Bernardo Benussi
Istriani Illustri


 

Le origini e le prime vicende dei comuni istriani
da M. Tamaro

Circa due anni or sono venne alla luce a Parenzo, sotto gli auspici della Società istriana di Archeologia e storia patria, un grosso volume di pagine LXXVIII-720, dal titolo: Nel Medio Evo Pagine di Storia istriana (Tip. Q. Coana 1897). Autore di questo libro — magistrale per organismo, disposizione di parti, severità scientifica ed analisi critica — è il chiaro prof. dott. Bernardo Benussi, direttore del civico Liceo femminile di Trieste, persona ben nota agli studiosi quanto benemerita della patria storica letteratura. La nuova opera del Benussi si divide nelle seguenti cinque parti, suddivise alla loro volta in paragrafi: Introduzione, Bizantini e Longobardi. — Cap. I. Franchi — Cap. II. Vescovi — Cap. III. Conti e Marchesi — Cap. IV. Comuni.

Sebbene il lavoro, complessivamente preso, sia legato a filo di logica, tuttavia ogni capitolo può considerarsi a se, come cosa completa, e vorrei dire indipendente, a guisa di staccata monografia. Di specialissima considerazione, pertanto, a me sembra l'ultimo dei capitoli — quello dei Comuni — non già perchè, in ordine scientifico e fattivo, questo eccella sugli altri; ma per l'interesse nazionale e civile, che con riflesso alle peculiari condizioni nostre, esso vi desta.

E mi parve consulto di riassumerlo per la sua importanza, non solo per noi istriani, ma per quanti vogliono formarsi un chiaro e giusto concetto del nostro essere nazionale è civile, fino dai più lontani secoli.

I.

[102] Delle genti preistoriche dell'Istria e del modo con coi si reggevano, non accade qui di parlare; conviene, dunque, saltare di pari passo, fino ai tempi storici della dominazione romana.

Venuta definitivamente l'Istria in potere di Roma nell'anno 129 a. C., ritornò presto l'ordine; la sicurezza e il benessere fra le popolazioni indigene, mentre estendevasi contemporaneamente, colla lingua, i benefici della civiltà latina. Il ponte di passaggio erano le città. Favorite dai romani nel loro sviluppo anche nell'Istria, esse divennero poscia il perno dell'amministrazione provinciale, ed i centri dai quali irradiavasi la nuova cultura e civiltà.

L'aggregazione dell'Istria all'Italia per opera dell'imperatore Augusto — che formò dell'Istria e della Venezia una sola unità politica, la "decima regione italica", col titolo Venetia et Histria — fu uno dei fatti più importanti della nostra storia provinciale, siccome quello che la rese non solo partecipe delle esenzioni e dei diritti per i quali gli italici andavano distinti dai provinciali, ma che innalzò anche le città istriane, formatesi nel periodo della dominazione romana, al grado di municipi perfetti.

Già nell'anno 129 a. C. erano state fondate nell'Istria due colonie romane, l'una a Trieste, l'altra a Pola. Dopo la battaglia d'Azio, Ottaviano mandò una colonia di legionari anche a Parenzo.

La sede del convento giuridico degli istriani durante la republica era Pola, la quale mantenne anche all'epoca imperiale una certa supremazia sugli altri municipi. Ivi si eresse il tempio a Roma e ad Augnsto (che ancora esiste intatto), risiedette il flamen Augustorum, s'innalzarono statue agli imperatori, e si costruì per le feste provinciali quella meraviglia dell'arte che è l'anfiteatro, la cui cinta esterna si ammira ancora intatta.

Questi municipi, quasi piccole republiche, i cui cittadini erano membri del popolo sovrano, godevano allora della [103] massima autonomia, con forma di governo eminentemente popolare, sotto la Direzione di un consiglio di decurioni eletto dal popolo.

L'amministrazione e le cariche erano tali e quali, come a Roma: quindi i comizi popolari, la curia, i duo viri iure dicundo, i due viri quinquennales, gli edili, i questori ecc.

Possedendo l'Istria il pieno diritto di cittadinanza romana, i suoi liberi abitatori erano iscritti in una delle tribù di Roma: i polesi nella Valleria, i parentini nella Lemonia, i tergestini nella Pupinia, alla quale pare fossero ascritti anche i capodistriani e gli emoniensi; quei di Albona nella Claudia. Che più! L'Istria ebbe in quel tempo dai suoi figli culto divino, ebbe are e templi.

Grazie alla straordinaria floridezza di cui godette l'Istria, altre città e borgate sorsero, o s'ingrandirono, già nel primo secolo dell'impero, e precisamente: Pinguente, Pedena, Pucino, Egida (l'odierna Capodistria), Albona e Fianona. Nel secolo successivo sorsero: Lovrana, Nesazio, Arsìa (queste due ultime poi scomparse), Vistro (scomparsa), Rovigno, Cissa (sommersa nel mare), Umago, Sipar (distrutta dai pirati), Pirano, Prosecco(?).

Non seguiremo le vicende subite dai municipi istriani sotto l'impero, per quanto concerne la restrizione fatta nelle libertà, diremo solo, che anche all'epoca di Costantino la Venezia e l'Istria continuarono a formare una sola circoscrizione politica, retta da un consolare subordinato, si noti bene, dal vicario per l'Italia, il quale a sua volta dipendeva dal prefetto al pretorio per l'Italia.

In quanto alle cariche municipali, troviamo nel quinto secolo il defensore che ne è la prima autorità, i duumviri, ai quali era rimasta la giurisdizione municipale e la presidenza della curia, e da ultimo il curatore che amministrava il patrimonio e le rendite del Comune, ed era per così dire la continuazione del curator reipublicae de'secoli precedenti.

II.

Importa di ricordare un altro fatto di non scarsa importanza. Già nel primo secolo dell'impero si era diffuso [104] nell'Istria il cristianesimo per opera di S. Ermagora, discepolo dell'apostolo S. Marco. Le prime comunità cristiane fondaronsi anche qui nei centri più popolati, ossia nelle città, che ebbero propri vescovi e martiri durante il periodo delle persecuzioni

Conceduta da Costantino ai seguaci di Cristo la libertà di culto, e diffusosi rapidamente il loro numero, sorsero, già verso la fine del IV secolo a Trieste, a Parenzo, a Pola, le basiliche cristiane, i cui mirabili avanzi sono ancora visibili, specialmente a Parenzo. E come per costume generale di quei tempi, la chiesa cattolica regolò anche nell'Istria la propria circoscrizione territoriale in corrispondenza alla politica. In ogni municipio sedette un vescovo, ed ogni municipio col suo agro giurisdizionale formò una diocesi. Cosi a Trieste, a Parenzo, a Pola, cui si aggiunsero più tardi le sedi vescovili di Capodistria, Emonia (Cittanova) e Pedena.

