LA DRAGA 

Canfanaro - Kanfanar

[1406] Questa località è nota ai geografi per la sua presenza sopra il Vallone che è il proseguimento in terraferma del Canal di Leme. Questa lunga e sinuosa valle asciutta è, infatti, nota come Vallone di Canfanaro, chiamato Draga dagli Slavi e che significa semplicemente valle. La bellissima posizione di Canfanaro, la fertilità delle sue terre e la salubrità dell'aria ne hanno fatto uno dei luoghi più ameni dell'lstria. Capoluogo di un vasto comune che raggruppava paesi anche al di là del Vallone, è sempre stato il baricentro di questa landa agricola anche se la sua base economica presentò alternative diverse; ciò è stato reso possibile dalla ferrovia che vi passa, lungo l'asse Pisino-Pola, fin dal 1876. Era un tempo anche capolinea della ferrovia Canfanaro-Rovigno, ora dismessa. E anche il centro di una vasta rete stradale disposta a raggiera da cui rapidamente si raggiungono Dignano, Pola, Rovigno, Pisino e meste lungo la via Flavia.11 suo antico territorio, oltre la disabitata Duecastelli, comprendeva ad est, dove confinava con le terre di Gimino, i paesi agricoli di Burici, Marici e Morosini.Ad ovest, fra i confini di San Lorenzo del Pase­natico e di Rovigno incorporava, a sud del Vallone, i paesi di Ocretti, Curilli, Roiàl, Morgani, Coreni, Barato e Ladich.

[1407] È un territorio carsico, tormentato da infinite doline e tante piccole alture boscose. Le campagne, divise dal Vallone, molto fertili per la preziosa terra rossa contenuta, sono ricche di olivi e di vigneti e anche le doline sono coltivate intensamente. I bianchi casali sparsi nel territorio, uniti fra loro da antichi sentieri, spiccano ai limiti dei campi circondati da muri a secco ed alternati da boschi cedui e lande adatte al pascolo. Alla totale mancanza di ogni idrografia superficiale si è sopperito con cisterne che raccolgono le acque piovane dai tetti dei casali; numerosi pozzi e laghetti sono stati realizzati, da secoli per l'abbeveraggio del bestiame cospargendo di grossi strati di argilla il fondo di questi piccoli avvallamenti.

Il recente sviluppo si nota dalla disposizione delle case del paese, meno accentrate e disperse lungo le poche vie, comode ed ampie. Pur non dimostrando alcuna particolarità notevole nelle sue costruzioni, biancheggianti per il calcare delle facciate, si ha una sensazione di freschezza e di ordine nelle cose. Qualche vecchia casa, ristrutturata molto bene, con pozzi e cisterne, ricorda l'antica architettura contadina, semplice ed essenziale. Fu nel 1622 che a Canfanaro giunsero famiglie fuggiasche della Grecia ed ottennero il permesso di stabilirsi nel villaggio. Ma il suo recente sviluppo, favorito dall'insediamento nelle sue campagne nel XVI e XVII secolo di famiglie morlacche, serbe, albanesi e greche, non può far dimenticare la sua antichissima origine preistorica; sia il sito del villaggio che il nome, che in lingua celtica sembra significhi [1408] "comune", risalgono, infatti all'epoca in cui alcune tribù celtiche avevano trovato insediamento nella penisola istriana, all'incirca nel V secolo avanti Cristo. Verso la Draga sono state ritrovate, presso una sorgente che porta il nome Castellier, tracce di un insediamento fortificato di epoca ancora più antica, probabile sede illirica degli Istri. Certo però è che, in epoca romana, in questo sito esistevano grandi boschi disabitati.

Lo splendito pulpito gotico di Santa Sofia, proveniente da Duecastelli e custodito in San Silvestro a Canfanaro - dis. di. G. De Franceschi
 

