Andrea Amoroso
Prominent Istrians


 

I castellieri istriani e la necropoli di Vermo
Andrea Amoroso, 1884

[Tratto da "I castellieri istriani e la necropoli di Vermo", Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria. Anno Primo 1884, p. 53-74.]

PRESSO PISINO.

l villaggio di Vermo, povero abituro, ed al presente con una popolazione di 239 abitanti, sorge sul colle dello stesso nome, alto m. 325 sul livello del mare. Partendo da Pisino per la strada che conduce ad Antignana e Parenzo, si arriva a Vermo in poco più di mezza ora; perocchè la sua distanza da Pisino non sia maggiore di chilom. 6 all'incirca. Dalla suddetta strada che passa a piedi del colle, lungo l'alveo asciutto pel quale scaricavasi probabilmente in antico il torrente «Foiba» nel canale di Leme, si distacca a mancina la via carreggiabile, che conduce al sunnominato villaggio. Gli abitanti di Vermo preferiscono però anche oggidì di servirsi della scorciatoia ripida e sassosa, che scende a valle quasi a precipizio, e direttamente dal vertice del colle. Quest'era senz'altro la via principale di accesso all'antico castelliere. Un piccolo ruscello vi bagna, infine, le falde nel vento di ponente.

Il colle di Vermo appartiene alla formazione ocracea, ossia, alla terra rossa; il terriccio dei suoi campi è però tutto di colore nero, prodotto dai secolari detriti di sostanze animali ed organiche, le quali attestano, se anche non vi fossero altri convincenti indizi, la lunga presenza ivi dell'uomo, e di numerose mandre di animali domestici. E questo terriccio nero disseminato da una grande quantità di cocci dalla pasta nera mista a carbone ed a lucenti granuli calcari, costituisce appunto una delle caratteristiche dei castellieri istriani, per cui anzi essi si rendono facilmente ad ognuno riconoscibili.

Il nostro De Franceschi descrive (1) nel modo seguente questi castellieri:

«Sono essi appunto quei recinti di pietre senza cemento che accennammo siccome abitazione dei nostri aborigeni, costruiti ordinariamente sui monti e colli più elevati, e se la regione è pianeggiante, su qualsiasi eminenza e sopra burroni, sempre però in siti più opportuni a difesa. Ve n'ha in Istria in grande numero, e facilmente riconoscibili ovunque, anche se ormai poco appariscenti, da chi ne abbia veduto alcuni. Ciò specialmente nel suolo calcare, ove le pietre per la scabrosità della loro superficie facilmente aderiscono assieme, mentre all'apposto in suolo marnoso-arenario, dove la pietra ha faccie regolari e liscie, i fianchi dei monti sono ripidi, e la terra tassellosa si smotta con grande facilità, i recinti si sfasciarono precipitando al basso le pietre, e poche traccie lasciarono di loro esistenza. Ma l'esperto indagatore le troverà queste traccie, guidato dall'opportunità del sito, in qualche avanzo della cinta, nelle linee che di questa rimasero più o meno segnate nel suolo, nei piccoli cocci di stoviglie che rinvenirà sulla vetta, sui fianchi, e talvolta solo a piedi dell'eminenza, perchè colà trasportati dalle acque.

«La loro forma è comunemente circolare od elittica, e quando fasciano un monte isolato o sporgente da altri, seguono di necessità il suo andamento. V'ha dei monti che portano due e perfino tre di queste cinte, ognuna delle quali fascia una spianata artificiale larga alcune tese, [54] che corre nell'interno della cinta stessa. Dove là conformazione del monte non s'adatta alle cinte concentriche, ve n'ha una che s'attacca in forma semicircolare alla circolare, e talvolta alla prima ne è sottoposta una seconda. Ritiensi con ragione dall'illustre viaggiatore signor Riccardo Burton, il quale esaminò parecchi castellieri istriani, che i recinti superiori accogliessero le famiglie, gl'inferiori i loro animali.

«La terra abbracciata dai castellieri è nericcia e fertile in conseguenza dell'avvenuta decomposizione del legname onde erano formati gli abituri, e del letame degli animali ivi ricoverati.»

Il primo, cui è dovuta la scoperta dei castellieri, e che ne parlò distesamente in parecchi incontri nelle molte sue pubblicazioni, si fu il Dr. Kandler, il quale, nelle tante sue peregrinazioni archeologiche per l'Istria, ne seguì attentamente la rete, visitandone parecchi, di molti rilevandone le misure, e tutti segnandoli poi nella sua grande carta dell'Istria romana, ora esistente neir Archivio provinciale. E così gli venne fatto, con lunga e paziente opera propria, ed in parte ajutato dai molti amici, di stabilire nell'Istria (intendo parlare dell'amministrativa, quale essa è composta attualmente, e non dell'Istria geografica) la esistenza di ben N. 321 castellieri, distribuiti, secondo un accurato estratto recentemente da me fatto della detta carta, nel modo che segue:

  • Istria superiore, che comprende la città di Trieste ed il suo territorio, ed i distretti giudiziari di Castelnovo e Volosca, N. 42 castellieri;
  • Istria media, che comprende i distretti di Capodistria, Pirano, Pinguente, Montona, Pisino e Albona, N. 123;
  • Istria inferiore, che comprende i distretti di Buje, Parenzo, Rovigno, Dignano e Pola N. 141.

Altri 15 castellieri esistono, infine, nelle tre Isole del Quarnero di Veglia, Cherso e dei Lossini, dei quali Cherso sola ne conta 8.

Non è da credere però che la serie dei castellieri si chiuda con quelli che il Dr. Kandler potè accertare e segnare nella carta predetta. Morto lui, altri castellieri vennero successivamente sino ai nostri giorni scoperti, e di molti altri ancora ne è quasi certa l'esistenza; avvegnachè il fatto dimostri che laddove esistono delle eminenze intitolate al nome di Santa Croce, od a quello particolarmente dei Santi Martino, Michiele, Giorgio, Pietro, simboleggiami per eccellenza la vittoria del cristianesimo sul paganesimo, ivi pure, o lì dappresso, sicuramente si trovino avanzi di sedi preistoriche. E di queste eminenze così intitolate, le quali mancano tuttora di essere esplorate, noi ne abbiamo notoriamente moltissime in ogni dove della provincia, per non dire anche delle tante gradischie, delle gradine e dei gradaz, colle quali denominazioni la parte slava della popolazione di campagna suole designare, al pari che nella vicina Carniola (2), i castellieri ed i luoghi murati in generale.

L'accertamento e l'esplorazione dei castellieri si raccomandano pertanto da sè non solo nei riguardi paletnologia della provincia, ma altresì in quelli del numero e della distribuzione delle antiche genti, che abitarono questa terra, intorno a che pure ben poco o nulla sappiamo di positivo.

Senonchè come osserva il De Franceschi (3), il Dr. Kandler non vide altro nei castellieri, — a ciò indotto dalla presenza degli embrici e di altri oggetti romani, come dalla vicinanza ai medesimi delle linee di antiche strade parimenti romane, e dalla coincidenza in molti di essi di normali misure della superficie, — che altrettanti castri romani, destinati a protezione delle strade e degli agri delle città, e per segnalarsi a vicenda, come era di uso, l'avvicinarsi del nemico, di giorno col fumo, e di notte colle fiammate. — E non fu che appena negli ultimi anni di vita, che ei cominciò a ricredersi in parte di questa sua opinione, quasi per quaranta anni accarezzata e sostenuta; e quanto ne gioisse quel venerando vecchio delle nuove scoperte, lo ponno ben dire quei pochi ancor superstiti istriani, che vissero con lui in qualche dimestichezza di rapporti.

Ned altro era da attendersi da un uomo illuminato qual'era il Dr. Kandler, il quale soleva [55] dire e ripetere, che la storia dèll'Istria va studiata, molto più che sui libri, nei suoi monumenti e nel suo suolo, dal monte al mare. Ma affranto nella salute, ed immedesimatosi, come forse ben pochi al pari di lui, nel mondo romano, egli non si sentì da tanto di abbandonare questo suo prediletto studio per varcare il limite della scienza preistorica, che stava allora per sorgere.

Questo merito delle nuove scoperte paletnologiche lo ebbero principalmente il Cav. Tomaso Luciani ed il concittadino suo l'Avv. Antonio Scampicchio, i quali furono i primi a raccogliere nella loro stessa città natale di Albona degli oggetti preistorici, accresciuti più tardi da altri ritrovamenti fatti a Fianona, Vermo, Cherso, Corridico, Pinguente, Ossero ecc., tanto da formare una pregevole raccolta privata, ammirata dagli istriani e più ancora dai dotti stranieri, la quale per la squisita liberalità di quegli egregi patrioti sta ora per passare intieramente nel Museo archeologico provinciale.

Nè a questo solo limitavasi l'opera del Cav.  Luciani, già per altri lavori benemerito della patria storia, che ei fu altresì il primo a riferire distesamente sopra queste scoperte preistoriche in una bellissima lettera diretta all'Ingegnere Cav. Dr. Buzzi in Trieste (4) ed a presentare al Congresso internazionale di Antropologia e di Archeologia preistorica, tenutosi a Bologna nell'anno 1870, alquanti esemplari di oggetti dell'epoca neolitica, introducendo di questa guisa l'Istria per la prima volta nel campo delle disquisizioni paletnologiche.

Richiamata in questo modo l'attenzione generale sui castellieri, altri s'invogliarono poscia di studiarli più da vicino, fra i quali giova di nominare in principalità l'illustre Cap. Burton, che visitava, nell'anno 1871, il Castelliere di Cunzi, presso Albona, e quelli di Sant'Angelo, Mordelle, dei Pizzughi e di Moncastello presso Parenzo, e concretava indi, in una dotta pubblicazione, il suo giudizio: «che i castellieri non erano forti temporanei, ma servivano costantemente di abitazione» e che «questi avanzi circolari di abitazioni ricordano quelli di Anglesea, del Wales, del Cornovaglia, dei Cheviot, e le abitazioni circolari dell'Irlanda, la cui forma vogliono sia di origine celtica.» (5)

A quest'opinione circa alla origine dei castellieri conformasi pure l'egregio Prof. Benussi, (6). Ma, mentre il Dr. Kandler fa risalire la celtizzazione dell'Istria a 2000 anni a. C. (7), il primo, più ligio alle fonti storiche, la pone appena intorno alla seconda metà del secolo V a. C, nella quale i Celti già in possesso di estesissimi territori al di là delle Alpi avrebbero invaso anche la nostra penisola, sostituendosi all'elemento veneto-tracio perito pel ferro del vincitore, o ridotto a servitù dal nuovo popolo dominatore e possessore dell'intiero paese.(8)

Questa occupazione gallica dell'Istria, quand'anche la si voglia storicamente accertata, segna però, a mio parere, un fatto relativamente troppo recente, perchè la si possa mettere in istretta relazione coli'origine dei castellieri, le cui reliquie cosi a Vermo, come nelle due necropoli dei castellieri ai Pizzughi, (9) contrastano palesemente colla supposta origine.

E per vero: se gallica fosse l'origine dei castellieri, oltre il rito dell'inumazione dei cadaveri costantemente seguito dai Galli, non vi sarebbero pure mancate le torqui d'oro, d'argento o di ferro, ch'erano il loro caratteristico ornamento, non le tipiche spade di ferro, non, infine, le note fibule a doppia spirale, che unisce l'ardiglione all'arco con un numero di giri più o meno grande. Ma niente di tutto questo si è trovato nelle necropoli suddette, ad eccezione, come dirò  [56] più avanti, di una sola fibula di tipo gallico rinvenuta a Vermo, ed anch'essa di bronzo e non di ferro. Ed il rito costante ed esclusivo della cremazione ed incinerazione, apparso in quelle necropoli, non suffraga certamente anch'esso Y opinione che ivi riposino i resti di un popolo di stirpe gallica.

Nè va sottaciuto eziandio il fatto, che i Galli, allorquando passarono le Alpi, ed invasero l'Italia settentrionale erano, per fede degli antichi scrittori, un popolo ancora barbaro e rozzo; mentre le reliquie delle necropoli sunnominate addimostrano per lo contrario che ivi stanziasse un popolo pacifico, dedito alla pastorizia ed all'agricoltura, ed in cui la civiltà italica dei periodi di mezzo della prima età del ferro era già largamente penetrata. Di questi Galli della metà del secolo V a. C. ben restano dunque, come altrove, anche presso di noi, molti monumenti nei nomi da essi dati a tante nostre località (10); ma niente concorre in favore dell'opinione, che sia loro dovuta altresì l'origine dei castellieri.

