Andrea Antico
Prominent Istrians


Andrea Antico da Montona
nuovi appunti.

[Tratto dall'Archivio storico per Trieste, L'Istria e il Trentino, Volume Primo. Diretto da S. Morpurgo e A. Zenatti. Direzione Proprietaria Editrice (Roma, 1883, pages 167-99) e Direzione Proprietaria Editrice (Roma, 1884-6 Vol. 3, pages 249-261.]

Quando, or sono già quattro anni, raccolsi in questo Archivio (1) quante più potei notizie - e pur furono assai scarse - intorno ad Andrea Antico, musico e incisore istriano dei primi decenni del secolo XVI mal noto fino allora singolarmente agli storici della sua provincia nativa, avvertii che non m'era però riuscito di vedere che un solo dei rarissimi libri musicali da lui messi in luce, ciò fu la raccolta delle quindici messe; e augurai che altri, più fortunato di me, potesse meglio e più compiutamente illustrare la vita e le opere di quel benemerito artista. Ma quel voto rimase finora inesaudito; poichè l'unica scrittura osservabile che intorno al nostro montonese sia apparsa in luce in questo frattempo, è, ch'io mi sappia, una memorietta di Girolamo Gravisi, vecchia di quasi cento anni, la quale non reca invero nessuna notizia nuova, pur dimostrando la seria erudizione e il vivo amor di patria di quel valoroso erudito, che andò sempre raccogliendo «con lungo e pertinace lavorio i materiali per la storia civile e letteraria della sua Istria diletta» (2). In questo frattempo riuscì però a me di [250] esaminare alcune stampe musicali dell'Antico, taluna non ben nota, altre ignorate: trovo quindi opportuno di descriverle, a completamento o a correzione di quel mio primo lavoro. Che se la giunta non sarà forse di troppo inferiore alla derrata, perchè questa fu scarsa, rimarremo tuttavia col desiderio di assai altre notizie, specialmente biografiche. Per buona sorte le ricerche possibili non furono di certo ancora esaurite. La bibliografia musicale si può dire che muova ora i primi passi, e con fatica per la estrema rarità dei più antichi libri da descrivere. S'aggiungano la troppa scarsezza delle mie cognizioni musicali, e la impossibilità in cui finora mi trovai di far convenienti ricerche in taluni Archivi. Vogliono quindi queste pagine esser giudicate come un piccolo contributo di appunti e nulla più.

Sulla fede del Vernarecci (3), che a sua volta si riferiva al cenno che l'Eitner ne aveva inserito nell'appendice alla sua Bibliographìe (4), ricordai anch'io nel mio primo scritto, ma assai vagamente, le Cantoni nove, che furono il primo libro di musica uscito in luce per opera del nostro Istriano, e il primo ad un tempo che si stampasse in Roma (5). Ora, poi che mercè l'aiuto del Ministero della [251] pubblica istruzione ho avuto sott'occhio l'unico esemplare che di quelle Cantoni si conosca, il quale si conserva alla Biblioteca universitaria di Basilea (6), posso darne una descrizione più particolareggiata di quella del bibliografo tedesco.

Il prezioso volume, in 40 bislungo, consta di 42 carte. Il frontispizio è occupato dal titolo, che su due linee è impresso in caratteri romani:

CANZONI NOVE CON ALCVNE SCELTE DE VARII LIBRI DI CANTO

e dalla curiosa, umoristica incisione in legno che riproduciamo nella tavola qui appresso, la quale rappresenta quattro cantori a libro (forse le quattro voci: Cantus, Tenor, Altus, Bassus); e a chi prenda in mano il volumetto fa quasi presentire la bellezza tipografica di esso, e la strana meschianza di serie liriche amorose del mondo elegante e di buffe canzoni popolari che si nota tanto nelle raccolte petrucciane, come in questa e nelle altre del nostro.

