A SUD DEL QUIETO 
Montona - Motovun

[1118] Montona, come Albona, Fianona e tante altre cittadine nell'alta Italia, quali Cremona e Tortona, porta la desinenza in "ona", caratteristica dei luoghi abitati dai Celti, che dovrebbe significare "luogo abitato". Ciò conferma che fu città di origine antica, ben lontana nel tempo. Il Kandler ipotizzò che i primi abitanti dell'antico castelliere fossero i Secussi, una delle tribù più civilizzate della grande stirpe celtica. Essi ebbero, come gli altri centri celtici, vita autonoma, forse federati alle altre comunità. Anche la radice "mont" dovrebbe rappresentare "monte" per cui si potrebbe supporre che Montona abbia voluto dire "città di monte". Il nome non fu cambiato dai Romani dopo la conquista dell'Istria nel II secolo a.C. e neppure in seguito, sotto i domini bizantino o franco, se Montona è stata così nominata nel documento relativo al placito del Risano nell'anno 804. Anche il ritrovamento, nella vicina Cittanova, di una lapide di epoca romana, che riporta la scritta "Montona Rustica", contribuisce a poter stabilire quasi con certezza che Montona esiste con questo nome da più di duemila anni. Solo dopo quest'ultima guerra si è voluto chiamarla Motovun proprio come facevano i popolani slavi dei dintorni, data la loro poca dimestichezza con la lingua latina.

Con la venuta dei Romani, a Montona e nel suo territorio sorsero varie comunità di legionari romani, che nel tempo si fusero con i residenti Istro-Celti; dall'unione sorse il nuovo ceppo istriano romanizzato. L'antico castelliere, identificato con il nome Castrum Montonae, fu consolidato e gli spalti vennero ricostruiti sulle fondamenta celtiche.

Sono numerose le iscrizioni funerarie e le lapidi dell'epoca romana trovate sul colle di Montona; nel territorio di questa città Tito Statilio Tauro ed altri ebbero possedimenti e forse anche i natali. Montona, che annoverò tra i suoi cittadini romani ben quattro consoli, per la sua preminente posizione apicale, fu fortificazione romana e, nel tardo impero, ebbe le sue poderose mura di difesa, Sei secoli di civiltà romana lasciarono un'impronta indelebile nella cittadina, che passò poi quasi indenne attraverso le invasioni barbariche, pur essendo sottomessa successivamente ai Goti, ai Bizantini dal 539 al 751 e, per 23 anni, ai Longobardi. Subì i Bizantini ancora dal 774 al 788, per diventare città dei Franchi dal 789. In questi secoli, grazie alle sue poderose fortificazioni, si potè salvare dalle orrende incursioni effettuate dalle bande miste dei mongoli Avari,dei germanici Longobardi e degli Sciavi o Vendi, come erano chiamate in quel tempo le popolazioni di razza slava che, nei primi anni del VII secolo, sconvolsero l'Istria nord-orientale. Paolo Diacono raccontò che nel 610 e nel 611 gli Avari, con i loro sudditi slavi ritornarono in Istria, combattendo contro gli stessi Longobardi, non più loro alleati. Gli Slavi, come gli Avari, ritornarono sempre, dopo !e numerose razzie devastatrici, nei loro territori della Carniola.

Quando Montona partecipò al placito del Risano per protestare contro l'assegnazione di terre tolte alle comunità locali, a famiglie slave, nel suo territorio gli insediamenti non furono più effettuati in quanto questi immigrati furono sistemati nelle aride regioni carsiche lontane dai centri abitati. Se qualche infiltrazione, prima dell'anno Mille, ci fu ancora lungo il Quieto, questa fu irrilevante e comunque si manifestò pacificamente e molto lentamente.

Montona nell'827 aveva in parte superato la crisi della nuova era del feudalesimo; già allora ebbe un proprio consiglio cittadino così stimato da esser chiamato Arbitro, per la serietà dimostrata nella delicata controversia tra i patriarchi di Grado e di Aquileia per la posizione di metropolita delle sedi vescovili istriane.

Nel 929 le decime della città furono concesse in dono, da Ugo di Provenza, re d'Italia, ai vescovi di Parenzo, rimanendo così ai Montonesi la lìbera ma ridotta giurisdizione. La donazione fu confermata, poi, nel 983 dall'imperatore Ottone II direttamente al vescovo Andrea. I vescovi probabilmente cedettero il castello montonese al vassallo Olmanno nel 961, con il figlio Cadolao e, infine, alla contessa Berta moglie di Cadolao con il figlio Almerico, tutti signori di Montelino. Dopo il 1100 i vescovi parentini dettero il feudo montonese ai conti d'Istria e di Gorizia e questi lo girarono alla nobile Riccarda, forse della stessa famiglia dei Plain Wieselberg, cui appartennero probabilmente anche Olmanno e Berta di Montelino. Riccarda, che fu, quindi, sub vassalla dei conti goriziani, fiancheggiata da un gastaldo, era figlia di una certa Palma e nipote di Artuico, fratello di Palma, a quanto risulta da un documento del 1191. Dopo la sua morte, avvenuta dopo il 1194, un altro documento del 1200 ricorda che l'eredità del feudo di Riccarda venne divisa fra Guidone o Vidone da Muggia e Leonardo da Valle, per un quarto ciascuno, mentre il conte Alberto di Wieselberg o Weichselburg, oriundo di Neustadt in Carniola, ebbe l'altra metà. Probabilmente il conte Alberto di Wieselberg fu fratello della Riccarda e sembra esser stato figlio di Menginardo, signore di Rozzo. Si deve tener presente che Montona compare solo per le decime nell'asse ereditario. La divisione dell'eredità così concepita fa presupporre che Guidone e Leonardo fossero nipoti del conte Enghelberto II di Gorizia se non dello stesso Alberto di Wieselberg.

Nel 1209, quando il patriarca d'Aquileia Volchero venne nominato marchese d'Istria, la città passò sotto il diretto dominio temporale della chiesa aquileiese, rimanendo, però, sempre infeudata ai vescovi di Parenzo. La figlia di Alberto de Wieselberg, Sofia, fattasi monaca, lasciò tutti i suoi beni, tra cui le decime montonesi, alla chiesa di Aquileia.

A Montona il burgravio aveva il comando militare e giuridico mentre il gastaldo riscuoteva le decime e le gabelle. Vent'anni dopo, prima del 1232, parte dell'eredità del territorio di Montona passò al conte Mainardo II ed a suo nipote Mainardo III con il quale governava le contee di Pisino e di Gorizia. Il borgo era notevolmente popolato e fu sentito il bisogno di un governo municipale più consono alle antiche tradizioni per cui, dal 1248, iniziò la serie dei podestà montonesi la cui nomina, allora, spettava al comune e doveva essere, poi, rattificata dai patriarchi. In quell'anno il primo podestà fu Mainardo III, vassallo dei vescovi di Parenzo; poi, nel 1256, fu podestà Castermanno di Pietrapelosa, l'anno successivo Genisio o Garvisio dei Bernardi di Padova, nel 1258 Vernerio de Gillaco, nel 1263 Biaquino da Momiano e, nel 1271, l'ultimo podestà soggetto ai patriarchi fu il veneziano Tommaso Mi-chiel, che però fu osteggiato, per la rattifica, dal patriarca Gregorio di Montelongo. [1151] Il Michiel, appoggiato dagli armati di Monfiorito di Castropola, feudatario di Novacco e gastaldione di Pola, scese in campo contro il patriarca nel 1274; il Monfiorito dovette, però, piegarsi ai soldati aquiìeiesi e fu costretto a ritirare le sue truppe da Montona ed a giurare fedeltà al patriarca.

