Andrea Antico
Prominent Istrians


 

Andrea Antico da Montona. Dal frontespizio di "Canzoni Nove" edite a Roma nel 1510.

UN GIALLO DELLA MUSICOLOGIA

Quando nacque Andrea da Montona? In quale anno e dove morì questo geniale personaggio?

Un grande del Rinascimento, Andrea Antico da Montona, musico, poeta e stampatore

di Fabio Vidali

Lo storico seicentesco istriano Prospero Petronio, nelle sue "Memorie sacre e profane dell'Istria" vedeva la cittadina di Montona "posta in altissimo monte che solitario s'erge dalle bassure della valle". Ne descriveva, alla sommità, l'alto Castello, i borghi posti ai lati, la porta "ovata", la piazza con la Cisterna Grande, il Palazzo del Podestà, la "bonissima aria", i fertili terreni della Valle, la ricchezza d'acqua, i boschi circostanti, gli olii ed i vini "pretiosi", la cacciagione e le selvaggine (cinghiali, caprioli, orsi, uccelli, rapaci).

Petronio ricordava le famiglie illustri, nobili, zupani, condottieri, prelati, chiese reliquie e confraternite, nonché gli antichi "ordinamenti".

La figura e l'opera di Andrea Antico da Montona è principalmente ricordata per le stampe e le incisioni musicali e ritrattistiche innovatrici e preziose. Ma limitarsi a ciò è riduttivo e carente per difetto

Ricordava anche le molte razzie subite da Montona nella sua antichissima storia, tanto che scarse vestigia sono rimaste anche delle tombe dei mitici "Re d'Istria" che qui sceglievano i loro alti sepolcri, dove venivano interrati con armi e preziose corone d'oro.

Se nell'elenco delle locali famiglie "illustri" ma "estinte" ho avuto l'emozione di scoprire lontanissimi antenati (i "Vitali" o "Vidali") fra i quali un celebrato cartografo "Simon Vidali, cadetto dei Dragoni e Pubblico Ingegnere", nulla (né a me né ad altri) è riuscito di rinvenire (nemmeno in più aggiornate e recenti ricerche storiche) sul "casato" e sull'originario cognome del più illustre ed importante dei suoi figli: quell'Adrea Antico da Montona (variamente nominato come "Antico", "De Antiquis", "Anticuus", "Antiquo", "Anticho", "Antigo") del quale è certo solo il nome di battesimo, Andrea, mentre è dubbia anche la data di nascita (1470 o 1480?) ed assolutamente ignoti rimangono il luogo e la data di morte. Andando per ipotesi, in relazione alle sue ultime opere note, si può supporre che sia morto a Venezia, dopo il 1540. Ultra settantenne? (età rara per l'epoca) o solo ultrassessantenne? Ad altre e più fortunate ricerche chiarire questi enigmi.

A cosa attribuire questa "trasscuratezza" per Andrea nella memoria storica dei suoi concittadini, corregionali e connazionali? Alla dispersione dei documenti (anche parrocchiali) dovuta alle tante razzie e al "fai da te" di interessati ladri di vestigia? Probabilmente no. Più plausibile un'altra ipotesi cioè il fatto che l'Andrea era un "semplice" musicista, poeta, artista sommo dell'incisione e non un "illustre" nobile, riccone, guerriero, capitano o prelato. Gli artisti, allora (e spesso tuttoggi), specie se musicisti, non godevano (né godono adesso) di grande considerazione, se non collegati o collegabili all'effimera vanità di "eventi torici" o di personaggi illustri della "cronaca" del loro tempo.

Il volo dell'aquila

Di certo si sa che l'Andrea, dopo aver respirato l'aria natìa profumata di aromi di pregati legni, sui quali i nativi esercitavano l'arte dell'intaglio e dell'incisione, ancor giovinetto, discese dall'"altissimo monte". Lo ritroviamo a Venezia come "cantore di chiesa", studente al Seminario e poi finalmente ordinato sacerdote (1500).

Un prete non certo "mistico", con una personalità più versata all'Arte (musica, poesia, disegno e incisione) che non ai Salmi: un po'… "alla Tartini". D'altra parte si sa che a chi non vantasse l'agio d'una famiglia almeno benestante che potesse mantenerlo agli studi, se desiderava accul-tarsi, non rimaneva che iscriversi ad un Seminario e poi, già che c'era, farsi addirittura prete, stato che non gli impediva certo di applicarsi alle Arti alle quali si sentiva portato.