A più forte ragione non regge l'asserzione del Dr. M. Much (11), che i castellieri, al pari di tante altre località fortificate, che veggonsi in Boemia, Moravia, Galizia, Carniola ecc., debbano il loro cominciamento al periodo La Tène, nel quale gli abitanti dell'Istria avrebbero maggiormente sentito il bisogno di ripararsi in luoghi muniti, onde difendersi dagli assalti dei vicini, o dalle incursioni di nuove genti venute in cerca di territori, nei quali potersi stabilire dopo le loro lunghe peregrinazioni. La coltura La Tène, così intitolata dalle numerose scoperte di oggetti in ferro, fatte or sono vent'anni addietro all'incirca nella palafitta al piccolo villaggio di Mann al confine nordico del lago di Neuenburg nella Svizzera, e dovuta ai gallici influssi dell'occidente, rappresenta, come è noto, l'età del ferro già avviata al suo pieno sviluppo; laddove i pochi oggetti di ferro rinvenuti nelle necropoli di Vermo, e dei Pizzughi, per la tecnica ancora esordiente nella lavorazione di questo metallo, e per le forme che non variano da quelle degli oggetti di bronzo, manifestano invece l'appartenenza degli oggetti stessi a quella primitiva civiltà del ferro, che venuta per primo dall'Oriente in Italia, si propagò poi dal mezzogiorno nell'Europa media e settentrionale. Tenendo conto di questo fatto, come pure dell'altro, che l'Istria pella sua vantaggiosa posizione all'intimo seno dell'Adriatico, pei suoi porti frequentati dai Fenici dapprima, ed indi dai Greci, pelle sue facili comunicazioni dal lato di occidente colla veneta pianura ed in relazione, attraverso la barriera dell'Alpe Giulia, col grande varco di Nauporto, che univa le vaste regioni del Danubio inferiore e della Sava colla grande vallata del Po, non potè essere lungamente chiusa alle influenze dell'antica civiltà italica, non è quindi ammissibile, che i castellieri, nei cui avanzi spicca tanto marcatamente questa civiltà, siano di origine gallica, da riferirsi appena al periodo La Tène, il quale probabilmente come posteriore in tempo all'occupazione romana dell'Istria (178-177 a. C.) segnerebbe piuttosto, anzichè il cominciamento, il lento graduale abbandono del maggior numero dei castellieri, e la trasformazione di molti di essi in stabili città e terre murate.

Per conchiudere direi dunque che l'origine dei castellieri va ricercata in quella remota età, in cui i prischi abitanti dell'Istria abbandonarono le caverne e le palafitte, le quali ultime ancora forse non avranno fatto difetto nelle maggiori nostre valli del Quieto e dell'Arsa; e questo parmi a sufficienza dimostrato dalle armi di pietra, quali le punte di frecce, le scuri, le ascie ecc. e dai numerosi utensili di osso lavorato, che vennero scoperti nei castellieri, i quali oggetti in unione al più tardo materiale dei bronzi ed a quello delle terre cotte, rappresentano, meglio che un determinato stadio, tutti i vari gradi di civiltà, pei quali sono passati i popoli dell'Istria, attraverso un lungo volgere di secoli, sino alla conquista romana, colla quale la storia prende r assoluto dominio sopra le incerte tradizioni del passato.

Detto ciò dei castellieri in generale, riprendo la interrotta relazione sulla necropoli di Vermo.

[57] Posto sopra un colle isolato, inaccessibile dai lati nord ed est a motivo della ripidità delle pendici, che, meno brevissimo tratto, varia dai 45 ai 60 gradi, di poco più facile accesso anche dal lato sud-est, e protetto tutto air ingiro da altre colline più alte e fittamente bo-scate, il castelliere di Vermo deve essersi per eccellenza prestato a divenire un opportuno centro di abitazione, tanto nei rapporti della facile difesa nei casi di repentina aggressione, quanto in quelli di un proficuo esercizio della pastorizia ed agricoltura, nella sottopostavi amplissima valle, che finisce al Culleo di Leme.

Perduta avendo il colle la originaria sua forma — dopo che vi fu fabbricato sulla sommità un castello medioevale, del quale durano ancora alcuni avanzi di mura ed una porta d'ingresso — ed occupate le pendici dalle case dei villici, sotto le quali corrono muri e muricciuoli in tutte le direzioni, per divisione dei possessi o a sostegno delle terrazze, ò impossibile oggidì di determinare con sicurezza il numero delle cinte dell'antico castelliere. Crederei però di non andare lontano dal vero, asserendo che le cinte fossero tre, di cui la più alta e l'infima erano circolari od ellittiche, e la cinta di mezzo semicircolare soltanto; perocchè il colle scendendo scosceso e ripido, come dissi più sopra, nei venti nord ed est e sud-est non permettesse di erigere agevolmente delle cinte su quei dirupi.

Più difficile ancora è di stabilire, anche approssimativamente, il numero degli abitanti. Ma se la sola prima cinta, quella cioè che gira tutto all'intorno la sommiti del colle ha 80 metri di larghezza sopra 150 di lunghezza, direi che, tenuto calcolo dello spazio non ampio che esi-gevasi per piantarvi una capanna di paglia o di vimini a forma di alveare ed intonacata di argilla, la popolazione dell'antico castelliere di Vermo fosse, se non superiore di numero, certo nemmeno inferiore a quella dell'odierno villaggio.

L'arcaicità del castelliere è indubbiamente attestata oltrechè dalla qualità e dalle forme dei vasi di creta e dal materiale dei bronzi, dagli oggetti dell'epoca neolitica, che vi furono rinvenuti e fanno parte del Museo privato dei signori  Luciani - Scampicchio in Albona. Consistono essi in tre punte di frecce di selce ed in un coltellino pure di selce, quest'ultimo posseduto dal chiarisse Dr. Marchesetti di Trieste, il quale dettagliatamente descrisse e raffigurò in apposita Tavola questi ed altri oggetti di derivazione del castelliere suddetto (12). Di due delle suddette punte di freccia furono dati i disegni anche dal Capit.no Burton nell'opuscolo succitato. A questi oggetti litici si aggiunsero più tardi due frammenti di accetta di diorite, trovati dal prof. Moser, ed una punta di giavellotto di nefrite, lunga cent. 6 e della massima larghezza di cent. 4, custodita in questo Museo archeologico provinciale, dove pure possonsi vedere gli avanzi di cucina, i cosidetti kiekkenmòddigs, cortese dono dell'avv. Scampicchio. Sul conto di questi avanzi, l'egregio naturalista Dr. Marchesetti così si esprime: « nei pezzi da me esaminati ho potuto determinare di molluschi marini, il Cardium edule ed il Cardium tubercolare, ed inoltre numerosi gusci di Helix Tomathias ed un pezzo di mascella superiore di cane, un dente di pecora, nonchè molti frammenti di ossa di vertebrati non meglio determinabili, alcuni dei quali parzialmente carbonizzati. Questi resti giacciono in un impasto calcare durissimo, che però a differenza delle brecce ossifere, tanto frequenti in Istria ed in Dalmazia, non contiene punto di terra rossa» (13).

Il sepolcreto del castelliere è posto nel vento di ponente del colle, fra la cinta mediana e quella a piedi del colle stesso — supposto però sempre che il castelliere avesse tre cinte, anzichè due sole. Nel primo caso il sepolcreto sarebbe stato compreso nella recitazione; nel secondo vi sarebbe invece rimasto fuori. Non pare, del resto, che la consuetudine od altri riguardi volessero la collocazione dei sepolcreti preistorici entro le cinte: le due necropoli dei castellieri ai Pizzughi giacciono, per esempio, a piedi dei colli rispettivi e stanno perciò all'aperto, fuori di ogni protezione murata. Il sepolcreto di Vermo distendesi sopra un terreno fortemente inclinato [58] a valle, dalla qual parte fu eretto in tempi a noi più vicini un muro di sostegno onde impedire che le acque travolgessero nel loro corso la terra del ripiano. E ciò spiega la ragione pella quale, nella parte più elevata del medesimo, le tombe si trovano ad una profondità di 50 cent. all'incirca; mentre nella parte più bassa la loro profondità raggiunge talvolta i 2 metri e più.

Il campicello nel quale furono eseguiti gli scavi è di proprietà di Giovanni Martincich, agente comunale di Vermo, e misura la superficie di metri □ 575. Esso non è però il solo sepolcreto preistorico; vi si sono rinvenute ancora delie tombe nel ripiano immediatamente a quello superiore, ed altre ne scoperse il Dr. Marchesetti in un fondo immediatamente attiguo, a levante del sepolcreto. Questa scoperta venne poscia da lui illustrata in apposita pubblicazione (14).

Primo a praticare gli scavi nel sepolcreto sopra due terze parti circa della superficie suindicata fu il Dr. Carlo Moser, prof, nell'i.r. Ginnasio superiore di Trieste, per incarico ricevuto dalla Commissione preistorica dell'Imperiale Accademia delle Scienze in Vienna. Anch'egli pubblicava poi una particolareggiata descrizione di questi scavi (15). Sospesi i quali, la Giunta provinciale dispose che l'esplorazione della rimanente parte del sepolcreto venisse continuata per conto della Provincia; locchè ebbe esecuzione nei giorni 15, 16 e 17 Ottobre, e 26, 28 e 29 Novembre 1883 (16).

Il numero complessivo delle tombe scoperte è il seguente: 100 dal prof. Moser, 72 da chi diresse gli scavi provinciali.

Il sistema generalmente in uso di formare le tombe, era quello di deporre l'ossuario, o gli ossuari, in una specie di nicchia rettangolare, scavata nel vivo della roccia sottostante al terreno per 50-60 cent., e d'incunearlo poi tutto all'intorno con sassi, o per meglio dire, di murarlo a secco accuratamente entro la nicchia stessa, eh'era stata scavata (Tav. 1). Se le nicchie erano poco profonde, in guisa che l'ossuario venisse a sporgervi fuori, questo ne era allora murato, oltrecchè nell'interno della nicchia, anche superiormente alla medesima.

Come rara eccezione, ossia in tre soli casi notati dal prof. Moser, avvenne il seppellimento dei resti del cadavere senza l'ossuario. In tal caso la nicchia rettangolare conteneva alquanta terra e polvere carbonizzata; le ossa combuste ed i cimeli erano accumulati al fondo della nicchia. Nella relazione del Dr. Marchesetti è fatto cenno di un terzo sistema di tombe, di quello cioè a semplice buca, ossia coll'ossuario collocato nel terreno, senza alcuna protezione di sfaldature o di altro.

Nel maggior numero dei casi le tombe contenevano un solo ossuario. Fra le 72 tombe scavate per conto della Provincia, eravene una con 5, una con 3, e due con 2 ossuari.

E fra le 100 tombe scoperte dal prof. Moser, sette avevano 2 ossuari, una 3 ed una persino io. Nelle tombe con due ossuari, l'uno era ordinariamente collocato a lato dell'altro alla platea della nicchia; se gli ossuari erano tre, uno di essi soprastava nel mezzo agli altri due; se infine maggiore il numero, gli ossuari venivano disposti nella nicchia, come meglio era consentito dallo spazio. Ogni ossuario aveva la propria copertura, formata da una a tre e talvolta anche da più sfaldature greggie, tolte da altro colle vicino al castelliere, ed aventi comunemente la larghezza di 30-40 cent, sopra 40-50 cent, di lunghezza. In un solo caso il prof. Moser vuole avervi veduto incise sulla faccia inferiore della lastra delle figure ad angolo retto. Tra due [59] ossuari, di cui per eccezione V uno soprastasse all'altro, eravi sempre di mezzo una sfaldatura, sulla quale poggiava il fondo dell'ossuario superiore.

Una particolarità di questo sepolcreto è quella che tutti gli ossuari erano coperti immediatamente sopra la bocca dalle suddette lastre, e nessuno da vasi, come sarebbero le scodelle-coperchio, le ciotole ecc. — Rarissimo pure il caso del rinvenimento nelle tombe di vasi accessori: gli scavi fatti eseguire dalla Giunta provinciale non diedero, per esempio, neppur un vaso di questa categoria. Ed il prof. Moser, nell'enumerare gli oggetti trovati in cadauna tomba, accenna al rinvenimento di sole quattro ciotole di creta, di cui l'una sarebbe giaciuta nel terreno superiormente alla tomba, e le altre tre, riempite di terra mista a carboni, o di fina polvere carbonizzata, sarebbero state da lui rinvenute in altrettante tombe prive dell'ossuario.