Le prime irruzioni dei barbari non ci toccarono né ci apportarono delle alterazioni politiche dirette; salvo il risentimento che l'Istria dovette avere per le aumentate contribuzioni di legionari e di denaro. I Visigoti passarono oltre senza toccare la nostra provincia. Qualche drappello degli Unni avrà forse scorseggiato il suo confine nordico, ma nulla più. Dicasi altrettanto degli Eruli e Rugi condotti da Odoacre, il cui breve dominio non arrecò cangiamento alcuno nella costituzione politica dei nostri municipi. Sorvenuto Teodorico coi suoi Ostrogoti, è noto ch'egli rispettò in Italia, e quindi anche in Istria la costituzione e la religione dei popoli vinti. Le città, dunque, ed i territori ad esse subordinati continuarono a reggersi anche sotto i sovrani Ostrogoti colle forme municipali, quali esistevano negli ultimi tempi dell'impero.

A lato delle autorità romane, incaricate dell'amministrazione civile, vi stava il conte goto, il quale era luogotenente militare nella provincia, ed il giudice nelle questioni insorgenti fra i goti.

Le liti fra un goto e un romano venivano giudicate anch'esse da un conte goto, ma sempre coll'assistenza di un giurisperito romano.

Sotto il pacifico e pur ordinato governo di Teodorico si accrebbe notevolmente la prosperità materiale della nostra [105] provìncia, tanto più che essa aveva poco sofferto dalle precedenti incursioni e guerre, e conservato vivo e fiorente il proprio commercio marittimo sull'Adriatico, nel Mar Nero e nelle coste d'Africa.

Eppure il governo di Teodorico fu generalmente inviso alle popolazioni, che vedevano in lui il barbaro conquistatore che le aveva disarmate e tenute soggette, e il nemico della loro fede religiosa. Roma restava sempre per gli Istriani la città venerata, siccome parte legittima di ogni autorità civile, e siccome la sede del sommo Pontefice.

Nessuna meraviglia quindi se allo scoppiare della guerra dei bizantini contro gli ostrogoti, gli istriani vi affrettassero coi loro voti la vittoria delle armi greche, ed accogliessero con giubilo le schiere di Vitalio nel 639, gli eserciti di Belisario nel 644, e di Narsete nel 652.

III.

Il titolo di "Santa Republica", col quale gli istriani solevano chiamare, con eloquente espressione, il governo greco, rende testimonianza del come i nostri antenati vedessero nella religione cattolica e nell'autogoverno i cardini fondamentali del vivere sociale.

La più splendida manifestazione di questo sentimento allora dominante noi la troviamo nella creazione delle basiliche tanto numerose nell'Istria, da meritare al nostro paese il nome di "terra delle basiliche". L'inalzamento delle quali era l'espressione del sentimento di gratitudine verso la divinità che aveva liberata la provincia dal giogo dei goti ariani, e ristabilita la santa Bepublica.

Per opera del vescovo Eufrasio sorse in quel torno di tempo a Parenzo, sulle fondamenta di altra precedente basilica della fine del IV secolo, demolita da lui perchè crollante, la basilica presente, splendida di marmi e di preziosi mosaici, il più insigne monumento dell'arte cristiana del VI secolo, che ancora rimanga. Il Ferstel la chiama una delle più splendide opere dell'arte antica cristiana. Ancor oggi sopra la [106] cattedra vescovile, risplende la croce colle aste dagli apici appuntiti, che la caratterizza dei tempi di Giustiniano.

Per brevità non parliamo di altre basiliche, o distrutte o in qualche parte ancora esistenti a Trieste, a Pola e a Cittanova.

Col sentimento religioso fioriva altresì la coltura in tutte le città dell'Istria. Molte persone insigni per pietà e sapienza furono chiamate ad alte cariche nella gerarchia ecclesiastica, e taluna persino agli onori degli altari. Molte famiglie che dall'Istria passarono nell'estuario veneto, vennero ivi chiamate a coprire alte cariche dello Stato, e taluno divenne persino doge (Pietro Tradonico 836-864).

Giustiniano, venuto in possesso dell'Italia e dell'Istria, abolita la forma di governo introdotta dai goti, aveva ristabilita in provincia la costituzione romana quale essa vigeva nell'ultimo secolo dell'impero, ed aumentata l'autorità del difensore, affinchè questi potesse più efficacemente tutelare gli interessi delle città cui era preposto, contro l'abuso degli impiegati governativi. Ai vescovi era stata accordata la sorveglianza ed il controllo sul comportamento dei funzionari del municipio, mentre era dovere dei publici magistrati di render conto ad essi del loro operato. Agli stessi vescovi era stata conceduta la giudicatura in appello nei casi in cui la parte si credesse lesa nei suoi diritti dal giudice civile.

Quest'ampia autonomia municipale e provinciale non potè però durare a lungo, sia per cagione dell'invadente burocratismo dominante alla corte, sia anche a causa della necessità di mettere la provincia in istato di difesa, allorquando i longobardi, occupato il Friuli e l'alta Italia, minacciavano di occupare queste contrade. Ed ecco il difensore, il curatore, il giudice provinciale ecc. perdere la loro originaria importanza ed essere sostituite dal potere militare.

Però la curia e i decurioni esistettero nelle nostre città certamente sino alla fine del secolo VI, e molto probabilmente anche durante la dominazione bizantina, sia pure con attribuzioni limitate.

Il modo tenuto dagli istriani nel famoso placito al Risano (a. 804), le forme della loro protesta e gli argomenti addotti a [107] difesa dei loro diritti (contro l'introduzione di coloni slavi chiamati dal duca Giovanni, o da questi beneficati con terre appartenenti agli istriani), concorrono a dimostrare che quella adunanza non poteva essere stata 1'espressione di un popolo interamente escluso per quasi due secoli dal governo della publica cosa, o limitato soltanto ad eleggere le minori cariche cittadine.

Se il Gfrörer sostiene, che la paura dei longobardi costrinse i bizantini ad un governo mite e giusto nella Venezia, altrettanto sarà avvenuto probabilmente anche nell'Istria, dove eguale, se non maggiore, era il pericolo dell'invasione straniera, e necessaria una pronta e gagliarda difesa da parte degli abitanti. Pensiamo quindi che, per questo motivo, non sia mancato neppure durante il dominio bizantino nelle città istriane il comune, questa autorità intermedia fra i dominatori ed i soggetti.

Autori reputatissimi asseriscono, che nelle città commerciali si conservò più che altrove la municipalità; e che il perdurare della costituzione romana è strettamente congiunto alla conservazione della libera nazionalità romana, avente in sua mano la proprietà territoriale E tali erano appunto le condizioni dell'Istria, la quale, a differenza delle contigue Provincie italiche, carnioliche e dalmatiche, potò conservare inalterata e pura la sua nazionalità romano-bizantina senza mescolanze di popolazioni straniere, fossero germaniche o slave. L'Istria fu dei longobardi soltanto dal 751 al 788, e gli sloveni vi fecero bensì delle incursioni, portandovi desolazione e morte nei territori da loro percorsi, ma non la occuparono neppure parzialmente, nò mai si stabilirono in alcuna delle città e borgate.

E nessuno nemmeno si immaginerà che quelle poche centinaia di slavi pagani, che il duca Giovanni trasportò come coloni dalla Carniola sul finire del secolo VIII, per coltivare le terre da lui tolte alle chiese ed ai municipi, abbiano potuto in qualche guisa alterare le secolari condizioni etnografiche ed amministrative del paese.