La musica comincia al verso della seconda carta (7). È a quattro voci; e le quattro parti d'ogni composizione si seguono l'uria all'altra, ma, naturalmente, in modo che si veggano tutte ad una stessa apertura del libro. Le parole della prima strofe d'ognuna delle poesie musicate sono impresse in caratteri gotici fra le righe del Cantus; di spesso a piè di pagina si leggono anche quelle [252] delle strofe seguenti. Finisce la musica al recto dell'ultima carta; sul verso sono impresse in caratteri romani le seguenti indicazioni tipografiche, e sotto ad esse la impresa dell'Antico, che riproduciamo:

Sculpito in Roma per Andrea Antiquo de Montona: & fatto imprimere in compagnia di Giouanbattista Columba Miniatore: per Marcello Silber al's Franck Stàpatore in Roma: Nellanno. M.D.X. A di. IX. de Octobre.

Ed ecco i capoversi delle poesie musicate, nell'ordine in cui s'incontrano nel volume, e col nome dei compositori, che è impresso a caratteri romani in testa delle pagine:

  1. Tucto il mondo è fantasia. Jo. Hesdimois.
  2. Vola il tempo e fa manchare. Jo. Scrivano.
  3. Lassa hormai tanto tuo sdegno (Anonimo).
  4. Un voler e un non volere. B. T.
  5. Se mi duol esser gabato. B. T.
  6. S'il dissi mai ch'io venga in odio a quella. B. T.
  7. L'huon terren caduco 7 frale. Jo. Scrivano.
  8. Seria il mio servir felice (Anonimo).
  9. Il focho è rinovato (Anonimo).
  10. Ognun fuga, fuga amore. Ant. Cap.
  11. Questo oimè pur me tormenta. Ant. Cap.
  12. Viva amor, viva quel foco. B. T.
  13. Voi che ascoltate i dolorosi pianti. A. de Ant.
  14. Ogni vermo à 'l suo veneno (Anonimo).
  15. Son disposto in tutto hormai. B. T T (8).
  16. Segui cuor e non restare. Jac. Foglianus.
  17. Se hoggi è un dì ch'ogni defuncto iace. B. T.
  18. Amor poi che non pòi farme morire. M.
  19. Tra 'l volere e non volere (Anonimo).
  20. Il cor ch'è ben disposto (Anonimo).
  21. Rompe amor questa cathena. Phi. de Lu.
  22. O mia spietata sorte (Anonimo).
  23. Pregovi fronde fiori acque 7 herbe. B. T.
  24. Quando fia mai quel dì felice tanto. B. T.
  25. Amor che vuoi ragion da chi la vuoi. B. T.
  26. Poi che 'l ciel e la fortuna (Anonimo).
  27. Io cercho pur la insupportabil doglia. B. T.
  28. Come va il mondo fior tu che beato. B. T.
  29. Io non l'ho perchè non l'ho. M. C.
  30. Ritornata è la speranza. Ant. Cap.
  31. Valle riposte c sole. Francis. F.
  32. Che debb'io far, che mi consegli, Amore? B. T.
  33. Si è debile il filo a cui se attiene. B. T.
  34. Come pò far el cielo (Anonimo).
  35. Di pensier in pensier, di monte in monte (Anonimo).
  36. Non resta in questa valle (Anonimo).
  37. Fiamma dolce e soave. S. B. de Ferro.
  38. Dolci ire, dolci sdegni 7 dolci paci. B. T.
  39. Vergine bella che di sol vestita. B. T.
  40. Per mio ben ti vederei. B. T.
  41. Occhi miei lassi, mentre che io vi giro. B. T.T.

