina conserva la sua struttura urbana medioevale con strette e tortuose calli, piccole piazzette ed ambienti suggestivi. È evidente, però, lo schema urbanistico del periodo romano nel quale il Decumano ed il Cardo possono identificarsi rispettivamente nella Contrada delle Porte e nella Contrada Grande. La città era divisa nei rami di Piazza, Belvedere, Porto, Crosera e Porte. Fu per lunghi secoli circondata da mura erette a sua protezione; tuttora si è conservato il sistema di fortificazioni medioevali innalzato dai Veneziani. La zona [1087] del centro storico, circondata da mura, corrisponde all'isolotto su cui fu eretta Cittanova ed ha una forma triangolare. Le muraglie, con a tratti ancora visibili i merli ghibellini, avevano la particolarità di estendersi, da ambo i lati, nel prolungamento della linea delle mura già rinforzate di fronte alla terraferma, mediante due specie di pinne o speroni, fino a circa 40 m nel mare e ciò per evitare o quantomeno rendere difficile l'accerchiamento della città, in quanto il basso fondale permetteva di passare a guado sulla battigia. Sul lato verso la baia del Quieto è rimasta la parte bassa di una di queste pinne, che, recentemente rinforzata per conservare questa particolarità; si presenta ora come un piccolo molo largo circa 2 metri.

Della cinta verso la terraferma, alta in certi punti fino a 8 m, si possono vedere estesi tratti lungo la via del Mandracchio, che è il prolungamento verso la baia del Quieto del tratto di banchina del mandracchio medesimo, che inizia di fronte all'albergo Emonia. Questo tratto di cinta muraria conserva ancora una serie di 24 merli con una doppia serie di balestriere di cui alcune in pietra forata. Vi è murato lo stemma del rettore veneto A. Soranzo, del 1470. L'albergo è stato costruito a ridosso della bella torre che proteggeva il porticciolo, vertice di un angolo delle mura. La torre del Porto, attualmente, è stata ristrutturata ed accoglie un Free Shop. Lungo il lato verso la bella baia di Cittanova, raccolta fra la diga foranea e punta Musella, meglio conosciuta come punta Carpignano, le mura sono state ricostruite ma la base originale è visibile. Qui, d'estate, è zona balneare frequentata dalla popolazione. Le muraglie lungo questo lato proseguono di fronte al bel sagrato erboso della cattedrale, un tempo conosciuto con il nome di Brolo, ombreggiato con magnifici pini marittimi, sotto i quali è deposto un sarcofago medioevale in pietra. In asse con la Cattedrale, le mura formano un bastione, ora munito di una scala che permette l'accesso alla banchina.Tra questo bastione e la chiesa, un tempo si trovava il Palazzo vescovile e lo spiazzo era chiamato Vescovà o Largo del Vescovo. Il palazzo fu restaurato, nel 1607, da monsignor Manino ma altri restauri non furono sufficienti a salvarlo dall'usura del tempo. Venne in possesso del Comune nel 1854 e fu abbattuto vent'anni dopo. La riva sotto le mura è dedicata al maresciallo Tito.

Le mura terminano alla radice della diga, dove è stata ripristinata, con un'altezza minore rispetto all'originale, la Torre del Vescovo, una delle tre torri rotonde esistenti sul perimetro delle fortificazioni e che doveva difendere, con le sue bombarde, l'entrata del porto di Cittanova. Fu detta anche Rotonda del Vescovà come il promontorio su cui è sorta. Era una torre merlata a due piani e serviva, oltre che da posto di osservazione, anche da faro durante la notte, mentre la parte bassa era adattata a stalla. Durante il periodo [1088] napoleonico fu uno dei capisaldi della difesa contro la marina inglese. Le mura avevano due porte principali, una verso la campagna, l'altra verso il porto. La prima, detta Porta de Tera, era a triplice arcata e si trovava all'incrocio tra la Contrada delle Porte, ora corso Onorio Padovan, e via del Man-dracchio. Il prolungamento della via del Mandracchio, dalla Porta di Terra al mare, verso Porto Quieto, veniva chiamata via delle Torri. La porta era difesa da un'alta torre, vicino alla quale c'era il Palazzo Pretorio e, sull'angolo sud-orientale dell'incrocio, la chiesetta di S. Salvatore. Verso la fine del XVI-II secolo, per il prolungamento della contrada, vennero demolite sia le porte che la chiesetta. Ora, parte delle mura si vedono incorporate nelle basse costruzioni che, verso il mandracchio, ospitano bar e ristoranti.

