Matteo Giulio Bartoli
Istriani Illustri


 

 Biografia di Matteo Bartoli
di Giacomo Devoto

La carriera di Matteo Bartoli è stata semplice: nato ad Albona nel 1873, fu studente a Vienna, lettore di italiano a Strasburgo, titolare della cattedra di glottologia a Torino dal 1908 alla morte (gennaio 1946). Tutto sembrerebbe giustificare una vita di studioso rettilinea, aliena da drammi o da discussioni di principi. E vice­versa, a chi ben guardi, a queste omogeneità di circostanze corrispondono due periodi diversi della sua vita. Il primo che va fino al 1925 è essenzialmente all'ombra della sua opera gran­diosa sul «Dalmatico»: la scoperta, la illustrazio­ne e la definizione delle reliquie neo-latine della Dalmazia pre-veneta. È un'opera nella quale la minuzia filologica, la impeccabilità della scuola viennese, si innestano alla capacità intuitiva, al coraggio per le novità, quando afferma i legami fra il dalmatico e il neolatino delle opposte coste abruzzesi.

Ma accanto a questa precoce realizzazione (l'opera è del 1906) questa prima fase che arriva fino ai suoi cinquant'anni, mostra un travaglio, una riflessione e una elaborazione interna che darà poi vita al secondo periodo della sua attivi­tà. E difatti nel suo articolo Alle fonti del neolatino nella «Miscellanea Hortis» manifestava un volto diverso a quello del «Dalmatico», uno sforzo di riflettere non tanto sui risultati acquisiti dalla linguistica romanza, nel suo trionfale cammino degli ultimi decenni, quanto sugli strumenti e sulle armi di cui si era servita.

Per vent'anni non fece che pensare. Poi nel 1925 compariva quella Introduzione alla neolinguistica che non solo significava critica di una vecchia metodologia, ma presentava l'attrezza­tura di una linguistica nuova, fondata su princi­pi nuovi, in polemica recisa col passato. È la linguistica fondata sopra le cosiddette norme area­li e cioè volta a considerare, sulla base della distribuzione geografica delle manifestazioni lin-guistiche contrastanti, non solo le loro aree, ma l'età e le cause; quando la linguistica tradiziona­le si era limitata a descriverne il meccanismo e a sistemarle in «leggi». Le norme areali furono oggetto di viva polemica, e per dieci anni il Bartoli fu combattente intrepido. Naturalmente, non rimane tutto quello che in quell'occasione ebbe ad affermare, e soprattutto che le «norme areali» siano davvero delle «norme». Sono piut­tosto dei «tipi» che consentono di trarre certe conclusioni con probabilità assai maggiore di altre.

Soprattutto la cosidetta «norma delle aree laterali» ha rinnovato completamente il campo degli studi linguistici obbligando gli studiosi a rinunziare al mito che tutte le parole che si trovano in alcune lingue neolatine (o in alcune lingue indeuropee) debbono essere attribuite alle lingue comuni (il latino volgare o la lingua indeuropea comune) senza nessuna stratificazio­ne. Che si sia imparato a conoscere lo spagnolo hablar come specchio di una situazione più antica rispetto a quella definita dall'italiano parlare', che il latino ignis per «fuoco» rispecchi una situazio­ne più antica rispetto al greco pyr, questo è reso possiamo dire certo da una «norma areale»; e le conseguenze beneficile di questo riconoscimento sono da ascrivere in prima linea a chi ha saputo formulare meglio il criterio, e cioè al Bartoli.

L'attività del Bartoli apparve allora rivolu­zionaria e perciò essenzialmente demolitrice. E tuttavia ogni rivoluzione, proprio per la rigidità a cui è costretta a ricorrere per rendere chiari ed efficaci i suoi postulati, implica nuove leggi, nuove sistemazioni, nuove regolarità. L'aspetto costruttivo delle rivoluzioni appare normalmen­te a distanza: ma nel caso del Bartoli questo ritardo non si manifesta, vorrei dire per la sua profonda umanità. Alla ricerca di certezze, l'uo­mo non si sottrae senza danno. Avversario delle vecchie «leggi», il Bartoli nello stesso 1925 ela­borò una nuova legge, «una legge affine alla legge Verner» che diede l'aspetto definitivo al­l'attività del suo secondo periodo. Dichiarò più tardi anzi di non voler combattere le leggi in sé, ma solo la loro formulazione difettosa.