Canzoni porta il titolo del volume; e delle poesie musicali che contiene talune sono tali davvero: le più (n.i 6, 32, 33, 35, 39) del Petrarca; ed una (n.° 31) di Jacopo Sannazaro. Ma accanto alle canzoni troviamo, come nelle raccolte anteriori del Petrucci e nelle altre dei Nostro, e sonetti e frottole e capitoli e numerose ballate; de' quali componimenti due sono ancor essi del cantore di Laura: il sonetto Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci, e la ballata Occhi miei lassi, mentre ch'io vi giro. Le altre ballate sono quasi tutte di ottonari, genere allora assai in voga; e le dicevano barzellette; una di esse (n.° 7) è appunto la Barzellecta prima, de la Fama, di [254] Benedetto da Cingoli (9); un'altra, quella che comincia Io non l'ho perchè non l'ho (n.° 29), fu attribuita al Poliziano. Il Carducci, che la tolse a raccolte di Frottole e di Canzoni a ballo non anteriori al 1562, la mette fra le incerte (10). La nostra stampa musicale le assicurerebbe adunque una maggiore antichità e quindi maggiori diritti alla paternità polizianesca: che se dobbiamo notare, che le raccolte musicali dell'Antico, mentre ci presentano i canti cari alle corti e alle plebi di Ferrara e di Mantova, non mostrano di averci conservato anche quelli che rallegrarono Firenze al tempo del Magnifico, non va d'altra parte dimenticato che il Poliziano fu tutt'altro che straniero alla corte dei Gonzaga, egli che appunto in Mantova improvvisava l'Orfeo «a requisizione del reverendissimo cardinale mantuano, in tempo di dui giorni, intra continui tumulti».

Quanto ai compositori, i più, come in quasi tutte le raccolte del Nostro, sono, anzichè fiamminghi, italiani; e lo stesso Antico appare autore della musica di un sonetto (n.° 13), la quale è quindi da aggiungere alle altre quattordici sue, comprese nei libri di Frottole impressi dal Petrucci (11). Ben 17 delle arie di questa raccolta sono però dovute ai veronese Bartolomeo Tromboncino (B. T.J); una sola invece (ciò è quella della ballata attribuita al Poliziano, di cui discorremmo più sopra) al concittadino ed emulo suo Marchetto Cara (M.C.), col quale il Tromboncino divise i trionfi e i lauti guadagni di Mantova: che pur allora la musica e il canto fruttavano assai più della poesia. Molto scarse sono invero le notizie che il Fétis raccolse intorno a Bartolomeo; e peggio ancora [255] toccò a Marchetto, ch'egli non nomina neppure, confondendolo, parmi, con l'antico Marchetto da Padova (12): ma al silenzio di lui riparò il Canal, specialmente per ciò che riguarda il Cara (13). Altri curiosi documenti che illustrano entrambi codesti artisti furon fatti conoscere più di recente dal signor Stefano Davari (14): bella prova dell'amore che i Gonzaga portavano ai suoni e ai canti, essi spiegano assai bene come in Mantova potesse allora rifiorire la lirica e svilupparsi il dramma. Fra i molti e non ispregevoli poeti, che sulla fine del quattro e nei primi anni del cinquecento frequentarono quella Corte, due gentiluomini erano più di solito gli autori delle barzellette che la marchesa Isabella dava a musicare ai nostri veronesi: Galeotto del Carretto e Niccolò da Correggio (15). Con loro l'alta «discipula» del Tebaldeo (16) si consigliava anche intorno [256] alla scelta delle poesie petrarchesche che più si prestassero a venir musicate; e proprio d'una di quelle che si trovano nella raccolta del nostro Antico (n. 33) si tratta nella lettera che Niccolò le scriveva il 23 agosto 1504 (17) «Circha la canzone che V. Ex. mi dimanda ch'io voglia ellegiere del Petrarcha, perchè la vole fargli sopra un canto, io ho ellecta una di quelle che più mi piace, che comincia: Si è debile il filo a cui s'atiene; parendomi che anche se gli possa componere sopra bene, essendo versi che vanno crescendo et sminuendo; et a ciò che la Ex. V. conosca che la mi piace, gli ne mando una mia, composta a quella imitatione, a ciò che, facendo fare canto sopra la petrarchesca, con quello canto medemo potesse anche cantare la mia, se la non li dispiacerà». Nulla sappiamo di questa canzone dell'ingenuo Correggio; ma di quella da lui trascelta nel Canzoniere petrarchesco possiam dire che anche più delle sue sorelle venne di moda fra i bellimbusti di quel tempo, cui il cantore di Laura serviva da Galeotto: e certamente vi avrà avuto merito la musica di che la seppe rivestire il Tromboncino, stampata due volte dal Petrucci e due volte pure dal Nostro, poichè egli la accolse anche fra le sue Frottole intabulate. E ad essa alludeva l'Aretino (il verso che ne cita è il primo della terza strofa) nel prologo del Marescalco, dove con quel suo stile pittoresco e vivace derise bellamente i vagheggini petrarcheggianti e spagnoleggiami, di che erano piene le città;