Il secondo valico era detto Porta del Porto ed anche Porta a Marina: era piccolo, si apriva in una torre a due piani e permetteva l'uscita dal castello verso il molo d'imbarco e sbarco. Portava una lapide datata 1504 con l'arma dei Pisani col leone. La data e la dedica ricordava che la costruzione era stata effettuata dal podestà Giovanni Nicola Pisani. Le grosse porte di quercia rinforzate da elementi di ferro si aprivano verso l'androne, che attraversava la torre e sbucava nella calle che ora porta il nome di Mate Balota. Sia la torre che la porta furono demolite alla fine del secolo scorso per dar luogo alla strada attuale. Oltre la Porta del Porto si arrivava al Piassal del Porto che si estendeva, come ora, tra il torrione rotondo ed il molo principale. Il molo, rifatto nel 1504 dal podestà Giovanni Pisani, rappresenta il primo braccio di quello attuale; allora, però, non oltrepassava l'angolo del molo odierno che, girato di 90 gradi, fu prolungato in due riprese e adattato all'attracco dei piroscafi nel 1889-90. La riva creata di fronte alla superstite torre rotonda era spostata più vicino alla torre medesima ed aveva il nome di Porporela. Nello stesso piazzale del porto, davanti a quella che fu la Porta a Marina, nel medesimo sito dell'attuale Capitaneria di Porto, c'era il casello della Sanità detto poi Casa a marina; funzionante già nel 1612, serviva per il controllo delle persone e delle merci trasportate via mare. Oltre le due porte principali furono aperti in seguito, nelle mura, altri varchi più piccoli. Uno di questi era posto verso il mandracchio, circa nella posizione tra l'hotel Emonia e la gelateria che si trova di fronte. Aveva un arco in pietra calcarea, portante la data del 1649; questo è stato smontato e poi rimontato alla rovescia, con i cardini all'esterno, sul lato della baia del Quieto, nella nuova apertura situata ad ovest della Loggia ed ha preso il nome di Porta Belvedere. Un'altra apertura fu aperta verso sud, in corrispondenza della Contrada dell'Ospedale, ora ulica Ronjgova, così chiamata per la presenza dell'ospedale-ospizio eretto alla fine dell'altro secolo, con il lascito della famiglia Rosello, ed abbattuto dopo il 1950.

[1089] Questa uscita dal castello fu chiamata Portisiòl e venne aperta per favorire il passaggio delle ciurme delle galere in sosta nel porto Quieto, per i rifornimenti in paese, evitando così di aggirare il promontorio della Rotonda del Vescovà. Un ulteriore varco si rese necessario ad ovest del Torrione dei Torceri, adiacente al torchio comunale. Questo varco fu aperto per comodità degli addetti al torchio, il quale si trovava nella via parallela alle mura, verso porto Quieto, e che prese perciò il nome Drio i Torci. Questa contrada si prolungava, come ora che si chiama Jo-akim Rakov, dalla loggia al Portisiòl. Nel 1905, fu aperto un varco nelle mura all'angolo sud occidentale del mandracchio, quando fu prolungata la Contrada Nova, o Strada Nova, ora via I Maggio, che dalla Crosera porta al mandracchio. Oltre la Crosera, verso ovest, la via prosegue e prende il nome di Cale delle Mura. La Crosera è il punto d'incontro tra la Strada Nova e la Contrada Grande o Strada Grande che dalla via Mate Balota arriva in piazza Libertà e che ora ha preso il nome di Josip Milovac. Una bella Loggia, della prima metà del XVI secolo, fu costruita verso il mare sulla base di una prima torre rettangolare, che conteneva il Fontico o Fondaco già nel XIV secolo. Dallo statuto cittadino del 1420 risulta che veniva eletto, oltre il Camerlengo e due Giustizieri, anche un Fonticaro stipendiato dalla comunità. La costruzione fu rialzata alla base con blocchi di pietra nel 1860. Questa loggia, unico esemplare in Istria di loggia posta verso l'esterno delle fortificazioni, con una magnifica vista sulla baia del Quieto, sui colli parentini e sull'Adriatico fino alla laguna di Caorle, era una volta in pietra nuda con tre arcate sul fronte mare ed un basso tetto in tegole a tre falde; ora la loggia è la medesima, anche se il tetto è stato rifatto in cemento, con tegole, a falda unica e se sono stati posti, all'interno, dei travetti di legno. La parte esterna è stata intonacata e dipinta di giallo. Vi si arriva dalla cattedrale andando verso sud lungo la contrada del Belvedere, ora via Vladimir Gortan.