Come la personalità del figlio di un uomo celebre si attenua di fronte alla prepotente figura paterna, così Canfanaro risente della storia e della tragedia della vicina e molto più famosa Duecastelli ed al cui comune Canfanaro fu sottoposta per secoli, fino al 1630. La sua storia antica si confonde perciò con quella di Duecastelli, distante due chilometri più ad ovest, sul fondo del vallone. Nel 1615 Canfanaro fu distrutta dagli Uscocchi per ritorsione contro l'inutile assalto di questi terribili corsari alla fortezza di Duecastelli. Dalla stazione ferroviaria, in pochi minuti si arriva nella piazza principale del paese, un tempo chiamata Vittorio Emanuele III, nella quale, dopo la prima guerra mondiale, fu trasportato da Duecastelli il pilo veneto da bandiera, che fino allora era rimasto fra le rovine della fortezza. Il pilo risale al 1475, come informa l'epigrafe su di esso, ed era allora rettore a Duecastelli un Almerigo di Capodistria. Nella piazza sorge la bella chiesa parrocchiale costruita dal 1606 al 1611, dedicata a S. Silvestro. Nel 1714 fu portato in questa chiesa, con una solenne processione, il tabernacolo proveniente dalla chiesa di Santa Sofia di Duecastelli. Precedentemente era stato trasportato in questa chiesa il pulpito del XIII secolo, tutto in pietra in rilievo e che ricorda il primo periodo dell'arte gotica. Assieme al pulpito giunse anche l'ambone esagonale, del XIV secolo, sorretto da sei colonne romano-gotiche: ogni faccia ha un bassorilievo e notevole è quello raffigurante Santa Sofia che reca in ciascuna mano un castello. Giunsero pure altre opere minori quali la porta della chiesa dipinta, del XVI secolo, le due statue di legno della Madonna e di papa Sisto II, che risalgono rispettivamente al XV ed al XVI secolo, i libri ed i [1409 map; 1410] paramenti sacri della stessa epoca ed una terza scultura in legno, una Madonna col Bambino i cui tratti la fanno risalire al XV-XVI secolo. Pure una vasca battesimale del 1249, data che era scritta su questo antico vaso di battistero, vista da Rinaldo Carli nella chiesa di Canfanaro, proveniva da Duecastelli, ma al tempo dello Stradner, al principio di questo secolo, questa specie di reliquia era già sparita.

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La trasposizione degli oggetti sacri di Duecastelli decretò la morte definitiva dell'antico capoluogo già abbandonato precedentemente dalla popolazione da quasi un secolo. Oltre alle preziosità ecclesiastiche, anche i poveri beni della popolazione e la stessa amministrazione passarono a Canfanaro. Quanto andò perduto e disperso in tale esodo è facile immaginarsi.

La chiesa decanale di Canfanaro, di media grandezza, ha un basso e tozzo campanile con torre e cuspide ottagonali; questo è posto anteriormente, sul fianco sinistro della chiesa, staccato da questa che si trova nel centro del paese, a sud della strada che lo attraversa. Il tempio, situato su uno spiazzo erboso con grandi cedri che lo ombreggiano, fu ampliato nel 1695 nella sua forma attuale dal pretore Girolamo Gravisi detto Barbabianca, aiutato dal pievano Antonio Cernia e dal canonico Giovanni Rovis. Sorvegliava i lavori lo stesso marchese Girolamo Gravisi. Oltre la data della ricostruzione, tutto ciò sta scritto in una lapide murata sulla facciata mentre sul campanile l'anno 1730, scolpito sull'arco d'entrata, indica la data della sua costruzione posteriore. La chiesa venne riconsacrata nel 1717 mentre era pretore Giovanni Brati. Il tutto è molto ben conservato. A questa chiesa facevano capo sei chiese filiali e sei cappelle.

Canfanaro diede i natali a due distinti personaggi: Giovanni [nato Francesco] Glavinich, frate francescano, nato nel 1580. Nel 1613, quando era guardiano del convento di Tersatto, l'attuale Fiume o Rijeka, fece ampliare la cappella; scrisse inoltre alcune opere in italiano ed in croato. Nel 1619 collaborò in gran parte alla ristampa, eseguita a Roma, del messale e del breviario illirico, che allora si usavano a Segna, sulla costa dalmata. Nel 1644 Giovanni Glavinich, detto fra' Francesco, iniziò la costruzione della nuova chiesa di Tersatto e vi affiancò la [1411] nuova Cappella in onore di S. Francesco. Morì nel 1650. Il secondo personaggio nato a Canfanaro fu Gregorio Franisovich: arruolatosi nell'esercito veneto arrivò al grado di capitano. Poi, durante la guerra contro i Turchi, nel XVIII secolo, il Franisovich, con sei bastimenti veneti, riuscì a far colare a picco ben ventiquattro vascelli tunisini; per tale fatto fu elevato al grado di colonnello. Il governo francese, nel 1799 , riconobbe i suoi meriti e gli decretò una pensione. Morì a Capodistria nel 1810.