Aggiungiamo, per ultimo, che ammettendo la continuità della curia nell'Istria bizantina durante i secoli VII ed VIlI, non [108] si viene a contraddire alla storia; certo essendo che le curie continuarono a sussistere nell'impero bizantino nei secoli VII ed VIlI, ed anche nel IX, e persino in molte località nel X secolo, come ce lo dimostrano le Novelle 46 e 47 dell'imperatore Leone.

Anche durante il regime longobardo le città formarono il perno dell'amministrazione politica, nel modo stesso che lo avevano formato nel periodo romano-bizantino.

Il principale mutamento fu quello della costituzione del maestro dei militi bizantino con un duca longobardo, dei tribuni coi gastaldi, e dei vicari cogli scaldasci.

L'occupazione longobarda fu del resto troppo breve per produrre mutamenti profondi nelle istituzioni politico-sociali della nostra provincia. Ed è perciò, che mentre in tutta l'Italia superiore dominava da ben due secoli il feudalismo, si erano ivi radicate le istituzioni longobardo-feudali, ed alla precedente popolazione romana si era sovrapposto un popolo straniero d'origine germanica; nell'Istria perdurava ancora in buona parte la costituzione romano bizantina, ed i suoi abitanti mantenevano pura la propria nazionalità, senza mescolanze di popoli stranieri.

IV.

Nel 789 l'Istria venne in potere di Carlo Magno e dei suoi franchi. La conquista franca ha portato una grande rivoluzione nel nostro paese. Al sistema autonomo romano durato ben otto secoli, veniva repentinamente sostituito il feudale-franco, colla cooperazione dell'alto clero.

Le istituzioni publiche bizantine vennero tutte abolite; aboliti il maestro dei militi, i tribuni, i vicari, abolita la curia, tolta ogni partecipazione del popolo alle cariche publiche ed all'elezione di qualsiasi magistrato; tolta la giurisdizione ai liberi sugli stranieri e sui liberti. Ogni potere civile e militare faceva capo al duca franco, imposto dal nuovo sovrano, il quale a sua volta condivideva questi poteri coi centarchi da lui nominati e da lui solo dipendenti, tutti investiti del potere arbitrario, senz'altra limitazione che il volere del duca, unica fonte di legge e di autorità per tutti.

[109] I beni pnblici vennero confiscati a vantaggio del duca e dei suoi famigliari: spegnevasi ogni autorità e giurisdizione dei comuni maggiori sui luoghi del contado; molte, infine, le località minori donate dal duca ai suoi franchi con lui venuti in buon numero, ed a lui legati dal vincolo di vassallaggio. Gli istriani perdettero non solo ogni partecipazione alla cosa publica, ma dovettero altresì subire la legge del vinto.

Alle angherie ed alle publiche rapine si aggiungevano le imposte arbitrarie, esorbitanti, persino il divieto della pesca.

Agli altri italiani che avevano provato gli effetti della prepotenza longobarda non frenata da leggi, gli ordinamenti di Carlo Magno potevano apparire una benedizione, non cosi però agli istriani, ai quali, abituati al viver libero, quei subiti ordinamenti dovevano riuscire oltremodo gravosi.

Il grido di dolore degli istriani giunse mediante il patriarca di Grado, Fortunato, all'orecchio di Carlo Magno, che ordinò tosto l'aprimento di una severa inchiesta. E fu convocato il placito provinciale al Risano, ricordato più sopra, ove, alla presenza dei messi dell'imperatore, e dinanzi al patriarca di Grado ed all'alto clero istriano, fu posto a nudo dai rappresentanti delle città e castella tutto 1'odioso procedere del duca, dei vescovi e dei loro aderenti. I messi imperiali dovettero fare ragione alle giuste lagnanze dei rappresentanti del popolo: vennero restituiti i beni ai comuni e la giurisdizione sui forestieri; esonerati i liberi dalle opere servili; furono soppresse le imposte arbitrarie; ripristinati i tribuni e le altre precedenti magistrature bizantine; e restituito per ultimo agli istriani il diritto di scegliersi liberamente i magistrati secondo l'antica loro consuetudine, diritto questo che fu poscia loro confermato con apposito diploma nell'815, dal figlio e successore di Carlo Magno, l'imperatore Lodovico il pio.

In tal modo gli istriani poterono sottrarsi per qualche tempo ancora all'oppressione del sistema feudale, e mantenere almeno in parte la loro passata autonomia.

Ma non fu altro che una breve sosta: colle condizioni mutate, le città perdettero un po'alla volta la giurisdizione sugli antichi territori, la campagna sciolta dal nesso di [110] subordinazione al municipio, venne facilmente avvolta nelle spire del feudalismo; fattosi poi questo sempre più forte, invase da ultimo e dominò» le stesse città.

Però le decisioni prese nel placito al Risano non rimasero interamente lettera morta. Per tutto il secolo IX, le forme di governo proprie dei tempi bizantini, continuarono a mantenersi nelle nostre città. Ciò è dimostrato dai documenti di quel tempo, i quali menzionano i tribuni, i vicari ed i loci servatores, e comprovano altresì che il diritto civile era quello della legge romana.

Vi ha anzi nella costituzione municipale istriana del secolo IX tanta impronta di romanità, che il Bethmann-Holweg e con lui il Wagner, sostennero persino che la così detta lex romana utinensis debba la sua origine nell'Istria, armonizzando appieno quella legge colle condizioni politiche che quivi allora vigevano per effetto della costituzione franco-romana.

Non si può fissare che approssimativamente il tempo in cui i tribuni e le altre magistrature romane cedettero il posto nelle nostre città alle nuove autorità feudali. Ciò sarebbe avvenuto verso la fine del IX e il principio del X secolo.

A partire dal 932 al 1032, i documenti ricordano la presenza nelle città di un gran numero di persone e di famiglie, i cui nomi tradiscono la loro origine tedesca. Quelle persone non solo abitavano nelle nostre città, ma coprivano anche le prime cariche di locopositi, di avvocati del popolo, e di scabini. Erano venute in Istria col duca Giovanni queste famiglie tedesche, le quali presero prima dimora nella campagna in mezzo ai loro domini, carpiti alle città e alle chiese, ma poi vennero a stabilirsi nelle città, ove per gli stessi loro possedimenti e per il favore dei governanti, ottennero ben presto il posto fra i majores, e vennero eletti alle cariche più elevate.

Se le città salvarono dal generale naufragio le antiche magistrature e la costituzione, perdettero tuttavia la giurisdizione sino allora esercitata sugli estesi agri municipali.

Due fatti concorsero particolarmente a favorire questa separazione della campagna dalla città: le immunità del clero e la creazione delle baronie laiche.

