LA TERRA DI SANVINCENTI 

Sanvincenti - Svetvinčenat

[1600] Sanvincenti è una località, un tempo alquanto importante, che si trova a pari distanza dal Canai di Leme e dal Canale dell'Arsa. Si situa su un altipiano circondato da colli, sui quali il Marchesetti individuò resti di antichi castellieri. Qui, dall'alto, gii antichi Istri presidiavano i rari ma preziosi pascoli sottostanti ed i terreni coltivati. AI centro di questo altipiano, molti secoli dopo, sorse Sanvincenti. Il suo nome venne citato per la prima volta nel 965.

In questa plaga calcarea, lievemente ondulata, dove esistevano poche case semi abbandonate, nel IX o X secolo fu fondata un'abbazia dei Benedettini, dedicata a San Vincenzo, martire spagnolo morto nel 304. Allora, questa parte interna dell'Istria, dopo le invasioni barbariche dei secoli precedenti, era pressoché deserta ed i frati, con la creazione di questo convento, che divenne il centro della vasta area circostante, furono, quindi, determinanti per la continuazione della vita civile, così difficile alla fine del primo millennio. La conferma dell'esistenza dell'abbazia è data da un documento, del 1025, di [1601] determinazione dei confini tra la medesima ed i territori di Golzana vecchia e Barbana. Si presume che, allora, sia esistito anche il borgo.

Dal VI secolo l'agro di Sanvincenti fece parte del "feudo di Sant'Apollinare" un insieme di beni posti nell'agro polese e donati dall'imperatore Giustiniano all'arcivescovo di Ravenna Massimiano, nativo di Vestre, sulla costa occidentale istriana. Per la lontananza e per il suo scarso peso politico in questa regione la chiesa di Ravenna non potè proteggere questa sua proprietà. I vescovi di Parenzo le contestarono i diritti su tale fondo, per una presunta regalia bizantina, del 521, a favore della diocesi di Parenzo, e ricordata in un documento del 1022, probabilmente falsificato; nel tempo questi beni furono incamerati nella mensa parentina. In seguito, i vescovi riuscirono a far riconoscere dagli imperatori germanici la loro legittimità sul feudo. Il vescovo Pietro arrivò, nel 1177, a farsi confermare da papa Alessandro III, tra le altre cose, il pieno possesso della chiesa di Sanvincenti e delle sue cappelle, con l'approvazione apostolica. Divenuto marchese d'Istria nel 1209, con pieno potere temporale oltre che ecclesiastico su tutta la marca d'Istria, il patriarca d'Aquileia Volchero ebbe qualche problema a conservare e proteggere questo territorio semideserto e poco redditizio. A quel tempo, probabilmente, una casa fortificata e cinta da mura con probabile funzione difensiva del piccolo borgo venne data in consegna dai patriarchi, circa nel 1250, alla nobile famiglia dei Sergi di Pola. Il Kandler affermò che il fatto era accaduto nel 1211; ciò, però, è poco probabile, in quanto la famiglia dei Sergi, in seguito chiamata Castropola, emerse dopo il 1230.

Dopo la prima metà del XIII secolo, il feudo vescovile di Sanvincenti [1602] venne assegnato dalla diocesi parentina ad Alberto II conte di Gorizia e di Pisino, quale compenso alla sua nomina ad avvocato della chiesa di Parenzo. Nel 1252, essendo signore di Sanvincenti Galvano de Castropola, eletto podestà della Regalia di Pola nel 1243, sorsero delle liti con gli abitanti di Due Castelli per una questione di pascoli. La decisione fu rimessa al vescovo Giovanni di Parenzo, il quale sentenziò che i pascoli potevano venir usufruiti da entrambe le comunità, salvo le colture. Gli abitanti di Sanvincenti tennero in possesso it tratto attorno al lago di Sclodaura fino alla chiesa di Santa Maria della Neve a Morosini, sulla strada che da Sanvincenti porta a Due Castelli, ed a nord fino a Centèna e Fratta. Nel 1256 il conte Alberto II riconfermò la carica della gastaldìa ai Castropola. Anche le decime di Sanvincenti, appartenenti al feudo di Sant'Apollinare, furono acquistate nel 1265, da Monfiorito de Castropola, dai suoi non proprio legittimi possessori, i Giroldi di Pola, che l'avevano avute in feudo dai Conti di Gorizia.