Già nel 1265 i Montonesi si erano ribellati, con Parenzo, Due Castelli, Valle e Rovigno, ai patriarchi per ottenere la loro libertà comunale ed in maggioranza decisero, appoggiati dai conti Alberto II di Gorizia e da suo fratello Mainardo IV, che in quell'anno guerreggiavano contro i patriarchi, di valutare l'opportunità di dedicarsi a Venezia, come in quello stesso anno aveva fatto Parenzo. Ciò si ripetè nel 1276 ma, allora, i conti goriziani erano alleati del patriarca e, con il loro aiuto, questi costrinse Montona a giurare obbedienza alla chiesa di Aquileia. Nonostante le minacce continue dei patriarchi, nel 1278, trovandosi assediata dal conte Alberto II, ora alleato dai Capodistriani che ambivano alla supremazia sulla regione, prima di cedere Montona decise di dedicarsi definitivamente alla Serenissima terminando così la sua sofferta esperienza feudale. La decisione del popolo montonese fu comunicata al doge veneziano dal nobile Nicolo Polesini. Primo podestà nel 1278 fu Andrea Dandolo, ma subito dopo vi fu un'insurrezione della fazione patriarchina, avvennero zuffe sanguinose ed egli fu cacciato. Nel 1279 il nuovo podestà Marco Michiel potè ritornare nella città appoggiato dai fedeli a Venezia e perdonò i rivoltosi. Il patriarca, Ottobono de Razzi, che vantava ancora i suoi diritti su Montona anche dopo la dedizione a Venezia, riconobbe pubblicamente nel 1310 il distacco di Montona dal marchesato, sottoscrivendo un accordo con Venezia, previo indennizzo, per i tributi perduti, di 500 marche l'anno. Nel frattempo però, durante tutti questi anni la città fu soggetta ad assalti da parte dei conti di Gorizia nel tentativo di riacquistare il castello ai patriachi. Neanche Venezia stette, comunque, inattiva e, nel 1297, sollecitò il papa ad intervenire presso il patriarcato d'Aquileia. Infatti Naticherio, abate di S. Michele Sottoterra, delegato dal papa e dal vescovo di Parenzo, nello stesso anno dichiarò Almerico da Montona, vassallo patriarchino, decaduto dal feudo che possedeva però solo nominalmente. Così Venezia potè rientrare in possesso delle città mentre Almerico si era già allontanato, allorché aveva appreso la notizia.

Da allora, per cinque secoli, Montona fu fedele città veneta, sentinella avanzata contro le egemonie degli Austriaci dopo la loro acquisizione della vicina contea di Pisino nel 1374; l'ultimo podestà montonese fu Francesco Maria Badoer, eletto per l'anno 1796-97. Dopo l'avvenuta sudditanza a Venezia, con il consenso di questa, Montona si dette due Consigli di cittadini, uno maggiore e uno minore, ai quali fu riservato il diritto esclusivo di amministrare, in accordo con il podestà, la cosa pubblica. Contemporaneamente si provvide ad ampliare e meglio fortificare il borgo, facendo concorrere nella spesa tutti i comuni soggetti ai Veneziani.

Montona partecipò a tutte le azioni guerresche che Venezia favorì o subì in territorio istriano; prese parte con i suoi contingenti, nel 1278, contro i Capodistriani che si erano alleati al conte Alberto II di Gorizia in una ribellione contro i Veneziani. Nel 1285 insorsero liti vivissime con Pisino per i confini mentre nel territorio infieriva la peste. Lottò per tutto il XIV secolo per la sua supremazia sull'importante bosco di S. Marco, il cui legname era necessario agli arsenali navali veneziani, contro la signorìa di Piemonte che faceva parte della contea di Pisino e contro Portole in mano ai patriarchi.

Nel 1322 Montona estese il suo territorio acquistando dai Veneti Bolani il villaggio di Mondellebotte. Novacco passò a Montona nel 1330, allorché fu venduto dai Sergi di Pola alla famiglia Nicoletti di Montona. La cittadina, tramite le sue nobili famiglie, ebbe in questo secolo la giurisdizione sui territori e sui villaggi di San Vitale, Raccotole, Caroiba, Sovischine, Zumesco, Ceriòn, San [1153] Michele Sottoterra, Casale, S. Pancrazio e Colombara, oltre Mondellebotte, Novacco, Montreo e Caldier, San Giovanni di Cisterna, Castellier, Visignano e Rapavel. Nelle continue contese con i conti di Pisino, la città, nel XIV secolo, perdette il possesso di Treviso, o villa Terviso, allorché il conte Mainardo VII vi costruì il nuovo castello a difesa delle sue terre, non tenendo in alcun conto le rimostranze di Venezia, che appoggiò la città di Montona. Dopo aver tentato numerose mediazioni per interrompere le continue invasioni del territorio da parte dei conti di Pisino, i Veneziani reagirono con le armi nel 1344 ed il capitano Arnoldo da Montefeltro, con i provveditori Alvise Morosini e Marino Grimani riuscì a catturare il conte Alberto IV e condurlo a Venezia, dove questi firmò la pace accettando di abbattere le mura ed i castelli delle cittadine fortificate attorno a Montona, cosa che in seguito non effettuò.

Nel 1348 la città fu colpita dalla pestilenza, proprio in concomitanza con una nuova ribellione di Capodistria, con la quale Montona guerreggiava accanto ai Veneziani. Nello stesso anno dovette difendersi anche dalle incursioni dei Croati del re d'Ungheria, contro il quale Venezia era in guerra, in difesa dei suoi domini in Dalmazia; per difendersi assoldò il capitano Colenzio da Lubiana. Fortunatamente nel 1358 Grisignana venne ceduta ai Veneziani quale pegno per un prestito ed un tratto di fronte si liberò, dando respiro alla città che era, fino ad allora, circondata dai territori dei conti di Pisino e dai territori dei patriarchi; l'arco di giro nemico, nel quale Montona era in mezzo, comprendeva Visinada, Grisignana, Piemonte, Portole, Pietrapelosa, Pinguente [1154] e tutti i paesi della valle del Bottonega, formanti una linea con Zamasco, Caschierga, Terviso e Vermo, fino a Pisino.

Allora, l'unico accesso alla città, che partecipò anche, con trenta guastatori e successivamente con 200 soldati, alla conquista dì Trieste da parte dei Veneziani nel 1369, passava lungo la strada che unisce Parenzo, Visignano e Caroiba.