[111] Infatti nella nostra provincia si andò formando una serie di immunità vescovili e conventuali: borgate, terre, castella e ville vennero infeudate ai vescovi ed agli abati indigeni e forastieri, senza riguardo se le terre infeudate appartenessero ad altra circoscrizione municipale o diocesana. Ne furono infeudate anche a principi che ressero il nostro paese, ed a dinasti che nulla ebbero a che fare coll'Istria; rinfeudate o donate poi da cotestoro ad altre persone; cosicchè tutta la campagna andava frazionata in una molteplice quantità di giurisdizioni più o meno subordinate al signore provinciale, ma indipendenti affatto dalla giurisdizione della città, cui prima avevano appartenuto.

Nello stesso tempo che le infeudazioni e le immunità operavano questo cangiamento radicale nei rapporti fra le città ed i loro territori, il feudalismo introduce vasi un po'alla volta nelle città stesse, finindo da ultimo a dominarle.

Durante il periodo romano e bizantino, erano i proprietari (possessores) quelli che costituivano la casta dominante nei municipi. I possidenti erano i "primiores civitatis», quelli insomma che avevano sempre il governo del municipio. La mercatura e le arti erano considerate siccome opere vili servili, e lasciate ai clienti, ai liberti, agli schiavi ed agli stranieri. Il ceto dei mercanti e degli artigiani teneva allora un posto di mezzo fra i veri cittadini e gli schiavi.

Le cose si cangiarono in loro favore allorquando la difesa del paese, minacciato dalle invasioni nemiche, divenne scopo supremo del governo bizantino, e la costituzione civile della provincia dovette cedere il posto alla supremazia militare. Colla scomparsa dei possidenti maggiori, causata dalla introduzione del sistema feudale, dalla conquista dei grandi possessi publici e privati, e dalla perdita della campagna, subentrarono a quelli i possedimenti minori, e più particolarmente i negozianti e gli artisti, i quali formarono ormai il nerbo della cittadinanza propriamente detta.

Col cangiamento della posizione giuridica dei commercianti, e della parte loro assegnata nella difesa del paese, cessano pure, sul finire del IX secolo, le magistrature romano-bizantine dei tribuni, vicari, locopositi ecc., per dar luogo [112] all'introduzione degli scabini, voluta dal nuovo ordine di cose, e dal feudalismo, quando questo dalla campagna penetrò in città.

Il marchese, il conte provinciale; od i loro luogotenenti, non amministravano direttamente la giustizia; essi erano soltanto i presidi dei tribunali, ne tenevano la direzione esterna e curavano la esecuzione delle sentenze. Il pronunciamento delle medesime, in base al diritto, apparteneva soltanto alla rappresentanza dei cittadini.

L'imperatore Carlo Magno aveva, cioè, ordinato che per i tribunali fossero eletti dai messi reali oppure dai conti, colla cooperazione del popolo, un certo numero di assessori stabili chiamati scabini, i quali dovessero intervenire nella pertrattazione degli affari ordinari imposti dalla legge, e anche degli straordinari proposti dai conti. Questi scabini venivano eletti nelle singole città ed il loro numero ordinario era di 12, dei quali almeno 7 dovevano essere presenti in ogni giudizio.

Si trovano poi gli scabini chiamati a giudicare anche in assemblee giudiziali provinciali, il qual fatto ci dimostra che l'Istria formava allora un tutto a sè, indipendente da altre Provincie, e che gli scabini medesimi costituivano una specie di corporazione provinciale.

Lo scabinato non era inoltre privo di una tal quale importanza politica, dacchè gli scabini formassero, nella maggior parte delle città, il punto centrale della costituzione cittadina, nella stessa maniera che la comunità dei liberi ne costituiva propriamente il corpo. Eletti dai liberi cittadini, gli scabini erano i loro permanenti rappresentanti, il centro di unione e la salvaguardia delle libertà rimaste.

Nò l'attività dei cittadini era limitata alla difesa della loro terra ed all'elezione degli scabini, ma molti altri erano i modi, coi quali i cittadini, costituiti in particolari deputazioni partecipavano all'intera azienda municipale.

Per riscuotere le decime ecclesiastiche si sceglievano 4 od 8 uomini per ogni Comune, i quali servivano da testimoni fra gli ecclesiastici ed il Comune, qualora insorgessero dissidi fra 1'una e l'altra parte.

I messi dovevano eleggere d'accordo col vescovo e col conte, in ogni città, dei deputati allo scopo di presiedere alle [113] riattazioni dei ponti. Dei fiduciari venivano eletti nelle città e distretti coli' obbligo giurato di notificare gli omicidi, i furti, gli adulteri e le illecite unioni. Le persone migliori e leali venivano elette dai messi ad inquirire e ad assistere il conte negli affari giudiziari. Dei giurati erano scelti a sorvegliare le monete ed i pesi.

Colla metà del secolo XI cessano gli scabini, ed al loro posto vengono gli iudices. Questo ritorno al titolo romano indica già la prevalenza della reazione municipale romana nella feudalità germanica.

In questo frattempo troviamo in qualche città istriana un' altra carica, quella cioè di advocatus totius populi, senza conoscere però di preciso le attribuzioni rispettive.

Frequente, è pure nell'Istria in questo secolo e nei susseguenti il locopositus, la quale carica era la prima della città, e rappresentava o il conte provinciale, oppure il conte urbano, tanto se ecclesiastico, quanto se laico.

In certi atti solenni, p. e. nelle ambascerie che si spedivano a Venezia, troviamo oltre al locoposito, all'avvocato del popolo ed agli scabini, un certo numero di cittadini ; e gli atti rispettivi venivano sottoscritti da un maggior numero di questi ultimi.

Tutte queste rappresentanze ci autorizzano a conchiudere che il sistema feudale, da noi, non aveva del tutto soppressa la partecipazione dei liberi comunisti alla cosa publica, ma che continuavano ad avere parte attiva nelle faconde della città. Cosi quell'alito di indipendenza che spirava nelle nostre città durante il secolo X, malgrado il più rigido feudalismo, nulla altro era che la continuazione dell' autogoverno goduto prima, modificato soltanto nelle forme esteriori.

E questo stato di cose era certamente dovuto alla conservazione della nazionalità romana nel popolo, immune da infiltrazioni di genti straniere abituate al servagio, al continuo contatto con Venezia, ed alla necessità di provvedere da sè alla difesa del commercio marittimo, rimasto pressochè unica fonte di riohezza per le città.

Quindi ogni città formava un ente politico a sè, diviso e distinto dagli altri, con proprio sviluppo storico e proprio ordinamento interno.

V.

[114] Colla trasmigrazione dei popoli, occupate dai barbari le regioni transalpine, ogni scambio dell'Istria con queste contrade venne a cessare, per cui l'attività commerciale degli istriani fu ristretta quasi esclusivamente alla sola via marittima lungo l'Adriatico.

Ed ecco il nostro contatto con Venezia, la quale aveva preso il posto già tenuto da Aquileia.

I legami fra i due popoli, già abbastanza stretti dalla affinità di origine, dai vincoli di parentela, e dai trattati commerciali, si consolidarono vie più col pericolo comune onde era minacciato il commercio marittimo dai corsari slavi, stabilitisi nella finitima Dalmazia.

Una serie di guerre che i veneziani dovettero sostenere contro gli slavi della Dalmazia, ravvicinavano, come bene si comprende, i vecchi rapporti fra la Dominante e l'Istria.

