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Andrea Amoroso Prominent Istrians |
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Le necropoli preistoriche dei Pizzughi [Tratto da "Le necropoli preistoriche dei Pizzughi", Atti e Memorie della Società istriana di archeologia, Vol. 5, 1889, p. 225-261 + 10 tavole.] Partendo da Parenzo, il primo castelliere che si presenta nella direzione di levante-scirocco, a quattro chilometri circa di distanza in linea retta dalla città, è quello di monte S. Angelo [ora Veli Sv. Anđelo], alto 107 metri sopra il livello del mare. È desso un ampio castelliere a tre cinte concentriche, di cui la superiore conserva ancora alcuni avanzi delle antiche mura, formate da grandi massi rettangolari di pietra calcare sovrapposti l'uno all'altro senza legame di cemento, e conserva pure la soglia ed uno degli stipiti della porta d'ingresso. Questo monte dà il nome alla sottoposta amplissima valle, che si distende a'suoi piedi a guisa di un grande quadrilatero, orgoglio e speranza dei bravi agricoltori parentini, che in breve volgere di anni l'hanno quasi per intiero trasformata in un vasto vigneto modello. A poca distanza da S. Angelo, verso settentrione, sorge l'altro castelliere di monte Mordelle [ora Mordele], egualmente a tre cinte concentriche, ma di dimensioni molto più ristrette del primo. Ormai di questo castelliere poco più rimane, essendovi stata aperta nel monte una cava di pietre. Proseguendo infine il cammino da monte S. Angelo, nella stessa direzione di levante-scilocco, si giunge, dopo altri quattro chilometri circa di percorrenza, ai colli dei Pizzughi, i quali chiudono da questo lato le ultime propaggini della valle suddetta. Questi colli, quasi allineati, sono tre: due di essi sono immediatamente attigui; il terzo è distante dal colle mediano di circa 300 metri. Il colle maggiore ha l'altezza di 110 metri sopra il livello del mare. Intorno a cadaun colle girano tre cinte concentriche, segno indubbio [226] di castelliere preistorico. Delle antiche mura di difesa non vedesi più che qua e là qualche rara vestigia. Diboscati i colli, le acque travolsero nel loro corso, non più frenato da alcun impedimento, buona parte del rivestimento terroso; laonde, venuto meno alle mura il sostegno, lentamente si sfasciarono, precipitando a valle i massi rettangolari di pietra, ond'erano formate. Per ampiezza di cinte, i tre castellieri dei Pizzughi tengono un posto di mezzo in confronto di molti altri castellieri del territorio parentino. Non credo di esagerare, assegnando in media a ciascuno di essi una popolazione di almeno 200 abitanti. Con questa proporzione, i 31 castellieri sinora noti del distretto giudiziario, che su per giù corrisponde all'antico agro parentino — e probabilmente non sono ancora tutti — darebbero nella campagna la complessiva popolazione di allora di 6200 abitanti. Ma essendovene taluni di amplissimi, non dubiterei che la campagna fosse popolata, in tempi anteriori alla occupazione romana, forse quanto adesso, che conta complessivamente 7744 abitanti. Una prova abbastanza convincente della numerosa popolazione dell'Istria ai tempi preromani l'abbiamo, del resto, nei rinnovati tentativi degli Istri ad impedire la fondazione della colonia romana in Aquileja (a. 183 a.C.) e nella fiera lotta da essi opposta alle legioni romane, condotte prima dai consoli Manlio e Giunio, e poscia dal console Claudio, le quali non riuscirono che a grande stento, e con molto eccidio di popolo, a rendere soggiogata l'Istria (a. 177 a.C). L'origine dei castellieri risale ad un'epoca molto remota, cui però, allo stato odierno delle indagini e delle osservazioni raccolte, non si lascia ancora nemmeno approssimativamente fissare. Certo è tuttavia che i castellieri vanno attribuiti ad uno stesso popolo immigrato nell'Istria in tempi quando l'uso del bronzo era bensì noto, ma non ancora intieramente cessato quello della pietra polita; non essendo raro il caso di rinvenire nei castellieri degli esemplari di ascie, di punte di freccia, di nuclei di selce, di ossa di cervo lavorate ecc., cose tutte che caratterizzano quest'ultima epoca. Così riusciva al chiar. dott. de Marchesetti di rinvenire ai Pizzughi, confusa fra altre pie-truzze calcaree sparse sul terreno, una bellissima punta di freccia sIIIcea ad alette e peduncolo. Questo popolo immigratore alcuni vogliono che fosse celtico, altri tracico, ed altri illirio, strettamente affine alle famiglie ellenica ed italica, il quale si distese appunto intorno alle rive dell'Adria, ed alle contermini regioni interne, fra le quali la veneta principalmente, di modo che Veneti ed Istri sarebbero della stessa origine. Quest'ultima opinione, oltrechè fondata, pei Veneti particolarmente, nelle fonti classiche, sembra essere anche la più [227] corrispondente ai risultati archeologici dell'anzidetta vastissima regione; ma abbisogna ancora, per quanto riguarda l'Istria, di una migliore conferma che non potrà venire che dal tempo e da più vaste esplorazioni archeologiche. La Tavola I rappresenta la topografia dei Pizzughi e delle rispettive necropoli (1). È d'avvertire però che, essendo stati proseguiti gli scavi in varie direzioni dopo disegnata la detta Tavola, essa non rappresenta quelle sezioni delle necropoli, che vennero successivamente esplorate. Uno scavo metodico di quei sepolcreti non è del resto effettuabile, avendosi da fare con campi coltivati a vigna, e per lo più a stretto filare. Le necropoli dei Pizzughi sono due, quella cioè del castelliere I, e l'altra del castelliere II. È probabile che anche il castelliere III abbia la propria necropoli; l'indagine non ne fu però ancora tentata. Le dette necropoli si distendono nel vento di ostro a piedi dei rispettivo castelliere, fuori della cinta inferiore. Occupano, su per giù, ciascuna una superficie di oltre due ettari di terreno inclinato a dolce pendio verso la valle. Il terreno della necropoli del castelliere I è di proprietà di Giovanni Radollovich detto Bus, villico di Monsalice; l'altro della necropoli del castelliere II appartiene in parte a Domenico Tamburin, agricoltore di Parenzo, ed in parte a Matteo Pilato ed alla nob. famiglia de Vergottini, pure da Parenzo. L'uno dei fratelli de Vergottini, il sig. Giuseppe, donò anzi cortesemente al Museo parecchi vasi di tombe fatte da lui escavare nel proprio podere, di che mi è debito di farne qui particolare menzione, in attestazione anche del mio animo grato verso l'egregio donatore. Laddove gli scavi vennero però eseguiti su più larga scala, dovunque permettevalo le colture del campo, si fu nel fondo Tamburin, il quale prestò pure, assieme ai suoi figli, premurosa ed intelligente opera in tutti gli scavi, che via via