Il sito delle tombe non era indicato da alcun segno esterno, e nemmeno si è potuto constatare l'osservanza di un determinato ordine nella disposizione delle medesime. — Tentati anzi alcuni scavi nella stessa sezione del sepolcreto dapprima esplorato dal prof. Moser, — e precisamente negli spazi fra .tomba e tomba, lasciati da lui intatti nella preconcetta idea che le tombe fossero allineate e distassero invariabilmente fra loro da 1-2 metri — è riuscito di mettere a nudo nuove tombe, nelle quali furono appunto rinvenute l'urna emisferica di bronzo, e la bellissima cista a cordoni col coperchio, delle quali mi riservo di parlare in seguito. — Nessuna distinzione fu parimenti rimarcata nella quantità degli oggetti ornamentali, o delle offerte depositate in onoranza del morto fra i vasi fittili e quelli di bronzo.

Bensì in tutti gli scavi si ebbe l'opportunità di notare, che i vasi di bronzo erano ripieni sino all'orlo soltanto di ossa combuste; nei fittili invece, le ossa stavano al fondo sino a circa due terzi del cinerario, la parte superiore era riempita da terra mista a carbone.

La grandezza dei vasi non variava secondo l'età ed il sesso del morto: non era però difficile di arguire, nei singoli casi, dalla quantità dei resti cremati, l'età del defunto. Da una sola umetta conservata nel Museo archeologico provinciale, puossi stabilire con certezza eh'essa conteneva le ceneri di un bambino.

Gli oggetti personali di ornamento e le offerte depositate per rito religioso in onore del morto, erano di regola giacenti nell'ossuario sopra lo strato delle ceneri, raramente al fondo oppure fuori dell'ossuario. — I quali ornamenti e le offerte si trovarono ordinariamente spezzati. Caratteristico è il rinvenimento in molti ossuari di uno o più ciottoli rotondi calcari: di questi piccoli nummuliti, che tenevano forse le veci dell'obolo, col quale pagare il tragitto al regno dei morti, il professor Moser dice di averne trovato persino cinquanta in un ossuario solo.

Costante ed unico il rito funebre della ustione dei cadaveri. La cremazione seguiva per lo più sul sito stesso della sepoltura, ciocchè chiaramente si rileva dalla molta terra annerita, e dai pezzi di carbone disseminati intorno alle tombe. V'hanno però indizi abbastanza positivi anche dell'esistenza di appositi roghi (17). — Il cadavere veniva cremato con tutti i suoi indumenti ed oggetti d'ornamento; e questo si desume dalle traccie non dubbie di subita combustione che quest'ultimi manifestano.

[60] La combustione delle ossa non può dirsi che fosse perfetta: esse non si polverizzano al confricamento delle dita, ed i denti in particolare dimostrano di non avere molto sofferto dall'azione del fuoco.

Nel suo assieme la necropoli di Vermo corrisponde pertanto per la forma e la costruzione delle sue sepolture, nonchè pel rito della cremazione, alle grandi necropoli della prima età del ferro di Este (18), Villanova (19), Bologna (cimiteri Benacci, de Luca, Arnoaldi), di Gollasecca al Ticino, di Bismantova nella montagna del Reggiano, di Corneto-Tarquinia nell'Etruria, di Vadena nel Trentino ecc., dell'Italia media e settentrionale; e al di là delle Alpi, alle necropoli di S. Margarethen e Zirknitz nella Carniola, di Maria-Rast nella Stiria ecc.

Illustrato di questa guisa con quella maggiore accuratezza che mi era possibile il sepolcreto nella sua totalità, passo ora a dare brevemente la descrizione degli oggetti posseduti dal Museo archeologico provinciale. Ma dovendo io pure tenere calcolo dei ritrovamenti del prof. Moser e di quelli del Dr. Marchesetti — senza di che mancherebbe la rivista completa se non di tutti, almeno degli oggetti principali che sono derivati dalla necropoli di Vermo — così mi è duopo, onde poter comprendere e gli uni e gli altri, di attenermi allo stesso sistema che fu adottato dal chiariss.o prof. Orsi nella sua dotta Monografia sopra Vadena (20), dividendo cioè dapprima, secondo i generi, in grandi gruppi tutto il materiale archeologico di Vermo, ed imprendendo poscia a discorrere di ciascun gruppo in particolare.

Non essendo io però archeologo di professione, dovrò riuscire parco per necessità nei riscontri cogli oggetti dei grandi gruppi archeologici italiani e non italiani; e se mi verrà dato di stabilire in fine qualche deduzione, io la trarrò bensì dalle stesse analisi comparative; ma mi guarderò bene dal venire a conchiusioni definitive, pelle quali ned io mi stimo da tanto, nè credo sia ancora venuto il tempo di formularle.

A. Oggetti di ornamento.

Aghi crinali e spilloni. — Meno poche eccezioni, il tipo prevalente di quest'oggetto ornamentale è quello dell'ago crinale a globetti ed a nodi. Tale è l'ago sormontato da larga capocchia a mezza sfera, cui susseguono quattro globetti sferici, alternati da altrettanti dischi infilati, che girano intorno all'asta (Tav. VII, fig. 1). — Conformansi a questo tipo lo spillone a [61] capocchia sferica, con quattro cerchietti (Tav. VI, fig. 6), ed i due spilloni poco dissimili l'uno dall'altro, ornati nella parte superiore di una capocchia (Tav. VI, fig. 3, Tav. VII, fig. 4). Si scosta invece intieramente dal tipo suddetto lo spillone della Tav. VII, fig. 3, che è decorato alla sommità di un dischetto in lamina.

Dagli scavi praticati dal prof. Moser si ottennero parimenti vari spilloni a globetti e dischi infilati, consimili ai sopradescritti (21). Notevoli per la loro forma sono lo spillone colla testa battuta e poi attorcigliata (22), e l'altro spillone a grande capocchia sferica e gamba battuta che si allarga verso l'estremità, dove vi è applicato un foro rotondo (23). Fra gli spilloni scoperti dal Dr. Marchesetti (24) vanno ricordati quello a globetti e dischi; l'altro a due pallottole; un terzo a piccoli rigonfiamenti alla sua estremità; un quarto colla capocchia a globetti, cui sottostanno tre cerchietti in rilievo e gamba quadrangolare; ed un quinto spillone, di forma non determinabile, avendone spezzata l'estremità superiore, ma che può essere stato tanto un ago a spattola, quanto a doppio scudetto (25).

Tutti questi aghi e spilloni sono di bronzo. Ma non ne mancarono neppure di quelli colla capocchia di bronzo e colla gamba di ferro, od intieramente di quest'ultimo metallo. L'intiero inventario degli aghi crinali e spilloni sarebbe il seguente. Il Museo arch. prov. ne ha 7 di bronzo ed 1 di ferro; il Museo Imp. 14 di bronzo, 7 colla capocchia di bronzo e l'asta di ferro, e 9 di solo ferro; il Museo triestino 5 di solo bronzo (26).

Senza volermi ora soffermare più di tanto sullo spillone a cartoccio, come unico esemplare di tale genere, la quale forma di spilloni ripeterebbe l'origine, secondo il prof. Orsi, dall'epoca palafittica, ma si troverebbe anche in altri depositi di età meno antica, come sarebbe a Villanova e nelle tombe bolognesi, dette dal prof. Brizio del periodo etrusco, a Villa Nessi nel Comasco ed a Vadena (27), e così pure sorpassando l'altro ago crinale a dischetto laminare, ed il terzo d'incerta forma, ci restano quindi come quasi esclusivi della necropoli di Vermo, gli aghi crinali a globetti ed a nodi, sui quali ha già diffusamente scritto, con quella competenza ed erudizione che gii sono proprie, il chiariss. Comm. Pigorini (28).

L'ago crinale a nodi ha il suo centro di diffusione ad Este, donde si propaga a Oppeano nel Veronese, nel Bellunese, a Cividale, a San Pietro al Natisone, a S. Lucia di Tolmino, a Vadena; ed al di là delle Alpi, a Hallstatt, e nelle necropoli affini; mentre manca affatto nel Bolognese. Questa forma di ago apparisce ad Este nel 2.0 periodo dell'età del ferro, e sparisce quasi del tutto nel 3.0 periodo (29).

Armille ed anelli. — Di molto maggiore interesse, per la varietà delle forme e pel numero abbastanza rilevante, ci si presenta la collezione delle Armille.

Nella Tav. VI, f. 5, abbiamo l'armilla di bronzo a filo rotondo, piegato a circolo, di cui l'una estremità alquanto rastremata finisce in un uncino rialzato, mentre l'altra ne è schiacciata, e va fornita di un foro rotondo, in cui entra l'uncino. A questa stessa forma ascriverei anche l'armilla della Tav. VII, f. 9, con una delle estremità spezzata, il cui filo ha preso la forma accidentale di serpe soltanto in conseguenza dei ripiegamenti subiti dopo esservi stata al fuoco. Nella Tav. VIII, f. 1, 9, sono raffigurate altre due armille, l'una di sottile e l'altra di grosso [62] filo cilindrico; la prima mancante di un segmento del circolo, e la seconda a circolo intiero, ma colle estremità disunite. Particolarmente rimarcabile è l'armilla della Tav. VI, f. 1, a nastro piatto e nervatura longitudinale nel mezzo, sporgente dalla pagina esteriore e cogli orli cordonati. Appartengono alla stessa forma anche le armille della Tav. VIII, f. 2, 8, colla sola differenza che non hanno gli orli cordonati, e l'armilla della Tav. VII, f. 6, colle due estremiti incartocciate. Tutte queste armille variano nel diametro da 60-65 mm. Di particolare importanza è, per ultimo, l'armilla di lamina convessa alla faccia esteriore e liscia all'interiore, ad otto giri di spirale, del diametro di 50 mm., e colle estremità a cartoccio (Tav. VI, f. 8).

Hanno pure la forma spirale gli anelli per le dita della Tav. VII, f. 8, e della Tav. VIII, f. 5; altri sono poi a semplice laminella, priva di ogni ornamentazione (Tav. VII, f. 7).

Le armille spirali, tutte però spezzate, non mancarono neppure in quella parte della necropoli che venne esplorata dal prof. Moser. Lo stesso dicasi degli anelli spirali, e così pure di quelli a semplice laminella, ai quali andò compagno un unico anello di ferro.

Le Tavole aggiunte alla relazione, ci mostrano il disegno di tre armille "ad asticella di bronzo più o meno solida, piegate a circolo. Due armille hanno le estremità aperte, la terza sovrapposte. Nella relazione fassi menzione anche del rinvenimento di frammenti di armille a nodi ed a cannello vuoto (30).

Più copiosa e sotto molti rapporti corrispondente a quella del Museo archeologico provinciale è la raccolta del Dr. Marchesetti. Qui pure e'incontriamo nelle armille a nastro piatto colla cordonatura agli orli e la nervatura longitudinale; in quelle a spranga liscia od ornata di triangoli incisi a buUino; ed in armille a semplice cerchio di filo di bronzo, ora cilindrico ed ora quadrangolare, talfiata chiuse e tal altra aperte alle loro estremità. Di un filo di bronzo ritorto e ridotto a frammenti è incerto se esso abbia fatto parte di un'armilla, oppure se siano pezzi di una torqui (31).

Pregevole parimenti per numero e varietà, è la collezione degli anelli: vi figurano gli anelli a spirale, quelli formati da un solo filo di bronzo, altri da un pezzo di lamina di bronzo unita, oppure ravvolta in modo da potersi a piacimento allargare o restringere (32).

Divise per serie e numeri, il Museo arch. prov. possiede: 2 armille spirali di bronzo, di cui l'una frammentata; 3 a nastro piatto con cordonature agli orli e nervatura longitudinale; 14 con sola nervatura; 4 a filo rotondo ed uncino; 8 a filo rotondo. Poi: 2 anelli spirali ed altri 2 a lamina di bronzo. Passarono nel Museo Imp. 5 armille spirali a frammenti; altre 3, pure spezzate, delle quali per mancanza di descrizione non è dato di precisarne la forma; alquanti frammenti di armille a nodi ed a cannello vuoto; e 3 armille ad asticella. Indi: 3 anelli spirali, io a lamina di bronzo ed 1 di ferro. E nel Museo triestino: 26 armille di varie forme, la maggior parte però spezzate; 2 anelli spirali; 1 a lamina di bronzo unita; 1 a lamina ravvolta; e 3 anelli, l'uno a filo di bronzo, l'altro colla fascia interna liscia e convessa la esteriore, ed il terzo alquanto ingrossato in una parte del cerchio.