Noi assistiamo, pertanto, in questo periodo, a molti esempi di patti conchiusi fra le nostre città e la Republica; non erano ancora dedizioni, ma semplici trattati di protezione quasi di aleanza, mercè i quali le città istriane si obbligavano di dare un certo numero di navi per mantenere la polizia del mare, e qualche contribuzione fissa di vino, olio o altre derate per la chiesa di S. Marco.

Questi amichevoli rapporti degli istriani coi veneziani non garbavano a qualche marchese, e perciò si ebbero per le influenze del dominatore frequenti rotture di patti che occasionavano vendette e rappresaglie. Ma alla fine, nel 933, venne stipulato a Rialto un solenne trattato di pace fra l'Istria e Venezia, dal marchese d'Istria, dai vescovi di Pola e Cittanova, da due locopositi e da due scabini, da 12 altri fiduciari di Pola, Capodistria, Muggia, Pirano, ivi convenuti: inoltre fu giurato da appositi fiduciari di ciascuna città.

Questo trattato lo si può quindi a buon diritto considerare come la pietra angolare su cui Venezia inalzò più tardi l'edilìzio della sua dominazione nell'Istria. L'affinità di origine, la comunanza di istituzioni, gli interessi commerciali, attirando [115] gli istriani sempre più nell'orbita della politica di Venezia, fecero poi il resto per il trionfo dei suoi disegni su questa provincia.

VI.

La pace fra Venezia e l'Istria è durata lungamente, ma le cose cangiarono all'improvviso, allorquando scoppiava a Venezia, nell'agosto 976, la rivolta contro il doge, ed il suo sistema politico, e Candiano IV cadeva vittima dei congiurati. I capodistriani, retti dal conte Sicardo, tentarono di sottrarsi all'onoranza promessa e mantenuta per tanti anni al doge veneto; ma salito al potere il nuovo doge, Pietro Orseolo, una delle sue prime cure fu quella di sopire queste discordie, e regolare le cose cogli istriani, ed in particolare coi capodistriani, coi quali conchiuse a Capodistria stessa, il 12 ottobre 977, un nuovo trattato.

Questo nuovo patto non era in complesso che la rinnovazione dei trattati anteriori, specie di quello del marzo 933, con alcune aggiunte però e con modificazioni importantissime, fra cui noteremo quella dell'annuo contributo delle cento anfore di vino, non già elargite a titolo di onorario al doge, ma come un vero contributo, seppure velato col titolo di servitum; e questo contributo non è più personale, ma obbligatorio a perpetuità. Nella città di Capodistria risiederà d'ora in poi un veneziano come fiduciario e quasi rappresentante del doge, affine di controllare il pieno adempimento dei patti, esigerne all'occorrenza l'osservanza, e di tenere informato il suo governo. Inoltre Capodistria si obbligava di conservare sempre la pace con Venezia, anche quando tutta l'Istria fosse in armi contro la Republica. Il rappresentante del doge a Capodistria aveva, infine, la veste ufficiale di console veneziano, investito del potere di sedere a tribunale, e giudicare assieme ai giudici capodistriani "secundum consuetudinem nostram et vestram, ogniqualvolta un veneziano dimorante nella città aveva bisogno di ricorrere alla giudicatura indigena.

Venezia agiva con molta circospezione, studiandosi di conseguire ogni maggior utile dalla nostra provincia, senza [116] destare sospetti nell'imperatore di Germania, e senza attentare, almeno in teoria, a nessuno dei suoi diritti di sovranità sulla penisola istriana.

Ma l'Istria non formava una provincia nel senso moderno della parola. Frazionata dal feudalismo in una quantità di territori separati fra loro, ogni città formava quasi una republica a sè, per nulla interessata alle sorti della città vicina.

Il sopra ricordato documento ci porta ad altre considerazioni ancora. Desta meraviglia la grande autonomia spiegata in questa circostanza dal popolo capodistriano, ed il modo tenuto nel concludere il trattato senza quasi ricordarsi della sua dipendenza dal potente imperatore tedesco. CapodiHtria concede ai veneziani piena libertà di commercio; dispone indipendentemente dei dazi d'entrata, condonandoli ai veneziani; si obbliga a perenne tributo; accetta nella città la presenza di un console veneto; e promette di mantenere la pace con Venezia anche se gli istriani la guerregiassero. Dell'imperatore Ottone I si fa un cenno fuggevole solo nell'introduzione "imperante domino nostro Ottone serenissimo imperatore" e nella chiusa "absque iussione imperatoris".

Il conte Sicardo, il rappresentante dell'Autorità feudale a Capodistria, non fa poi la miglior figura, quando, costretto dalla volontà del popolo, sottoscrive il trattato che era la negazione della sua propria autorità.

I pirati croati e narentani continuavano intanto ad infestare l'Adriatico, ma il doge Orseolo II (a. 1000) con una serie di fatti d'armi gloriosi li sottomette. Le vittorie di questo doge avevano assicurato anche all'Istria la navigazione sull'Adriatico ed il commercio con la Dalmazia e T Italia meridionale, perciò radicavasi sempre più negli istriani la persuasione che soltanto dallo stretto accordo colla potente Re-publica, signora dell'Adriatico, poteva venir loro la protezione necessaria alla conservazione ed allo sviluppo del proprio commercio marittimo.

Ogni accrescimento della potenza di Venezia nell'Adriatico, ed ogni aumento dei suoi privilegi nelle provincie orientali, equivaleva ad un aumento di influenza anche nelle città istriane.

[117] Gli istriani comprendevano la necessità di rimanere attaccati a Venezia, onde assicurarsene la protezione; e Venezia, alla sua volta, approfittava per stringerli maggiormente a sè, come aveva fatto per lo innanzi colle città della Dalmazia. Con questa differenza però, che mentre Venezia aveva spiegato contro quest'ultime tutta la propria energia, e si era servita anche della propria forza materiale per vincolarle a sè, malgrado fossero dipendenti dall'imperatore greco, non più temuto per la sua debolezza, circondavasi per l'opposto delle maggiori cautele nella sua azione verso le città istriane, siccome dipendenti dal potente imperatore tedesco, dal quale Venezia aveva tutto da temere, se non per mare, sicuramente almeno nelle sue relazioni continentali, particolarmente colle Provincie dell'alta Italia.

Questa differenza di rapporti fra l'uno e l'altro impero spiega anche il diverso modo di agire della Republica. La conquista della costa dalmata venne fatta da lei coll'impiego della forza ed in uno spazio di tempo relativamente breve; l'acquisto delle città marittime istriane fu invece il frutto di due secoli di abile e conseguente politica mai perduta d'occhio.

VII.

L'anno 1096, calamitoso per fame e per altri disastri elementari che desolarono tutta la Venezia, fu anche 1'anno della prima crociata.

Una parte dei crociati, quella condotta dai conti di Tolosa e quelle del vescovo Ademaro di Puy, scelsero la via dell'alta Italia, ed attraversando la Lombardia ed il Friuli, giunsero in Aquileia, donde continuarono il loro viaggio per l'Istria e la Dalmazia.