Fu un grande ma ne ignoriamo persino il cognome

A quei tempi, a Venezia, imperava, nell'arte dell'editoria musicale, il veneto Ottaviano Petrucci (1466-1539), ottimo artigiano, animato da uno spiccato senso affaristico. Il bernoccolo per i buoni affari del Petrucci ci soccorre per dimostrare che l'Andrea si era già fatto una buona fama come compositore e poeta, tanto che (1505) il Petrucci trovava conveniente pubblicare nei suoi volumi ("Frottole libro tertio" e "Frottole libro quinto") alcune composizioni musicali e poetiche dell'Andrea. Rischio che il Petrucci mai avrebbe corso se le composizioni del giovane Andrea non fossero richieste e quindi "vendibili". Tali edizioni sono un chiaro riconoscimento per il valore di Andrea.

Quanto successivamente ci è noto che l'Andrea non dormì certo sugli allori. Già nel 1509 lo ritroviamo a Roma, come "stampatore in proprio", in concorrenza con lo stesso Petrucci. Gli affari gli devono andar bene, tanto che assume anche un valido miniatore (Giovan Battista Colomba).

Dopo circa un anno di lavoro (1510), l'Andrea stampa in proprio le "Canzoni Nove" che contengono "Frottole" già pubblicate dal Petrucci. Vi incide sul ricco frontespizio quattro cantori "a cappella" (senza strumenti d'accompagno) e vi include altre sue composizioni musicali e poetiche, come il Sonetto "Voi che ascoltate". Quanto alla "veste grafica", imita i tipi di caratteri del Petrucci e le sue "iniziali ornate". Solo che non usa, come il Petrucci, i "caratteri mobili" ma incide direttamente al rovescio parole e note su ogni tavola, usandola come gli attuali "cliché", vere e proprie "matrici lignee".

I "Privilegi Papali"

I sistemi di stampa dell'Andrea, seppure più laboriosi e costosi di quelli del Petrucci, ottengono risultati splendidi di chiarezza, eleganza ed unitarietà, tanto che sono apprezzatissimi e ricercati. Le qualità dei volumi dell'Andrea non sfuggono al Pala Leone X, cultore di Lettere, Arti e Musica, che gli conferisce (1516, gennaio) l'ambito "Privilegio di Stampa Papale" per la durata di 10 anni, "Privilegio" che non equivale solo ad un attestato di eccellenza ma gli schiude anche l'accesso privilegiato ad opere di esclusiva Papale, ad altri vietato. Una specie di "Imprimatur".

L'Andrea se ne avvale subito e già, nel maggio di quello stesso anno, pubblica il "Liber quindecim Missarum", contenente anche tre Messe del celebre J. De-pres, che rappresenta il primo esempio di "libro in folio".

Andrea Antico da Montona. Pagine iniziali del "Liber quindicim Missarum", edito a Roma nel 1516.

L'anno successivo (1517) Leone X estende questo privilegio ad ulteriori 15 anni, togliendolo definitivamente al Petrucci che, pur godendone, non lo aveva adeguatamente sfruttato, limitandosi alle sole "intavolature" per liuto e trascurando completamente quelle per organo e strumenti a tastiera.

Pronta l'adesione dell'Andrea che, già nel gennaio di quello stesso 1517, sforna il primo libro di "Frottole intabulate da sonare organi", incidendone sul frontespizio un gustoso disegno rappresentante un gentiluomo che suona un clavicembalo sul quale è appollaiata una buffa scimietta intenta a pizzicare un liuto. Chiaro in ciò il riferimento irridente al Petrucci che s'era giocato il "Privilegio Papale" per essersi limitato a stampare solo "intavolature" per liuto. Si dice che questa sfottitura fu godibilmente apprezzata dal Papa.

Ma, scherzi a parte, anche questa trovata dell'Antico rappresentò una novità assoluta, per il fatto che si tratta della prima raccolta a stampa del genere dove le "Frottole" sono liberamente trascritte dallo stesso Andrea e risultano autentici adattamenti strumentali liberi, con fioriture ed abbellimenti, di altrettante composizioni vocali. Va precisato che l'indicazione del titolo del volume "da sonare organi" non ne limitava l'esecuzione al solo organo ma ne consentiva l'esecuzione anche a strumenti a tastiera quali il clavicembalo la cui diffusione stava progressivamente aumentando.

Non si è creduto utile ricordarlo "anche" come musicista e compositore, uomo distinto delle Lettere e delicato poeta

Andrea Antico aveva così anticipato di più di quattro secoli la "moda" delle trascrizioni per strumento a tastiera domestico dei "motivetti in voga".

In quest'occasione l'Andrea licenzia il miniatore Colomba ed incide tutto personalmente.

Nell'agosto dello stesso 1517, l'Andrea pubblica un altro volume: il "Quarto libro di Canzoni, Sonetti, Strambotti e Frottole", sempre per tastiere, e la gran mole di lavoro lo spinge ad associarsi con un ottimo collega (Nicolò Giudici). L'anno successivo (1518) l'Andrea intaglia un altro splendido volume dello stesso tipo: "Canzoni, Sonetti, Strambotti e Frottole, Libro terzo".