Per le correlazioni tengono un posto specialmente distinto le armille a nastro piatto e nervatura longitudinale, e quelle a più giri di spirale. Secondo il prof. Castelfranco (33), le armille a nastro piatto della necropoli di Gollasecca, cui le nostre farebbero in certa guisa riscontro, non possono confrontarsi con alcune di quelle trovate nelle necropoli italiane del i.° periodo del ferro, eccettuata la necropoli di Este, in cui fu rinvenuta un'armilla di questa forma (34). Ma di queste armille a nastro piatto e nervatura longitudinale se ne sarebbero pure [63] trovate nel Bellunese (35), a Vadena (36), nelle palafitte di Peschiera, nel secondo suo gruppo, ragguagliato dal Pigorini alla 1.a età del ferro (37), a Estavayer (lago di Neuchatel), ed in altre località francesi.

Per le armille spirali non mancano i riscontri con quelle di Este, 2.° periodo dell'età del ferro (38), colle armille di Bismantova (39), e con quelle della necropoli di Kobau, nel territorio degli Ossetti nel Caucaso (40), colla sola differenza che tanto le prime quanto le seconde hanno il riccio conico compito nelle due estremità.

Di anelli spirali abbiamo esempi nella necropoli caucasiana prenominata, a Villa Nessi (41), a Bologna dai predi Arnoaldi (42), ad Este, 2.° periodo (43), a Vadena (44), dove troviamo pure gli anelli da dito a laminella, i quali ricorrono numerosi nel Bellunese.

Viceversa gli anelli da dito sono rarissimi nella grande necropoli di Hallstatt. Sotto tale riguardo la necropoli di Vermo manifesterebbe pertanto particolari attinenze colle necropoli di Bologna e di Este, e con quelle dei Bellunese.

Fibule. — Il Museo arch. prov. possiede due fibule del tipo Certosa (Tav. VII, f. 2) ed altre due a filo spirale, prive entrambi dell'ardiglione (Tav. VI, f. 2). Gli scavi praticati dal prof. Moser diedero una fibula ad arco laminare. Una delle estremità forma il riccio, l'altra, ripiegata, forma la staffa, in cui introducevasi l'ardiglione. Poi una fibula a navicella, colla staffa corta e larga, nella quale entra il lungo ardiglione, che si stacca dalla sommità con un solo giro. Ed infine una fibula serpeggiante con canaletto, che finisce in una pallottola appuntita, e nel quale entra l'ago diviso da un disco dal resto della fibula. Tutte le suddette fibule sono di bronzo. La relazione ricorda anche una fibula di ferro, male conservata, senza più precisa determinazione della forma (45).

Il Dr. Marchesetti rinvenne: due fibule, tipo Certosa; una fibula coli'arco alquanto rigonfiato e fornito di tre pallottole; una fibula in cui la spirale si ravvolge quattro volte in senso traversale, e coli'ago in continuazione della stessa spirale dell'arco, tipo La Tene; ed infine una fibula di tipo incerto, avendone spezzata la spirale. La staffa di questa fibula si ripiega all'esterno per formare quasi un secondo ardiglione, che s'inserisce al di sopra della metà dell'arco (46).

Il principio di decorazione spiraliforme, applicato ai vari oggetti ornamentali, sembra dovuto alle genti ariane, che portarono in Europa la civiltà del bronzo, e presero le loro prime sedi nelle palafitte, o nelle terremare. Esempi bellissimi di dischetti spiraliformi in filo di bronzo ci offrono i depositi dell'Ungheria, nei quali apparisce pure la fibula spirale (47). — Poco usitata nella media Italia, la fibula spirale sembra farsi più numerosa nella parte meridionale; ma non manca nemmeno nel Bellunese (48), ed al di là delle Alpi a Hallstatt (49), a Watsch (50) ecc.

Sulle fibule a navicella e serpeggianti, e su quelle a bottoni od a globetti, trattò molto [64] ampiamente il Pigorini (51). Secondo questo scrittore, le prime esistono a Oppeano, a Este (20 periodo), nel Comasco, a Gollasecca, nelle necropoli Bolognesi, in Toscana, nell'Umbria, nella provincia di Roma. Mancano poi nell'Italia inferiore, e non ebbero neppure considerevole sviluppo al di là dell'Alpi, cioè a Hallstatt, e nella Svizzera. Si trovano però anche a Watsch (52).

Similmente le fibule serpeggianti coli'ago ornato di piccolo disco, od anche prive di que-st'ultimo, ricorrono a S. Pietro presso Gorizia, nel Bellunese, nel Vicentino, a Gollasecca, Oppeano, Este, (dove non appajono però prima del 3.° periodo), nel Bolognese, tanto nello strato archeologico di Villano va, quanto negli altri meno antichi di Marzabotto, e della Certosa, a Corneto-Tarquinia, ed a Vadena (53). Mancano nel Comasco, ed a Bismantova. Al di là delle Alpi, abbondano nella necropoli di Hallstatt, e si trovano pure a Watsch (54).

Le fibule a bottoni od a globetti s'incontrano negli Abruzzi e nelle Marche; ne furono trovate parimenti negli scavi dell'Esquilino in Roma, nelle tombe di Villanova, e negli savi Arnoaldi, a S. Ilario d'Enza nel Reggiano, a Gollasecca, nel Comasco, nel Bellunese. Ed oltre l'Alpe nell'Ungheria, a Hallstatt, e nelle tombe di Watsch (55). Questa forma di fibula, seguendo sempre la dotta esposizione del Pigorini, si troverebbe nell'Alta Italia, nelle necropoli del i.° periodo dell'età del ferro, e non esisterebbe più nelle tombe etrusche di Marzabotto, e della Certosa di Bologna.

La fibula che prende poi il nome da quest'ultima necropoli è pure comune nell'Italia superiore; ricorre ad Este (56), nelle tombe del 30, per farsi sempre più rara in quelle del 40 periodo; apparisce in certa quantità a Vadena (57), ed è rappresentata appena da qualche esemplare al di là delle Alpi, e nella stessa necropoli di Hallstatt.

Ci resta, per ultimo, la fibula di tipo gallico, rinvenuta a Vermo ed apparsa nel centro dell'Europa e nell'Alta Italia, al tempo delle grandi migrazioni celtiche del IV secolo a. C. Questo tipo di fibula, detto La Tène, dal sito del suo primo ritrovamento, è comune a tutti i territori, che furono occupati dai Galli, ed a quelli che per ragione di vicinanza erano soggetti alla loro influenza. La fibula La Tène ha durato sino entro il tempo imperiale, sebbene Y originario tipo ne andasse poscia dai romani perfezionato ed ingentilito.

Riepilogando il sin qui detto, le fibule spiraliformi trovate a Vermo possono essere dovute tanto alle influenze del nord, quanto a quelle del sud, per mezzo delle marittime relazioni; mentre le fibule a navicella, le serpeggianti e quelle a bottoni, od a globetti, attesterebbero la influenza dell'antica civiltà italica, quelle a tipo Certosa della civiltà etrusca, e finalmente la fibula La Tène segnerebbe il primo apparire della influenza gallica.

Collane, cinturoni e fermagli. — Di questa triplice serie di oggetti il Museo arch. prov. è mancante di ogni esemplare.

Nessuna collana fu parimenti rinvenuta dal prof. Moser. Più fortunato in questo riguardo fu il Dr. Marchesetti, il quale trovò nelle tombe da lui esplorate parecchi canelli spiraliformi (58), che, com'è noto, venivano infilzati in un filo, e, o soli, od alternati con perle d'ambra, o'di vetro, formavano le collane. Questi canelli spirali erano conosciuti ancora dai palafittici, essendosene rinvenuti a Peschiera (59) ed in altre stazioni lacustri, e comparvero pure nelle necropoli [65] di Kobau nel Caucaso (60), di Bismantova (61), Este (62) nel 3.0 periodo, di Vadena (63); ed oltr'Alpe, a Watsch (64) ed a Hallstatt (65).

Rispetto ai cinturoni, un frammento di placchetta è raffigurato dalla Tav. IV f. 14, unita alla relazione del prof. Moser. La placchetta, lavorata a cesello, è divisa longitudinalmente in quattro campi da lineette parallele: i due campi di mezzo vanno adorni di una fila di esili oche o cigni, che si è preteso di rappresentarvi, quelli di sopra e di sotto di un meandro rettilineo. Il Dr. Marchesetti ci offre i disegni di frammenti di altri due capi di cinturone, lavorati parimenti a cesello, l'uno decorato di un meandro rettilineo, e l'altro di una doppia serie di uccelli, intorno alla quale gira un triplice fregio di triangoli, nei quali sono tracciate a regolari distanze delle linee parallele ad un lato. Ad una delle estremità vi ha poi un foro circolare, al di sotto del quale è incisa la croce gammata, ossia swasiika (66).

Per quelli dei miei lettori che ignorassero il significato di questo simbolo, riporto qui quanto scrisse nel proposito il chiariss.o Conte Gozzadini. «Codesta croce gammata, apparsa fra noi primamente a Villanova, e uno dei prischi e più sacri simboli religiosi della stirpe ariana e rappresentava, secondo che giudicano dotti indianisti, i due pezzi di legno dai quali traevasi il sacro fuoco (Agni). La si vede nei più antichi templi delle Indie, ed è menzionata nel Ramayana; è frequente negli oggetti scavati nella Troade, particolarmente nelle fusajuole, è figurata in vasi arcaici greci e in molti dei monumenti di Cipro, scoperti dal generale Palma di Cesnola; fu trovata nelle tombe arcaiche di Cere, ed in stoviglie, in pitture, in bronzi, in orerie d'altre tombe paleo-etrusche ed etrusche. Passò via via nella simbolica cristiana, onde ne va adorna la celebre cattedrale di S. Ambrogio a Milano, e «possiamo seguirla, come dice il Ch. Conestabile, in tutte le epoche e in tutti i paesi prima e dopo il cristianesimo.» (67).

Dei pochi fermagli rinvenuti è degno di nota quello formato da un pezzo fincstrato, minutamente descritto dal Dr. Marchesetti (68); mentre quelli scoperti dal prof. Moser avrebbero tutti la forma più comune di fermagli a gancio ed occhiello (69).

I cinturoni di Vermo, o per meglio dire capi di cinturone, non possono paragonarsi per ricchezza di ornamentazione e finitezza di esecuzione a quelli stupendi di Este (70), 2° e 30 periodo, di Corneto-Tarquinia (71), di Hallstatt (72), ed al cinturone di recente scoperto a Watsch (73); tuttavia, come prodotto d'arte, meritano pur essi di essere tenuti in qualche pregio, e per la presenza della swasiika incisa su uno dei medesimi, tradiscono forse una remota antichità.

Ornamenti vari. — Fra questa categoria di ornamenti vorrei porre, ma non ne sono bene sicuro per la mancanza di riscontri a me noti, il frammento di placca della Tav. VIlI. f. 7. La placca di bronzo fuso ha lo spessore di mm. 3. Ornata su una delle faccie di un meandro vagamente punteggiato, porta infissa una borchia conica all'orlo dell'arco, la quale, ribadita dall'opposta faccia, tiene serrato alla placca altro frammento di sottile laminella di bronzo. All'orlo di cadauno dei lati spezzati vedesi un foro rotondo, al quale, come io suppongo, saranno state appese le catenine, ed a queste altri gingilli.

[66] Il prof. Moser ci mostra un orecchino di bronzo, formato da due anellini infilati l'uno neir altro, ed un pettinino decorato da una delle faccie di cerchielli a due giri concentrici, con punto centrale (74). Di questi pettinini si hanno esempi in Este (75) nel 20 e 30 periodo, e negli scavi Arnoaldi Veli presso Bologna (76). Il Dr. Marchesetti ci fa conoscere, alla sua volta, un grazioso cavallino di bronzo che serviva parimenti quale gingillo da appendersi a qualche fibula o collana, come lo dimostra l'occhiello soprastante al suo dorso (77). Questo cavallino appartiene al museo privato dei signori  Luciani-Scampicchio. E fra gii oggetti messi da lui stesso all'aprico vanno notate le-bulle da collana; gli scudetti decorati di circoli concentrici, che l'egregio autore suppone possano aver appartenuto a quella serie di dischi di bronzo che ricoprivano gli elmi antichi, quali ne vennero non ha guari trovati a S. Margarethen (78), ma che potrebbero avere anche servito da addobbi di persona applicati a fascie di cuojo o di lino, od a qualche bardatura equina; il campanelluccio quadrangolare; i frammenti di spirale ecc. ecc. (79). A questi oggetti ornamentali vanno per ultimo aggiunti i molti bottoni di bronzo rinvenuti in tutti gli scavi, in forma di piccoli dischi convessi da un parte e peduncolati alla concaviti.