«Come farei io bene uno assassinato d'Amore! Non è spagnuolo, nè napolitano, che mi vincesse di copia di sospiri, d'abbondanza di lagrime, e di cerimonia di parole; e tutto pieno di lussuriosi taglietti verrei in campo, col paggio dietromi, vestito de' colori donatimi da la Diva, et ed ogni passo mi farei forbire le scarpe di terzio pelo, e squassando il pennacchio, con voce sommessa, aggirandomi intorno [257] a le sue mura, biscanterei: Ogni loco mi attrista ove io non veggio! Farei fare madrigali in sua laude, e dai Tromboncino componerci suso i canti; e ne la berretta porterei una impresa, ove fosse uno amo, un delfino, et un core; che desciferato vuol dire: amo del fino core!»

Non tutti i compositori, i cui nomi appaiono nella raccolta delle Cantoni nove, sono però ricordati dagli storici della musica. Io. Hesdimois, Francis. F. e S. B. de Ferro sembrano nomi sconosciuti così al Fétis come agli altri. Nè egli registra Io. Scrivano; ma lo possiamo senz'altro identificare con lo spagnuolo Giovanni Escribano, che lo stesso Fétis ricorda cantore della cappella pontificia sulla fine del secolo XV: cosi, per questo libro dell'Antico, egli appare autore anche di musiche profane. Gli altri son più noti: Ani. Cap. fu Antonio Caprioli di Brescia; Jac. Foglianus, nato il 1473, fu organista della cattedrale di Modena; Ph. de Lu. fu il veneto Filippo da Luprano o da Laurana (Lovrana?): tutti e tre autori di parecchie tra le Frottole petrucciane, al pari del compositore del n,° 18 delle Canzoni nove (M.), che fu, non già, come si potrebbe pensare, Marchetto Cara, ma Michele Pesento. Lo rilevammo ricercando quali della nostra raccolta fossero veramente le Canzoni nove alla stampa, e quali le alcune scelte de varii libri di canto, ciò è dalle Frottole del Petrucci, di che parla il titolo del volume. Come si può vedere qui appiedi, quelle già stampate dal forsempronese sono 18 (18); una delle quali, anonima nella nostra raccolta (n.° 26) [258] e nel libro VII (n.° 27) delle Frottole petrucciane, appare ancor essa nel libro I di queste (n.° 36) come opera, e non solo per la musica, ma anche per le parole, dello stesso Pesento. La quale, licenziandoci dalle Canzoni nove, ci piace riferire a saggio, anche perchè questa barzelletta ha un curioso ritornello popolare:

Poi che 'l ciel e la fortuna
M'à per sorte destinato,
Che io sia servo a te sol'una
E di te sia inamorato,
Hor ascolta el miser stato
De quest'alma mia tapina!

Dè, voltate in qua, e do!, bella Rosina,
Che Gianol te vol parlare.
Dè, voltate în qua, e do!, bella Rosina,
Che Gianol te vol parlare.

Che Gianol te vol parlare.
S'io per te me struzo e ardo,
E disfò qual cera al foco,
E m' hai posto al cor un dardo
Ch'io non trovo pace (n)e loco.
Non pigliar mio mal a gioco,
Nè me dar più disciplina!