Nel 1274, a Sanvincenti, nella casa del gastaldione Monfiorito, alla presenza dei vescovi di Pola e di Concordia, del conte Alberto II di Gorizia e di altri cospicui personaggi ecclesiastici e laici, il Monfiorito fu costretto a giurare fedeltà al patriarca di Aquileia e marchese d'Istria ed a rinunciare al dominio su Montona, che aveva occupato con le sue forze.

In riferimento all'abbazia di Sanvincenti, da un antico documento del 1278 emerge il nome di un certo Zatche, che probabilmente ne fu l'abate; ciò significa, quindi, che in quel tempo il monastero esisteva ancora. Nel 1300 i Castropola, assieme ai sudditi di Dignano, Pola, Due Castelli, Albona e Valle, penetrarono nella Contea pisinese e, portarono danni e lutti anche nel territorio di Sanvincenti. Per tale fatto, il patriarca, stipulata la pace con i conti di Gorizia, fece rifondere i danni procurati alla contea a tutti i comuni intervenuti a fianco dei Castropola.

All'inizio del 1300 il castello di Sanvincenti, importante punto strategico ai confini della contea di Pisino, era sottoposto alla giurisdizione di capitani militari che disponevano di un adeguato presidio. Sanvincenti, infatti, come Due Castelli, essendo un comune molto esteso, che univa a sé parecchie ville minori, era pressoché indipendente da Pola avendo tra l'altro un proprio giudizio criminale e civile amministrato dal gastaldo. Aveva a capo un proprio Consiglio cui partecipavano i capifamiglia, con alla testa un meriga e due giudici.

Nel XIV e XV secolo ebbe inizio la lenta immigrazione di famiglie contadine slave nelle campagne di Sanvincenti, immigrazione che, però, fu di lieve entità e di conseguenza non in grado di mutare l'impronta italica della popolazione ivi esistente. Sanvincenti ebbe varie denominazioni: fu [1604] chiamata San Vincentio Abbazia ancora nel 1325, poi anche Savicente e Savicenti; nel XIX secolo il suo nome veniva ancora scritto San Vincenti. Pare che, intorno al 1300, i Benedettini abbiano abbandonato la loro abbazia perché, nel 1305 circa, il cenobio era stato ceduto dal vescovo di Parenzo ai Templari; disciolto, però, quest'ordine nel 1314, il monastero ritornò al vescovado parentino. Il conte Enrico II di Gorizia riconfermò nel 1305 la gastaldia di Sanvincenti ai Castropola. Fra il patriarca Pagano de' Della Torre e la contessa Beatrice di Gorizia, tutrice del giovane conte Giovanni Enrico, scoppiò una guerra, nel 1329, e le bande croate del comandante goriziano riuscirono ad aver ragione della guarnigione del castello di Sanvincenti, quest'ultimo fu devastato, diroccato e messo a fuoco, la campagna devastata in quanto le viti e gli olivi furono tagliati e gli animali vennero asportati.

Sanvincenti fu sempre governata dai Castropola fino al 1331, quando la famiglia fu costretta dalla rivolta dei cittadini di Pola a trovare rifugio nei propri castelli della Polesana. Nello stesso anno i Veneziani, forti del diritto acquisito con la dedizione di Pola alla Serenissima appena un mese dopo la cacciata dei Castropola, pretesero le ville sottoposte a questa città. Iniziarono allora i contenziosi per l'ottenimento dei possedimenti dei Castropola i quali, dai territori del patriarca, continuavano a reclamare i loro diritti. Nel 1348 Vicardo e Fiorino de Castropola combatterono contro i Veneziani e per tale fatto furono banditi da tutto il territorio veneto. La proscrizione durò 10 anni, dopo di che furono graziati dal senato veneziano. In attesa della definizione della pertinenza a [1605] favore di una parte o dell'altra i Veneziani permisero nel 1367 a Fulcherio de Castropola, cugino di Vicardo, nel frattempo decedutoci abitare indisturbato a Sanvincenti. Fiorino ricevette lo stesso permesso a Due Castelli. Fulcherio ebbe una sorella che sposò il nobile veneziano Andrea Morosini, forse lo stesso che fu conte di Pola nel 1348. Da questo matrimonio nacquero due figli, Leonardo e Giacomo Morosini, che divennero gli eredi feudali dello zio Fulcherio de Castropola, morto senza prole legittima. Fulcherio ebbe un solo figlio naturale, Bernabò, che nel 1386 ebbe il permesso di rientrare a Pola e vivere nella casa dello zio Andrea Morosini. Nel frattempo Sanvincenti, feudo del conte Alberto IV per l'investitura ricevuta a metà del XIII secolo dal vescovo di Parenzo, essendo questi morto nel 1374, passò ai duchi d'Austria con la contea istriana, per un patto d'eredità firmato da Alberto IV in anni precedenti. La baronìa di Sanvincenti fu mantenuta staccata dalla contea di Pisino ed ebbe un proprio provveditore ed una propria amministrazione.