Qui torna in acconcio di rilevare il fatto che i crociati appena giunti nella Dalmazia, si accorsero della presenza di una doppia popolazione, l'una dissimile dall'altra per lingua e per costumi. Trovarono, cioè, nelle città marittime una popolazione romana, e nell'interno genti di origine slava e di costumanze ancor barbare. Queste genti, fuggite su pei monti [118] all'avvicinarsi dei crociati, sbuccavano dai loro boschi e molestavano in tutte le guise l'esercito in marcia, costringendo i crociati a terribili rappresaglie. Nulla di tutto questo essi avevano veduto e sofferto nell'Istria: e questo comprova che le condizioni della Dalmazia erano affatto diverse da quelle dell'Istria per nazionalità dei suoi abitanti e per costumi. Dal che è lecito anche di inferire che la lingua allora parlata dagli istriani era una sola per tutti, cioè la romana, e che i crociati non ebbero motivo di lamentarsi dell'accoglienza ricevuta dagli abitanti.

Se pensiamo che in pari tempo anche Venezia mandava nelle acque dell'Oriente una squadra di 200 legni sotto il comando del figlio del doge Vitale, Giovanni Michele, è lecito di ritenere che altrettanto vigoroso per la crociata fosse anche l'entusiasmo fra gli abitanti dell'Adriatico superiore, e che molti istriani accorressero pure ad ingrossare le file dei militi della croce. E non per nulla tante città istriane portano ancora oggidì l'insegna della croce sul loro stemma.

Siccome poi da oltre un secolo le navi istriane commerciavano sicure nelle acque della Dalmazia e dell'Adriatico inferiore, così erasi altresì lentamente affievolito nelle nostre città costiere il sentimento del bisogno della costante protezione e di una quasi permanente tutela su di esse da parte della Republica veneta,

S'aggiunga che, come nell'alta Italia, così anche nelle città istriane manifestavasi l'aspirazione alla completa autonomia municipale, e la tendenza di affrancarsi da ogni dipendenza da predominio straniero. Questa era l'idea predominante di quel tempo, che, riuscita infine vittoriosa, diede nascimento e vita ai liberi comuni italici.

Ma a Venezia interessava di avere aperti i porti dell'Istria e di scongiurare l'eventualità che il naviglio istriano si adoperasse contro di lei, perciò si teneva pronta ad approfittare di qualunque pretesto per imporsi colla sua potenza alle città istriane, e per sostituire in esse all'occorrenza la fedeltà, al protettorato la signoria.

E ben presto le si offerse l'occasione desiderata. Fossero velleità di indipendenza maggiore, più larga forse di [119] quanto era gradito a Venezia, o fossero questioni d'indole commerciale o marittima, certo è che fra Venezia e le città di Capodistria, d'Isola e Pola devono essere scoppiate nel 1146 delle ostilità se nel decembre di quello stesso anno i rappresentanti delle nominate città dovettero recarsi a Venezia e quivi giurare sopra i santi vangeli perpetua fedeltà vera e leale a S. Marco, al doge Polano, a tutti i suoi successori ed al Comune di Venezia, come fossero esse altrettante città del dogado, obbligandosi per di più a rinnovare lo stesso giuramento all'elezione di ogni nuovo doge, come usavano le altre città venete.

Non possiamo seguire tassativamente, per l'indole di questo scritto riassuntivo, parecchi altri avvenimenti simili al su citato che si sono seguiti in questo tempo; diremo soltanto che, come per le dette città, cosi è accaduto, su per giù, anche per Rovigno, per Parenzo, Cittanova ed Umago.

Ora, tali avvenimenti avevano offerto a Venezia novella occasione di fare un passo avanti verso 1'assoggettamento dell'Istria, senza ledere, almeno in teoria, i diritti degli imperatori tedeschi e dei margravi, dai quali essa dipendeva. Venezia non solo aveva ottenuto per sè libertà di commercio in tutte le su dette terre istriane e completa esenzione di ogni dazio e da qualsiasi altro aggravio, non solo aveva imposto a Pola, come per lo innanzi a Capodistria, un proprio rappresentante che controllasse la puntuale esecuzione dei trattati e fosse sempre presente nei tribunali e fuori per protegere i veneziani da ogni angheria e sopraffazione, ma eransi altresì rese tributarie le città istriane con danaro, o prodotti, e tutte poi soggette rispetto al naviglio, del quale Venezia poteva fare libero uso, qualora si guerreggiasse al di qua di Zara e di Ancona.

L'importanza che la Republica annetteva a codesti successi, ed alla conseguente subordinazione delle città marittime istriane, è comprovata dallo splendido trionfo con cui fu ricevuta a Venezia la squadra col Morosini e Gradonico, che ritornava vittoriosa dalle acque dell'Istria.

Il Navagero, nella sua storia di Venezia (a. 1150) racconta che, assoggettate le città marittime istriane, il doge [120] veneto aggiungesse agli altri suoi tìtoli quello di Dux lotius lstriae.

E qui sta bene di rimarcare che Venezia, raggiunto il suo scopo verso le città istriane, si studiò di risparmiare quanto potè i cittadini e d'impedire che inutili crudeltà contro i prigioni, o la perdita dei beni e dei possessi, mantenessero negli istriani uno strascico d'odio e di rancore contro il governo della Republica. Venezia non intendeva di inalzare colla forza brutale l'edifizio della sua signoria sulle città marittime istriane. Trattò invece gli istriani, anche durante la guerra, piuttosto d'amici fuorviati, che da nemici.

È nota la guerra combattuta fra l'imperatore Federico Barbarossa e le città lombarde, decisa colla battaglia di Legnano il 19 maggio 1176. A questa guerra prese parte, a fianco dell'imperatore, anche il margravio d'Istria Bertoldo III degli Andechs colle sue genti.

I veneziani che si erano dapprima avvicinati ai lombardi accettarono poscia volentieri le parti di mediatori fra il pontefice Alessandro III e l'imperatore, ed a Venezia è avvenuto il convegno, dove, addì 1 agosto 1177, fu firmata la pace. Vi erano presenti anche il vescovo Varnando di Trieste, il vescovo Pietro di Parenzo, e Giovanni arciprete di Pola con numeroso seguito.

A questa pace fra l'imperatore e le città lombarde sussegui, nel 1183, la pace di Costanza, che venne pure firmata dal surricordato margravio d'Istria, Bertoldo III degli Andechs.

Gli istriani ebbero parte, come credesi, agli avvenimenti che prepararono la vittoria dei lombardi, e la conseguente pace del 1177.

Via via che la potenza di Venezia rafforzavasi nella Dalmazia e nell'Adriatico inferiore, e migliorava le sue relazioni coi Normanni, anche le città istriane estendevano il proprio commercio marittimo e lo assicuravano con la stipulazione di speciali trattati di pace e di amicizia colle varie città della Dalmazia. Un esempio lo abbiamo nel trattato di pace firmato in questo periodo di tempo fra Rovigno e Ragusa, rinnovato con speciale documento il 4 aprile 1192. Queste due città si giuravano reciprocamente pace e sicurezza tanto nelle persone, qnanto nel naviglio che arrivasse nel loro porto.