Voltate in qua... [259]
Quanto più sei vaga e bella,
Dè, e ssi' tanto più pietosa!
Sei el mio dio e la mia stella,
E per te mio cor mai posa:
Deh, non esser sì sdegnosa,
Chiara stella matutina!
Voltate in qua...

Sei anni dopo le Canzoni nove, il chierico istriano pubblicava in Roma la sua opera maggiore, il Liber quindecim missarum, ritenuta da tutti una meraviglia nel suo genere; ma altrettanto e più si dovrebbe dire, benchè siano più scarse di ornati, delle Canzoni: dove la musica, per la gran nitidezza della impressione e per esser le note di corpo più piccolo, piace maggiormente all'occhio.

Intorno alla raccolta delle messe poco ho da aggiungere alla descrizione che già ne diedi: noterò soltanto che gli esemplari che se ne conoscono non sono per avventura tanto rari quanto pareva (19); e diluciderò meglio un particolare. Notai già (Archivio, I, 188), come le grandi K, con le quali incominciano le messe alle carte 47, 81, 115 e 150 del Liber., presentino un leone che sostiene in alto una palla con le lettere GLOVIS; ma tacqui che il Catelani aveva supposto che queste componessero forse «il nome dell'intagliatore». Tacqui, pensando che se l'Antico riuscì ad incidere con precisione ed eleganza le note musicali, avrà facilmente saputo intagliare da sè anche i disegni, suoi o d'altri (forse del miniatore romano G. B. Columba, socio dell' istriano nella pubblicazione delle Canzoni nove), che ornano i suoi volumi e principalmente il Liber XV missarum. E infatti le lettere GLOVIS non indicano punto il nome di un incisore, e ancor meno quello di Giulio Clovio (come parve agli illustratori dei manoscritti Ashburnhamiani, i quali avendole trovate in un Officium mortuorum Leonis decimi papae (20), [260] attribuirono per ciò solo le vaghe miniature che lo adornano a quell'illirico famoso); erano invece l'impresa adottata da Giuliano di Lorenzo de' Medici, secondo la moda di quei tempi che abbiam visto così ben derisa dall'Aretino. «Il Magnifico Giuliano - leggesi nel Ragionamento di Mons. Paolo Giovio sopra i motti e disegni d'arme e d'amore che communemente chiamano imprese -uomo di buonissima natura et assai ingenioso, che poi si chiamò Duca di Nemours, avendo presa per moglie la zia del Re di Francia, sorella del Duca di Savoia, et essendo fatto Confalonier della Chiesa, per mostrare che la Fortuna, la quale gli era stata contraria per tanti anni, si cominciava a rivolgere in favor suo, fece fare un'anima senza corpo in uno scudo triangolare, cioè una parola di sei lettere, che diceva GLOVIS, e leggendola a lo rovescio, SI VOLG; come si vede intagliato in marmo alla chiavica Traspontina in Roma; e perchè era giudicata di senso oscuro e leggieri, gli affettionati servitori interpretavan le lettre a una a una, facendole dire diversissimi sentimenti, come facevano coloro nel concilio di Basilea, che interpretarono il nome di Papa Felice, dicendo: Foelix, id est falsus, eremita, ludificator (21)». Perchè poi s'incontri quel motto nel Liber, si può spiegare in più modi: o che papa Leone abbia adottato egli pure l'impresa del suo parente; o che l'Antico avesse obbligazioni anche col magnifico Giuliano, o volesse ingraziarselo; o che finalmente egli applicasse a sè stesso il significato di quelle parole. Comunque sia di ciò, quel motto non ha da far nulla col nome dell'incisore degli ornati, che potè ben essere l'Antico; al quale vorremmo anzi attribuire anche altre stampe di quel tempo. Infatti tra gli intagliatori in legno dei primi anni del cinquecento il cui nome rimase ignoto, ce n' è uno che si segnava con un monogramma che dal Bartsch (22) venne interpretato per le lettere M e H intrecciate, ma che dal Passavant (23) ci viene presentato nella forma che riproduciamo qui in margine, la quale ricorda assai da vicino il monogramma di [261] cui si serviva l'Antico. Che siano davvero le iniziali del nostro istriano? Che cioè Andrea Antico si acconciasse anche a incidere i disegni di G. B. della Porta, cui potè conoscere a Roma? E, poichè ci siamo messi per questa via delle supposizioni audaci, che, del resto, nella storia dell' arte pare siano più facilmente consentite che in quella delle lettere, non si potrebbero per avventura attribuire al nostro anche le incisioni segnate AA, fra le quali si notano un Giulio II fatto nel 1512 e un Solimano del 1526? A chi avesse modo di confrontare le stampe di che si tratta, sarebbe forse facile il rispondere; di certo l'ipotesi degli storici della silografia, che l'incisore AA fosse circa il 1518 condiscepolo di Agostino Veneziano alla scuola di M. A. Raimondi in Roma, non contrasta in alcun modo alla identità che vorremmo stabilire.