Di ossa lavorate ricorderò il capo di pendente con cerchiellini incisi e punto centrale, di forma oblunga, piano e levigato di sotto e un po'convesso di sopra, scoperto dal prof. Moser (80); e l'altro capo di pendente trovato dal Dr. Marchesetti, avente la forma di spola, con un buco nel centro e con alcune serie di tre cerchi concentrici (81). Di ossa consimili ornamentate non mancano i riscontri a Bologna negli scavi Arnoaldi Veli (82), a Hallstatt (83) ecc.

Non fecero difetto neanche le perle di ambra e di vetro. Una perla di ambra, di forma rotonda, è posseduta dal Dr. Marchesetti (84); ed altre sette perle della stessa sostanza diedero le tombe esplorate dal prof. Moser (85). Non è detto però di qual colore esse siano. E parlando delle perle di vetro, T antichità dei quale è pari a quella del bronzo, il Dr. Marchesetti accenna al ritrovamento di una perla di colore bluastro, ornata alla superficie di tre serie di cerchi concentrici incavati ed incrostati da un vetro giallo non trasparente; di altra perletta color bleu di Berlino, a fregi bianchi non sovrapposti, ma compenetrati nella sostanza stessa della perla; di una terza perla di un vetro verde mare, che appare divisa in una serie di coste; nonchè di altre per-lette semplici, rotonde od ovali, quali di colore azzurro e quali brune (86). Dal prof. Moser furono rinvenute in una tomba due perle policrome, assieme a quattro perle di ambra di grandezza scalare, ed in altre tombe parecchie altre perfette semplici, eguali alle surriferite (87). Gli scavi provinciali diedero una sola perla di vetro opaco, spezzata a metà, ornata come la suddescritta di cerchi circolari incavati ed incrostati da una pasta vitrea di colore giallo (Tav. V. f. 10). Le perle di ambra e di vetro sono un ornamento molto diffuso nell'età del ferro; compaiono ad Este nel 30 periodo (88), a Villanova (89), e negli scavi Arnoaldi Veli presso Bologna (90), a Marzabotto (91), a Vadena (92), a Hallstatt (93), a Watsch (94) ecc.

[67] Nel novero degli oggetti ornamentali non esito, per ultimo, di porre anche, se non tutte, almeno alcune delle cosidette fusajuole di creta che furono trovate a Vermo, in tutti gli scavi. Esse variano per dimensioni e forme, quali essendo quasi sferiche, altre compresse alle due estremità, altre piriformi, altre esagonali. Il Dr. Marchesetti scoperse, tra le altre, una fusajuola convessa da un lato e piana dall'altro, formata dal condilo di un omero umano, ed altra fusajuola rivestita da uno dei lati di lamina di bronzo (95). Il prof. Moser ci dà i disegni di due eleganti fusajuole di creta, entrambe di forma quasi sferica, l'una contornata alle estremità superiore ed inferiore di cerchiellini graffiti con punto centrale, e l'altra di una bella spirale in cavorilievo (96). Due fusajuole di forma molto comune sono quelle rappresentate dalla Tav. VI. f. 7, e VII f. 5.

Le fusajuole servivano a differenti usi, secondo la loro forma e grandezza, e secondo che erano fregiate o no. Ciò spiega anche la loro grande quantità in tutte le necropoli dell'età del ferro al di qua ed al di là delle Alpi. Nella Troade il celebre Dr. Schliemann disseppellì a migliaia le fusajuole.

La fusajuola rivestita per metà di lamina di bronzo ricorda le stoviglie guarnite con scudetti metallici, apparse in Este nel 2.° periodo (97), e delle quali si ebbero esempi anche nella necropoli di Corneto-Tarquinia (98). L'uso di decorare le stoviglie con piccoli dischi o borchiette di bronzo pare che fosse tutto proprio degli Euganei, le quali stoviglie, come loro manufatto, passarono poi le Alpi, essendosene trovate anche a Maria-Rast nella Stiria.

B. Strumenti ed utensili.

Armi. — Delle armi di selce trovate nella necropoli di Vermo ho già discorso in altro luogo; mi resta ancora di parlare delle metalliche. In una tomba priva dell'ossuario e ripiena di fina polvere di carbone il prof. Moser rinvenne un frammento di spada di bronzo lungo 4 cent. e largo mm. 15, la quale, a giudicare dal disegno, sarebbe leggermente costolata nel mezzo per tutta la lunghezza della lama; parallela alla costa ed ai tagli corre poi una doppia serie di lineette incise a zig-zag.

Come strumento di difesa va notato l'elmo conico da lui scoperto in altra tomba, formato da una sottile lamina di bronzo, con fianchi rettilinei, e munito da uno dei lati di sette paja di fori rotondi, disposti dall'alto al basso. Poco al disopra dell'orlo d'apertura vi sono applicati due paja di fori rotondi in direzione fra loro opposta. Tenuto conto della proporzionale misura indicata dal disegno, l'elmo dovrebbe essere alto 21 centim. e largo all'apertura 20 centim. (99). Di armi in ferro la relazione del sunnominato prof, fa menzione soltanto di una punta di lancia (100). Di questo stesso metallo il Dr. Marchesetti trovò alquante punte di giavellotto, cuspidi, e frammenti di picche. Uno dei giavellotti ha la punta triquetra molto breve; l'altra estremità è cilindrica e cava, per innestarvi l'asta (101). Gli scavi provinciali diedero solamente uno spuntone di ferro. Tanta povertà di armi comprova ad evidenza che l'antico popolo di Vermo non era dedito alle arti della guerra, ma prediligeva quelle della pace,

Coltelli. — La Tav. VIII f. 6 ci mostra l'estremità inferiore di un coltellino di bronzo fuso, con un principio di decorazione a bullino e cinque fori rotondi. Due fori, l'uno sovrapposto all'altro, sono disposti a cadauno dei lati; al basso, quasi nel mezzo, vi è il quinto foro, senza dubbio tutti destinati ad assodare alla lama il manico di osso o di legno, mediante altrettanti [68] chiodi. Un coltello perfettamente simile a questo fu trovato in una torbiera sull'altura di Castion nel Bellunese (102). Di ferro si ebbero due coltelli, l'uno scoperto dal prof. Moser e l'altro negli scavi provinciali. Quest'ultimo coltello dal tipo serpeggiante è munito di lungo còdolo. Il coltello, dopo levato dal rogo, venne ripiegato sopra se stesso, ed è al presente molto consumato dall'ossido.

Aghi da cucire, punteruoli ecc. — Il solo ago di bronzo che fu rinvenuto è quello disegnato nella Tav. VI. f. 9. È formato da un doppio filo metallico leggermente battuto; nel mezzo dell'estremità superiore si apre una cruna oblunga, l'altra estremità ha la punta aguzza. La sua lunghezza è di 7 centim. Abbondano di rincontro gli aghi di osso, quale quello della Tav. VIII f. 3, colla cruna rotonda e l'estremità superiore spezzata. Di aghi consimili ci offrono pure esempi le Tavole annesse alle relazioni del prof. Moser (103) e del Dr. Marchesetti (104). Fra gli utensili abbiamo, per ultimo, i due punteruoli di corno di cervo della Tav. VI f. 4 e delli Tav. VIlI f. 4. A questi oggetti fanno riscontro l'ago spezzato colla cruna circolare, e le molte corna di cervo lavorate, scoperte dal Dr. Marchesetti. Gli aghi di osso, i punteruoli, i raschiatoi ecc. sono un'apparizione non rara nelle stazioni neolitiche, nelle palafitte e terremare, e nei fondi di capanna, e si mantengono anche durante il i.° e 2.0 periodo dell'età del ferro. Nella necropoli di Este l'ago da cucire di bronzo comparisce nel 2.° periodo, e non vi mancano parimenti i punteruoli d'osso (105). L'ago di bronzo ricorre anche a Hallstatt, ma la cruna si apre in testa dell'ago, in forma di occhiello oblungo (106).

C. Vasi di creta e di bronzo.

Le scoperte dei vasi cinerari non datano soltanto dalle recenti esplorazioni della necropoli di Vermo. Per confessione dello stesso proprietario del fondo, egli mise via via casualmente a nudo in una decorrenza di più che trent'anni, scassandovi il terreno, molti ossuari fittili, appellati dai nostri contadini pignate, ripieni di ossa combuste, i quali furono tutti inesorabilmente spezzati, nella vana speranza che contenessero il bramato tesoro. Esso proprietario calcola che di questo modo siano andati miseramente sciupati almeno 50 vasi di creta. Altri 100 vasi all'incirca sono stati scoperti dal prof. Moser, dei quali, tra intieri e ricostruiti, ei ne avrebbe ricuperato 12. Il Sig. Beltramini che ha diretto gli scavi eseguiti per conto della Provincia ne ha infine trovato 83, e salvato 18. Aggiungendo ai fittili i 2 vasi di bronzo scoperti da quest'ultimo, e gli altri n pure di bronzo, tra intieri e spezzati, rinvenuti dal prof. Moser, avrebbesi quindi la totalità di 246 vasi dell'una e dell'altra specie, che vennero disseppelliti nel sepolcreto suddetto.

La pasta dei vasi è in generale molto grossolana, essendo composta di argilla rude, unita a carbone ed a granuli di spato calcare. Il numero maggiore dei vasi è coperto da una leggera ingubbiatura con argilla più fina; la tinta ne è per lo più bruna e talvolta rosso-gialla.

Fra le eccezioni vanno notati un vaso di argilla vagliata e lavorato al tornio, ed una elegante coppa a striscie nere, entrambi probabilmente di fabbrica non indigena, rinvenuti dal Dr. Marchesetti (107), ed un terzo vaso di argilla fina, giallognola e molto cotta, esternamente dipinto a colore bruno-oscuro, il quale fu trovato dal prof. Moser (108).

In quanto alle forme, il tipo sopra ogni altro prevalente è quello dei vasi rigonfiati a mezzo o presso il labbro, con ampia bocca, collo breve, labbro ripiegato in fuori e fondo schiacciato. Dopo questa forma viene quella del cono rovescio, e non vi manca neppure la vera situla.

[69] Nella decorazione dei vasi si vede mantenuta quella allora di uso generale, cioè la geometrica, la quale ottehevasi incidendo sulla creta molle, mediante una stecca d'osso o di metallo, le varie combinazioni di linee e di fregi (Tav. IX). Così veggiamo riprodotte sui vasi queste linee in forma di fascie, di triangoli (Tav. II f. 4, 6, e Tav. IlI f. 3, 8, 9), di cerchiellini impressi a stampo (Tav. II f. 5), di fascie quadrettate, frammezzate da una ingegnosa combinazione di triangoli coi vertici rivolti in su, in giù, al mezzo delle zone, ecc, (Tav. IX, e Tav. IlI f. 4).

GÌ* identici motivi di decorazione ripetonsi anche su altri vasi; e se il disegno non m'inganna, non sarebbonvi neppure mancate la impressione a granitura e la decorazione a stecca con figura di due anitrelle su due cocci rinvenuti dal prof. Moser (109).