si sono andati facendo dall'autunno 1883 sino al tempo presente. D'allora in poi furono scoperte meglio di 500 tombe. Molti vasi fittIII in esse rinvenuti furono dovuti intieramente abbandonare sul sito, perchè schiacciati sotto il peso delle sfaldature, oppure frantumati dalla punta del vomere, specie nelle parti più elevate delle necropoli, dove la corrosione delle acque rese più superficiali le sepolture. I vasi ricuperati, raramente [228] intieri, vennero ricomposti con somma pazienza e perizia dal sig. Michele Ghersina, il quale prestò pure la zelante opera sua nell'ordinamento dei bronzi riferibIII ad ogni vaso, e nell'assetto materiale dell'intiero Museo. Il sito delle tombe non è indicato da nessun segno esterno. Esse non seguono neppure un determinato ordine di disposizione. In alcune sezioni, e particolarmente nella necropoli del castelliere I, le tombe si trovarono riunite a gruppi, ed aderenti l'una all'altra, per vasto tratto di terreno; in altre sezioni esse apparvero isolate, oppure largamente qua e là disseminate; in altre sezioni, infine, sebbene collocate nel bel mezzo delle necropoli, non fu rinvenuta nemmeno una tomba. Le maniere di sepolture si riducono a quattro. La prima, e più prevalente in confronto di ogni altra, è quella della fossa cIIIndrica irregolare, riparata da scaglie di calcare, e coperta da una o due lastre parimenti di pietra calcarea, conosciuta sotto la denominazione di tomba a pozzetto. La seconda maniera consiste in celle quadre di un metro circa per lato. Queste tombe erano recintate ai quattro lati da un muro largo 50-60 cm., formato da massi poligonali bene combaciatiti fra loro, ma senza legame di cemento, sì da non poter essere demolito che coli'impiego del piccone. Due grosse sfaldature di pietra calcarea ne copriva tutto il recinto. Di questa categoria di tombe, disposte l'una appresso l'altra in direzione nord-sud, ne furono rinvenute quattro nella necropoli del castelliere II. Il numero e la qualità dei vasi di bronzo e di argilla trovati in queste tombe lasciano supporre che le medesime appartenessero a famiglie particolarmente agiate. Qualche attinenza con questa forma di tombe venne constatata nella stessa necropoli in altre quattro tombe a celletta quadra, ma di più piccole dimensioni delle suddescritte, formate da scaglioni calcari con rincalzi di muriccioli a secco. Anche queste tombe aderivano l'una all'altra, ed erano coperte da una enorme sfaldatura calcarea di quasi sette metri di superfìcie e dello spessore di 30 cm. — Ciascuna tomba avea poi in separato altro lastrone di copertura, immediatamente sottoposto alla grande sfaldatura. L'apparato esterno di queste tombe non corrispose però al loro contenuto di vasi — in tutto 13 — dei quali uno solo di bronzo, consistente in una conchetta emisferica, priva dei manichi; mentre tutti gli altri vasi cinerari erano plasmati di argilla grossolana. Poverissimo si presentò pure il corredo dei bronzi, avendo le suddette tombe offerto soltanto un ago crinale a globetti ed altri due aghi della stessa categoria, coll'asta di ferro. Come terza maniera di sepoltura apparve la deposizione del vaso in semplice buca, senza alcun presidio di muro od altro. [229] Quarta ed ultima, la collocazione delle ossa combuste nel nudo terreno al fondo della tomba, coperte da una lastrella. Le due ultime forme di seppellimento devono considerarsi però come eccezionali, essendo occorse in dieci casi soltanto. Le tombe a pozzetto contenevano di regola un solo ossuario, ed eccezionalmente non mai più di tre. L'ossuario deposto nel terreno, ed incuneato tutt'all'ingiro con scaglie, veniva coperto sopra la bocca con una o due lastrelle. In sei casi soltanto la lastrella fu sostituita dalla ciotola capovolta sulla bocca del vaso. Molto frequente si è presentata pure la collocazione del vaso fra sei scaglie a guisa di piccola cassetta, sebbene il vaso fittile così presidiato non si raccomandasse poi per speciale finitezza d'impasto, nè per la sua decorazione. I vasi di bronzo erano per lo contrario tutti incassettati, ed adibiti, al pari di quelli d'argilla, come ossuario. Cosi fu pure dell'elmo conico, di cui si parlerà più avanti. Ma mentre ai vasi fittIII non venivano di regola spezzate le anse, nessun vaso di bronzo fu rinvenuto coi manichi intieri. All'infuori della ciotola, non vi hanno nelle tombe altri vasi accessori. Anche questa comparisce però per sola eccezione, quando come coperchio dell'ossuario, e quando deposta semplicemente sull'alto della tomba. I vasi fittIII aveano in generale un corredo più ricco di oggetti ornamentali dei vasi di bronzo, sebbene anche i primi, nel maggior numero, difettassero di ogni oggetto ornamentale: segno manifesto della povertà del defunto e dei suoi prossimi parenti, od indizio che quelle tombe risalgono forse ad un'epoca, nella quale il bronzo era ancora poco diffuso fra quella gente antica. Gli oggetti ornamentali, quasi sempre spezzati, stavano depositati nello strato superiore dei resti cremati, raramente al fondo dell'ossuario, e mai fuori di questo. La parte superiore di ogni ossuario è invariabilmente riempita di terra mista a carbone. La pia cerimonia dell'ossilegio veniva praticata colla massima accuratezza, non essendosi mai rinvenuto fra le ossa combuste resti di carbone o di altre materie eterogenee. La stratificazione delle tombe in entrambe le necropoli è sempre una sola. Come unica eccezione fu rinvenuto nella necropoli del castelliere II, a 60 cm. di profondità, un rozzo vaso fittile, coperto da scodella, riempiuto di ossa cremate, con entro alquante boccettine lagrìmarie di vetro, ed una moneta enea dell'Imperatore Tib. Claudio (a. 41-54 d.C). Sotto di esso vaso, ad altrettanta profondità, c'era poi l'ossuario preistorico. [230] Poco distante si è trovata pure un'urna cIIIndrica di pietra, munita di coperchio, col contenuto di ossa cremate. In prossima vicinanza giaceva nel terreno una lucerna fittile di argilla rossa, sul piattello della quale è rappresentato un genietto in rIIIevo, che sostiene colle mani un urnetta. Il rito funebre unicamente osservato dal popolo che lasciò le necropoli dei Pizzughi, fu quello della cremazione ed incinerazione. Ma mentre le lastre calcari annerite dal fuoco, la terra fortemente nericcia ed untuosa, e cosi pure i resti di carbone, lascierebbero supporre che la ustione dei cadaveri seguisse nella necropoli del castelliere I, sul sito stesso della sepoltura; sembra che la necropoli del castelliere II andasse per lo contrario fornita di apposito rogo, non presentando le sfaldature delle tombe intense macchie di annerimento, ed apparendo la terra delle sepolture soltanto leggermente venata di nero, con mescolanza di cenere. Il