Nel 1876 fu realizzata la ferrovia Trieste-Pola, che passava per Canfanaro; da qui un tronco ferroviario deviava ad occidente fino a Rovigno. Nei pressi di Canfanaro, sulla strada che porta verso sud alla stazione ferroviaria, superate le case di Burici, vicino al paese di Morosini, un paesino piuttosto raccolto, antico feudo dell'omonima nobile famiglia veneziana, si trova la chiesetta della Madonna della Neve, una cappella con nell'abside pitture murali, del XII o XIII secolo. Venne menzionata per la prima volta nel 1252. Si trova a 295 m di quota ed è il punto d'incontro tra i territori di Canfanaro e Sanvincenti.Vi si arriva dopo aver superato il paese di Morosini o Maružini e, al bivio per Smogliani, si prosegue verso est per lo sterrato che gira a sinistra; su una piccola elevazione, nella parte orientale del borgo, si trova isolata la chiesetta con il suo minuto campaniletto a vela. Era un bell'esempio di architettura paleocristiana preromanica con le cornici delle finestre abbellite da motivi che si riferiscono alla scultura d'intreccio. Si conservano alcuni reperti, fra cui frammenti di pergola preromanica dell'XI secolo. È stata ricostruita sopra il tempio primitivo, nel XVII secolo. Ora, dopo il recente risanamento, le finestre laterali al portale d'entrata sono state chiuse ed i motivi lapidei sono stati, probabilmente, depositati in qualche luogo adatto. Per questa trasformazione, la chiesetta della Madonna della Neve è totalmente cambiata: riceve luce da una finestra a lunetta posta sul fianco sinistro e da una finestrella rettangolare aperta sotto il campanile a vela. Il tetto è stato ricoperto con coppi e l'intonaco grezzo è colorato di giallo. Non porta né date né iscrizioni.

A nord di Canfanaro, il limite comunale, ma anche confine dello stato veneto con la contea di Pisino, passava sul lato orientale dell'antica strada che porta, attraverso la Draga, all'antico borgo di Barato. Questa strada inizia circa un chilometro a nord del paese, lungo la strada per San Pietro in Selve; si stacca sulla [1412] sinistra e, divenuto uno sterrato, passa sotto Vidulini, allora territorio della contea, scende nel fondo della Draga con due stretti tornanti, risale la sponda destra della Draga lungo il bosco Finida, fino al limite dell'antico confine, e ritorna verso sud passando per la stanzia del Delegato per arrivare, infine, a Barato.

Lungo questa strada, dopo qualche centinaio di metri dal bivio della strada per S. Pietro, sulla sinistra, in mezzo ad un prato, si trova l'antica chiesa di Sant'Agata. Questa chiesa, dedicata alla vergine e martire di Catania, martirizzata sotto Traiano Decio circa nel 250, risale al X secolo ed è tutta in pietra calcarea, con la copertura in lastre pure in pietra, con l'abside sporgente poligonale e finestrelle gotiche ad arco acuto. Non ha campanile ma solo una croce di ferro all'apice della facciata. Un tempo aveva un grande volto che formava l'entrata poi, nel 1948, durante la ristrutturazione, tale volto è stato ridotto con un architrave abbassato. E orientata ad occidente e guarda un boschetto di querce. All'interno è stata sistemata una mensa d'altare moderna che male si intona con gli affreschi romanico-bizantini, dell'XI secolo, raffiguranti Cristo sul trono circondato da santi e dalle martiri Agatae Lucia. Presso la chiesa ci sono alcune rovine, forse di un antico castello. Sul bordo della Draga, sotto Sant' Agata, si possono vedere ancora i resti della diroccata chiesetta di San Giacomo apostolo, o forse di San Lorenzo, in mezzo alla boscaglia. Presso questa costruzione [1413], a detta del vescovo Tommasini, si erano scoperti bronzi, vetri e monete antiche. Sembra che l'altare stesso di questa chiesetta fosse costituito da una pietra antica con una scritta illeggibile. Questa chiesetta è probabilmente quella del convento benedettino di S. Giacomo che fu fondato da questo ordine di frati nei pressi di Canfanaro a cavallo tra il IX ed il X secolo. Entrambe queste chiese, sempre secondo il Tommasini, sembra siano state costruite, probabilmente nelle vicinanze, sopra due sorgenti di acque purissime, una delle quali è chiamata sorgente Castellier. Canfanaro ebbe un momento di celebrità nel 1930 a seguito di una visione collettiva del Cristo, posto sopra l'altare, della parrocchiale, che muoveva gli occhi; tutti i giornali d'Italia ne parlarono ma l'autorità della chiesa non si espresse e pertanto lentamente l'attenzione su questo fatto cessò.

Tratto da:

  • Dario Alberi. ISTRIA - storia, arte, cultura. LINT (Trieste, 1997), p. 1406-13. All copyrights reserved by the author and publisher. This book is generally available at Italian bookstores.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Friday, September 03, 2004; Last updated: Sunday September 14, 2008
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