[1090] Sul lato delle fortificazioni che volgono verso la valle del Quieto, le mura si sono conservate quasi totalmente, le casette costruite a ridosso delle muraglie sono state riparate e, tutte in pietra viva, sono molto ben inserite nel contesto.

Sotto le fortificazioni che volgono sul Quieto è stato realizzato, sulla riva rocciosa, corrosa e scavata dal mare, un camminamento, che permette di girare a piedi lungo il perimetro, con i tre passaggi attraverso le mura che conducono alla città. Il camminamento prosegue, poi, oltre la Rotonda della Rivarela, una piazzola a mezzaluna, ora ricostruita, eretta nel 1715 a scopo di difesa. La Rivarela è un lungomare che si svolge, come un tempo, sui terreni pianeggianti, ora sede di case a schiera, che si trovano tra la Porta di Terra e la chiesa cimiteriale di S. Agata. Su questi prati, in un tempo passato si tenevano la giostra dell'anello e quella del Saraceno. La prima metteva in mostra l'abilità del cavaliere di infilare al galoppo una lancia in una serie di anelli, l'altra era una specie di tiro a segno alla testa mobile di un Saraceno.

All'interno della città, in questi ultimi anni le case sono state, nella maggior parte, ristrutturate e risanate, alcune in pietra nuda calcarea, altre intonacate e colorate con bei colori pastello; si può ammirare, anche, qualche bell'arco e qualche loggia sui ballatoi. La città è divisa in due parti dal prolungamento dell'unica strada che giunge dall'esterno. Questa, la via O. Padovan, che era l'antica contrada delle Porte, ora chiamata semplicemente il Corso, prosegue fino alla piazza Libertà o Sloboda, dove si trovano il Duomo ed il Municipio. A sud di questa strada, al n. 7 di via Budicin, è possibile ammirare una formella del 1884 decorata e riportante le indulgenze di papa Pio VII.

Lungo il Corso, al n. 3, una casa del '700, della famiglia Filippini, porta sulla chiave dell'arco un bel mascherone che aveva lo scopo di tenere lontano il male,abbinato allo scudo sannitico,con cimiero,di questa nobile famiglia.

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In piazza Libertà si trova il Municipio con una torre completa di orologio sulla facciata; di fronte si ammirano due belle case ottocentesche e, verso il mare, la Cattedrale. Di fronte al Municipio, una strada ortogonale al Corso, l'antica contrada Grande, va verso il mandracchio: ora è la via Milovac. Al n. 33, una casa settecentesca porta sulla facciata una splendida finestra trilobata m stile gotico-veneziano. Al n. 5 della medesima via, si trova il palazzetto Urizio, del '700, molto bello, con bifore e decorazioni alle finestre ed un bel mascherone sopra il portone. Il nome deriva dal mastro muratore Giovanni Urizio che lo costruì. Qui è stato sistemato, in tre locali, il Museo Lapidario, che raccoglie tutte le vestigia bizantine dell'antica cattedrale, tra cui gli archivolti del ciborio del battistero e le colonne che lo sostenevano, i plutei e le transenne, il tutto riccamente scolpito nella pietra nel duro stile dell'VIII secolo. Su un archivolto del ciborio esagonale c'è un'iscrizione che ricorda l'opera [1091] del vescovo Maurizio, del 780 circa. E difficile giudicare se i frammenti degli archivolti e dei plutei si possano considerare quali residui di un "tegurium" cioè di un baldacchino ad archivolti con colonnine, o non piuttosto quali parti di un'iconostasi delimitante lo spazio riservato intorno all'altare del Battista. La scritta su uno dei frammenti della costruzione del vescovo Maurizio accenna chiaramente solo al"Tigmentum" o tetto, cioè baldacchino da lui eretto devotamente. Sinora s'è creduto che questo baldacchino fosse stato innalzato sopra la vasca battesimale, mentre forse esso ornava il piccolo altare eretto lì, presso la chiesa di San Giovanni Battista, proprio come in edifici simili di altri luoghi. È interessante il fatto che per l'elezione di Bia-chino da Momiano, nel 1259, a podestà di Cittanova, l'arengo, o assemblea popolare, si sia radunato nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il titolo di chiesa indica chiaramente l'esistenza di un altare, non solo della fonte battesimale. La presenza, quale ornato, di una sfinge alata in queste piastre miseramente affastellate nel cosiddetto lapidario, è particolarmente interessante. Derivato da tessuti e tappeti, nella maggior parte persiani, il motivo delle sfingi certamente non aveva valore simbolico ma solamente ornamentale, quando nell'VIII secolo esso fu sfruttato dalla scultura bizantina.