Nel convento dei SS. Giovanni e Paolo in Venezia, nel 1384, il vescovo di Parenzo Gilberto Zorzi investì il nobile Andrea Morosini, quale procuratore dei figli, di tutti i beni quali terre, vigne, case, decime e giurisdizioni spirituali e temporali tenuti in feudo da Fulcherio per conto della chiesa parentina. Poiché il feudo era indiviso con il cugino Fiorino, Andrea Morosini ebbe la metà scorporata del feudo. I duchi d'Austria, quali sovrani del territorio, cedettero l'altra metà del feudo, nel 1385, al loro capitano generale Ugone VI da Duino il quale, nel 1388, lo passò in garanzia a Nicolo ed Enrico di Krottendorf, signori di Chersano, per un residuo di pagamento per l'acquisto della metà del castello di Chersano da parte dello stesso Ugone. I vescovi di Parenzo, però, conservarono, dalla seconda metà del 1300 sino alla fine del XIX secolo, l'alto dominio sopra la villa di Sanvincenti da loro infeudata ai Morosini. Alla fine della guerra combattuta dai Veneziani contro Sigismondo re di Baviera e d'Ungheria, alleato del patriarca Ludovico di Teck, nel 1421, il generale veneto Taddeo d'Este invase il territorio della contea, danneggiando anche il castello di Sanvincenti. Nel 1444 il Senato veneziano proibì l'ingresso nell'Istria veneta a tutti i sudditi austriaci della contea di Pisino, compresi quelli di Sanvincenti, che era rimasto possedimento austriaco. La definizione dei confini tra Sanvincenti e Dignano furono stabiliti appena nel 1564, dopo che divenne territorio veneto. Sovente, infatti, avvenivano delle violazioni dei territori vicini da parte dei pastori sanvincentini.

L'imperatore del Sacro Romano Impero ed arciduca d'Austria, Federico III, riscattò nel 1470, la metà del feudo di Sanvincenti dai Walsee, eredi dei Duinati. La guerra, che nei primi anni del 1500 sconvolse l'Istria con le soldataglie veneziane ed austriache che portarono lutti e devastazioni ovunque, terminò con la pace di Worms del 1523. Sanvincenti, che era stata occupata dai Veneziani nel 1515, rimase sotto la sovranità della repubblica di Venezia. I Morosini, nel 1523, acquisirono la metà del feudo che era rimasto alla camera austriaca e da allora furono indiscussi signori di Sanvincenti. Nello stesso anno, Francesco Morosini, che era anche vescovo di Parenzo, dotò Sanvincenti di uno statuto. Il feudo ecclesiastico di Sanvincenti fu sottoposto all'attenzione del papa Clemente VII, poiché il vescovo di Parenzo Campegio pretese di rientrare in pieno possesso del castello. Il papa confermò alla famiglia Morosini il castello di Sanvincenti, legittima proprietà della chiesa parentina, quale feudo di abitanza retto e legale con diritti di trasmissione ereditaria sia per la linea maschile sia per quella femminile; le rendite feudali furono salomonicamente divise a metà tra il vescovo ed il feudatario. Angela e Morosina Morosini furono uniche eredi per l'estinzione avvenuta della linea maschile. Queste sposarono nel 1560 rispettivamente i fratelli Ermolao e Marino Grimani di S. Luca e quale dote portarono il feudo paterno.

All'inizio del XVII secolo iniziarono le scorrerie degli Uscocchi, alleati degli Austriaci; ciò portò alla guerra con i Veneziani. A Sanvincenti la guarnigione, nel 1614, fu rinforzata con milizie mercenarie comandate dal provveditore veneto Loredan. Già nel 1612 vennero mandati a Sanvincenti 50 archibugi e nel 1616 il Loredan consegnò a Pietro Grimani 12 moschetti per difendere il castello. Sanvincenti, elevato a quartier generale del provveditore Loredan, dovette subire nel 1615 un assedio da parte delle truppe austriache che però non riuscirono nel loro compito di occupare l'importante caposaldo.