In questo dunque si ha, accanto al filone accennato sopra del dibattito metodologico, quello costruttivo nel campo, nuovo per lui, della comparazione indeuropea. Da questa non si distaccò più. Il suo ultimo volume Saggi di linguistica spaziale (1945) è una organica inces­sante riaffermazione dei principi critici che lo separano definitivamente dalla linguistica classi­ca, e insieme di quella sete di certezze per le quali egli rielaborò le sue «leggi» sul sistema consonantico indeuropeo privo di consonanti aspirate; sui rapporti fra la sede dell'accento e la nascita delle consonanti aspirate; infine la teoria della cosidetta ossitonia indeuropea.

Naturalmente risalta in questa più l'umanità e la vitalità del suo spirito che la grandezza tecnica dello studioso. Questa vedrei piuttosto  negli scritti parziali che, non discutendo principi basilari ne problemi di ricostruzione astratta, mirano invece a chiarire e rendere intelligibili i problemi della distinzione linguistica e della formazione di lingue nuove cosi nel campo ro­manzo come in quello indeuropeo. Cosi occu­pandosi del posto che spetta al latino nella famiglia dei linguaggi aria-europei (1934) come già della storia del latino volgare e della lingua d'Italia (1927), egli seppe conciliare l'esigenza teorica per la quale ogni innovazione linguistica deve avere una sto­ria a sé, e quella descrittiva per la quale le innovazioni devono essere in certo modo catalo­gate e classificate di mano in mano che si passa da una lingua comune a una molteplicità di lingue. Si deve a lui la distinzione fra innovazio­ni di età «preetnica» che si possono immaginare ancora all'interno della lingua indeuropea co­mune e innovazione di età «postetnica» o «deu-teroetnica» che si sono sviluppate invece quando un embrione di distinzione linguistica si era già costituito. Allo stesso modo, nel mondo neolati­no si devono distinguere innovazioni di età «romana» come il diffondersi di una distinzione di pronuncia di e aperte e chiuse, e innovazioni di età romanza come la dittongazione di una e breve accentata in sillaba aperta in ie.

La sua vitalità, la sua larghezza di interessi appaiono anche dai campi, non soltanto lingui­stici, nei quali egli si è sforzato di introdurre le beneficile conseguenze della linguistica spaziale, Diede l'avvio a studi paralleli nel campo della etnografia e delle letterature popolari, si occupò d'albanese, di lingue americane e ugro-finniche.

Fuori dell'attività scientifica, basta accennare al suo attaccamento costante, drammatico, verso la sua terra di origine e l'intiera regione giulia:

_____? due dei suoi ultimi scritti, del 1945, trattano delle porte orientali d'Italia e della Venezia Giulia, terra d'Italia. Ma più ancora che gli scritti vale la testimonianza della sua morte: il suo cuore stanco avrebbe potuto darci ancora parole e opere, se il distacco della terra natia non gli avesse data l'impressione inconscia che vivere dopo quel distacco, più non valesse. Il buon lavoratore, che ha testimoniato efficacemente in vita per la scienza italiana nel mondo, è stato un testimone di italianità, anche morendo.

Opere principali:

  • Saggi di linguistica, spaziale, Torino, 1945;
  • Introduzione alla neolinguistica, Ginevra, 1925.

Bibliografia:

  • A. Colombis, Grammatici e glottologi istriani, in «Pagine istriane», 1950, 4;
  • G. Vidossi, Matteo G. Bartoli, in «Atti e mem. d. Società Istriana d'A. e St. P.», 1949;
  • G. Devoto, II linguaggio d'Italia, Milano, 1974

Tratto da:

  • Francesco Semi & Vanni Tacconi, Istria e Dalmazia - Uomini e TempiIstria e Fiume, Del Bianco (Udine, 1991).


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This page compliments of Marisa Ciceran and Mario Demetlica

Created: Tuesday, July 15, 2008; Updated Wednesday, January 02, 2013
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