cadavere veniva cremato con tutti i suoi indumenti ed oggetti ornamentali, portando quest'ultimi traccie indubbie di sofferta combustione Come prova ulteriore che i castellieri dei Pizzughi fossero abitati anche durante il più tardo periodo romano, valga, per ultimo, il rinvenimento di tre scheletri umani, a breve distanza L'uno dall'altro, col capo volto a ponente e le braccia tese lungo i fianchi. L'uno di essi, che per la particolarità del sito fu potuto intieramente discoprire, giaceva disteso sopra una sfaldatura, col corpo alquanto inclinato a sinistra. Sotto la nuca vi era collocato un vasetto fittile inverniciato, altri due vasetti erano deposti sotto l'avambraccio destro. Lo scheletro misurava in lunghezza m. 1.60. I due crani, che furono ricuperati, sono dolicocefali con sporgenza marcatissima degli archi sopraccigliari e forte depressione dell'osso frontale. Su questi crani verrà più estesamente riferito da persona competente nel prossimo volume. Nel terreno, ira i detti scheletri, si trovarono due lucerne di argilla grigio-cinerea colla marca FORTIS; alquante boccettine lagrimatorie di vetro; un chiodo di ferro; sei vasetti fittIII senza vernice; due ampolle di vetro ansate, quadrilatere, una delle quali porta esternamente sul fondo a lettere leggermente rilevate, doppiamente ripetute, secondando i lati del quadrato, la marca: P. ACCIVS ALCIMVS (2); ed, infine, quattro monete enee, l'una dell'Imperatore Vespasiano (a. 69-79 d.C.), la seconda di [231] Doiniziano (a. 81-96), la terza di Trajano (a. 98-117) e la quarta non più decifrabile (3). In altra sezione del campo, dove il terreno era stato profondamente sconvolto già in tempi precedenti, apparve parimenti il frammento di un vaso aretino colla marca entro un quadrilatero ad angoli rotondati, contornato da quattro cerchielli leggermente rilevati: LVCC — Nell'interno porta graffite le lettere: L • AS (4). Per ultimo, si rinvenne un fondo di tazza colla marca: PRISCI (5). Prescindendo da questi ritrovati d'inoltrata epoca romana, le necropoli preistoriche dei Pizzughi, oltrechè non differire nei caratteri essenziali da quella di Vermo (6), corrispondono quindi pei sistemi usitati delle sepolture e pel rito costante della cremazione, alle necropoli della prima età del ferro di Este, Villanova, Bologna ecc. nell'Italia superiore; ed al di là delle Alpi, per accennare alle più prossime soltanto, a S. Margarethen, Zirknitz e Watsch nella Carniola, Villacco nella Carimi a, e Maria Rast nella Stiria. Fo'qui seguire l'inventario del materiale archeologico sinora raccolto nelle necropoli predette, il quale giugne sino alla chiusa dell'anno 1888. |
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Delle molte tombe scoperte dò appresso la descrizione soltanto di quelle che per la qualità o forma dei vasi, oppure pel loro contenuto archeologico, possono destare un interesse speciale e meglio caratterizzare le necropoli in discorso.
Passando ora alla compendiosa rivista di tutto questo materiale archeologico, convienmi innanzi tutto rilevare la svariata serie dei fittIII rinvenuti nelle due necropoli, i quali indubbiamente appartengono alle industrie locali. [244] Come il lettore se ne sarà gii avveduto dalla descrizione dei singoli vasi e dall'ispezione delle Tavole in cui ne sono raffigurate le principali forme, la tecnica dei medesimi si manifesta in generale semplicissima assai. Plasmati a mano, senza il sussidio del tornio e raramente lisciati ed ingubbiati, detti vasi sono cotti al fuoco libero ed in modo disuguale, scorgendosi nelle parti più cotte una zona nericcia in mezzo a due di colore rosso, mentre nelle meno cotte la pasta apparisce totalmente nera. La quale è pur essa molto grossolana, essendo composta di argilla rude, unita a carbone e a granuli di spato calcare. Le forme, come dissi, sono svariatissime, prevalendovi però sopra tutte le altre quella del vaso rigonfiato a mezzo o presso il labbro. Vi ricorre pure frequente la forma a doppio cono, in cui il collarino del labbro manca od è rudimentale, ed il cono tronco superiore, anzichè essere sviluppato e slanciato, rimane come tozzo; poi viene quella a cono rovescio; ed infine la situla imitante il noto tipo di Este. Nelle decorazioni dei vasi veggiamo di preferenza usitato l'ornato a rIIIevo consistente in cordoni orizzontali lisci, oppure ritorti, in fregi a zig-zag, in bugnette, perle ecc., e nella spirale corrimi dietro. La decorazione grafita a triangoli, dentelli e meandri, o con rappresentazione animale, spicca particolarmente nel gruppo dei vasi riprodotti nella Tav. IV, e cosi pure nelle ciotole e nella coppa raffigurate nella Tav. VI, n. 1, 2 e 3. La decorazione a granitura è rappresentata da un solo esemplare di vaso, in quello cioè della Tav. IV, n. 4. La riempitura del cavo delle linee con materia biancastra, quale mezzo di ornamentazione dei vasi, ricorda quella stessa decorazione che vediamo usitata a Este nel primo e più antico periodo, a Golasecca egualmente nel primo periodo, a Bismantova, a Bologna ecc. Nei riscontri dei fittIII con quelli di altre necropoli, il chiar. prof. Orsi, che ha studiato con amore e con quella rara erudizione che lo distingue queste nostre necropoli (9), ha già rilevato qualmente i cinerari della Tav. II, fig. 2 e 5, richiamino particolarmente alla foggia tipica dei vasi atestini del [245] secondo e terzo periodo (10), e rammentino pure l'ossuario di Villanova. La stessa forma di vasi ricorrerebbe anche, secondo lui, a Maria Rast nella Stiria, a PIIIchsdorf nell'Austria inferiore, a Watsch nella Carniola e nei sepolcri di quel gruppo; benchè io debba confessare di non essere stato capace di ravvisarla dal confronto di questi nostri vasi coi disegni di quelli rinvenuti in queste ultime necropoli.