Dal titolo sparisce anche il nome dell'organo: tanto tutti sapevano che erano per strumenti a tastiera.

Il ritorno a Venezia

Gli affari ed il lavoro a Roma gli andavano a gonfie vele. Eppure, nel 1520,l'Andrea torna a Venezia. Nostalgia del suo Adriatico, chissà?

Qui, quello stesso anno, inventa e pubblica il primo esempio di volume a "parti staccate", organizzate tipograficamente in modo che ogni esecutore possa leggere contemporaneamente agli altri la "parte" che deve suonare. La stampa è verticale ed orizzontale su ogni foglio, a seconda delle posture assunte dai tre esecutori strumentali. Quest'intuizione anticipatrice, sconvolgente per l'epoca, s'intitola semplicemente "Chansons a Troys".

Questa "rimpatriata" segna anche un'imprevedibile riconciliazione col Petrucci, anche lui tornato a casa.

L'anno successivo (1521) l'Andrea adotta temporaneamente anche i più economici e commerciali "caratteri mobili" del Petrucci e viene in questo modo alla luce il primo libro di "Motetti e Canzoni". Il 1522 vede l'uscita del volume "A quattro sopra doi", Canzoni a "doppio canone", dove, nel titolo fa capolino la parlata veneta con quel "doi" al posto di "due".

Andrea Antico ormai è stanco, forse malato, perché, dopo quest'opera, cala una stasi operativa di ben tredici anni filati. Abituati a seguirne la biografia attraverso agli unici dati certi che possediamo, le sue opere, per questo periodo veneziano le tenebre restano fitte. Si suppone che lavori saltuariamente come "tipografo dipendente" per vari stampatori.

Poi, l'ultimo guizzo, nel 1539: l'ultima sua splendida edizione pervenutaci. S'intitola "Motetti a quattro voci, secondo libro" e contiene musiche del Willaert, editi in società con Brandino e Ottavio Scotto.

Dopo di ciò, di Andrea non s'è saputo più nulla. Nemmeno il luogo e la data di morte. Un po' troppo poco per un Artista del genere, peraltro ricordato, pur sommariamente, in tutte le enciclopedie della Musica d'ogni paese.

Protagonista del Rinascimento

Papa Leone X in un dipinto di Raffaello.

La figura e l'opera di Andrea Antico da Montona è principalmente ricordata per le stampe e le incisioni musicali e ritrattistiche innovatrici e preziose. Ma limitarsi a ciò è riduttivo e carente per difetto.

Sembra non sia bastato, agli ingrati posteri, obliarne anche il vero cognome e sostituirne anche il patronimico col semplice luogo d'origine, solo per distinguerlo dagli altri "Andrea" che pur non mancano nella storia della Musica.

Non si è creduto utile ricordarlo "anche" come valente musicista compositore, uomo distinto delle Lettere e delicato poeta. Eppure, a voler grattare un po' sotto la superficie, attingendo a riferimento con movimenti artistici dei quali fu attivamente partecipe ed attore in prima persona, molto si può ritrovare.

Stupirà i più che fu attivamente partecipe del "movimento bembista" promosso da quel fondamentale scrittore veneziano che fu Pietro Bembo (1470-1547) codificatore del gusto letterario del Rinascimento italiano e sostenitore dell'uso della "volgar lingua" in poesia e prosa, attingente ai modelli del Petrarca e del Boccaccio.

Andrea Antico ed il Bembo si conobbero e si frequentarono quando il Bembo, dopo gli incarichi alla Corte di Ferrara (1498-1500) ed a quella di Urbino (1506), fu segretario di Papa Leone X e storiografo della Serenissima (1520).

Ancor più quando il Bembo fu creato Cardinale (1539) da quello stesso Papa Leone X che aveva concesso all'Andrea i due "Privilegi Papali".

Il "bembismo" convinto dell'Andrea si esercitò, nella "poesia per musica", proprio nella predilezione per il "volgare italiano", ammantato dalla spiritualità dell'"amor platonico", nell'attualità d'un linguaggio d'ogni giorno cui si richiama anche la sua musica, pronta a cogliere gli umori frizzanti del suo tempo nella loro più spontanea manifestazione: il Canto. Quel Canto che infiora i problemi della vita consueta e si innalza a semplice apologo consolatore del difficile "mestiere" di vivere.

Tratto da:

  • © La Voce del Popolo, Musica, 12 luglio 2006 - http://www.edit.hr/lavoce/inpiu/musica060712.pdf


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Created: Saturday, September 24, 2006; Last updated: Monday, February 01, 2016
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