Questo ciborio, magnifico esemplare di stile alto medioevale, con rappresentazioni bestiarie, certamente apparteneva al battistero ottagonale dell'VIII secolo che si trovava accanto alla chiesa, alla quale era collegato con un portico. Nel 1766, per ordine del vescovo Stratico, è stato demolito assieme alla vasca nella quale veniva amministrato il battesimo per immersione. Nel lapidario, purtroppo mal tenuto e deposito di robivecchi, ci sono anche iscrizioni romane e rilievi altomedioevali raccolti dal Kandler.

[1092] La Cattedrale o Colleggiata di S. Pelagio, parrocchia di Cittanova, dedicata all'Assunta e ai SS. Pelagio e Massimo, è a tre navate con presbiterio rialzato ed ha il campanile staccato. Quest'ultimo, tutto in pietra bianca a corsi, con trifore ed alta cuspide, è stato ricostruito totalmente nel 1883, come riporta l'iscrizione posta sopra la porta sovrastata da uno stemma gentilizio. All'angolo posteriore destro della chiesa, all'esterno, è murata una lapide romana riferentesi alla famiglia Calpurnia. La chiesa è stata rimaneggiata più volte; è sorta probabilmente in sostituzione di un'altra più antica, del V o VI secolo, come dimostrano i documenti artistici di stile bizantino e la "cripta" del tardo romanico che confermano l'esistenza di quell'antico luogo di culto. Questa chiesa primitiva era ad aula unica con l'abside sporgente molto pronunciata, quadrangolare all'esterno e semicircolare internamente. La prima chiesa, infatti, fu ricostruita tra il 770 ed il 780 dal vescovo Maurizio che vi fece erigere la fonte battesimale simile a quella esistente nel duomo di Cividale. Pur disponendo solamente di poveri lapicidi locali, il vescovo Maurizio ne ornò la chiesa, nella quale fece porre una nuova cattedra in pietra nell'abside, un nuovo altare maggiore in mezzo ad essa e degli ambroni ai due lati. La fonte battesimale era nella chiesa stessa o in un vano appropriato, poi sostituito con quello esterno alla chiesa fatto erigere dal Maurizio. La basilica fu ampliata in stile romanico nel XII secolo, mentre nelle ristrutturazioni del 1293 e del 1308 appare lo stile gotico; fu trasformata ancora tra il 1409 ed il 1572. Nell'ultima ristrutturazione, tra il 1746 ed il 1775, vennero allontanati la cattedra marmorea, il ciborio dell'altare maggiore, l'ambone e la cappella degli olii santi. Purtroppo, allora, le reliquie lapidee di epoche precedenti, dell'antica arte in rappresentazione bestiaria, ritenuta barbara ma poi divenuta ornamento dello stile romanico, furono quasi del tutto distrutte. L'altare maggiore è a doppia mensa, con baldacchino. Nell'abside si conservano il grande affresco con la Trinità e le tele dei SS. Pelagio e Massimo, tutte opere risalenti alla metà del 1700.

L'abside è vasta, luminosa e arrotondata a semicerchio; pare sproporzionatamente ampia rispetto al corpo della chiesa e vi si accede per due scale laterali curve, con balaustre ornate di puttini del XVII secolo. Nel frontale [1093] dell'altar maggiore, dì stile barocco con marmi policromi, c'è lo stemma del vescovo Bozzatini il che fa ritenere che già in quel tempo, attorno al 1740, si siano iniziati i lavori di trasformazione del presbiterio, finiti poi nel 1764, con la conservazione del nuovo altare maggiore. Fu rimaneggiata ancora nel 1882, quando fu costruito il campanile, ed infine la facciata attuale in mattoni fu rifatta, nel 1935, con una decisa impronta mussoliniana.