[246] Notevole è altresì il vaso della stessa Tav. fig. 1, il quale ricorderebbe le ciste fittIII a cordoni di Villanova presso Bologna, note dalle publicazioni del compianto senatore conte Gozzadini, alle quali ciste farebbe pure riscontro il frammento di vaso fittamente cocdonato, raffigurato nella Tav. IX, n. 5. Un'altra particolarità di vasi frequenti nelle necropoli dei Pizzughi, rilevata dall'Orsi, è quella del gruppo rappresentato dalla Tav. II, fig. 3, 4, 7, 10 e 11, i quali vasi ripeterebbero nella forma più elementare, fornitaci dal n. 7, l'ossuario arcaicissimo di Bovolone (11) e passerebbero poi a ricordare, nel progressivo loro sviluppo, le forme dell'ossuario di Bismantova (12). Non è meno degno di nota il vaso in forma di coppa della Tav. VI, fig. 6, il quale, secondo quanto egli opina, sarebbe però un mero capriccio di artefice, non rinvenendosi di tale foggia di fittIII nessun esemplare ad Este, e neppure nelle necropoli carniche. Una specialità delle necropoli dei Pizzughi sarebbero per lo contrario le ciotole raffigurate nella Tav. VI, n. 1, 3 e 6, le quali, come osserva l'Orsi, non troverebbero altro riscontro per l'orifizio rientrante e per l'ansa quadra, che in una serie molto consimile di scodeiette, che proviene da necropoli picene, e si conserva ancora inedita nel Museo preistorico di Roma. Non prestandosi per la loro conformazione ad essere adoperate da vaso potorio, direi che quelle ciotole servissero molto probabilmente da vaso rituale, per ispegnere con vino, secondo l'antichissimo costume, le ceneri ardenti, quando il rogo era tutto bruciato, oppure per aspergere con latte e vino le ossa del morto. Meritano pure particolare menzione le situle ad imitazione di quelle di Este (Tav. II, fig. 6, 8, 9, e Tav. III, fig. 8), la prima delle quali per la sua forma ricorderebbe più specialmente le situle atestine dell' epoca di transizione dal secondo al terzo periodo (13). Egualmente rimarchevoli sono le anse che portano al disopra due cornetti, e ricorrono ad Este nei terzo periodo (Tav. IX, fig. 9). Sebbene di secondaria importanza, vanno pure ascritte alla produzione fittile locale le cosidette fusajoie ed il peso d'argilla della Tav. IX, fig. 12. Le prime variano di forma, essendo ora sferiche o coniche ed ora [247] schiacciate; le sferiche vanno di frequente ornate della spirale ricorrente, semplice o doppia (ib, fig. 7), ottenuta coli'impressione di un girellino, o di una verghetta spiraliforme. Il figlilo istriano volle provarsi, per ultimo, anche colla riproduzione in plastica della figura umana (Tav. IX, fig. 8): rozzo modello, se vuoisi, ma del quale ne va pure tenuto conto. Fra i fittiIi di provenienza estera, il posto di onore appartiene senza dubbio ai due vasi della Tav. V. — Premessane la descrizione, il prof. Orsi, che di questa categoria di vasi ha fatto argomento di dIIIgentissimo studio, esprimevasi nel suo primo articolo, inserito nel «Bullettino di corrispondenza archeologica» come segue: «Per la loro foggia non si richiamano a nessuna forma tipica greca, ma uno di essi potrebbe aver qualche comu-| nanza collo stamnos, hydria, e sopra tutto con quelle forme cipriote scoperte e pubblicate dal Cesnola. Se non che in Italia una sola regione ha dato vasi non verniciati e dipinti a puro stile geometrico di fabbrica locale. E questa è l'Apulia e la Calabria. Accennerò solo di volo ai più antichi tra essi, trovati dal Viola a Taranto (Bull. 1881 p. 178), di forme in genere svariate ma piccole; esse non si conoscono molto esattamente per lo scarso numero dei medesimi fino ad ora pubblicato, sebbene non sia scarsa la messe dei rinvenuti. Ma in fine ci richiamano molto ai vasi precorinzii dell'arcipelago greco, ed ai ciprioti. Questo genere di stoviglie in Italia comincia almeno col 7° secolo, continua a fabbricarsi anche durante l'importazione dei vasi attici a figure rosse e nere (saggi a Canosa Academy 1880 pag. 14), e rappresenta la ceramica indigena volgare, usata dai poveri e dal volgo fino al chiudersi del secolo 5, ossia per stabIIIre un termine medio fino al 400. Nei due secoli successivi s'incontra invece nei prodotti di fabbrica locale la comparsa di un nuovo tipo, che il Lenormant propose di chiamare anfora iapigia, essa pure di creta giallo-pallida, con decorazioni brunastre e rossastre pure geometriche, ma meno rigide delle precedenti, poichè si inizia qualche dettaglio preso dal mondo vegetale, ed in pochissimi esemplari (tre o quattro) si trovano pure rappresentazioni di animali ed uomini, ma condotte in maniera ben trascurata: una delle principali caratteristiche di tali anfore è anche la rotula, con teste dipinte a raggi di ruota, quale appunto la si vede in uno dei nostri esemplari. Che tali due vasi istriani debbano assegnarsi, se non nettamente all'una od all'altra delle due citate categorie, almeno però al periodo di fabbricazione locale ora ricordato, che comincia col VII secolo e finisce col II, nissuno lo negherà; e poichè i nostri tipi presentano una rigida decorazione geometrica, senza indizio [248] veruno di elementi presi dal mondo vegetale od animale, ed uno di essi offre simiglianza incontestata colle brocche cipriote (Cesnola-Stern Cypern, Tav. LXXXVI, 2, 4 et alibi) sovratutto pel beccuccio cIIIndrico, sono indotto a crederli forme intermedie fra i due gruppi suddescritti, col secondo dei quali hanno affinità per la tipica rotula. Così che in tondo essi potrebbero attribuirsi al 400 circa. Colla quale epoca vanno in perfetto accordo anche i bronzi trovati e sopratutto le fìbule, che nei loro tipi segnano una cronologia, se non assoluta, pure abbastanza esatta; e poi anche le ciste a cordoni, proprie esse pure del quinto secolo, e che dopo le scoperte di Taranto, di Rugge e di Gnathia (Gaz. archeol. VII p. 93) pare non si possa più disconoscere, ripetano la loro origine dalla Grecia». Rispetto agli altri frammenti di vasi forestieri rinvenuti nelle necropoli dei Pizzughi, il prenominato professore osservava poi nel secondo suo scrìtto inserito nel «Bull, di palet. italiana» quanto appresso: «In molte di esse (tombe) si trovarono cocci di vasi pure meridionali, che mi fu dato esaminare in originale, ma che disgraziatamente per la loro piccolezza lasciano appena determinare, ed in una maniera larga, la fabbrica onde provengono. La maggior parte dimostrano frattura antica, e taluni anche forellini per le cuciture col filo metallico. Pare dunque che non sieno stati deposti nelle tombe vasi interi, ma solo frammenti, se non si voglia pensare ad una spogliazione antica, della quale non fa parola l'Amoroso (14). Tra questi avanzi ho riscontrati due o tre frammenti di quelle ceramiche che una volta si dissero impropriamente di Gnathia, ma che sono diffuse per tutta l'Apulia ed abbondano nei musei di Bari, Lecce, Oria e Taranto; probabilmente anche queste sono di fabbrica tarantina, od almeno da Taranto si diffusero i fabbricatori delle medesime ed appartengono al periodo in cui l'importazione attica è cessata. Le loro caratteristiche furono fissate sopratutto dal de Witte e consistono in una vernice nera di qualità cattiva e facilmente alterabile, con leggerissime decorazioni bianche, gialle e violacee, che riproducono simboli dionisiaci. Il migliore dei tre saggi della necropoli istriana presenta la spirale «corrimi dietro», sotto cui dei festoni a foglie d'edera con cirri di vite. Per ultimo si raccolsero pochi altri cocci apuli di bassissima età, decorati a grandi palme e a foglie di lauro; e poi gli avanzi sicuri del fondo di almeno due vasi indeterminabIII, di fabbrica etrusco-campana [249] a vernice nera iridiscente, e coperti di baccellature verticali; genere di ceramiche che, come ognuno sa, si attribuisce al finire del 3.