Oltre agli ornati ad incisione ed impressione, appariscono su alcuni vasi anche quelli a rilievo ed a cavo-rilievo. In rilievo abbiamo il fregio del vaso della Tav. II f. 1, il quale fregio potrebbe aversi per un serpentello, quando non fosse piuttosto una sigla; le due asticelle parallele del vaso f. 3 della stessa Tavola, le quali ripetonsi sull'opposta faccia, però allontanate l'una dall'altra di cent. 18; ed infine, i tre cerchielli distribuiti con intervalli eguali al di sopra della maggiore sporgenza del ventre, sul vaso della Tav. Ili f. 5. E di ornati a rilievo, come sarebbero le sigle, le bugnette, il cordone, la spirale ricorrente ecc. si hanno parimenti esempi su vasi intieri o frammentari delle raccolte Moser e Marchesetti, nonchè sopra frammenti posseduti dal Museo provinciale. Il cavo-rilievo è rappresentato dall'unico vaso della Tav. III. f. 9, cui manca la parte superiore. È desso adorno di triangoli o piramidette, che si staccano con vicenda alterna dall'alto al basso e dal basso all'alto, dal cavo delle fascie orizzontali superiore ed inferiore. — Del tutto eccezionale per la sua decorazione si presenta, per ultimo, la situla di argilla rossa, scoperta dal prof. Moser, la quale è contornata sotto il collo, sul ventre e sulla estremità inferiore, da un meandro di due cerchielli concentrici, impressi a punzone e coperti di sottile foglia di piombo, trasformato dal tempo in carbonato di piombo, ma tuttora riconoscibile nel cavo dei cerchielli (110).

Semplicissima è pure la tecnica dei vasi. Fatti a mano, lisciati colla stecca e cotti al fuoco aperto, non tutti però allo stesso grado, ne ciascuno in ogni parte egualmente, scorgesi nei vasi più cotti una zona nericcia in mezzo a due di colore rosso; mentre nei meno cotti la pasta apparisce totalmente di colore nero. I vasi sono in generale privi di anse, e quei pochi che ne sono forniti hanno il manico ad occhiello. Fra gli ansati è degno di nota particolare il vaso rinvenuto dal prof. Moser, munito di manico orizzontale con due cornettini, che spuntano dalla cima (111), i quali ricordano Y antichissima ansa lunata, e ricorrono ad Este su vasi del 3.0 periodo (112).

Rispetto alle forme dei vasi non ornati, rimando, onde non dilungarmi di troppo, all'ispezione delle Tav. II e III.

Nei riscontri dei bronzi che ho fin qui istituito cogli oggetti analoghi rinvenuti in altre necropoli della i.a età del ferro, abbiamo più volte veduto come la necropoli di Vermo manifesti molte attinenze con quella di Este, alla quale si uniformano in generale tutte le altre necropoli del gruppo euganeo. Tale attinenza spicca però ancora maggiormente nei vasi cinerari. A parte, infatti, l'eleganza delle forme, la venusti e varietà della ornamentazione, le quali dimostrano a quale alto grado di progresso fosse salita colà la fabbricazione dei fittili, noi troviamo mantenuti a Vermo, sebbene in modo rozzo e primordiale, quegli stessi tipi dell'urna rigonfiata a mezzo o presso il labbro, che sono i caratteristici dell'urna di Este nel 2.0 e 3.0 periodo, e di tutto il gruppo euganeo. Lo stesso dicasi delle situle: quella, per esempio, scoperta dal prof. Moser e poc'anzi da me menzionata, ha la identica forma delle situle di creta della necropoli di Este, nell'epoca di transizione dal 2.0 al 3.0 periodo, la quale forma, secondo quanto ne dice [70] il prof. Prosdocimi, si appalesa in una curva dapprima sporgente e poi rientrante verso la base, a differenza degli stessi ossuari del 2.° periodo, che hanno una linea retta dal collo alla base (113).

Più singolari, attesa la notevole distanza, sono i rapporti colla celebre necropoli di Golasecca, dove pure ricorre nel i.° periodo della i.a età del ferro, lo stesso tipo di cinerari a rigonfiamento medio e decorati di triangoli graffiti (114); e cosi pure colle urne rigonfiate della non meno importante necropoli di Bismantova, la quale, secondo l'autorevole giudizio del prof. Chierici, cui sono intieramente dovute la scoperta e l'illustrazione di quella necropoli, sembra partecipare, nel i.° periodo dell'età del ferro, delle influenze delle due civiltà di Este e Felsina indipendenti l'uria dall'altra per origine e sviluppo nelle due regioni divise dal Po, la prima volgendosi alle Alpi, e la seconda stringendosi maggiormente alla civiltà omologa dell'Etruria centrale (115).

Non minore è la importanza dei vasi di bronzo scoperti a Vermo. Primeggia fra essi la bellissima cista a cordoni (Tav. IV), alta cent. 16.4, e larga cent. 16, col disco del diametro di cent. 18, che le serve di coperchio, al quale manca però il bottone del centro. Mancano parimenti alla cista i manichi, che erano ad arco girevoli. È dessa formata da una sottile lamina, riunita mediante rimboccatura e chiodi dalla testa schiacciata, ed ha nel centro del fondo una depressione circolare. Come vedesi dal disegno, le fascie della cista sono ornate di una triplice fila di capocchiette lavorate a sbalzo, il quale motivo di ornamentazione ripetesi anche sul disco, ma con tale vaghezza di disposizione, da renderlo veramente ammirabile per la squisita eleganza e precisione del lavoro. Non meno pregevole è l'altro vaso laminare a mezza sfera, del diametro di cent. 24 (Tav. V), decorato presso l'orlo di una serie di fascie incise a zig-zag, a triangoli riempiti da linee parallele ad uno dei lati, ed a lineette perpendicolari, dall'ultima delle quali fascie staccansi delle piramidette parimenti riempite ad uno dei lati da linee parallele, col vertice rivolto al basso. Il vaso è privo dell'ansa.

I vasi scoperti dal prof. Moser sono i seguenti: una cista a quattro cordoni formata da due lamine riunite mediante quattro chiodi. Altra cista incompleta a sei cordoni; nella fascia, fra il quarto e quinto cordone, ricorrono strisce verticali a zig-zag. Due situle alte 20 cent., di forma conica e sagomate con una bella curva che ne restringe l'apertura, la quale finisce in piccolo labbro rivolto in fuori. Decorate di due cordoni orizzontali rilevati alla base del collo, hanno entrambe la lamina riunita coli'inchiodatura, e mancano dei manichi girevoli ond'erano fornite. Tre ciotole, due a frammenti e la terza col solo fondo spezzato. Quest'ultima, di forma quasi emisferica, porta incisàsotto l'orlo una fascia di lineette a zig-zag, serrata fra due fascie di lineette parallele. Il fondo mostra nel centro una depressione circolare. Un vaso cilindrico a larga bocca ed alquanto più ristretto alla base, ornato attorno a questa di lineette incise. Una cape-duncola alquanto logora, alta cent. 7, 5 e larga cent. 20; vi manca l'ansa inchiodata. Infine un decimo vaso spezzato e di forma non determinabile (116).

Ai suddetti vasi di bronzo sono d'aggiungersi due ciste frammentarie a cordoni, scoperte dal Dr. Marchesetti in prossimità del sepolcreto. L'una colle fascie ornate di due serie di capocchie, ad eccezione della prima fascia sotto il cordone superiore, che ne ha una sola fila, priva del manico, eh'era girevole, e col fondo formato al pari della cista di una lamina sottile, sulla quale girano due cerchi concentrici (117). L'altra cista, tutta a pezzi, ha per ornamento una doppia greca alternante di linee e di figure di uccelli, nei quali l'artista voleva rappresentare dei cigni o delle oche (118). Viene per ultimo un frammento di vaso emisferico, i cui ornati graffiti sono consimili a quelli del vaso poc'anzi descritto (119).

[71] È fuori del mio assunto di dare una dettagliata statistica delle situle e delle ciste a cordoni. Di queste ultime si è diffusamente occupato il Conte Gozzadini (120), dimostrando come il centro industriale delle ciste a cordoni, che egli divide in paleo-etrusche ed in etrusche, debba riporsi nella Circumpadana, e segnatamente nellEtruria settentrionale, dove di cotali ciste ne fu rinvenuto un numero quasi doppio di tutto il resto di Europa, ben 45 essendone provenute, sino all'anno 1877, dal solo territorio bolognese.

Rarissime nel territorio estense ed eccezionali altresì nel Bellunese (121) le ciste a cordoni addivengono ad un tratto frequenti nel territorio istriano, come lo dimostrano le cinque ciste disseppellite nella necropoli di Vermo, tuttochè parzialmente sinora esplorata, e la cista trovata dal Dr. Marchesetti nella caverna di S. Daniele sul Carso di Trieste (122). L'altra cista da lui menzionata, e che conservasi al Museo archeologico di quella città, coli'indicazione Aquileja, è di provenienza incerta, ed in ogni caso estranea a queste contrade (123). Una settima cista a cordoni fu rinvenuta nella necropoli dei Pizzughi presso Parenzo.

Al di là delle Alpi, per tacere dei pochi esemplari di ciste scoperte nella Svizzera, in Francia, nel Belgio ed in Germania, otto sole sarebbero le ciste a cordoni conosciute negli altri paesi della Cisleitania, cioè: una a Strakonitz in Boemia, sei a Hallstatt, ed una a Moritzing nel Tirolo, quest'ultima ornata di figure umane.

La cista della Tav. IV è del tipo di quelle di Hallstatt, ed il coperchio è pure simile a quelli delle situle di quella necropoli (124); ma tanto la prima, quanto il secondo, sono altresì analoghi per la loro ornamentazione a capocchiette, al secchiello cilindrico ed ai coperchi delle situle degli scavi Arnoaldi Veli (125).

Riguardo alle situle, basti ch'io dica in generale qualmente le medesime facessero la loro prima apparizione a Villanova, come arnese di rito funerario e religioso, e che più tardi appena fossero adoperate come ossuari al pari delle ciste a cordoni, destinate in origine a contenere oggetti di uso domestico. La situla proviene, come si esprime il prof. Orsi, da quel largo patrimonio di civiltà orientale che appare nel Bolognese, nell'età prectrusca; ma è conservata eziandio nel periodo etrusco, sebbene essenzialmente modificata dal lato tecnico (126). Oltrechè a Villanova, la situla comparisce nella sua forma più antica negli strati umbri de Lucca, Benacci, ed Arnoaldi Veli di Bologna (127). La situla di bronzo si trova a Este appena nel 3.0 periodo; ma fu preceduta dalla situla di creta colà comparsa già nel 2.0 e mantenutasi anche nel 3.0 periodo.

Le situle figurate a sbalzo ed a graffito di Este, chiamate ciste dal prof. Prosdocimi, sono ormai dappertutto celebri pel loro grande valore archeologico ed artistico (128).

Dove le situle ad uso di ossuario si fanno però straordinariamente numerose si è nel Bellunese (129); ma non mancano neppure, sebbene molto diminuite di numero, in altre tombe euganee, ed a Vadena (130). Al di là delle Alpi ricordo la bellissima situla figurata non ha guari scoperta a Watsch (131), e le situle di Hallstatt (132).

[72] Noto per incidenza che anche ai Pizzughi furono dissotterrate due situle a pezzi, molto danneggiate dall'ossido e prive di manichi, le quali riscontrano per la forma con quelle di Arnoaldi e di Hallstatt; mentre le situle di Vermo, col loro labbro spianato in fuori, assomigliano invece quelle di Este.

Il vaso emisferico della Tav. V riscontra perfettamente nella decorazione con quelli di Hallstatt (133). A questa forma di vasi accostansi le ciotole; la capeduncola è poi molto analoga a quelle degli scavi Arnoaldi Veli (134) e di Hallstatt (135).

Da quanto sono venuto sin qui esponendo, risulta pertanto abbastanza manifesto come la necropoli di Vermo si colleghi principalmente coi suoi fittili rigonfiati a mezzo o presso il labbro, e cosi pure colla forma delle sue situle di creta e di bronzo, al centro di Este; ma dimostri nello stesso tempo, particolarmente colle sue ciste a cordoni, di non essere stata estranea agi'influssi della civiltà umbro-italica, la quale trova il suo maggiore e più splendido centro di manifestazione in Villanova e negli strati umbri ed etruschi dell'antica Felsina. La presenza a Vermo di vasi emisferici di bronzo, i quali sembrano essere una manifattura speciale del centro transalpino di Hallstatt, sul conto del quale non toccherò adesso la questione se esso rappresenti una civiltà propria, originale, o non sia altro che la stessa civiltà italiana di Este e Bologna, portata nella valle danubiana, denota poi tutt'al più, in mancanza di rapporti etnici, che non si potrebbero così facilmente ammettere fra le due popolazioni, la sussistenza di rapporti commerciali a mezzo di mercanti ambulanti.