Anche Capodistria, che dopo il 1146 era stata sempre fedelissima a Venezia, seppe avantaggiarsi della benevolenza del doge, attirando a sé il monopolio del commercio del sale che si faceva nella nostra provincia per la via di mare.

Pola, invece, che non poteva dimenticare il primato goduto per tanti secoli nella provincia, non poteva rassegnarsi ad essere tributaria e vassalla di Venezia, e perciò di frequente si ribellava ai patti anteriormente stabiliti, per ritornare da capo, stretta dalle armi, alla soggezione.

Abbiamo anche il caso di guerre intraprese fra le stesse città istriane per gelosia di predominio, o per rivalità nei commerci e nella pesca.

Così quella fra Pirano e Rovigno nel 1207. Ai piranesi si alearono i capodistriani, ma poi i primi si staccarono dalla lega, mandarono il loro Podestà, che teneva al tempo stesso 1'officio di gastaldione, a conchiudere la pace che venne firmata il 4 gennaio 1208.

VIII.

Il periodo che intercede fra la metà del secolo X e quella del secolo XI sarebbe uno dei più interessanti per lo studio del rivolgimento avvenuto nelle condizioni interne dei municipi istriani, se si possedessero le fonti necessarie per seguirne le varie fasi. Ma purtroppo di questo periodo di tempo i documenti sono ancor più scarsi che nel precedente; e lo storico che vuole adentrarsi nella ricerca dei singoli fatti si trova nelle condizioni di colui che ha in mano soltanto i due capi d'una lunga catena, e deve dalla qualità di essi argomentare dello stato degli anelli intermedi.

Come si è detto, il secolo X segna nella nostra provincia la massima prevalenza del feudalismo. Questo però — si è veduto pur anco — non è riuscito a spegnere tutte le precedenti istituzioni romano-bizantine, nò a togliere ogni partecipazione dei liberi cittadini alla vita publica. Laonde, non appena si rilassarono le ritorte del feudalismo, rinacque subito [122] dagli avanzi della municipalità romana il nuovo comune non per creazione, ma per evoluzione.

Vedemmo il popolo istriano eleggere i suoi scabini, i quali non solo erano centro e rappresentanza di cittadini d'una singola città e tutori dei costoro diritti, ma costituivano anche la rappresentanza giuridica dell'intera provincia.

Vedemmo inoltre i liberi abitatori delle città prendere parte del potere giudiziario, assistendo ai giudizi e concorrendo al giudizio in qualità di assessori o di astanti, e firmare, come tali, i deliberati del placito giudiziario. Finalmente questi liberi cittadini vengono chiamati a giurare e confermare i trattati conchiusi con Venezia, delegando all'uopo propri deputati; promettono annue onoranze al doge veneto; assicurano agli stranieri protezione nei possessi e nei coloni; stabiliscono le modalità da seguirsi nell'amministrazione della giustizia fra gli indigeni ed i veneziani; regolano la percezione delle gabelle, e persino dispongono a loro talento delle proprie forze di mare.

Dal premesso si può conchiudere, aver esperimentato l'Istria un feudalismo temperato, tale, cioè, da lasciare alla cittadinanza una notevole libertà di azione in molta parte della vita municipale, nei giudizi, nei commerci, nelle imposizioni e persino nel pronunciarsi sulla pace e sulla guerra.

Il grado di autonomia che trasparisce dai fatti su accennati è tanto notevole, che il Gfrörer, nella sua storia di Venezia (c. 20) non esita punto di affermare che "i 58 egregi cittadini di Giustinopoli firmati a tergo del documento del 932, assieme ai 20 nominati nel testo, abbiano formato il gran Consiglio di Capodistria".

A mantenere vivo ed operoso questo spirito di libertà e di autonomia nelle città istriane, molto concorsero anche le confraternite, le quali, istituite a scopo religioso sotto la protezione di uno dei santi più celebrati, servivano in pari tempo ad avvicinare gli elementi omogenei, ed a stringerli fra loro, secondo che si presentava il momentaneo bisogno nella diffesa, ed anche nella offesa. Lo spirito d'associazione ereditato dal periodo romano, e di cui fanno fede i molteplici collegi allora esistiti, non si spense intieramente nei secoli [123] successivi, ma si trasformò, seguendo la corrente delle idee allora dominanti, in associazioni religiose. Nel 1072 è ricordata dai documenti la confraternita di S. Giusto a Trieste, e nel 1082 la congregazione di S.ta Maria a Capodistria.

Si domanda ora: se tali erano le condizioni interne delle nostre città nel mezzo del secolo X, quale fu l'indirizzo da esse preso nel secolo susseguente? L'autonomia goduta fino allora doveva sempre più ampliarsi sino a raggiungere il completo autogoverno, oppure camminare a ritroso e restringersi?

La continuità della popolazione senza mistura di elementi stranieri, è la prima condizione per la continuità delle istituzioni, per la loro successiva evoluzione. Or bene, quel carattere nazionale romano, che si mantenne inalterato nei secoli precedenti, continuò a durare nella popolazione istriana anche nei susseguenti secoli XI, XII, XIII e XIV. Come nel secolo IX l'Istria non vide mutata la sua impronta nazionale dalle infeudazioni dei beni publici a nobili franchi, e dalle poche centinaia di coloni slavi qui trapiantati dal duca Giovanni (poscia spariti o allontanati dal paese, o fusi nell'elemento preponderante); cosi passò pure inosservata la presenza di quei pochi slavi che nei secoli XI e XII dalla vicina Carniola calarono lentamente ed alla spicciolata dalla Carsia,e si stabilirono qua e là nella campagna dell'Istria pedemontana. Il carattere nazionale dell'Istria, e quello in particolare degli abitanti delle città, rimase quale era per lo innanzi, e 1'antico elemento cittadino romano continuò tranquillo la sua evoluzione, trasformandosi nel nuovo italico. E già di questi secoli noi possediamo dei preziosi cimeli del parlar volgare istriano.

Gli abitanti delle nostre città continuavano dunque a tramandarsi di padre in figlio, assieme alla lingua, le consuetudini degli avi, mentre più strette si facevano allora le relazioni colla Romagna e con Venezia; colla Romagna, la culla del rinascente studio del diritto romano; con Venezia, la città dei grandi commerci e delle istituzioni popolari, continuo esempio ai nostri di vita nazionale e di autonomia politica.

[124] E di quanto queste relazioni colla riva opposta dell'Adriatico divennero più vive, d'altrettanto si allontanarono quelle colla Germania, e coi paesi al di là delle Alpi. I margravi teutonici della casa Weimar-Orlamünde, degli Eppenstein, degli Sponheim e degli Andechs, ch'ebbero in feudo dai sovrani tedeschi il nostro paese, occupati come erano da cure ben maggiori, ed obbligati a risiedere altrove dai loro interessi dinastici, poco o nulla si curarono di questa provincia, e rare volte durante il loro lungo governo si fecero qui vedere od intervennero attivamente negli affari publici.