(Continua - non trovato!)


Note:

  1. Vol. I, pp. 167-199.
  2. Anteo Gravisi, Andrea Antico istriano da Montona, memoria inedita autografa del march. Girolamo Gravisi da Capodistria, negli Atti e memorie delia Società istriana d'archeologia e storia patria, vol. I, pp. 141-147. La memoria è in forma di lettera (Capodistria, 18 settembre 1789) al march. Gio. Paolo Sereno Polesini da Montona, che al Gravisi aveva dato da esaminare il primo libro di Frottole intabulale da sonar organi, stampato in Roma dall'Antico nel 1517 (cfr. Archivio, vol. I, pp. 190 e segg.); nè intorno al Nostro il Gravisi potè raccogliere altre notizie oltre alle poche che quel libro offeriva. Del quale ora la direzione della nuova ma già benemerita Società istriana d'archeologia pensò bene di dare (Atti cit., p. 143, n. 1) una descrizione più esatta di quelle dello Stancovich e del Tommasin, della quale non mancheremo di giovarci più innanzi.
  3. Del bel libro del Vernarecci sul tipografo forsempronese è uscita in questo frattempo una nuova edizione, notabilmente migliorata ed accresciuta dall'egregio autore (D. A. Vernarecci, Ottaviano de' Petrucci da Fossombrone inventore de' tipi mobili metallici fusi della musica nel secolo XV, seconda edizione, con tre tavole, Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1882); e mi preme notare che anche le poche mende ch'ebbi ad avvertire nella prima edizione, più non si ravvisano nella presente.
  4. Eitner, Bibliogr. der Musik-Sammeliuerke des XVI u. XVII Jahrh., Berlin, Liepmannssohn, 1877; Nachtrāge, p. 935.
  5. Il Fétis (Biogr. univ. des Musiciens et bibliogr. gènèrale de la musique, llme éd., Paris, Didot) nell'articolo sul Brumei dà per «le premier livre de musique imprimé a Rome» il Liber quindecim missarum del nostro Antico; ma questo uscì alla luce nel 1516; le Canzoni nove già nel 1510.
  6. È segnato K. K. II, 32. Questo volume già nel 1512 era in mano d'uno di Basilea, Bonifacio Amorbacchio, che segnava il suo nome, un motto greco e quella data al piede del frontispizio: ciò serve ad assicurarci che nella indicazione dell'anno della stampa non c'è errore, come in altri volumi dell'Antico impressi posteriormente.