Dopo la guerra degli Uscocchi le campagne furono in completo stato dì abbandono ed i casolari deserti. Nel 1628 i Grimani provvidero a ripopolare il territorio in parte con le genti slave fuggiasche dalla Dalmazia occupata dai Turchi ed in parte con contadini delle campagne di Treviso. La peste del 1630 rese purtroppo vano questo tentativo che fu ripetuto negli anni seguenti. Venne [1607] effettuato nel 1632 un processo per stregoneria contro la giovane Maria Radoslovich accusata di maliardìa, che probabilmente ebbe un rapporto amoroso con qualcuno della famiglia feudataria. Dopo orrende torture, fu strangolata e bruciata sulla piazza pubblica del castello. Questo fu uno dei rari processi per stregoneria che si svolsero in Istria.

Il senato veneto, nel 1786, ordinò la soppressione delle chiesette rurali con la relativa spogliazione degli altari. I Grimani tennero il feudo di Sanvincenti fino alla caduta della repubblica veneta nel 1797 e poi, nel XIX secolo, lo cedettero al vescovo Dobrila di Parenzo; Sanvincenti ritornò così, alla mensa vescovile dopo dieci secoli. Con l'occupazione francese del 1805 la giurisdizione feudale di Sanvincenti fu riunita al distretto di Parenzo. Nel 1887 il comune di Sanvincenti ottenne di staccarsi da quello di Dignano, al quale era stato sottoposto dalle autorità austriache nel XIX secolo con il riordinamento fondiario del territorio istriano. Aveva allora 700 abitanti. Prima dell'ultima guerra monsignor Pederzolli cedette il castello al comune di Sanvincenti.

Oggi, Sanvincenti, con la deviazione stradale che lascia fuori il centro storico del paese, non è più attraversato dal traffico che scorre sulla strada principale che scende da Pisino verso Pola. Il borgo è anche poco abitato e ciò lo si nota dalle tante case vuote e dagli spazi tra loro coperti da erbacce; evidentemente non è stato ancora sopperito, con nuovi insediamenti, il vuoto formatosi in questo dopoguerra con l'esodo della maggior parte dei suoi abitanti. Anche l'economia locale, prevalentemente agricola, non favorisce la conservazione né lo sviluppo di questo paese medioevale. Sanvincenti da l'impressione di un generale abbandono. Questo romantico paese è concentrato attorno al suo castello, uno dei più belli e dei più classici monumenti [1608] feudali istriani. Fu, per secoli, dimora privilegiata di nobili famiglie veneziane. Il castello dei Grìmani, com'è ora conosciuto, dopo le vicende dell'ultimo conflitto, in cui venne incendiato e danneggiato, nel 1943, è stato dimenticato dalle autorità per cinquant'anni. Appena oggi, riconosciuto l'impatto economico del turismo, si pensa di ristrutturare questo prezioso maniero cinquecentesco. Il castello, un tempo rocca vescovile, fu distrutto causa eventi bellici nel 1329, quindi fu ricostruito nei primi decenni del '500 da Francesco Morosini; prese fuoco nel 1586 andando distrutto quasi completamente. Marino Grimani, essendo venuto in possesso del castello per aver sposato Morosina Morosini, unica erede dei beni della sua famiglia, con il figlio Almaro o Almario, provvide, nel 1589, alla sua riedificazione su un progetto redatto dagli architetti Scamozzi e Campagna, ambedue Veneti. L'opera, nella sua forma attuale, fu portata a termine nel 1599. Il castello sembra aver conservato l'antica forma a pianta quadrata, con in un angolo il palazzo mentre, negli altri, tre torri erano unite tra loro da una cortina a barbacane e ballatoio per la guardia, alta circa 10 metri. Il ballatoio è crollato da tempo, mentre la cortina, o muro di cinta, è rimasto quasi intatto. Nel vasto cortile interno erano stati costruiti il fondaco, i vari depositi per le munizioni, l'abitazione dell'amministratore e le stalle per gli animali. Fornivano alloggio a duecento soldati.