D. Oggetti varii.

Per completare la serie dei ritrovamenti annovero ancora due idoletti di creta disseppelliti dal Dr. Marchesetti, l'uno raffigurante, forse, la testa di un bue, e l'altro rappresentante un animale, com'ei lo descrive: «dal collo largo, dal becco d'uccello e dagli occhi molto grandi, quale in antico veniva generalmente figurata la civetta. Esso è plasmato della solita argilla grossolana a granuli di calcite, e misura in altezza 112 mm.Alla metà del corpo trovasi fatalmente spezzato, sicchè non è possibile indicare se terminasse in coda od in altra guisa ». Prosegue l'autore, osservando che quest'idolo ricorderebbe quelli trovati in copia dallo Schliemann a Troja, Tirino e Micene, e eh'egli riferisce a Pallade dalla faccia di civetta, la dea tutelare d'Ilio, già ricordata da Omero. Di cotali idoli se ne sarebbero trovati anche nelle palafitte di Lubiana (136).

In tutti gli scavi si rinvennero, infine, molti denti ed ossa spezzate di bue, pecora, capra, cavallo e majale, corna di cervo e di capriolo, quali allo stato naturale e quali lavorate per ricavarne punte, aghi, raschiatoi, ecc., oppure segate in senso trasversale; scheggie di selce, pestelli d'arenaria e di dolomite, pietre da macina, pallottole di pietra di varia grandezza, gusci di molluschi marini, quali il Cerithium vulgatum e la Monodonta tessellata, oltre a quelli verificati dal Dr. Marchesetti negli avanzi dei pasti, dei quali ho fatto in altro luogo menzione. [73]

E. Analisi dei bronzi.

Per nulla omettere di quanto può conferire alla più esatta conoscenza dei bronzi preistorici di Vermo, riporto qui anche i risultati dell'analisi chimica eseguita dal chiarisse prof. Vierthaler, di alcuni oggetti della raccolta del Dr. Marchesetti (137).

OGGETTO PREISTORICO

Rame

Stagno

Piombo

Ferro

Nichelio

Argento

Antimonio

in 100 parti

Braccialetto N. 1 ritrovati a Vermo

187.341

10.358

2.120

traccie

0.167

2

 88.379

9-534

1.863

»

0.104

traccie

3

83.S27

13.615

2.396

0.250

4

88.811

7.319

3.603

traccie

0 164

Cista e cordone

83.317

14.756

1.582

»

0.234

traccie

Piombo della cista

98.480

0.450

»

Fibula

81.512

16.668

 1.193

traccie

0.525

Gingillo Campana

83.593

16.141

0.043

0.221

traccie

Cintura

86.175

13.621

traccie

0.101I

»

Aes

99-317

0.456

-—

0.123

CONCHIUSIONE.

Mi affretto alla conclusione.

Sul carattere della nostra necropoli furono emessi due giudizi. Il già ricordato Hochstetter, preside della Commissione preistorica, quando ebbe esaminati a Vienna gli oggetti raccolti dal prof. Moser, proferse il giudizio: « che i ritrovamenti di Vermo concordano molto bene con quelli antico-italici dell'Italia superiore, derivati dai supposti sepolcri umbri, ed appartengono perciò al periodo di Hallstatt, al pari dei ritrovamenti nella Carniola, sebbene chiaramente ne risulti una differenza regionale fra gli uni e gli altri » (138). Il Dr. Marchesetti dedusse, alla sua volta, dai risultati delle comparazioni da lui istituite, che: «il sepolcreto di Vermo si trovi, più che con altri, in istretto rapporto col centro euganeo, potendolo riferire ai primi periodi dello stesso» (139).

Il risultato complessivo delle molte comparazioni, che mi venne fatto di addurre superiormente, conferma appieno l'aggiustatezza di quest'ultimo giudizio. Se però consideriamo che la civiltà di Este, quale essa ci apparisce nella i.a età del ferro colle sue arti ed industrie, altro non è in sostanza che la stessa civiltà umbro-italica, operante nell'Italia superiore con qualche diversità d'indirizzo e di forme; riescono da questo fatto anche abbastanza chiarite le molte attinenze della necropoli di Vermo con quella di Villanova e cogli strati umbri delle necropoli bolognesi, nonchè la successiva apparizione a Vermo, colle ciste a cordoni e colle fibule del tipo Certosa, delle influenze della civiltà etrusca settentrionale.

Rispetto ai rapporti con Hallstatt, non potrei che ripetere quanto già dissi poc'anzi, cioè, che i medesimi non possono attribuirsi ad affinità etniche, ma a semplici relazioni commerciali con quel centro di civiltà transalpina; supposto però sempre eh'esso rappresenti una civiltà del tutto propria ed originale, e non sia invece la stessa civiltà italica, penetrata nella grande vallata danubiana.

Alla domanda: qual'è il popolo che riposa a Vermo? il materiale archeologico sinora scoperto ci autorizza a dare una sola risposta positiva, quella cioè, di'esso non è di origine [74] gallica. — Al di là di questa risposta non si può andare, senza entrare nel campo delle ipotesi più o meno fondate.

Tuttavia se Helbig fa derivare gl'Italici dalla grande famiglia venuta nell'Europa centrale colla migrazione ariana od indo-europea, di cui una parte andò ad occupare la penisola ellenica, sotto il nome di Pelasgi, mentre l'altra prescelse a sua dimora Y Italia superiore e media, sotto il nome d'Italici (140); se gli Euganei, prima che vi immigrassero i Veneti, estendevano le loro sedi sopra tutto il territorio fra le Alpi ed il Po, e fra il Timavo e l'Oglio, ossia su tutta la parte orientale dell'Italia superiore a settentrione del Po, dando persino allo stesso Timavo il nome di fiume Euganeo (141)); se non è ancora escluso che gli Euganei fossero pur essi un ramo della grande famiglia italica (142); e se non vi ha, infine, sufficiente ragione per ritenere che tutti gì* Italici siano entrati solamente dalla parte della Svizzera nella valle del Po, compresi pur quelli, le cui sedi, per essere più vicine alle Alpi orientali, avrebbero dovuto preferire a quel lungo e penoso giro il passo per quest1 ultime, cotanto più breve e meno irto di difficoltà, non sembrami fuori di luogo il supporre che quello stesso popolo abbia occupato pure, sotto il nome di Euganei, la penisola istriana, portando seco quella civiltà che ci fu svelata dalla necropoli di Vermo (e da quella dei Pizzughi) e che troviamo rappresentata a Este nel suo massimo splendore. Ma questa non è altro che una mia supposizione: già d'ipotesi sugli antichi abitanti dell'Istria se ne sono fatte tante, che una di più od una di meno non può nuocere gran fatto alla causa delle venture indagini.

Mi resta a dire, per ultimo, poche parole sull'età della necropoli. Se riguardasi alla suppellettile dei bronzi e segnatamente agli aghi crinali a globetti ed alle ciste a cordoni, l'età della necropoli di Vermo non andrebbe più in là del secolo V a. C. Ma quel materiale non è il solo che essa ci abbia manifestato. GÌ'istrumenti litici, le scheggie di selce, le ossa di animali lavorate, la rozza pasta dei fittili, l'arte ancora primitiva di fabbricarli e decorarli, accennano abbastanza chiaramente ad un'origine più lontana della necropoli, la quale confondesi coli'origine stessa del castelliere. Ma di questa prima origine pur troppo nulla ci è noto di positivo per poterne stabilire neppure approssimativamente l'epoca. Auguriamoci per tanto che le incominciate ricerche paletnologiche siano attivamente proseguite così a Vermo come altrove nella, nostra provincia, quale mezzo che solo può condurci a rischiarare il molto bujo che circonda la nostra preistoria, e ad aprirci nuovi e forse insperati orizzonti sul conto del nostro lontano passato.

Andrea Dr. Amoroso.

Note:

  1. De Franceschi. L'Istria, Note storiche, p. 17. Parenzo, 1879.
  2. Deschmann und Hochstetter. Prähistorische Ansiedlungen ecc. in Krain. Band XLII der Akad. d. Wissenschaften, 1879. Wien.
  3. De Franceschi. O. c., p. 19.
  4. «La Provincia» Anno XI N. 1. Capodistria.
  5. Burton. Notes on the Castellieri ecc. Questo opuscolo fu tradotto in lingua italiana dalla Nobildonna Nicolina March. Gravisi, nata de Madonizza, di Capodistria, ed ivi pubblicato nel 1877.
  6. Benussi. L'Istria sino ad Augusto, p. 137. — Trieste, 1883.
  7. Kandler. Lettera al Dr. Amoroso, pubblicata nell'«Osservatore Triestino» a. 1870.
  8. Benussi. O. c., p. 136.
  9. I colli dei Pizzughi, distanti 5 chilometri all'incirca da Parenzo, formano un gruppo di tre castellieri. Di due di questi castellieri vennero in parte esplorate le rispettive necropoli, su di che sarà riferito in altra successiva pubblicazione. (Nota della Direzione)
  10. Benussi. O. c., p. 139 e seg
  11. Oesterreichisches Iahrbuch fùr den oesterreichischen Volksschriften-Verein, geleitet und herausgegeben von Frhr. v. Helfert. — 8. Iahrg. Wien, 1884.
  12. Marchesetti. Di alcune antichità scoperte a Vermo presso Pisino d* Istria. — Archeog. Triest. Voi. X., p. 416, con Tav.
  13. Marchesetti. O. c.
  14. Marchesetti. La Necropoli di Vermo presso Pisino nell'Istria. — Bull, della Società Adriatica di scienze naturali in Trieste. Vol. VIII. 1883, con N. 5 Tav.
  15. Moser. Bericht ùber die Necropole v. Vermo ecc. Band. LXXXIX der Sitzb., d. akad. d. Wissenschaften 1. Abth. Mai-Heft. Iahrg. 1884. mit. V Taf.
  16. La Direzione della Società si sente in obbligo di porgere le sue più distinte grazie alla Giunta prov., la quale pose a sua disposizione tutto il materiale archeologico derivato dagli scavi di Vermo, e per averle altresì generosamente ceduto le Tavole litografate dei disegni. Egualmente la Direzione adempie ad un grato dovere, tributando ben meritate parole di encomio al sig. Antonio Beltramini, segretario comunale in Pisino, il quale ha diretto con molto amore e perspicacia gli scavi suddetti, nonchè al giovane sig. Giulio De Franceschi, al cui merito sono dovute le bellissime tavole dei disegni.
  17. Riferisco su questo proposito il seguente brano di lettera inviata dal sig. Beltramini alla Direzione in data 3 Novembre 1884.

    «Il ripiano superiore del fondo Martincich è difeso a valle da una scarpata erbosa, o come qui dicono da un coronale. All'estremità N. di questo ripiano, fin da quando incominciai gli scavi nel 1883, mi venne dato di osservare un rialzo che da un lato si arrotondava in guisa da formare quasi un segmento ellissoidale. Pensai dapprima che il rialzo potesse essere casuale, e secondante soltanto la forma della roccia sottoposta al terreno. Senonchè, avuto campo di considerare poscia alquanto meglio la forma del terreno circostante — dove il coronale si abbassa gradatamente a pendenza in senso longitudinale, quasi a formare una via di discesa dal rialzo — mi balenò l'idea che il medesimo sia stato eretto per qualche uso, e precisamente che ivi potesse esistere V ustrinà del sepolcreto.

    Accintomi allo scavo di questo rialzo, si svelarono ai miei occhi circostanze tali, che non mi lasciarono dubitare dell'esistenza del sospettato rogo.

    Per raggiungere la roccia viva dovetti scavare in un punto fino alla profondità di ra. 3.15, la quale va poi scemando cosi che lo scavo procede più a monte, fino ad arrivare a m. 1.70 entro il limite del rialzo. Lo scavo mi presentò le seguenti stratificazioni:

    a.

    terra arativa nera

    m.

    .80

    b,

    terra color nocciuola, polverosa (ceneri)

    m.

    1.10

    c.

    pietrame misto a terra nerissima, strato assai compatto

    m.

    .65

    d.

    pietre di varie forme, per la più parte tolte dai monti vicini, e dai torrenti

    m.

    .20

    e.

    ceneri miste a ghiande abbrustolite, ad ossa, entro una conca scavata nella roccia

    m.

    .40

     

    Assieme

    m.

    3.15

    Lo strato ad b è di una compattezza tale, che sotto il medesimo si potrebbe scavare una galleria, senza pericolo di caduta della volta, quand* anche vi passassero sopra dei carri pesanti. La terra ad e e pel colore, e perchè polverosa, io la ho indubbiamente per cenere dei roghi. La conca ad e fu scavata per collocarvi i cadaveri destinati alla cremazione, e per potervi indi raccogliere le ceneri. La conca stessa è un ellissoide in lunghezza di m. 1.22, in larghezza di metri 1.07, ed in profondità 0.23.