Fortunatamente la Cattedrale conserva ancora l'impianto paleocristiano, cui si sono aggiunte le recenti scoperte delle monofore della navata centrale e la cripta semicircolare a tre navatelle risalente forse al secolo XII allorché, presumibilmente, fu sacrificato il presbiterio paleocristiano-preromanico. Nella cripta vi è il sarcofago con le reliquie dei SS. Pelagio e Massimo, qui collocate nel 1046. Nel 1706 il corpo di S. Massimo fu levato dalla chiesa e trasferito a Venezia nella neo eretta chiesa parrocchiale di S. Canziano. Questa cripta, o chiesa sotterranea è l'unica del suo genere in tutta la provincia; si trova sotto il presbiterio, rischiarata da due finestrelle poste in basso ai lati dell'altare e con due celle ai lati chiamate "conditorium". Furono le probabili carceri dei martiri Pelagio e Massimo. È uguale, per dimensioni, al presbiterio soprastante. Quattro pilastri sostengono il soffitto e fra questi si trova un altare in pietra nella cui nicchia, protetta da un cristallo, si possono vedere le reliquie. Nel pavimento, secondo il Kandler, si vedevano le lapidi sepolcrali dei genitori di Pelagio e di Ursicino.

Un altro santo di Cittanova fu il beato Fiore il quale, andato in Terra Santa, al ritorno si fermò a Pola. Nel Duomo la parte rivolta a sud è ornata da cinque arcate, in parte frammentarie, dell'VIII secolo, che furono descritte dallo Strzygonsky. Nel 1968, durante il restauro della chiesa, furono scoperte, sul lato settentrionale della navata centrale, antiche finestre che, per la loro forma e per le loro dimensioni, possono risalire al VII o all'Vili secolo, quando la tradizione tardoantica, per influenza di Bisanzio, era ancora abbastanza vìva nell'architettura istriana. L'interno, pure nella confusione dei restauri, con il suo bel pavimento in pietra risalente al 1882, si presenta bene: altri quattro altari laterali, con pale rievocanti scene mistiche, completano l'arredamento che è arricchito dagli affreschi dei periodi precedenti, conservati nella parte centrale dell'edificio. Ai lati dell'abside si trovano le due sagrestie con molti ritratti dei vescovi emoniensi. Assieme a queste tele c'era la Madonna col Bambino che da alcuni è attribuita al Mantegna, mentre da altri è stata ritenuta opera del Bellini.

Dalla piazza della Libertà, uscendo dalla città, superate le mura, a sinistra si trova l'antica chiesa della Madonna del Carmine o della Madonna del Popolo e definita anche Chiesa del Cristo: con una facciata impreziosita da quattro lesene, [1094] porta sopra l'architrave del portone lo stemma dei Busini, che qui ebbero sepoltura. Il suo campanile basso, con cuspide, è posto sul retro, sul fianco sinistro, attaccato all'abside circolare della chiesa; accanto al campanile, in un unico corpo, una piccola costruzione fungeva da romitorio dei Domenicani, che ne furono i fondatori nel XV secolo. Nel 1650 i padri domenicani del Convento di S. Maria del Popolo sorto nel 1494 fuori delle mura, dovettero abbandonarlo per la diminuzione delle entrate, essendo la città divenuta ricovero di pochi pescatori, la chiesa cadente, i campi ridotti a pascoli ed il convento in stalla di animali. I frati, infatti, come ben ricordò il Caprin, sono come i passeri, non fanno i nidi nelle terre in cui si raccoglie più paglia che grano. Dopo i Domenicani, verso la fine del secolo, vi si insediarono i Terziari di S. Francesco. All'interno della chiesa si può ammirare ora un altare con due belle statue marmoree ai lati; nell'insieme, però, è ancora bisognosa di restauri. È una costruzione che risale al 1494, e che ha subito successive modifiche sull'attuale facciata barocca nel XVIII secolo.

Dall'altro lato della strada, di fronte alla chiesa della Madonna del Carmine, si trovava l'antica chiesa di S. Croce, ora demolita, che fu costruita nel luogo in cui subì il martirio San Pelagio, sotto l'impero di Numeriano. Altre due chiese medioevali esistevano a Cittanova, una era situata sulla piazza della Libertà, accanto al Municipio ed era dedicata a S. Stefano, un'altra, dedicata a S. Andrea, si trovava nella Cale del Forno, tra Calle delle Mura e Calle dei Pescatori. Quest'ultima, nell'anno 1273 fu possesso dei Sabini di Capodistria, come risulta dalla conferma del vescovo Nicolò.