A causa dell'impoverimento delle popolazioni italiche della regione, dovute a guerre e pestilenze, Venezia, nel 1376, decise di ripopolare le campagne deserte offrendo esenzioni fiscali agli immigrati slavi che volevano insediarsi. Anche Montona, colpita duramente dalla peste nel 1361, fu costretta ad adottare questo provvedimento eccezionale ma, non essendovi traccia nelle cronache, si suppone che nel suo territorio l'immigrazione non sia stata sostanziale e pertanto non ancora determinante. Però già nel 1278 erano stati firmati alcuni contratti di affittanza di terreni a famiglie slave provenienti dalla vicina contea pisinese. Dopo il passaggio della contea di Pisino nel 1374 all'Austria, si rinforzarono le difese della città, ripristinando le mura danneggiate durante le ultime guerre. Nel 1405 molti Bosniaci, fuggiti dalla penisola balcanica, furono sistemati nelle campagne montonesi ormai deserte. Il castello di Montona sopportò e riuscì a respingere ancora un assalto delle soldataglie del re d'Ungheria Sigismondo, che aveva invaso l'Istria, nel 1411, in guerra contro i Veneziani, causando danni a numerosi villaggi ed alle campagne del territorio montonese. Finito il potere patriarcale in Istria, dopo la pace del 1421, Montona si trovò dinnanzi tutta la potenza austriaca che, dai vicini confini della contea di Pisino, sovrastava l'area montonese. Anche se Portole e Pietrapelosa erano ormai venete, sul fianco del Quieto esisteva ancor la signoria di Piemonte con Castagna e Visinada mentre era oppressa ad est dei paesi di Zamasco e Caschierga.

Le truppe montonesi dovettero, nel 1444, demolire le fortificazioni di Nigrignano, fatte ricostruire da Corrado da Luenz, capitano di Pisino, nonostante le clausole del trattato di pace del 1344. Il territorio di Montona fu invaso dai soldati austriaci nel 1445, che approfittarono dell'impegno veneziano in Lombardia, e si salvò solamente la città, che riuscì a non essere occupata dalle soverchianti forze nemiche; il territorio ed i suoi villaggi furono liberati dai Veneziani guidati da Cristoforo da Tolentino appena quattro anni dopo.

A metà del secolo XV Montona si trovò stremata e ridotta in miseria, e una nuova pestilenza e le rabbie dei sudditi della Contea aggravarono la situazione: fu particolarmente colpita dalla peste del 1456, anno in cui i cimiteri non furono più sufficienti per le sepolture.

Anche i Turchi comparvero durante le loro incursioni istriane, nell'arco di quindici anni, nel territorio di Montona ma il castello non subì danneggiamenti pur sacrificando le campagne.

In conseguenza alla guerra contro Massimiliano I, arciduca d'Austria ed imperatore di Germania, nei primi anni del XVI secolo, i Veneziani acquisirono i castelli di Piemonte con Castagna, Visinada ed i castelli di Rosario e di Nigrignano, dopo la pace di Worms del 1523. Così tutto il fianco a nord del Quieto divenne per i Montonesi motivo di tranquillità, mentre anche ad est, le conquiste veneziane di Sovignacco e Racizze dettero respiro ai soffocanti confini che finora premevano su Montona.

Nel 1500, nel 1502 e nel 1540 avvenne la massiccia migrazione slava nel territorio montonese con i Morlacchi importati dalla Dalmazia. La loro misera civiltà ed il loro carattere causò notevoli disagi alla rimasta popolazione italica ed i Montonesi protestarono con il capitano di Raspo per le continue liti che questi soggetti fomentarono. Non ci furono, però, alterazioni etniche nel tessuto urbano rimasto compattamente latino.

Anche nel 1600 ci furono per Montona anni di guerra; durante la guerra detta di Gradisca o degli Uscocchi, la città ebbe rinforzate nuovamente le sue mura e furono reclutate le cernide paesane. Montona ed i suoi volontari parteciparono nel 1616 alla conquista di Antignana, distrussero, poi, i villaggi di Caschierga, Chersicla, Borutto e Previs, quindi, combatterono controTerviso. I volontari Montonesi si spinsero infine fino a Cosliacco ed a Pedena, arrecando gravi danni. La città, nel 1617, fu sede del quartier generale del provveditore Zorzi e le sue truppe si scontrarono nell'agro montonese, presso il lago Badòs, con un reparto di cavalleria uscocca, che fu fatto a pezzi.

Ancora nel 1629 e nel 1647 Ì Veneziani dovettero ricorrere ai soldati per difendere i contadini montonesi, vittime di razzie da parte dei sudditi austriaci della contea. La grande pestilenza del 1630 colpì anche Montona, che però, non ebbe le disastrose conseguenze sopportate dalle città costiere. Da allora per essa iniziò il declino ed un po' alla volta non fu più in grado di difendersi dalle angherie dei sudditi austriaci, che continuamente invadevano il suo [1156] territorio commettendo ruberie e danneggiamenti. Negli ultimi anni della vita della Repubblica, i Polesini di Montona furono investiti del titolo di marchesi, trasmissibile in perpetuo.

Con la fine della Serenissima, la città, nel 1797, passò all'Austria e rimase fino ai 1803 quando, occupata dai Francesi, fu sottoposta al capitanato circolare d'Istria sotto il controllo del governo di Trieste. Poi, nel 1805, passò per volontà di Napoleone al Regno Italico e, nel 1813, ritornò all'Austria. Nel 1815, con il suo distretto fu sottoposta al circolo di Trieste e nel 1825 al Circolo d'Istria, con capoluogo Pisino; passò le travagliate giornate irredentistiche del 1848, ottenendo una reazione austriaca spietata. Nel 1855 dovette sopportare una grave epidemia di colera e nel 1918 le truppe italiane entrarono nella città imbandierata a festa. Ora, da un cinquantennio Montona non ha più il suo secolare e glorioso municipio; infatti non è più comune ed è sottoposta a Pisino. Dopo l'ultima guerra mondiale ben 1100 persone su 1400 abitanti presero la via dell'esilio.

Dell'investitura del potere del capitano-podestà montonese è rimasto il ricordo dello"scettro", simbolo secolare della sua autonomia municipale. Era un bastoncino di legno dipinto, sormontato dal leone dorato di Venezia, che indicava l'autorità acquisita dal podestà. Dal Seicento fino al principio del 1800 questo scettro, non certamente l'antico trecentesco, era conservato nel municipio. Questo era l'unico esemplare superstite e come tale divenne preda del barone Carnea Steffaneo che, nel 1806, lo prese per farne un dono all'imperatore d'Austria Francesco II, dopo aver sostituito il leone con un'aquila. Dal museo imperiale di Vienna esso venne restituito nel 1920 al governo italiano, che però non lo restituì al comune di Montona. Oggi non se ne ha più notizia.

La città ha conservato quasi intatto l'antico aspetto di castello con le sue ripide scarpate, le porte, i palazzi, le cisterne, le muraglie e la torre merlata. Dovunque si arrivi in vista di Montona, questa si presenta sempre in tutta la sua magnificenza, posta all'apice di un colle, alto 277 m isolato nella valle del Quieto, che in quel punto si allarga per oltre un chilometro. Il suo castello è sorto su questa elevazione, un basamento calcareo ricoperto da uno strato marno-arenaceo ed il cui culmine è occupato da un conglomerato fossilifero. Salendo o scendendo la valle del Quieto, la visione di Montona, la signora della valle, appare già al Ponte Porton ad occidente ed a Santo Stefano ad oriente, superate le Porte di Ferro. La si vede dall'alto scendendo le colline di Portole e pure, con l'aspetto più bello, anche perché ravvicinato, scendendo dal monte Subiente. La strada statale passa, da Levade a Caroiba, sotto le pendici occidentali del colle di Montona, innalzato di 250 m rispetto il fondo [1157] valle. Dove si trova il bivio, dal quale la strada sale con una pendenza del 12% per raggiungere il borgo, la statale è fiancheggiata da ambo i lati da alcune case, per lo più vecchie, del sobborgo un tempo chiamato Laco, oggi denominato Kanal dai Croati. La località, posta a cavallo di pingui campagne, contiene nel suo terreno dei fossili marini, resti dei millenni passati in cui il mare sommergeva la valle. Un centinaio di metri prima di arrivare alla sella del Laco, salendo da Levade, si trova un cimitero semidistrutto e semiabbandonato, sulla destra della strada. È il nuovo cimitero, costruito in questo secolo, dove si seppellivano i defunti delle famiglie abbienti; sembra che non abbia un nome.