  7. Il verso della prima carta è bianco. Sul recto della seconda si legge in caratteri romani TABVLA, e sotto seguono su due colonne in caratteri gotici i principi delle poesie musicate disposti alfabeticamente, con l'indicazione delle carte a cui esse si trovano. Sotto la seconda col., in car. rom.: FINIS. — Chi descrisse il volume per l'Eitner si è ingannato sul numero delle composizioni, asserendo che, mentre nella tavola ne sono indicate 41, esse sieno invece 45. Nel fatto sono proprio 41. — Le c. 2-42 sono numerate arabicamente e il volume porta segnature: A-L2. Ogni canzone comincia con una bella iniziale. Non vi sono più di 6 righi musicali per pagina, talvolta meno. Le indicazioni Tenor, Altus, Bassus sono impresse in margine, verticalmente, in bei caratteri grassi.
  8. Di questa barzelletta la nostra stampa non reca altre parole.
  9. Opere del preclarissimo poeta. B. Cingalo Nuovamente stampate. Con molte piu Opere che non sono negli altri: Cioe. Sonetti. Barzellette. Capitoli. In fine: Impresso in Siena per Symione di Niccolo & Giouanni di Alixandro Librai da Siena: Anno D.ni .M.D.XI. Adì XII. di Gennaio.
  10. G. Carducci, Le Stanze, l'Orfeo e le rime di messer Angelo Anbrogini Poliziano, Firenze, G. Barbèra, 1863, p. 338. Oltre che nelle raccolte citate dal Carducci, questa barzelletta si trova anche tra le Frottole composte da più autori, cioè Tu ti parti ecc., s. 1. n. a. (verso il 1560), tra le Frottole nuove composte da più autori, in Pesaro, per G. Concordia, 1568, e nell'opuscolo La Pastorella con alcuni bellissimi strambotti, in Macerata, appresso Seb. Martellini, 1585.
  11. Cfr. Archivio, I, p. 179.
  12. Dico così, perchè attribuirei a Marchetto veronese la musica delle due poesie S'io sedo a l'ombra, amor (Frottole del Petrucci, lib. V) e Piangea la tauri mia (Canzoni, Frottole, ecc. libro primo, de la Croce, Roma, 1526), che il Fétis, seguito in ciò anche dall'Eitner (op. cit., p. 700), dà al trecentista padovano,
  13. P. Canal, Della musica in Mantova, notizie tratte principalmente dall'archivio Gonzaga, nelle Memorie del r. Istituto Veneto, vol. XXI.
  14. St. Davari, La musica a Mantova, notizie biografiche di maestri di musica, cantori e suonatori presso la Corte di Mantova nei secoli XV, XVI e XVII tratte dai documenti dell'archivio storico Gonzaga, nella Rivista storica mantovana, vol. I, fasc. 1-2. Le notizie che il Davari finora ci ha dato, e che fanno vivamente desiderare il seguito della sua pubblicazione, riguardano Bart. Tromboncino, Marchetto Cara, Carlo di Launay e Gio. Angelo Testagrossa.
  15. V. le notizie raccolte dal Davari (loc. cit.) e le lettere di Galeotto del Carretto a Isabella, pubblicate dal Promis nel vol. III delle Curiosità e ricerche di storia subalpina. Il Promis dichiarava di non conoscere liriche di Galeotto all'infuori di quelle inserite nelle azioni drammatiche di lui: ora ne sono note alcune poche pubblicate nel Giornale stor. d. letterat. it., VI, 231 e segg.; ma nè fra esse, nè fra le altre che si leggono ancor inedite nel Magliabechiano II, 11, 75, ci fu dato di ravvisare alcuna delle poesie musicali impresse dall'Antico. Rime del Correggio non ci riuscì di vederne. Ma per non ripetere qui o più innanzi annotazioni analoghe per altri poeti di quei tempi, diremo una volta per sempre che non ci siamo punto prefissi di ricercare gli autori di tutte le poesie comprese nelle raccolte del Nostro; ma semplicemente di accennare a quelli, che senza fare indagini speciali, che qui in Lucca, del resto, ci sarebbero riuscite difficili, ci venne fatto di riconoscere sicuramente: ciò basterà d'altronde perchè si possa comprendere a sufficienza il carattere delle poesie musicali care al mondo elegante dei primi decenni del cinquecento,
  16. Antonio Tebaldeo, del quale giova notare in questo Archivio che fu per alcun tempo parroco di Brentonico nel Trentino, così scriveva alla marchesa Isabella il 9 dicembre 1494:
    «Ho visto il strambotto quale ha composto la S. V. parlando ad le piante che hanno perso le foglie; mi è piaciuto assai, et ringratio il cielo che poi che io non ho mai potuto havere gratia in verso, almeno una mia discipula ge habia excellentia. Conforto la S. V. ad seguire, ch'io comprendo quella havere ad fare miraculi in poesia, se la fine risponderà al principio, come spero; pur che la S. V. non si penta, et che, quanto sarà più docta, si persuada di saper ogni dì mancho» (Davari, loc. cit., p. 55).
  17. Riv. stor. mant. cit., p. 56.
  18. Canzoni nove  n.° 5 = Frott. del Petrucci, lib. III n.° 22.
    » » » 6 = » » » » VII » 37 e lib. IX, n.° 7. 
    » » » 9 = » » » » V » 25.
    » » » 10 = » » » » V » 63 e lib. IX, n.° 37.
    » » » 14 = » » » » V » 10
    » » » 16 = » » » » VII » 54.
    » » » 17 = » » » » IV` » 50.
    » » » 18 = » » » » V » 17 (Michael).
    » » » 20 = » » » » IV » 75.
    » » » 21. = » » » » IV » 60.
    » » » 23 = » » » » VII » 12
    » » » 26 = » » » » I » 36 (Mich. Pes., cantus et verba e lib. VII,n.° 27 (anon.)
    » » » 27 = » » » » VII » 64 e lib. IX, n.° 17.
    » » » 28 = » » » » VII » 13.
    » » » 29 = » » » » VII » 49.
    » » » 30 = » » » » IV » 5.
    » » » 32 = » » » » VII » 15 e lib. IX, n.° 8.
    »   » 33 = » » » » VII » 5 e lib. n.° 5.