Uscendo dalla città, fuori dalla cinta muraria della Cittanova medioevale, si trova sulla destra, il piccolo cimitero con l'antica chiesa di S. Agata, a pianta romboidale irregolare, a tre navate separate da 8 colonne e con un'abside circolare ricavata da una massa muraria e ricoperta da tegole. Risulta insolita la forma del tetto, a due linee di gronda, che ricopre le navate. In origine, la basilica aveva tre absidi, due delle quali furono rimosse dal Comune nel XIX secolo. Contiene molte lapidi ottocentesche ed un'iscrizione nella quale sono [1095] riportati tutti i nomi dei frati dell'antico castello di Daila, qui sepolti dopo il 1600. La basilica di S. Agata risale al X secolo o, forse, alla prima metà dell'XI secolo, epoca in cui l'attività architettonica alto medioevale si trovava in piena evoluzione. Fu restaurata nel 1588 e poi ricostruita al tempo delTommasi-ni, nel 1644 a causa di un devastante incendio. Sul muro di cinta del cimitero, in cui un tempo si seppellivano i poveri, ai quali erano precluse le tombe della cattedrale, venne scoperta un'iscrizione romana dello schiavo Solone dedicata al fratello Sinodo, contabile della matrona romana Titacia Tertia, che aveva possedimenti a Cittanova.

La chiesa di S. Agata, nel 1669, venne citata in una sentenza contro un ladro che aveva rubato parte del paliotto della basilica di Parenzo ed aveva nascosto parte del bottino fra i ruderi di questa chiesa. Il ladro, tale Dominile Furlan di Colloredo, venne fucilato e poi bruciato, come se fosse stato una strega, sotto la cinta delle mura della città.

La contessa Elena Folatti, nei primi anni del XVIII secolo, restaurò la chiesa dotandola di un nuovo altare con l'immagine di S. Agata e fondò una confraternita femminile. Il cimitero, nel 1844, fu ampliato e recintato. La strada che dal centro cittadino si prolunga verso il cimitero di S. Agata, nel tratto tra il camposanto e la chiesa della Madonna del Popolo, era chiamato Viale dei Moreri, o gelsi. Nel XIX secolo era consuetudine che ogni copia di novelli sposi piantasse un albero di more nella suddetta via quale ricompensa al parroco che aveva celebrato il rito nuziale. Ora altri alberi sostituiscono quelli dell'Ottocento ed il viale porta il nome di Candido Travagin.

Costeggiando l'insenatura verso nord, accanto al ristorante Marina, nel punto più interno dell'insenatura, alla cosiddetta Pontisela, nel cui sito si trovarono tombe romane, c'è la vecchia cappella di S. Antonio, con una croce in ferro sulla facciata; questa era situata di fronte ad un antico molo di indubbia origine romana, di 8 m di larghezza, ora sepolto sotto la discarica a mare attivata per la formazione di un piazzale. Questa chiesetta è stata ricostruita nel 1631 dalla famiglia Busini quale ringraziamento per una grande pescata e conteneva una pala, ora scomparsa, di Alessandro Varotari, detto il Padovanino, del XVI o XVII secolo. L'interno è nudo con un piccolo altarino. Più a nord, sul bivio per Carpignano, esisteva il capitello di S. Lucia, presso villa Rainis.

Ora Cittanova vive nell'enfasi del turismo nordico di massa e nel suo territorio esistono due enormi campeggi, il Mareda ed il Sirena; d'estate una folla brulicante si riversa nella cittadina, dove agli angoli del porto fumano le grigliate di "rasnici" e "cevapcici" una sorta di spiedini di maiale e peperoni molto saporiti. Al di fuori dei mesi estivi, pieni di frastuoni, Cittanova è una [1096] cittadina da vedere e da godere: le ottime pensioni, l'albergo Emonia ed il pesce di Gianni, al ristorante Marina, sono tutte cose da gustare.

Il circondario boscoso e le molte possibilità per la balneazione attirano a Cittanova un numero sempre maggiore di visitatori. Il piccolo porto nautico, creato nel mandracchio, dove un tempo c'erano tre "carigadori", è aperto tutto Tanno; possiede 120 ormeggi ma nell'ampia insenatura può trovare rifugio qualsiasi imbarcazione essendo questa stupenda baia esposta solamente ai venti dell'ovest.

Cittanova è dotata di una buona rete stradale che la collega, lungo la costa occidentale, con Umago e Parenzo e, verso l'interno, con Buie.

Tratto da:

  • Dario Alberi. ISTRIA storia, arte, cultura. LINT (Trieste, 1997), p. 1077-96. All copyrights reserved by the author and publisher. This book is generally available at Italian bookstores.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Sunay, October 21, 2007; Last updated: Friday June 20, 2008
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