° secolo ed a tutto il secondo». In una nota a pie' di pagina di quest'ultimo scritto, è rilevata la circostanza che anche a Vermo si è trovato un vaso d'importazione, e probabilmente di fabbrica apula, il quale «disgraziatamente si conosce solo per un cattivo disegno pubblicato dallo Schram con una notizietta sugli scavi di Vermo nelle Mittheilungen della Commissione di Vienna per la conservazione dei monumenti (1884, pag. CLIV). Posso dire soltanto che presenta la forma di un askos, ed è decorato di poche linee e di una doppia fascia a spina di pesce (15). Si badi che degli askos di fabbrica locale si trovarono anche negli strati bolognesi e cornetani più antichi». E conchiudeva questi studi già nel primo dei succitati articoli, colle testuali che qui riferisco: «Mi sono molto diffuso sopra questi fìttIII extralocali ed ho tentato fissarne con qualche accuratezza la cronologia, perchè è la prima volta, per quanto mi consta, che non solo alle estremità superiori dell'Italia, ma in tutto il bacino del Po si trovano i prodotti delle fabbriche del sud-est della penisola. Sebbene vasi a vernice nera, molto simIII a quelli etrusco-campani siensi persino trovati in una necropoli catalana del 3.° secolo a. C. (Gaz.. arch., VII, 5). Importa dunque il poter spiegare questo fatto, e tosto si ricorrerà colla mente ai famosi commerci dei Tarentini; non parlo delle ciste a cordoni, che si trovano diffuse ovunque per l'Italia, e nell'Europa centrale e persino in Polonia, ma che certo non si potrà dire vi siano state portate dai Tarentini stessi. Ma sono indizi di commerci coli'Italia centrale le monete di zecca tarentina, che non di rado si trovano in quel di Ancona e Macerate (Bull. Inst. 1882, p. 84); e dalla spiaggia picena alla opposta dell'Istria e della Dalmazia non è lunga la traversata, che oggi ancora si compie in poche ore con navi a vela, .sicchè è tutt'altro che improbabile r esistenza di relazioni tra le due coste opposte; relazioni esercitate dagli Istriani colle loro agIII e veloci strilla ricordate da Verrio (presso L. Pomp. Fest. De s. v. Serilla Verrius appellari putat navigia Histrica ac Liburnica) o con trabicula (ibidem), foggia di naviglio, che lasciò il nome ai moderni trabacoli. Anzi siamo in grado di concretare e dire di più. Floro (I, 18) [250] afferma che Taranto, centro della Calabria Lucania ed Apulia (e noi potremmo anche aggiungere delle fabbriche industriali, che spandevano i loro prodotti fìttIII fino all'Istria) «in omnes terras Histrias, Illyricum, ecc. vela dimittit». Ecco dunque una attestazione molto utile al caso nostro, di quei viaggi commerciali dei Greci dell'Italia meridionale, limitati non solo alla costa adriatica dell'Italia (ove dopo il 450 circa sorgono fattorie ad Adria, Spina e poi ad Ancona, Numana ecc.) ma pur anco sulla opposta. Viaggi che però erano giudicati molto pericolosi nell'alto Adriatico (Lisia Or. 32 e. 25), ove scorrazzavano coi pirati Histri i Liburni e gli Illirici, che furono il terrore di quelle acque, fin quando nel 228 a. C. l'opera energica dei Romani spazzò non solo il mare dai corsari, ma segnò anche l'iniziamento della potenza loro nell'Adriatico». Alla categoria dei fittIII estranei alle industrie locali vanno aggiunti: l'oinochoe di argilla depurata, di colore grigio, coll'ansa intrecciata a nodo, rinvenuta in un terreno altra volta profondamente lavorato (Tav. III, fig. 4), dove furono trovati altri quattro manichi identici; il bel vaso di fabbrica etrusco-campana (ib. fig. 7), servente da ossuario nella tomba n. 82 della necropoli del castelliere II; ed infine le note situle cordonate e zonate, oppure liscie e col cordone intorno al collo soltanto, le quali costituiscono una specialità del terzo periodo della necropoli di Este (ib. fig. 5 e 6). Come a Vermo, cosi anche ai Pizzughi, i vasi di bronzo si riducono a tre forme, cioè situle, ciste a cordoni, e vasi emisferici, ossia conche, che l'Orsi chiama anche lebeti, per la loro assoluta simiglianza coi vasi greci di tal nome e di tipo arcaico. Le prime sono raffigurate nella Tav. VI, n. 7 e 9, e si raffrontano perfettamente colle situle rinvenute negli strati umbri de Lucca, Benacci ed Arnoaldi-Veli di Bologna (16), nel Bellunese, dove si fanno molto più numerose, a Vadena nel Trentino, a Hallstatt ecc. per non dire delle stupende situle figurate a sbalzo, o graffite, di, Bologna, Este e Watsch nella Carniola. Altre quattro situle furono pure rinvenute nella necropoli di S. Lucia (17). La cista a cordoni della stessa tavola fig. io è la settima rinvenuta in Istria, avendone dato cinque la necropoli di Vermo, ed una la caverna di S. Daniele sul Carso di Trieste, esplorata dal sunnominato dott. Marchesetti. Il centro industriale di queste ciste a cordoni, secondo quanto affermava il [251] conte Gozzadini (18), dovrebbe riportarsi nella Circumpadana. Il chiar. prof. Helbig stabIIIva poi la teoria che la loro origine fosse dovuta alla Grecia, dalla quale sarebbero stati importati nell'Italia meridionale i primi archetipi di tale forma di vasi. — Per la statistica delle ciste aggiungo ai nuovi esemplari rinvenuti in Italia, e menzionati dall'Orsi, la cista a cordoni fornita di due manichi rinvenuta a S. Lucia (19), e le quattordici ciste a cordoni trovate a Kurd nell'Ungheria alla riva del fiume Kapos, nell'estate 1884, collocate entro ad una situla di bronzo di straordinaria dimensione (20). Le conche emisferiche in grossa lastra di bronzo e colla orecchietta a croce latina, delle quali è dato un saggio nella medesima Tav. VI, fig. 11 e 12, meritano pure speciale considerazione, tanto più che questa foggia di vasi sembra essere molto comune alle necropoli istriane, essendosene rinvenuti due esemplari anche nella necropoli di Vermo (21). Relazionando su questa categoria di vasi, il prof. Orsi osserva: «Fino ad ora gli archeologi non han fatto gran che attenzione a codesti recipienti, ma io li reputo degni di non minore studio delle situle e delle ciste. Ed invero nell'alta Italia, essi fan difetto nei gruppi di Este e di Felsina, mentre si riscontrano in copia in depositi tardi delle necropoli bellunesi di Caverzano e di Lozzo e poi di Asolo. Dal Veneto procedendo a sud dobbiamo arrivare fino a Tolentino prima di trovare nuovi esemplari, due altri li vediamo a Cere, e parecchi nel famoso tesoretto di Palestina, ora conservato al museo Kircheriano. Nel nord si trovarono sparsi in punti molto diversi, cioè ad Anclan presso Stettino, ad Hallstatt, a Pakzek nella Gallizia ed a Byciskdla nella Moravia (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte. Monaco 1882, fascicolo di giugno, fig. 14 della tavola). Quanto agli