Al Laco si può sostare per la presenza di un ristorante e di qualche negozio accanto all'unica stazione di servizio.

Montona è suddivisa in tre rioni: in cima, il Castello, verso oriente, il sobborgo di Gradiziòl, un tempo chiamato Latadarche o Catarche, ed il Borgo, quartiere popolare sorto sul fianco del colle, a meridione, e diviso, nel Medioevo, in altri due rioni chiamati Fontanella e Cegla. Le decime di questi due rioni, assieme a Latadarche o Gradiziòl, furono nel XIV secolo appannaggio dei Castropola.

Iniziando la salita verso la cittadina, lungo la strada asfaltata, dedicata a Stjepan Beletich, affiancata da lodogni, da campetti di canne, da qualche bel fico e da alcune case rustiche sparse, verso sud-est si può ammirare tutta la valle del torrente Montoni con i campanili di Zamasco e di Caldièr, al culmine dei colli. Si scoprono tutte le belle pendici degradanti dal monte Subiente, ricoperte da grandi vigneti produttori di un ottimo vino, ed ìl paese di S. Pancrazio, o Brancaccìo, verso occidente, ai piedi del monte Lisandrìn. Il panorama si amplia dopo aver superato due tornanti e di fronte appaiono i cipressi del cimitero di S. Margherita, in Gradiziòl. Questo cimitero, costruito nel 1818 a seguito della soppressione degli antichi e piccoli camposanti di S. Francesco, S. Vito e S. Simona, è posto su una sporgenza del Gradiziòl, sostenuto da un grosso muro d'arenaria, in posizione panoramica magnifica, dal quale si [1158] ammira tutta la valle del Quieto, fino alle Porte di Ferro. Nel camposanto, ora completamente rinnovato, che assolve i bisogni della popolazione locale, si trova la chiesetta di S. Margherita, con vecchie pietre tombali murate sulla facciata posteriore. È una piccola costruzione con un portico ed un campaniletto a vela; esternamente è dipinta in color avorio ed è stata recentemente restaurata, mentre l'interno è ora in fase di ristrutturazione. Le sua costruzione risale ai tempi della realizzazione del camposanto.

Dopo il secondo tornante, alla sinistra, verso il monte si incontrano due strade che salgono; la prima è stretta, con un selciato sconnesso, che passa fra le basse casette rustiche costruite fuori del borgo per arrivare, lungo la via Pino Budicin, fino alla Porta della Madonna.

La seconda, asfaltata, raggiunge pure questa porta, ma andando ad occidente rispetto la strada principale; si chiamava la Favorita, mentre ora porta il nome di Vladimìro Gortan. Superate queste due deviazioni, che portano comunque in cima al borgo e che si trovano prima di arrivare al cimitero di S. Margherita, si giunge al terzo tornante dove, a destra, si trova il cimitero e la chiesa di S. Margherita ed a sinistra la chiesa dell'Immacolata Concezione o dei Servi, che volge la parte posteriore ed il campanile verso la strada che sale e che si vede costruita su un ripiano contenuto da un alto muro sopra di essa. Superato questo tornante, sulla destra si trova un parcheggio per corriere ed auto, su un terrazzo con una vista mirabile sulle valli del Quieto e del Monfrini e della sottostante valle di San Bartolomeo, la cui chiesa isolata si vede di fronte, oltre la valle, a mezza costa. Dall'altra parte della strada, di fronte al posteggio, c'è la facciata principale della chiesa dei Serviti, volta ad oriente, con un occhio chiuso sopra il portone e un'iscrizione sepolcrale risalente al 1676, murata sulla parte destra. La costruzione del tempio è a base rettangolare, con l'abside asimmetrica affiancata dal bel campanile in pietra arenaria con torre e cuspide ottagonali. La chiesa è con l'intonaco ingrigito e mostra tracce del suo vecchio color giallo di cui era dipinta un tempo.

La chiesa dell'Immacolata Concezione è detta anche dei Servi, perché nel XVI secolo qui sorgeva un ospizio, che in origine fu offerto ai Francescani, i quali, però, già se ne erano andati quando si iniziò la costruzione.

[1159] La chiesa fu eretta nel 1585 per volontà del podestà Lorenzo Morosini ed è ricordata per la rappresentazione del Sabato Santo; in essa ebbero sepoltura i Pramperga. Fu allargata nel 1639, come è ricordato in un'iscrizione murata nell'abside. Il convento fu iniziato nel 1595 e fu eretto dove ora esiste quel grande fabbricato, alla destra della facciata principale della chiesa, con un sottoportico che immette nel cortile dove sorge il campanile; ora questo edificio è una casa di riposo per anziani. Quanto il convento fu terminato, nel 1598, i Montonesi consegnarono la chiesa ed il convento al padre Andrea Argentini da Cesena, che lo accettò a nome dell'Ordine dei Serviti, in quell'epoca guidato dal padre Angelo Maria Montorsolo da Firenze. L'Ordine dei Serviti si era diffuso in Istria già da un secolo e precisamente iniziò la sua opera benefica a Montona nel 1474.I suoi conventi furono soppressi circa alla fine del XVII secolo.

Sul tornante, pressapoco, esisteva un tempo la Porta d'ingresso al Gradiziòl, o piccolo castello, presso la casa Tornasi, sulla quale, fino a prima dell'ultima guerra, figurava il leone di S. Marco, che un tempo stava sopra la porta del Gradiziòl. La chiesa era ricavata nelle mura delle fortificazioni esistenti già nel XIV secolo, che racchiudevano da levante il Gradiziòl e presumibilmente la chiesa dei Servi appoggia su queste mura, che proseguivano lungo la via che sale al centro del colle fino ad unirsi al barbacane situato sotto il castello. In un documento della chiesa del 1722, risulta che il baluardo nel quale era ricavata la porta d'ingresso al Gradiziòl, era ancora esistente.

Dal primo parcheggio, che si trova di fronte alla chiesa dei Servi, sul tornate alla cui destra c'è il cimitero di S. Margherita, una strada non molto larga, selciata, sale diritta verso la sommità del colle. Un tempo detta salita Gradiziòl, si chiama ora Stjepan Beletich. La strada è fiancheggiata da ambo i lati da basse case addossate l'una all'altra, con qualche spazio aperto qua e là; a metà salita, a sinistra uno spiazzo ospita il secondo parcheggio per auto.