Il Palazzo, che occupa con due corpi l'intero lato occidentale del castello, è alto rispettivamente quattro e cinque piani e poggia su una larga base a scarpata. Le torri, due rotonde ed una quadrata, erano adibite a vari usi: una, rotonda, è detta torre dei colombi, certamente in ricordo dei preziosi volatili viaggiatori che, allora, fungevano da telegrafo; la seconda, pure rotonda, è chiamata torre della guardia, mentre la torre quadrata, che prospetta la piazza del paese, fungeva da prigione. Ora, la torre dei colombi ha il tetto crollato. La torre della guardia manca anche del coronamento di gronda, mentre la terza, quella quadrata, con l'orologio solare sulla facciata, e con il tetto rifatto, sembra più ben conservata. Il palazzo è privo degli infissi e dei solai e pure con il tetto rifatto, mentre le stalle ed i depositi sono quasi del tutto scomparsi. Lo stesso cortile è cosparso di macerie ricoperte da un pietoso manto verde di erbacce. Sopra il portale d'entrata dove, un tempo, un ponte levatoio era difeso da un caditoia, ed i cui antemurali di difesa sono in parte abbattuti, è murato lo stemma dei Grimani; sotto si trova un altro stemma con la torre della città ed un'iscrizione latina che precisa la data dell'incendio e l'anno della ricostruzione dell'edificio, il 1589. Sotto lo stemma, però, sulla chiave di volta, è scolpito l'anno 1485, in ricordo dell'apertura di questa porta.

Il borgo, naturalmente, nel passato era fortificato; una cinta muraria lo racchiudeva ed in questa si aprivano quattro porte per l'accesso all'abitato.

Tutto ciò è scomparso, ma si può, ragionevolmente, immaginare il circuito della muratura difensiva e la posizione delle porte.

Nella piazza del paese, ampia quanto il castello, prospettano alcuni paiaz-zotti di quel tempo, la loggia pubblica e la chiesa parrocchiale; la cisterna comunale è situata, invece, in mezzo allo spiazzo. La chiesa, dedicata a Santa Maria Annunziata o dell'Annunciazione, è parrocchia succeduta alla più antica e più piccola chiesetta che si trova al cimitero. Fu costruita nei primi decenni del XVI secolo, con un'elegante facciata rinascimentale a tre lobi, che ricorda quella di Muggia, e che è formata da corsi regolari di pietre squadrate di calcare mentre il resto dell'edificio è intonacato. Quattro lesene dividono la facciata e, nei fondelli laterali, si aprono due alte finestre ad arco arrotondato mentre sopra il portale un ampio occhio rotondo illumina l'interno. Sopra il portale d'entrata, racchiusa in un semicerchio, un'iscrizione latina offre l'indulgenza plenaria ai frequentatori del tempio. Sul fianco sinistro, all'angolo con la facciata postica, si alza il bel campanile veneto, con torre e cuspide ottagonali sopra la cella campanaria. All'interno, sull'altare maggiore c'è una pala di Palma il Giovane, commissionata probabilmente dai Grimani, rappresentante la Beata Vergine fra i santi Rocco e Sebastiano. Contiene pure l'arca di S. Vittoria del XVII secolo.

Nell'angolo sud-occidentale della piazza, si presenta ristrutturata l'antica loggia veneta, di stile rinascimentale, cinquecentesca, in cui il capitano del castello presiedeva la rappresentanza eletta dai più agiati e, rivestito del potere giudiziario e militare, amministrava la giustizia.È una loggia piuttosto vasta, aperta su due lati, il cui tetto è sostenuto da una serie di colonne in pietra esagonali, con capitelli diversi l'uno dall'altro, che sopportano lo scarico degli otto archi soprastanti. La muratura esterna è, naturalmente, in pietra calcarea nuda, come pure in pietra è il pavimento interno. L'interno, intonacato recentemente, non contiene più le iscrizioni e le testimonianze lapidee dei tempi passati.

Al centro della piazza, una delle più belle dell'Istria, tutta in pietra bianca, leggermente sopraelevata si trova la cisterna comunale, ora un po' derelitta, che raccoglieva la preziosa acqua dai tetti dei palazzi vicini; è circondata da un muretto e con la vera da pozzo al centro. Esìste, su un [1610] angolo, ancora una colonna rotonda, in pietra, con basamento e capitello; certamente c'erano, agli altri angoli, altrettante colonne che dovevano sostenere una copertura in legno a protezione della gente che usufruiva della cisterna.

Di fronte al lato corto della loggia, sulla vecchia strada per Dignano, esiste ancora la piccola cappella di S. Antonio Abate. È una costruzione che, dal suo stile, dovrebbe risalire al XV secolo; è tutta in pietra, a blocchi squadrati ed a corsi regolari, con un campanile a vela monoforo privo della campana. È stata restaurata internamente e, probabilmente, saranno stati rimossi gli ultimi brandelli di affreschi che certamente, vista l'epoca della sua costruzione, decoravano, secoli or sono, la volta e le pareti. All'interno contiene una statua del santo.