esemplari nordici per comune consenso degli archeologi sono ritenuti di fabbricazione ed importazione italica; gli esemplari bellunesi sono di data recente, ed i più antichi restano i ceretani ed i prenestini, appartenenti al principio del 500 a. C. Se si aggiunge che tali bacini sono rappresentati sopra vasi attici a figure nere e rosse, sostenuti da tripodi, e che dalle officine vascularie greche [252] antiche altri ne uscivano di terracotta, si arriverà senz'altro alla conclusione, che essi sono di fabbrica meridionale (greca od anche etrusca), donde furono importati nell'Italia superiore, subendo forse lievi modificazioni per adattarli agli usi ed ai capricci dei popoli presso i quali venivano importati. In ogni modo resta fermo che il tipo fondamentale deve cercarsi nella media e bassa Italia, e chi sa che non se ne abbiano a riscontrare esemplari anche nella Grecia, paletnologicamente ancora pochissimo esplorata» (22). L'uccelletto di bronzo fuso colla estremità spezzata, raffigurato nella Tav. IX, n. 19, avrà probabilmente ornato qualche altro piccolo vaso, di che ne abbiamo esempi a Hallstatt (23). Ogni altro ritrovamento cede però di gran lunga per importanza alla scoperta dell'elmo conico, riprodotto nella tavola succitato fig. 8. E qui convienmi rendere nuovamente omaggio alla particolare erudizione del prof. Orsi, riportando quanto egli scrisse intorno a quest'elmo nel «Bull, di Palet. ital.»: «Anche a Vermo fungeva da ossuario un recipiente simile; lo ha pubblicato il Moser, ma poichè mancava del vertice della callotta, egli lo ha confuso con una situla. In realtà pare dal disegno un elmo eguale in tutto a quello dei Pizzughi. Comunque sia, di elmi conici in forma di pilei, ma da ben distinguersi dai veri e propri pilei, non mancano esemplari; a mio modo di vedere essi vanno divisi in due diverse categorie, cioè in elmi conici ad apice acuminato, e ad apice arrotondato. In altre parole, elmi che presentati in sezione porgono nella calotta un arco a sesto acuto, oppure un arco a sesto tondo. Alla seconda categoria appartengono gli elmi fìttIII ed in lamina di Corneto-Tarquinia, di Beitsch nella bassa Lusazia e di Selsdorf nel Meklemburgo, di Blankenburg presso Stettino e di Rovische in Carniola, e questi piuttosto che conici si potrebbero chiamare emisferici con bottone. Sono invece del tutto eguali al nostro i seguenti:«In un bassorIIIevo assiro edito dal Layard e riprodotto dal Rawlinson è rappresentato un combattimento navale; da una parte si veggono arcieri assiri con le teste riparate da svariate forme di elmi, uno dei quali è identico a quello di Vermo, solo che va munito di bandelle o guanciali. [253] Altro elmo identico in lamina di ferro adorno di poche bullette proviene dagli scavi di Nimrud. Altro portato da due guerrieri combattenti da un carro è raffigurato in bassorIIIevi tebani della XVIII dinastia; nella metà posteriore è munito di breve tesa o grondaia. Due figurine mIIItari in terra cotta, appartenenti alla collezione Piot e provenienti da Cipro presentano lo stesso tipo di elmo con guanciali. Molti altri monumenti dell'antica arte cipriota mostrano assai diffuso in quell'isola una tal maniera di elmo. Lo porta di fatti una intera serie di teste (avanzi di statue) in pietra calcarea provenienti da Golgoi; ed in un sarcofago, dove è rappresentata una caccia al toro ed al cignale, fatta da soldati elmati e scutati, un arciere porta un elmo, il quale non e che una replica dei sopra ricordati. Ma seguendo la trasmigrazione di questa forma dall'oriente nell'occidente, ne troviamo a Dodona un esemplare perfetto, a pan di zucchero, in lamina di bronzo, munito di breve tesa continua, adattata all'orifizio non orizzontalmente ma a gronda. A Dodona si trovò ancora una figurina in bronzo di personaggio reale, dichiarata dal Witte lavoro del VI secolo, la cui testa è pure coperta da un pileo cuneiforme identico al nostro; ma non si può stabIIIre con certezza assoluta, se esso sia una copertura di feltro od un vero elmo. Un vero elmo in tutto eguale al nostro, ma che porta per aggiunta dopo una breve strozzatura una visiera a grondaia che ne recinge il lembo inferiore, e che per ciò si può reputare una replica dell'elmo di Dodona, proviene da Canosa di Puglia. Anzi a ragione si può dichiarare essere questo un tipo speciale, proprio a quella regione ed ai guerrieri apuli, poichè appunto le tombe mIIItari della regione apulo-tarentina ne hanno dato bellissime riproduzioni in terra cotta, delle quali molti esemplari si veggono nel museo di Lecce. Una novella prova di che è pure il fatto che esso elmo si vede portato quasi sempre dalle figure d'indigeni combattenti contro i Greci, le quali sono dipinte nei vasi apuli a figure rosse. Di simIII elmi conici se ne rinvennero pure alcuni esemplari nella Francia; l'uno a Berru, che dal suo stesso illustratore fu dichiarato per non gallico, l'altro fu raccolto dal letto della Saóne ed ha una brevissima cresta. Ed altri due derivano da Gorge-Meillet, e da Cuperly (E. Fourdrignier. Les casqiies gaulois à forme conique; l'influence orientale. Tours, 1880). Tutti questi elmi francesi, meno quello della Saóne, si staccano alquanto dal gruppo che ora esaminiamo; in quanto presentano un apice molto [254] acumnato, che richiami però benissimo dei tipi assiri. Come questi modelli orientali sieno arrivati in Gallia è difficile dirlo; forse mediante i Greci ed i Fenici. Certo però che la teoria formulata in tale riguardo dal Fourdrignier è insostenibile. Dopo tutto questo non esito a vedere nell'elmo dei Pizzughi un tipo la cui prima forma si deve rintracciare nella civiltà mIIItare assiro-egizia, donde fu importato in Cipro, e con mille altri elementi orientali forse anche in Grecia, sebbene della vera Grecia io non conosca esemplari. Ma Telmo dei Pizzughi è in più intimi rapporti con quello di Dodona e con gli altri del sud-est d'Italia, ed è una nuova prova dei molteplici contatti fra queste due estreme regioni della penisola. Insieme ai vasi dipinti lo portò nelP Istria o un audace pirata, preda di qualche naviglio mercantile sorpreso nell'Adriatico, od un ardito commerciante che scambiava sulla costa istriana i suoi articoli industriali, coi prodotti primi dell'interno». Fra gli oggetti d'ornamento tengono un posto distinto, almeno per la loro copia, le armille di bronzo. Abbondano sopratutto quelle ad un filo rotondo o quadrangolare, colle estremità riunite, o sovrapposte, oppure finienti in punta, od in un uncino rialzato, avendo l'altra estremità alquanto schiacciata e fornita di un foro rotondo, in cui entra l'uncino (Tav. VIII, fig. 1, 2 e 3). Queste forme di armille ricorrono nel terzo e quarto periodo di Este; mentre le armille a spirale, delle