Nel tratto della salita Gradiziòl che dal cimitero porta fino al bastione di [1160] Porta Nuova, sito quasi alla sommità del colle, si distingue la casa nobiliare al n. 4 con poggiolo e stemma, la casa signorile al n. 17, con interessante stemma sopra il bel poggiolo a metà della facciata ed il n, 35, che sull'architrave porta il nome Zaccaria, probabilmente il proprietario, e la data di costruzione 1750. Continuando a salire la Via Beletic si arriva ad un bivio dove, diritti, c'è un segnale di divieto di transito durante la stagione estiva, mentre a sinistra una rampa sale su un lungo piazzale alberato che forma il terzo e più ampio parcheggio, sotto le alte mura del castello. Questo spiazzo, ora in parte asfaltato ed in parte selciato, largo una ventina di metri, si prolunga per 150 metri circa, fino al Torrione del Barbacane; sotto il piazzale, la zona degradante in basso è chiamata Fossal. Il luogo corrisponde al Cingolo, uno spazio posto fra le mura principali ed un'altra cinta più bassa. Mentre le mura imponenti sovrastano tuttora quello che un tempo fu il cingolo, ora ridotto a parcheggio di auto, la cinta più bassa al limite dello spiazzo ed un tempo anch'essa provvista di merli, non esìste più; le sue pietre servirono, infatti, per la costruzione delle case vicine. Questa era la seconda cinta muraria che avvolgeva la prima, ad essa sovrastante. Proteggeva il borgo duecentesco ed era anch'essa rinforzata da torrioni, detti delle Porte Nuove, dell'Orto, di San Cipriano e del Barbacàn.

Il cingolo, che prese, poi, il nome di Barbacàn, dal torrione che si erge alla fine del piazzale, nel Medioevo veniva usato quale piazza d'armi per le esercitazioni dei soldati, per le giostre cavalieresche, che potevano venir osservate dall'alto dei bastioni, per preparare le truppe per eventuali sortite contro gli assedianti ed, in tempo di guerra, per rifugio immediato di rinforzi o di truppe in arretramento, per gli abitanti della campagna e per i loro animali. In tempo di pace era campo giochi dei ragazzi ed orto sfruttato dai popolani. Dove si trovano i segnali di divieto di transito, pressapoco, esisteva una piccola porta che metteva in comunicazione il Fossal con il Gradiziol; si chiamava Fortizza, dal nome delle mura che scendevano doppie fino alla chiesa dei Servi e delle quali sono rimaste poche tracce sul lato occidentale, essendo state quasi tutte demolite per la costruzione delle case che affiancano la salita al castello.

Proseguendo sempre in salita, oltre il bivio per l'antico Barbacane, superati i segnali di divieto di transito, si arriva dinanzi al Torrione delle Porte Nuove. Il torrione rinascimentale, un tempo merlato e con un ponticello che lo univa alla fortezza, è pressoché integro, salvo il terrazzo superiore che è stato ricoperto con coppi; ha una doppia porta, di cui l'una è separata dall'altra da un sottopassaggio ad arco, con piombatoi ancora intatti, da ambo i lati, dai quali si usava gettare olio o pece bollente sugli attaccanti che tentavano di [1161] abbattere le porte. Questo è l'ingresso alla città di Montona. La costruzione in arenaria ha gli archi delle porte in calcare bianco e l'intonaco delle facciate mostra tracce dell'antico color rosato. Nel sottopassaggio a botte è stato sistemato un piccolo lapidario con sculture litiche medioevali, quali leoni Veneti, stemmi cittadini con le cinque torri del castello ed iscrizioni romane.

Questo torrione, come la seconda cinta del cingolo o barbacane, fu opera probabilmente sorta al tempo delle crociate, dopo l'anno Mille, aggiunta alle fortificazioni già esistenti dell'antico castello; nel XVI secolo, tali opere furono riadattate in conseguenza alle mutate esigenze delle nuove armi da fuoco, forse suggerite dallo stesso Bartolomeo d'Alviano, generale veneziano, durante la sua permanenza a Montona. Anche il torrione delle Porte Nove, danneggiato durante gli assalti degli Austriaci, nel 1445, nel tentativo non riuscito di occupare il castello, fu ricostruito con funzione di corpo di guardia ed è quello che oggi si può vedere. Si notano ancora, all'interno del sottopasso del torrione, le scanalature entro le quali scorreva una serranda in legno, che di notte chiudeva l'entrata alla città. Sulla facciata esterna, sopra il portale arcuato a tutto sesto, c'è un'iscrizione che ricorda la riparazione del torrione delle Porte Nuove nell'anno 1607, al tempo del podestà Marco Pasqualigo. Ai lati vi sono gli stemmi dei Pasqualigo, dei Donato e lo stemma del castello di Montona; sopra il piombatoio si vede lo scudo dei Calergi e, sopra questo, un leone di S. Marco con libro aperto, l'unico dei tredici leoni marciani esistenti a Montona in tale atteggiamento. Ciò ricorda che il leone con il libro aperto, invocante la pace, era rivolto verso il mare amico di Venezia, mentre tutti gli altri, con il libro chiuso, erano rivolti verso luoghi nemici. Sulla facciata interna del torrione, sotto il piombatoio, si trova una lapide e gli stemmi dei Pasqualigo o dei Contarini e della famiglia Molini.

Oltrepassato il torrione di Porte Nuove si entra in una piazza-belvedere, chiamata un tempo Piaza de Soto, tutta lastricata con lastre di calcare squadrate; sul versante a valle un muraglione in pietra sorregge la piazzetta, dalla quale si gode uno stupendo paesaggio verso il mare. Sotto il muraglione si apriva un'altra porta,ora murata. Sul lato opposto s'innalza un grande fabbricato,che [1162] un tempo funzionava da alloggio del provveditore o dei signori feudali, del podestà, degli uffici comunali e della pretura. Sull'angolo sinistro della piazza, appena oltrepassata la Porta, un'iscrizione ricorda la cancelleria comunale con la data 1633 fiancheggiata da due stemmi. A fianco di questa, tra il torrione e la fortezza, si trova un arco, che si attraversa con una piccola salitella; è la Pusterla, che porta al barbacan per uno sterrato che scende al parcheggio sottostante, l'antico cingolo ombreggiato dai tigli; lo sterrato porta il nome di Veli Joze o Grande Giuseppe, che non era un Montonese, ma un Bosniaco del XIV secolo che combattè contro i Turchi guidando una banda di ribelli.1

Nella piazza di Sotto, sul lato opposto al torrione delle Porte Nuove, si trova la Loggia che, col nome di Lobia Maior esiteva già nel 1331; qui si riuniva il Consiglio comunale ed il podestà amministrava la giustizia. È una costruzione rinascimentale aperta su tre lati, dipinta in giallo, con la copertura in tegole sostenuta da sette colonne rotonde in calcare, con i basamenti ed i capitelli ornati da stemmi. Il pavimento è in pietra, come pure il sedile che corre sui due lati esterni; divenne in tempi più recenti il mercato della cittadina. In mezzo alla piazza, addossato al muraglione, si trova l'antico pilo veneto, sul quale è stata sostituita un'iscrizione murata durante il periodo italiano, a memoria delle glorie veneziane.