Nel cimitero, ora in fase di ampliamento, che si trova tra la vecchia e la nuova strada per Dignano, ad occidente del borgo, è ubicata l'antica chiesa, della prima metà del XIII secolo, dedicata a S. Vincenzo, dal cui nome derivò quello del paese. È una delle più antiche chiese dell'Istria, ed anche l'unica con tre absidi inscritte. Tra le poche chiese di questo tipo, per esecuzione e per risultato artistico, il monumento più valido per tale qualità è senz'altro la chiesa di S. Vincenzo, antica parrocchiale, fino al XVI secolo, quando fu eretta la chiesa di S. Maria Annunziata. S. Vincenzo fu la chiesa dell'antica abbazia dei Benedettini che svolsero la loro attività, in questa borgata, fino all'inizio del 1300. La parte esterna è monumentale: i corsi di pietra, non essendo stati intonacati, hanno assunto una patina scura che solo secoli di esposizione possono far sorgere. Il portale semicircolare è incorniciato, come pure le finestre poste ai lati dell'entrata. Le finestre laterali ed absidali, semicircolari, hanno sezione tronco-conica con sporgenze al posto della grata.

Nel fianco destro della chiesa è stata eretta, nel XV secolo, la sagrestia gotica. L'interno di questa antica chiesa sembra una piccola galleria, essendo completamente decorata da affreschi. Lo strato più antico risale al romanico, come si intravvede attraverso le scrostature. Il secondo strato, che ricopre tutte le superfici, costituisce la rappresentazione iconografica più completa che ci sia in Istria. Sono opere di mastro Ognobenus od Ognibene delIaTrevi-so padana e risalgono alla fine del XIII secolo; in esso si intrecciano elementi stilistici ed iconografici, sia romanici che bizantini. Gli affreschi subirono un primo restauro già nel XV secolo. All'esterno, ai lati dell'entrata, sono [1611] murate due lapidi funerarie: una, dell'altro secolo, ricorda che solo la morte è certa in questo mondo.

Nell'angolo nord-orientale del paese si trova la chiesa dedicata a S. Rocco, una piccola costruzione seicentesca,con un campanile a vela con bifora e che, un tempo, aveva una loggia posteriore. La parte esterna è ristrutturata e dipinta in color giallo. L'interno mostra la struttura del tetto interno in vista; contiene una mensa d'altare nuovo in pietra ed un baldacchino del '700 con una pala di S. Rocco. Sul lato sinistro c'è ancora un altare con colonne in marmo rosso di Verona, mancante della pala.

Sulla strada per Boccordi, o Bokordici, dopo le ultime case di Sanvincenti, si trova una bella chiesetta con una mirabile loggia che protegge la facciata. E la cappella di S. Caterina, ad una navata, a pianta quadrangolare con l'abside inscritta ed una volta cuspidata a botte, mentre la struttura del tetto dell'aula è a vista. È uno dei cinque esempi, esistenti in Istria, di questo tipo di costruzione dove gli elementi romanici subentrano a quelli gotici. L'areale della chiesa è un portico quadrato, eretto in epoca posteriore rispetto alla chiesa, a protezione dei fedeli. Il tetto della loggia è sostenuto da colonne rotonde e quadrate, in pietra calcarea, con capitelli e basamenti che portano semplici modanature. La chiesa, tutta a blocchi di pietra squadrati ed a corsi regolari, un tempo ricoperta da lastre di calcare, porta un campanile a vela monoforo. L'interno è motivo di meraviglia; è tutta affrescata e dai decori che contiene, e che si trovano nel primo strato dell'intonaco, si può collocare nella prima metà del XIV secolo l'epoca della sua costruzione. Gli affreschi rappresentano scene tratte dalla vita dei santi.

Sanvincenti è piacevole nel suo insieme, senz'altro degna di una visita. Le sue antiche case con gli archi ed i portali datati, con i balconi con le balaustre panciute, seicentesche, in ferro, le sue chiese ed il suo castello, fanno scaturire un senso di serenità e di pace, così che, seduti sui gradini della cisterna, fanno riflettere sulla validità della frenesia della vita moderna.

Tratto da:
  • Dario Alberi. ISTRIA - storia, arte, cultura. LINT (Trieste, 1997), p. 1600-11. All copyrights reserved by the author and publisher. This book is generally available at Italian bookstores.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Monday, May 16, 2005; Last updated: Sunday September 14, 2008
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