quali si hanno esempi nella stessa tavola fig. 5, 6 e 7, sarebbero invece una specialità del secondo periodo (24). Bellissima è pure l'armilla a nastro piatto a due giri, fregiata di meandro inciso a bullino (ib. fig. 4), ed una specialità sarebbe pure l'altra armilla di bronzo cordonata orizzontalmente alla faccia esteriore e liscia nella pagina interiore (ib. fig. 8). Di queste due ultime forme di armille manca, se non erro, la corrispondenza ad Este. Alla dovizia delle armille fa strano contrasto la relativa povertà delle fibule. Fra le foggie rinvenute manca affatto la fibula ad arco semplice, ma vi ricorrono invece più frequenti le fibule serpeggianti del tipo più semplice ed arcaico (Tav. VII, fig. 3 e 4), e quelle a navicella (ib. fig. 7), le quali forme di fibule vengono riferite alla civiltà umbro-italica; la fibula tipo Certosa (ib. fig. 1), propria della civiltà etrusca, di cui l'altra fibula n. 6 non sarebbe che una leggera modificazione; la fìbula a sanguisuga, [255] ed a globetti (ib. fìg. 5 e 8). Anche la fibula n. 2 colla staffa finiente in una testina di animale, appartiene al tipo Certosa. Memorabile si è il fatto del rinvenimento di una sola fìbula gallica a doppio ardiglione, coir ago in continuazione della spirale. Rispetto ai riferimenti di queste varie foggie di fibule noterò soltanto che le serpeggianti ricorrono a Este, secondo e terzo periodo (25), si fanno molto numerose a S. Lucia (26), nelle necropoli carniche, a Bologna, nella necropoli italica di Torre del Mordillo, comune di Spezzano Albanese, provincia di Cosenza, ecc. La fibula a navicella è rappresentata a Este nel secondo periodo (27), a Watsch e nelle necropoli del gruppo affine della Carniola, in quelle dell'alta Italia, a Bologna, a Hallstatt ecc. La fibula Certosa, oltrechè ricorrere molto numerosa nella celebre necropoli che le ha dato il nome, e nei correlativi sepolcreti italici, non manca parimenti a S. Lucia (28),a Vermo (29), a Corridico (museo), a Gorizia ecc. Il dott. Marchesetti ne rinvenne pure degli esemplari a Cattinara presso Trieste, a S. Daniele e sul Castelliere di S. Polo presso Monfalcone. La fibula a sanguisuga trovasi egualmente, ma più rara delle summenzionate, a Este (30), nelle necropoli dell'alta Italia, a Watsch, a Hallstatt ecc. La fibula a globetti, rinvenuta a Vermo (31) e nel ripostiglio di bronzi presso Gorizia (32) ricorre egualmente a Watsch, a Hallstatt, a Bologna negli scavi Arnoaldi-Veli, a Villanova di Bologna ed in altre necropoli italiche del primo periodo dell'età del ferro; ma scomparisce affatto nel periodo etrusco di Marzabotto e della Certosa di Bologna (33). L'ago crinale a globetti (Tav. VII, fig. 9 e 12) si riporta al secondo periodo di Este (34) Una specialità di queste necropoli sarebbe lo spillone [256] crinale fig. 13, con testa a piattello e margini forati, dai quali pendevano probabilmente gingilli appesi a catenine. Degli altri spilloni merita di essere rilevato quello della fig. 15, la cui punta immettesi in un astuccio di osso. Il Museo possiede altro bellissimo esemplare di ago crinale a globetti coll'astuccio di bronzo, corrispondente agli esemplari rinvenuti a Hallstatt (35). L'ago crinale a nodi ricorre frequente a S. Lucia (36), a Vermo (37) e nelle necropoli dell'alta Italia, a Hallstatt ecc., e manca nelle necropoli del Bolognese e dell'Italia meridionale. La rotella a quattro raggi, senz'altre appendici (Tav. IX, fig. 10), ha servito certamente di capocchia ad un ago crinale. Le rotelle radiate non mancarono a Este e nelle necropoli arcaiche di Cornetto-Tarquinia e Vetulonia. L'orecchino della Tav. IX, fig. 6, colla sola differenza che ha la pagina esteriore liscia, riscontra perfettamente nella forma gli orecchini di S. Lucia (38), quello di Hallstatt (39), che è però d'oro con ornamenti rilevati, e gli orecchini di Watsch (40). Non mi consta dalle publicazioni che l'orecchino sia stato trovato ad Este. Rimarchevole è pure la copia degli anelli a spira (Tav. IX, fig. 1 e 2), i quali pareggiano in numero gli anelli laminari lisci, oppure decorati di una nervatura longitudinale (ib. fig. 3 e 4). L'anello a spira ricorre frequente a Este nel secondo periodo (41), a Vermo (42), a Bologna nei predii Arnoaldi (43), a Vadena (44), dove troviamo pure gli anelli da dito a laminella, particolarmente numerosi nel Bellunese. Nella necropoli di Hallstatt, l'anello è per lo contrario rarissimo. Pel loro numero abbastanza rilevante e per l'artistica decorazione a bullino, meritano non minore considerazione le placche rettangolari di centurone (Tav. X, fig. 1-9). L'uno dei due capi è munito di un gancio [257] allungato di bronzo fissato con borchia, e l'altro di un forellino rotondo in cui immettesi il gancio. — Il centurone lavorato a sbalzo apparisce a Este, in tutto il suo splendore artistico, nel terzo periodo (45). A questo periodo sono da riferirsi pure i bellissimi centuroni di Hallstatt, e quello pregevolissimo scoperto a Watsch. Placche di centurone consimIII a quelle dei Pizzughi, furono rinvenute a Vermo (46), e trovansi anche nei sepolcreti bellunesi di Lozzo e Cavezzano. Nel suo magistrale lavoro sui centuroni italici, il prof. Orsi osserva «che il gruppo bellunese ha dato capi di cintura di epoca tardissima, certo non estranei a contatti con Galli; mentre le necropoli istriane presenterebbero pure delle placche con elementi geometrici non nuovi, ma combinati e complicati alquanto diversamente dell'ordinaria maniera atestina» (47). I pendagli di bronzo quali sarebbero le capsulette triangolari lavorate a sbalzo (Tav. VII, fìg. 16 e 18), le laminette triangolari incise a bullino (ib. fig. 19 e 20), delle quali è particolarmente rimarchevole la prima per la sua appendice di due figurine umane, i pendagli in forma di pettine (ib. fig. 22 e 23), di secchielli (ib. fig. 17), di uccelletti (Tav. IX, fig. 13), e di mollettine e cura-orecchie (ib. fig. 17 e 18), costituiscono parimenti uà bei corredo di oggetti ornamentali, il quale vieppiù dimostra che i nostri preistorici non fossero rimasti estranei a queir influsso di civiltà italica dei più avanzati stadi della prima età del ferro, della quale Ateste fu indubbiamente il centro più vicino ed importante d'irradiazione. Cosi noi troviamo frequentissime nel terzo periodo di quelle necropoli, come appendici di collane di ambra o di vetro, le capsule e le laminette triangolari, decorate a sbalzo od a bullino (48), i pettinini (49), i secchielli (50), gli uccelletti (51), le mollettine ed i cura-orecchie, i quali ultimi strumenti [258] venivano infilzati in varie eleganti guise nell'ago delle fibule, onde servire da pendaglio (52). Le capsule, o bulle che vogliansi chiamare, comparvero a Vermo (53), e