A fianco della Loggia, sul lato lungo della piazzetta esterna, una salitella selciata, racchiusa da una catena fissata su colonette in calcare, si rivolge verso il sottopassaggio della Porta castellana, nell'ex palazzo della Pretura. Il fornice, o sottopassaggio, era chiuso da ambo i lati da una porta e da una saracinesca, le cui scanalature sono ancora visibili. Questo passaggio porta dalla piazza di Sotto alla piazza di Sopra, chiamata a Montona Piaza de Sora. Nei primi anni di questo secolo la piazza fu dedicata ad Andrea Antico in ricordo del celebre inventore delle note musicali in caratteri mobili, vissuto nel XVI secolo. L'arco gotico ogivale della Porta Castellana, in pietra calcarea scolpito lateralmente a losanghe, è sormontato da tre stemmi: in mezzo un leone veneto, ai lati le torri montonesi e l'arma dei Memo in mezzo ad una corona. Il sottopassaggio, in salita, è tutto in pietra nuda arenaria e qui ha trovato posto una piccola taverna. Si sbocca, cosi, nella Piazza di Sopra, al centro del Castello. A sinistra si [1163] allunga il grande piazzale rettangolare di fronte alla chiesa, ed a destra alcuni bei ippocastani2 ombreggiano un piano rialzato, che ora funge da bar esterno dell'albergo Kaštel che è stato ricavato nel grande e bel palazzo dei Polesini affiancato alla chiesa, un tempo residenza castellana, del XVI secolo. Di fronte alla chiesa, un lungo fabbricato ad un piano è inserito in quello posto sul lato lungo nella Piazza di Sotto. È questo il Palazzo del Podestà, derivato dall'antico pretorio e municipio del Castrum romano; si sa che, esistente già nel 1256, fu demolito e rifatto nel 1334 e poi ancora rinnovato nel 1448, anche se la struttura esterna è rimasta identica all'antica. Una scala esterna scendeva un tempo nella piazza del castello. Sulla facciata romanica, di fronte alla chiesa, sono riportate alcune lapidi risalenti al 1655 ed al 1659, ed un'aquila bicipite, con una corona che la circonda: era lo stemma della famiglia Cappello. Probabilmente l'ultima trasformazione del palazzo risale al 1659 quando Antonio Marino Cappello era pretore. Il Municipio di Montona risale al tempo romano e tale istituzione non ebbe fine neppure dopo l'avvento del feudalesimo franco.

Il governo marchionale, che durò a Montona dal IX al XIII secolo, non riuscì mai a sopraffare il diritto romano, che finì per prevalere con la sua istituzione municipale. Montona ebbe durante il dominio veneziano un comune democratico, con propri statuti ed il corpo dei cittadini esercitò per lungo tempo ogni potere legislativo ed amministrativo.

In questo antico edificio vi sono ancora gli uffici amministrativi e giuridici della città; sulla facciata, lapidi, stemmi ed iscrizioni ricordano l'epoca veneta e, sul lato esterno del sottoportico della Porta del castello, verso la piazza, è murato un grande leone di S. Marco ad ali spiegate.

La chiesa di Montona, a triplice navata, dedicata a Santo Stefano Proto-martire, ha la facciata rivolta verso la piazza superiore; è intonacata in giallo, con lesene in calcare e con volute ai lati del timpano. Grandi finestre rettangolari si aprono sulle fiancate lateriali e, sul retro, un piccolo campanile a vela sporge sul fianco destro della chiesa, mentre un occhio illumina l'abside. Presso la porta maggiore del duomo era inciso il brazzolario, dove erano segnate le varie misure di lunghezza. Ha sul fianco destro, staccata, l'ultima torre rimasta delle cinque che ornavano le fortificazioni. La torre di difesa, ora campanile della chiesa, provvisto di bifore, si eleva dalla sua isolata posizione e conserva ancora l'impronta militare con i suoi merli ghibellini. Dalla sommità della torre, una volta più larga della stessa con una piattaforma sostenuta da modiglioni, si comunicava, con segnali fumosi di giorno e con fuochi di notte, con le torri di Salise, di Rozzo e del monte Subiente, dal quale le notizie venivano trasmesse alle torri di Parenzo, Rovigno e Pola.

L'attuale torre campanaria risale al XIII secolo, fu riparata nel 1426, nel 1658 e nel 1708. Il grande orologio sul lato della piazza è pure molto antico e si sa che nel 1528 fu riparato; una lapide del pretore Ettore Zeno, murata nel campanile, ricorda il fatto. Porta leoni Veneti su ogni lato e teste leonine scolpite fungono da caditoie agli angoli della cella campanaria.

La chiesa, probabile opera del Palladio, fu costruita su un edificio sacro preesistente, in cui furono sepolti antichi nobili feudali tra i quali sembra che, ancora nel XVII secolo, sia stata ritrovata la tomba della Riccarda, signora di Montona nel XII secolo, anche se il Kandler ipotizzò che si trattasse della tomba di Enghelberto III conte d'Istria e di sua moglie Matilde, morti entrambi nei primi anni del XIII secolo. Altre tombe furono, poi, ritrovate sulla piazza antistante, nel 1936. La tradizione riporta che, nel 1222, la vedova di Enghelberto III donò a questa chiesa una coppa d'oro.

Nulla rimane ora della chiesa antica, in stile romanico, e della cripta in cui furono rinvenute le tombe dei castellani, entrambe demolite, secondo il Tommasini nel 1343. Il loro posto fu preso da una chiesa più piccola, di maggiori dimensioni, comunque, di quella attuale, a sua volta riedificata nel 1610. Dell'antica chiesa del 1343 era rimasto un frammento di scultura, che probabilmente era fissato sulla curva dell'abside gotica dietro l'altare maggiore, o come decorazione dello stesso. Questo frammento si trovava immurato, fino ai primi decenni di questo secolo, nella parte settentrionale esterna delle mura dell'attuale chiesa. Era una lastra di calcare con scolpiti vari archi: in quello rimasto intero vi era S. Pietro con le chiavi ed il libro. Purtroppo questo cimelio, unica decorazione di questo tipo in Istria, è scomparso fra l'indifferenza generale.

L'attuale chiesa, consacrata nel 1614, di dimensioni cospicue, ha tre navate separate da una doppia fila di colonne, in marmo di Brioni, sostenenti dieci arcate, sulle quali si appoggia il tetto. È tutta affrescata: sul soffitto una scena ricorda S. Stefano e S Margherita, mentre sulle pareti sono riportate le immagini dei patroni delle chiese dipendenti da Montona. Il presbiterio, diviso dall'aula con un grande arco, contiene l'altare maggiore con le statue dei Santi Stefano e Lorenzo, opera di Francesco Bonazza, eseguiti nel 1725 con marmo bianco di Carrara.

Lateralmente, due altri altari marmorei sono dedicati alla SS. Trinità ed alla Beata Vergine Immacolata. Sopra l'altare maggiore una tela, raffigurante l'Ultima Cena, risale al XVII secolo ed è di scuola veneta. Un gioiello della chiesa è il piccolo altare portatile del Colleoni, di oreficeria friulana della metà del 1200; la tradizione vuole che il giorno della battaglia di Lepanto, nel 1577, su questo altarino sia stata officiata la Messa, sulla nave ammiraglia di Don Giovanni d'Austria. IlTommasini ricordò che era stato donato da Bartolomeo Colleoni al celebre condottiero Bartolomeo d'Alviano, che lo diede in seguito, nel 1509, alla chiesa di Montona, dove si trovava ospite dei Prampega.