    Questi due ultimi come pure i n.i 6, 10 e 27 erano stati ristampati dal Petrucci anche l'anno innanzi che s'imprimessero le Canzoni nove, fra i Tenori e contrabbassi intabulati col sopran in canto figurato per cantar e sonar col lauto, libro primo, Francisci Bossinensis (un bosniaco?) opus. — Soggiungerò che della 1a delle Canzoni nove e della 55a si leggono musiche anonime nel codicetto Pancìatichiano n.° 1 della Nazionale di Firenze, il quale è appunto dei primi anni del secolo XVI. Che si tratti delle stesse musiche non posso assicurare, non avendo potuto confrontarle con quelle delle Canzoni nove; come non ho potuto confrontare co' miei occhi le musiche dell'Antico con quelle del Petrucci; il che avrebbe per avventura giovato a togliere alcuni dubbi sulla "identità di talune composizioni che si trovano così nelle raccolte dell'istriano come in quelle del fossombronese, — Di un altro codicetto musicale dei primi anni del cinquecento (magliab. XIX, 121) diedi brevemente notizia nella Riviste critica della letteratura italiana, I, 121,

  19. A quelli già indicati ne sono da aggiungere altri tre: della Biblioteca imperiale di Berlino, della Universitaria di Königsberg e della Magliabechiana di Firenze.
  20. Eighth report of the royal commission on historical manuscripts, app., part III; London, 1881, pag. 57, n.° 1075; Catalogo annesso alla Relazione alla Camera dei deputati ecc. per l'acquisto di codici appartenenti alla biblioteca Ashburnham; Roma, 1884, n.° 1005.
  21. Ed. Ziletti, 1556, p. 32; cfr. ed. Daelli, 1863, p. 22. — Una impresa differente, ma col motto identico, è attribuita a Giuliano dal cod. riccard. 2122: «Pappagallo, con spiga di miglio negl'artigli: GLOVIS».
  22. Bartsch, Le peintre graveur, XIII, 249.
  23. Passavant, Le peintre graveur, I, 148; V, 150 e 153.

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Created: Thursday, July 17, 2014; Last Updated: Saturday, February 20, 2016
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