cosi pure il pettinino (54). Il Museo possiede un secondo pettinino proveniente dalla stessa necropoli. Il pettinino di bronzo ed il cura-orecchie ricorrono a Bologna negli scavi Arnoaldi-Veli (55), la mollettina ed il cura-orecchie a Hallstatt (56), i secchielli a Watsch (57) ecc. Lo stesso dicasi di quell'ornamento spiraliforme, conosciuto sotto il nome di saltaleoni, e dei bottoni di bronzo peduncolati nella parte concava. Tanto i primi, quanto i secondi, sono comunissimi a Este nel secondo e terzo periodo (58), ricorrono egualmente in quasi tutte le necropoli italiche della prima età del ferro, e si trovano pure a Vermo (59), a S. Lucia (60), a Watsch, a Hallstatt ecc. Come si è veduto dall'inventario, l'ambra apparisce ben raramente nelle necropoli dei Pizzughi. Più frequenti sono invece le perle di vetro, fra le quali particolarmente notevoli quelle di colore bluastro incrostate di una pasta vitrea gialla (Tav. IX, fig. 11). Se ne ebbero esemplari a Vermo (61), a Este nel terzo periodo (62), negli scavi Arnoaldi-Veli presso Bologna (63), a Marzabotto, alla Certosa di Bologna, a Hallstatt (64), a Vadena, a Watsch ecc. Ripongo fra gli utensIII domestici i coltelli di ferro di forma serpeggiante ed a lungo còdolo (Tav. IX, fig. 20), e cosi pure il coltellino di bronzo fregiato a bullino (ib. fig. 24), e l'altro coltello spezzato e molto consunto dall'ossido, ma che potrebb'essere stato anche un rasoio, [259] raffigurato nella stessa tavola n. 23. — Il coltello di ferro si riporta per la forma ai coltelli dello stesso metallo rinvenuti a Este, secondo periodo (65), a Halistatt (66), a Watsch (67), a Vadena (68), ed è perfettamente simile ad altro coltello trovato a Vermo, e che conservasi nel Museo provinciale. — Il coltellino di bronzo (fig. 24) riscontra a quelli di Este, secondo periodo (69), e si ravvicina ancora di più per la forma e per la decorazione a bullino, ai coltelli di bronzo della necropoli di Vadena (70). — Per la forma lunata e per il manico ritorto, il coltello della fig. 23 si riporta a quello di Bismantova (71), e non differisce neppure dal coltello rinvenuto a Blatnicza nel-r Ungheria (72). Ci sarebbero ancora gli ami, 1'uno di bronzo e l'altro di ferro, dei primi dei quali si ebbero esemplari a Este (73), a Halistatt (74), e nell'Ungheria (75). — Fra gli utensIII domestici troviamo, per ultimo, i pestelli di pietra, le corna di cervo segate o lavorate a punta, ricorrenti a Este negli avanzi delle più antiche abitazioni e nel secondo periodo (76), i raschiatoi, le coti di arenaria, ed i frammenti di macina di tra eh ite, i quali rendono indubbia testimonianza della conoscenza della mola versatiìis, l'odierno pestano a mano, ignota ai terremaricoli, e che, secondo Varrone, sarebbe stata inventata dai Volsini (77). In tanta abbondanza di scavi, e dirò anche di materiale archeologico, apparvero ben rare le armi di ferro. Consistono esse unicamente in poche punte di lancia (Tav. IX, fig. 21 e 22), col gambo cIIIndrico e vuoto, per innestarvi Tasta, rinvenute in una sezione della necropoli appartenente al castelliere II, il cui terreno fu in altri tempi profondamente rimescolato. — La vicinanza di queste lancie ai frammenti di vasi apuli di bassa età, che [260] vennero pure ivi dissotterrati, fa supporre che le medesime risalgano ad una epoca forse di poco anteriore o concomitante alla conquista romana dell' Istria (a. 177 a. C). Le lande di ferro col gambo vuoto, apparvero a Este nel terzo periodo (78), e non mancarono neppure a Vermo, a Hallstatt, a Watsch, ed in altri sepolcreti dei più tardi periodi dell'epoca del ferro. Tanta pochezza di armi, meglio che attestare forse dell'indole pacifica della popolazione, i cui resti ci furono conservati nelle tombe della vasta necropoli, dimostra il suo fine accorgimento di non disperdere le armi in un inutile sfoggio di pompa dei morti; ma di conservarle piuttosto in mano dei vivi, a scudo della propria sicurezza ed indipendenza, della quale ultima sopratutto gli antichi Istri si mostrarono fieri, allorquando occorse di difenderla contro le invadenti forze della potentissima Roma. La cronologia delle necropoli preistoriche dei Pizzughi riesce abbastanza accertata dai frequenti riferimenti che ho istituito, alla necropoli dell'antica Ateste, che ha esteso, come abbiamo veduto, la propria civiltà sopra il popolo ivi sepolto, col quale ebbe non solo rapporti di vicinanza, ma probabilmente anche comunanza di origine. Questa cronologia si aggira fra la fine del secondo periodo di Este, di cui, se non si conosce il principio, è però abbastanza certo che ha durato almeno sino al 450 a. C, ed il terzo periodo che vi sussegue. La necropoli entra poi in piena romanità coi cocci letterati, coi vetri e colle monete imperiali del primo e del secondo secolo. Il secondo periodo sarebbe particolarmente segnato dagli aghi crinali a globetti, dalle armille e dagli anelli a spirale, dalle fibule a navicella e serpeggianti, dai coltelli di bronzo ecc.; ed il terzo dalle ciste a cordoni, dalle situle di rame e di argilla, con lucide zone rosse e nere, dalle fibule Certosa ecc. Notevole, come fu altrove rilevato, si è l'apparizione di una sola fibula di tipo gallico, rinvenuta da un lavoratore nella necropoli del castelliere I, ma di cui non mi sono note le particolarità del ritrovamento. Le fibule di tipo gallico non mancarono a Vermo (79); altri esemplari, posseduti dal Museo provinciale, furono casualmente sterrati nel castelliere di Corridico, posto sul ciglione destro del canale di Leme. Non è facilmente spiegabile questa mancanza d'influenza celto-gallica, che si appalesa nella necropoli [261] dei Pizzughi, in tempi quando i Galli avevano largamente estesa questa influenza nella pianura padana, nei paesi lungo le alpi orientali e nel territorio dei Veneti stessi. Sarebbe questa, forse, una lontana conferma delle antiche tradizioni, secondo le quali vuoisi che l'Istria fosse abitata da due differenti popolazioni, l'una distendentesi nella parte montana, e l'altra lungo la costa del mare? Arduo quesito questo, che, come tanti altri del nostro lontano passato, attende ancora una convincente soluzione. E qui prendo commiato dai miei lettori — per ritornare un'altra volta, se farà d'uopo, ad illustrare gli scavi dei Pizzughi, che ancora non riposano — assicurandoli però, come dice il Manzoni, che non fu mia colpa se li ho, per avventura, troppo a lungo annoiati con questo scritto. Parenzo, nel Giugno 1889. |
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Note:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created: Saturday,
February 20, 2010; Last Updated:
Friday, November 26, 2010 |
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