Una croce astile, un calice in oro del XIV secolo, probabilmente donato alla chiesa dal Doge Veneto quando il comune di Montona cedette a Venezia il suo bosco, le reliquie di S. Stefano, un anello di San Gregorio papa, candelieri, pissidi ed altri importanti e preziosi oggetti sacri completano il tesoro della chiesa.

Questa fu collegiata dipendente dai vescovi di Parenzo prima ancora del 1178; fu anteposta a tutte le altre collegiate nel sinodo del 1310, sicché ad essa spettò, in questa occasione, un seggio prossimo a quello del vescovo di Parenzo. Sulla piazza, guardando la chiesa, a sinistra, dopo il campanile, si trova la casa dei nobili Basilisco; dinanzi a questa fa bella mostra un'antica vera da pozzo, del XV secolo, in calcare sul cui mantello sono scolpiti lo stemma cittadino con le torri, un leone di S. Marco posto in maestà od in molecca, uno scudo dei Loredan e sei rose, il romantico simbolo di Montona. Da questo pozzo veniva attinta l'acqua della cisterna sottostante, che occupa metà della piazza.

Dall'altro lato della piazza, verso destra, c'è l'antico e bel palazzo Polesini, del XVI secolo, un tempo chiamato Castello ed ora trasformato in albergo, che la tradizione vuole progettato dal Palladio. Esso ha di fronte a sé un'altra vera da pozzo, più antica, del 1322. Sul mantello di quest'ultima sono scolpiti un leone in maestà di tipo arcaico, lo stemma della famiglia Molino o dei Carrara, una croce gigliata e la più antica rappresentazione del castello di Montona. In questa piazza c'era anche l'antico Fondaco o fontico delle biade, sorto ancor prima del 1494, e sorvegliato da un Camerlengo.

Sul lato occidentale della piazza di Sopra, un varco invita ad una passeggiata sui bastioni che circondano l'antico castello. Il Circuito dei Bastioni, la prima cinta muraria, oltre ad essere interessante per comprendere il complesso delle fortificazioni medioevali, offre la possibilità di ammirare la bella campagna istriana che si svolge tutt'attorno al colle di Montona. Si sviluppa per 436 metri e le mura hanno un'altezza variabile dai 9 ai 15 metri, Si inizia andando verso nord per una stradina che poggia su fornici ad arco; da questi [1166] un tempo si aprivano delle finestrelle, dalle quali i difensori lanciavano frecce o sparavano con gli archibugi e con le spingarde. Si prosegue a nord per qualche decina di metri, dove si trovava la cosiddetta piccola Torre del Leoncino, per uno stemma con il leone di Venezia che era inserito nella muratura; si gira, poi, ad est fino alla Torre Grande, che forma un angolo di 90° sopra l'inizio del sottostante cingolo o barbacane. Sul muro del torrione c'è un'antica iscrizione alquanto consunta. Dopo questo bastione si volge verso sud e, dopo un centinaio di metri, si nota una sporgenza nella muratura, che serviva a coprire lateralmente quest'ultima prendendo il nemico d'infilata. Fino a questo punto, la parte interna dei bastioni, un tempo luogo di basse costruzioni e di orticelli, è stata trasformata in giardino; qui inizia, invece, il terreno su cui sorge la chiesa di S. Stefano, la cui parte posteriore dell'abside arriva quasi fino al camminamento. Proseguendo la passeggiata si giunge alla Torre Carrara, più piccola della precedente; dietro, verso l'interno, si vede il parco dell'Hotel Kaštel, con bei pini ed alcuni sempreverdi, circondato da un nuovo muro in arenaria che lo separa dal terreno della chiesa. Osservando da questa posizione il retro dell'hotel, a sinistra si vedono le mura diroccate di una delle torri di un tempo, in allineamento con l'ex palazzo Polesini ed il mastio-campanile posto a fianco della chiesa.

Si compie poi un ampio giro verso ovest, dove al di sotto dei bastioni si trovano i tetti delle vecchie case del borgo, dai quali sbuca il campanile della chiesa della Madonna delle Porte; quindi, volti di nuovo a nord, si prosegue fino al Torrione Franco, posto di fronte ad alcune basse case, dove sono stati aperti un paio di negozi di souvenir. Ancora un centinaio di metri e si arriva nuovamente nella piazza di Sopra, passando accanto a! bar esterno dell'albergo.

Questa prima cerchia di mura, con i suoi quattro bastioni ora ridotti a belvedere, che un tempo si innalzavano a torre, attorno all'attuale campanile, è anteriore al 1300. Il Kandler la ipotizzò risalente ai tempi preromani: poi, [1167] nei secoli fu rinforzata e in parte rifatta. La sommità di questa alta cinta del castello, era un tempo provvista di merli doppi, detti ghibellini, che durarono fino alla fine dei Medioevo, allorché furono abbattuti e sostituiti con lastre di pietra, certamente nel 1600 non esistevano più. Anche i torrioni furono abbassati in quell'epoca, fuorché la torre centrale nella piazza.

Continuando la visita della cittadina, terminato il giro dei bastioni, si esce dalla Porta del Castello e, tra questa e la Loggia, a sinistra scende una strada lastricata, un tempo chiamata salita al Borgo, ora via Joakim Rakovac. Questa strada scende dalla Loggia, fiancheggiata dalle case del Borgo fino alla Porta della Madonna; circa sotto la torre Franca, si apre, a destra verso la campagna, la Pusterla, una piccola porta, che portava fuori le mura. A metà percorso, sulla sinistra, si trova la chiesa di S. Cipriano, un'antichissima costruzione: non databile, fu certamente ristrutturata nel 1622 e nuovamente restaurata nel 1855. Oggi si presenta un po' decadente con tracce del suo vecchio color giallo; è a pianta rettangolare con alte finestre a lunetta con un campaniletto a vela con campane, posto sul tetto posteriormente, verso !a strada. Sul piccolo sagrato arrotondato e lastricato sostenuto da un muretto, cresce un grande ippocastano1; sopra il portale la data del 1855 ricorda l'ultima ristrutturazione fatta con l'oblazione dei fedeli nell'anno del colera.

Fu anche detta chiesa dell'Ospitale in quanto assolveva le sue funzioni per tale opera caritatevole; vi si conservano tre dipinti del 1625, che riguardano l'Annunciazione ed i miracoli di S. Antonio da Padova, donati alla chiesa dal podestà Pietro Loredan. A fianco della chiesa, che ebbe anche sostegno da parte della famiglia Polesini, sale un viottolo che si trasforma poi in un sentiero fra i vecchi orti; si raggiunge così, lungo l'itinerario della seconda cinta di fortificazioni ora distrutta, il piazzale esistente sotto la torre del Barbacane, dove sostano le auto nel grande parcheggio.