    Negli strati di cenere trovai molte ghiande abbrustolite e carboni, ossa d* animali (cervo, maiale, capra, bue ecc.), le quali manifestamente sono da aversi per resti di banchetti, tanto a motivo della rottura, quanto perchè le medesime portano evidenti traccie di avere subito l'azione del fuoco. Il fondo e gli orli della conca sono anneriti dal fuoco, e cosi pure le pietre che si trovarono vicine alla conca.»
     

  18. Prosdocimi. Notizie degli scavi di antichità della r. Accademia dei Lincei a Roma. Gennaio 1822, con VIII Tav.
  19. Le Comte et Senateux Iean Gozzadini. La Necropole de Villanova. Bologna 1870.
  20. Orsi. La Necropoli italica di Vadena. Rovereto 1883. Con IX Tav.
  21. Moser. O. c.. — Tav. IV, f. 2, 6, 12.
  22. Ibidem. — Tav. IV, f. 13.
  23. Ibidem. — Tav. V, f. 5.
  24. Gli oggetti disseppelliti dal prof. Moser passarono in custodia del Museo Imperiale in Vienna, e quelli raccolti dal Dr. Marchesetti trovansi al Museo civico di storia naturale in Trieste.
  25. Marchesetti. O. c.. alla Nota 1 pag. 58. — Tav. Ili, f. io, 12, 9, 11, 13.
  26. Nel dare l'inventario degli oggetti rinvenuti dal Prof. Moser e dal Dr. Marchesetti, io mi sono attenuto, per quanto mi era concesso, alle pubblicazioni rispettive.
  27. Orsi. O. c.. pag. 33.
  28. Pigorini. Oggetti della prima età del ferro scoperti in Oppeano nel Veronese, Bull, palet. ital. 1878, p. 117. — Note paletnologiche friulane, Bull, palet. Ital. 1880, p. 131.
  29. Prosdocimi. O. c., — Tav. IV, f. 38, 39.
  30. Moser. O. c., Tav. IV, f. 3 a, b, e.
  31. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58. — Tav. II, f. 5-9, 11-14, e f. 10.
  32. Ibidem, Tav. Ili, f. 1-8.
  33. Castelfranco. Bronzi eccezionali di una tomba della necropoli di Gollasecca. — Bull, palet ital. 1879, p. 77'
  34. Prosdocimi. O. c Tav. IlI, f. 3.
  35. Leicht. Avanzi preistorici nel Bellunese, 1871, Tav. f. 11.
  36. Orsi. O. c., p. 61, Tav. IV, f. 13.
  37. Pigorini. Le abitazioni lacustri di Peschiera, nel lago di Garda. — Estr. d. Atti dell'Acc. dei Lincei.
  38. Prosdocimi. O. c., Tav. IV, f. 33.
  39. Chierici. Bull, palet. ital. 1882, p. 118, Tav, VI, f. 8.
  40. Wirchow. Das Gràberfeld von Kobau, im Lande der Osseten, in Kaukasus, Berlin, 1883. Tav. IX, f. 5, 6.
  41. Gherardini. Not. d. scavi ecc. 1882, p. 35-36.
  42. Orsi. O. c., p. 65.
  43. Prosdocimi. O. c., p. 29.
  44. Orsi. O. c., Tav. IV, f. 20.
  45. Moser. O. c., Tav. V, f. 2, 9, 14.
  46. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58. — Tav. IlI, f. 16-21.
  47. Hampel. Antiquitès prehistoriques de la Hongrie. Tav. X, f. 6, 7.
  48. Leicht. Studi, e raffronti sull'età del bronzo. Tav. Ili, f. 15. Atti del r. Ateneo Veneto, 1871-72.
  49. Sacken. Das Grabfeid von Hallstatt. — Tav. XIII, f. 9, io.
  50. Deschmann und Hochstetter. O. c., Tav. IX, f. 18.
  51. Pigorini, Bull, palet. ital. 1877, p. 121, e 1878, p. 113.
  52. Deschmann und Hochstetter. O. c., Tav. IX, f. 13, 15, 16.
  53. Orsi. O. c., p. 45.
  54. Deschmann und Hochstetter. O. c., Tav. IX, f. 8, io, 11.
  55. Ibidem Tav. IX, f. 14.
  56. Prosdocimi. O. c., — Tav. VI, f. 76.
  57. Orsi. O. c., p. 53.
  58. Marchesetti. O. c., alla, Nota 1 pag. 58. — Tav. V, f. 8, io.
  59. Sacken. Die Pfahlbauten in Garda-See. p. 31.
  60. Wirchow. O. c., Tav. Ili, VII, IX.
  61. Chierici. Bull, palet. ital. 1882, p. 120, Tav. VI, f. 5.
  62. Prosdocimi. O. c., Tav. V. f. 72.
  63. Orsi. O. c., Tav. VI, f. 19, 20.
  64. Deschmann und Hochstetter. O. c., Tav. XI, f. 9, io, 11.
  65. Sacken. O. c., Tav. XVII, f. 17, 18.
  66. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. IV, f. 1, 2.
  67. Gozzadini. Intorno agli scavi archeologici fatti dal sig. A. Arnoaldi Veli presso Bologna. — Bologna, 1877.
  68. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. IlI, f. 22.
  69. Moser. O. c., Tav. V, f. 11, 13.
  70. Prosdocimi. O. c., Tav. IV, V, VI, VII.
  71. Gherardini. Not. d. scavi ecc. 1882, Tav. XIII, f. 19.
  72. Sacken. O. c., Tav. IX-XL
  73. Wurmbrand. Mittheil. d. Antrop. Gesellschaft. Wien, XIV, B. II, III, Heft 1884, p. 40.
  74. Moser. O. c., Tav. V, f. 1, 6.
  75. Prosdocimi. O. c., Tav. V, f. 72.
  76. Gozzadini. O. c., Tav. X, f. 7.
  77. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 57 Tav. unica, f. 10.
  78. Hochstetter. Die neuesten Gràberfunde, v. Watsch, und S. Margarethen in Krain. Band XLVII, d. k. Akad. d. Wissenschaften, 1883. Wien.
  79. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. V, f. 12, 13, 3, 4 — II, f. 14, 15.
  80. Moser. O. c., Tav. V, f. 10.
  81. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. II, f. 4.
  82. Gozzadini. O. c., Tav. IX, f. 11, 12, 13.
  83. Sacken. O. c., Tav. XIX, f. 4, 5, 6.
  84. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 57 Tav. unica f. 7.
  85. Moser. O. c., Dag. 17, 24, 27.
  86. Marchesetti. ó. e. alla Nota 1 pag. 58 Tav. IV, f. 11, 12, 13.
  87. Moser. O. c., p. 31.
  88. Prosdocimi. O e. pag. 22.
  89. Gozzadini. La Necropole de Villanova.
  90. Gozzadini. O. c., Tav. XI, f. 8, Tav. XII, f. n, 16 e Tav. XIII, f. 12.
  91. Gozzadini. Di ulteriori scoperte a Marzabotto — Bologna, 1870.
  92. Orsi. O. c., Tav. IV, f. 15.
  93. Saken. O. c., Tav. XVII, f. 32-37.
  94. Deachmann und Hochstetter. O. c., Tav. XIV.
  95. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 57, e 58 Tav. IV, f. 4-10.
  96. Moser. O. c., Tav. V, f. 3, 7,
  97. Prosdocimi. O. c., Tav. II, f. 7.
  98. Gherardini. Not. d. scavi ecc. p. 176.
  99. Un elmo conico consimile fu scoperto anche ai Pizzughi.
  100. Moser. O. c., Tav. IV, f. 1, io.
  101. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. IV, f. 18-22,
  102. Leicht. Avanzi preistorici ecc. Tav. unica, f. 1.
  103. Moser. O. c., Tav. V, f. 4, 8.
  104. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. II, f. 1, 2, 3.
  105. Prosdocimi. O. c., Tav. IV, f. 40, 46, 47.
  106. Sacken. O. c., Tav. XIX, f. 14.
  107. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. I, f. 4, 6.
  108. Moser. O. c., Tav. III f. 2.
  109. Moser. O. c., Tav. IlI, f. 13, 16.
  110. Moser. O. c., Tav. IlI, f. n.
  111. Moser. O. c., Tav. IlI, f. 9.
  112. Prosdocimi. O. c., Tav. V, f. 48, 61.
  113. Prosdocimi. Bull, palet. ital. 1880, p. 91, e Not. d. scavi ecc. Tav. IV, f. 1.
  114. Castelfranco. Due periodi della prima età del ferro nella necropoli di Golasecca. Bull, di palet ìtal. 1876, p. 87.
  115. Chierici. Una visita al Museo Archeologico di Este. Bull, palet. ital. 1878, p. 75.
  116. Moser. O. c., Tav. IV, f. 5, 8, 4, 9, p. 27, Tav. IV, f. 5, 7.
  117. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. I, f. 1.
  118. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 57 Tav. unica, £ 9.
  119. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. V, f. 5.
  120. Gozzadini. O. c., alla Nota 8 pag. 65.
  121. Leicht. Avanzi preistorici ecc. Tav. unica, f. 17.
  122. Marchesetti. Sugli oggetti preistorici scoperti recentemente a S. Daniele del Carso. — Bull, della Società Adriat. di Scienze naturali in Trieste, 1878, N. 1, VoL IV.
  123. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58.
  124. Sacken. O. c., Tav. XXII, f. 1, e Tav. XX, f. 13.
  125. Gozzadini. O. c., Tav. VII, f. 8 e tav. VIII f. 5.
  126. Orsi. O. c., p. 109.
  127. Gozzadini. O. c., Tav. VIII, f. 4.
  128. Prosdocimi. Bull, palet. ital. 1880, Tav. VI, f. 1, e Not d. scavi ecc. Tav. VI, VII.
  129. Leicht. Avanzi preistorici ecc. Tav. unica, f. 15-16.
  130. Orsi. O. c., p. 104.
  131. Hochstetter. O. c., Tav. I, e Deschmann nelle Mitth. d. kk. Central-Comm. ecc. Vol. IX, fase. 1, 2, 3, 1883. Vienna.
  132. Sacken. O. c., Tav. XX.
  133. Sacken. O. c., Tav. XXIII, f. 6, 7.
  134. Gozzadini. O. c., Tav. VIlI, f. 7, 9.
  135. Sacken. O. c., Tav. XXV, f. 4.
  136. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58 Tav. V, f. 16. Al Museo provinciale venne regalato non ha guari dal Dr. Luigi de Gironcoli, ora medico comunale in Visinada, un idolo consimile al suddescritto, il quale sarebbe stato rinvenuto in una località a lui ignota del distretto di Buje. Quest'idolo di creta biancastra, alto mm. io, rappresenta una civetta, la quale tiene sospesa col becco una figura umana, lunga mm. 4, che le pende sul petto, rozzamente rilevata nei soli contorni, colle braccia arcuate a penzoloni, e il corpo avvolto in una specie di sajo, che non lascia vedere l'estremità dei piedi. — Ed il Dr. Fligier, dando nella Wiener Allgemeine Zeiiung dei 7 febbraio 1885 una breve notizia sulle recenti scoperte paletnologiche di Tordos, nella valle inferiore della Maros in Transilvania, dove sarebbero stati trovati oltre 6000 oggetti lavorati di pietra, di osso, di creta e di metallo, accenna pure al rinvenimento colà di alcuni idoli, i quali «hanno una sorprendente rassomiglianza colla dea tutelare d' Ilio», ossia, con Pallade dalla faccia di civetta.
  137. Vierthaler. Bull, della Soc. Adr. di scienze naturali in Trieste. Vol. VIII. Anno 1883-84.
  138. Moser. O. c., p. 32.
  139. Marchesetti. O. c., alla Nota 1 pag. 58, p. 25.
  140. Helbig. Die Italiker in der Poebene. Leipzig, 1879.
  141. Benussi. O. c., p. 97.
  142. Il Bar. Czoernig, nella sua recentissima opera: «Die alten Völker Oberitaliens» ascrive gli Euganei alla famiglia degli Etruschi, i quali (Euganei) avrebbero occupato il territorio di Ateste, dapprima umbro (italico) p. 29 e seg.

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Created: Tuesday, August 5, 2008; Last Updated: Wednesday, 21 December 2011
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