Lungo la via Rakovac, fra le basse case addossate, si aprono stradine lastricate con rampe, scalinate, portici, sottopassaggi ed archi. Nella lunga strada selciata che scende attraverso il Borgo, si vedono ancora alcune case interessanti. Di fronte alla chiesetta di S. Cipriano, al n. 28 si trova la casa del Rettore, del 1622, con bellissimi stemmi sulla facciata, in cui in una nicchia si trova una statua della Madonna. Al n. 43 si vede una casa dei Basilisco del 1761, con l'architrave scolpito, ed il n. 36, con stemma in corona e le sigle A.D., che dovrebbero indicare la famiglia Donato; anche il n. 42 mostra una bella architrave scolpita. Accanto alla chiesa di S. Cipriano, un tempo esisteva il Torrione di S. Cipriano e, accanto a questo si apriva l'omonima porta, che conduceva al borgo quattrocentesco, e da qui le mura della seconda cinta, anche questa anteriore al 1300, giravano verso nord-ovest, per congiungersial muraglione sostenente la piazza di Sotto. Queste muraglie furono, in tempi seguenti, distrutte o incorporate nelle case del Borgo.

Dalla chiesa di S. Cipriano, la via Rakovac, o strada del Borgo, scende ancora verso sud per un centinaio di metri, fino alla Porta della Madonna, la porta d'ingresso al Borgo, dalla quale si entrava nella zona abitata. Questa porta gotica, ad arco acuto, tutta in pietra calcare, oltre la quale la strada selciata continua a scendere, è ricavata in una terza cinta di mura; queste proseguivano a nord in salita, ma ora poche tracce sono visibili, e si riunivano alla seconda cerchia fortificata sul fianco meridionale del Torrione del Barbacane. Verso il basso, scendeva per un tratto dalla Porta della Madonna e, poi, faceva un largo giro in senso orario, verso nord, per unirsi alla seconda cinta presso la Torre dell'Orto, così chiamata per l'orto, che un tempo era dei Vesnaver, situato a valle della torre Franca della prima cinta; da qui la seconda cinta proseguiva fino alla Loggia, per unirsi al muraglione che sostiene la piazza di Sotto.

Quindi, a maggior chiarimento, alla prima cinta superiore del castello ne fu aggiunta una seconda, che partiva dalla Portizza, all'inizio della discesa di Gradiziòl, andava a sud sostenendo il propugnacolo chiamato Barbacane, e continuava fino al bastione S. Cipriano, per girare, poi, attorno al colle fino alla Loggia e, quindi, alle Porte Nuove.

A questa si aggiunse una terza, che, racchiudente la parte inferiore del borgo, partiva dal torrione del Barbacane, posto quasi sotto il torrione Carrara, scendeva a valle fino alla Porta della Madonna, aggirava il colle verso nord e si riuniva alla seconda cinta presso il bastione dell'Orto; in tal modo il Borgo era diviso in due parti, la superiore e l'inferiore, ambedue circoscritte dalle mura. La parte abitata dentro le mura, chiamata Borgo, si divideva a sua volta nelle contrade delle Beccherie, di S. Cipriano e Fontanelle, mentre la parte più bassa, fuori dalle mura, chiamata Rialto, era divisa nelle contrade di Piziòl, Favorita e Vignacorte.

Accanto alla Porta della Madonna, nella parte interna, una loggia in pietra, oggi risanata, si apre sulla strada; probabilmente appartiene ad una casa privata ma un tempo doveva essere il corpo di guardia addetto alla sorveglianza della porta.

Fuori dalle mura, appena superata la porta della Madonna, si trova una chiesetta detta Madonna delle Porte, dedicata, però, a S. Giovanni Battista. Costruita nel 1520 e consacrata nel 1521, data scolpita sull'architrave della porta, la chiesa deve il suo nome ad una tela raffigurante la Madonna, che si trova sull'altare di marmo eretto quasi al centro della chiesa. Una leggenda racconta che questa tela sarebbe stata rinvenuta su un albero, portata dagli angeli; così, l'altare fu costruito in quel sito incorporando pure l'albero. Certo che oggi l'altare si trova quasi in mezzo all'aula e spostato [1169] dall'asse centrale; ha tre altari sulla parete di fondo, dei quali solo due sono originali in legno dipinto. Il terzo altare è piuttosto recente e porta una pala del Crocifisso dipinta e firmata da G. B. Corner. Il piccolo tesoro della chiesa è rappresentato da un calice d'argento del XVIII secolo e da tre lampade in stile veneziano del 1600. Il suo piccolo ma aguzzo campanile lo si vede, scendendo dal monte Subiente, in basso e verso la parte sinistra del borgo situato sulla pendice del colle; è posto a fianco dell'entrata della chiesa, sul lato destro della facciata, tutto in arenaria, con torre e cuspide ottogonali. La chiesa è a pianta rettangolare, con l'intonaco grigio; è volta ad occidente ed appoggia il fianco destro sopra un muraglione di sostegno. Qui, alla Porta della Madonna, la via Rakovac finisce e si divide di fronte alla chiesa; una strada mal selciata scende a valle, perpendicolare alla precedente, con il nome di Pino Budicin mentre l'altra prosegue diritta veso la strada principale sottostante, con il nome di Vladimiro Gortan, un tempo chiamata la Favorita. Entrambe sboccano sulla strada che dalla statale sale al castello, fra il secondo tornante ed il cimitero di Santa Margherita. Lungo la via Gortan, al n. 8 una bella testa giovanile con berretto alla francese è scolpita in un corpo unico con l'architrave del portone d'entrata.

Montona deve la sua fama, prolungata nei secoli, ai suoi boschi che fornivano la Repubblica veneta del legname occorrente per le sue flotte ed anche per le fondazioni dei suoi palazzi. Anche alcuni suoi concittadini contribuirono alla fama di Montona: oltre al valente maestro di musica Andrea Antico, compositore delle Frottole, canzonette a mottetti, nato tra il 1470 ed il 1480, vi furono Tito Tauro nel 719, il capitano Veneto Marino Barbo, menzionato nel 1334, Moro di Zanguilla, Tomasino Merzaro, Domenico Barbo, capitano di ventura e difensore della rocca, tutti personaggi evidenziati nel XIV secolo. Il giurista Simone da Montona, Bartolomeo Pramperga, che nel 1475 liberò Raspo, Cristoforo Malaspina, mercenario e compagno di ventura di Bernardino, autore del massacro nel castello di Pietrapelosa, furono personaggi eminenti nel XV secolo. La evidente superiorità culturale dei Montonesi rispetto ai valligiani fu da  [1170] questi non sempre apprezzata, tanto che coniarono il detto piuttosto dispregiativo di: "Montona anema persa, porta Cristo alla roversa".

A Montona giungeva un tempo anche la Parenzana, la ferrovia a scartamento ridotto che univa Trieste a Parenzo; arrivava da nord dopo aver superato il Quieto su un ponte di ferro e, sotto le falde del colle, lo aggirava sul lato orientale, iniziando a salire le pendici, passando accanto agli abitati di Silici, Morari e Reseri ed aggirando la propaggine, a sud-est del colle, chiamata Casagrai. La stazione distava cinquecento metri dal Laco; poi, passava la sella del Laco in galleria e proseguiva lungo la pendice occidentale del monte Subiente.


Editor's notes:

  1. Nazor's novel Veli Joze is a probable parody of this historical figure.
  2. Ippocastana = horse chestnut
Tratto da:
  • Dario Alberi. ISTRIA - storia, arte, cultura. LINT (Trieste, 1997), p. 1146-1170. All copyrights reserved by the author and publisher. This book is generally available at Italian bookstores.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Thursday, February 24, 2005; Last updated: Saturday October 11, 2008
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