Se ora passiamo a considerare le modificazioni avvenute nelle singole magistrature, troveremo cessati dappertutto gli scabini ed in loro luogo ricordati i iudices. Che questi giudici delle città fossero ufficiali del comune, lo comprova anche l'esistenza documentata del comune quale corpo auto-politico, già nella prima metà del secolo XII, e parimenti la esistenza nelle città di uno speciale diritto consuetudinario civile e penale.

A Capodistria, nel trattato del 1145, troviamo ricordati i seguenti ufficiali pubblici: Il gastaldo, il nodaro, il giudice, il popolo.

La pace conchiusa con Venezia nel 1160 fu giurata per Rovigno dal giudice e da 17 altre persone; per Parenzo dall'arciprete, dal gastaldione e da altre cinque persone; ed in ambi i luoghi per "consensum omnium vicinorum maiorum atque minorum".

A Pola, in calce del trattato del 1146 conchiuso colla republica di Venezia, sono firmati prima il conte, poscia il suo locoposito, quindi undici persone fra le quali i giudici e da ultimo 1'"universus populus".

È probabile, ma non accertato, che nelle città istriane già formate a Comune, a lato dell'assemblea di tutto il popolo (comunione od arrengo come lo chiamavano) vi fosse anche esistito un consiglio, ad imitazione di Venezia che nel 1172 riordinò il gran consiglio, e istituì il consiglio minore (la signoria) nel 1178.

Nel 977 si ricordano le decisioni degli "habitantes", (di Capodistria) divisi in "maiores et minores", nel 1118 (a Parenzo) sono menzionati i "concives nobiles", nel 1145 havvi [125] (a Pola) il "populus polisanus a maiore usque ad minorem", nel 1160 la stessa denominazione serve per i cittadini di Pola, mentre quelli di Rovigno e di Parenzo si scrivono "vicini maiores et minores".

Quando l'autorità dei vescovi, o dei conti, venne ristretta a vantaggio del comune, e passò di fatto; se non di diritto, alle città presso che tutto il potere da quelli esercitato; quando i vari ceti sociali e le singole maestranze si strìnsero fra loro in altrettante corporazioni; e quando alla indipendenza a poco a poco acquistata, si aggiunse la chiara coscienza e la decisa volontà del libero reggimento, allora si senti anche il bisogno di riorganizzare la magistratura comunale colla creazione dei consoli ad imitazione del grande modello: Roma.

V'erano due specie di consoli, i consules comuni ed i consules de placitis causarum. Tutti e due avevano parte nel governo generale del comune; ma mentre ai primi era più particolarmente affidata 1'amministrazione nello stretto senso della parola, i secondi, per il loro speciale istituto, curavano di preferenza la giurisdizione civile. Motivo per cui anche più tardi gli vediamo sussistere a fianco del podestà succeduto al posto dei consoli del comune.

Coll'istituzione dei consoli, il potere giudiziario fino allora affidato ai giudici, venne a concentrarsi nelle loro mani. Però i giudici rimasero, ma quali giurisperiti consiglieri dei consoli, poiché questi giudicavano sempre sentito prima il loro parere.

Un passo avanti nell'ordinamento dei comuni si fece colla creazione del podestà, ohe venne ad occupare il posto sino allora tenuto dai consoli del comune, conservando però i consoli di giustizia (ossia i giudici civili) nell'esercizio delle loro funzioni. Coti'aggregazione dei poteri in una sola persona, si volle evitare i danni che frequentemente risultavano dalle viste discordi di più consoli, aventi le stesse attribuzioni di potere.

A seconda dei tempi e dei luoghi, il podestà od era eletto dall'imperatore o dal principe del paese, oppure spettava a questi soltanto la conferma, mentre l'elezione era lasciata ai cittadini.

[126] Il trentennio dal 1160 al 1180, come per l'alta Italia, cosi anche per l'Istria, è il periodo in cui gli ordinamenti dei comuni si riorganizzano, si regolano e si determinano definitivamente.

Cosi i documenti del 1186 ci mostrano il comune di Capodistria pienamente organizzato e rappresentato da podestà e da quattro consoli.

Sei anni più tardi, cioè nel 1196, è documentata anche a Pirano la costituzione a comune col podestà e coi consoli. — L'egual cosa, nel 1194, la troviamo a Parenzo — nel 1199 a Poi a, e così via via.

Nelle funzioni propriamente governative, il Podestà era dovunque assistito da un consiglio di assessori, senza il cui voto egli non poteva prendere veruna deliberazione di rilievo. A questo consiglio minore, o di governo, aggiungevasi uno più numeroso, il consiglio del popolo, il quale veniva convocato per tutti gli affari più importanti, cioè per l'intimazione della guerra e per la conclusione della pace, per oggetti di legislazione, per determinare le imposte e le tasse, per eleggere i consoli, il podestà e simili. Di rado si convocava la radunanza dell'intero popolo ad un così detto parlamento (conclone o arrengo), e solamente per la pubblicazione di nuove leggi o di importanti deliberazioni, per le quali si voleva essere certi del suffragio universale, per l'installazione dei nuovi magistrati ecc.

Nell'Istria la partecipazione dell'assemblea del popolo agli avvenimenti di maggior rilievo sia nell'epoca romana, sia durante lo stesso periodo feudale, ed in quello della massima autonomia comunale, ci è comprovata da numerosi documenti storici, che qui sarebbe troppo lungo anche di citare.

Dai documenti si deduce ancora che le città erano divise in varie classi, cioè: nei nobili (coi milites, ministeriali e cogli arimanni) compresi, insieme agli scabini di prima, ai giudici di poi, ed agli altri preposti al comune, nel titolo più generico di cives maiores; restando a tutti gli altri cittadini quello di cives minores. In progresso di tempo però questa divisione perdette ogni pratica importanza. Sempre gli stessi documenti ci fanno conoscere pur anco le arti maggiormente [127] esercitate nelle singole città, alcune delle quali erano costituite in maestranze, con propri maestri.

Un fattore principale di autonomia dei comuni, d'importanza pari all'esercizio indipendente della giurisdizione, si fu la legislazione statutaria.

Allorquando al comune riuscì di avere in un fascio i vari ordini sociali fino allora rimasti divisi, si raccolsero pure i diversi diritti personali in un solo e comune diritto statutario, valevole per tutti gli abitanti del comune e del territorio. Questo diritto, consuetudinario sino allora, ed usato particolarmente nei giudizi dagli assessori, venne ora codificato in forma precisa, ed ebbe forza di legge statutaria.

Di un diritto codificato, di uno statuto nel vero senso della parola, si fa menzione per la prima volta a Capodistria in due documenti del 1238 e 1239, ed a Pola in altro documento del 1264. Epperciò appare evidente che anche nell'Istria la compilazione degli altri statuti coincidesse colla surrogazione del podestà ai consoli, cioè quando emerse il bisogno di affermare meglio le proprie antiche consuetudini giudiziarie di confronto al podestà forestiero, succeduto nella giudicatura ai consoli, giudici concittadini.

Se noi aggruppiamo ora tutti questi fatti e gli completiamo secondo che 1'uno serva di prova o di corollario all'altro, dobbiamo concludere che le nostre città raggiunsero il massimo grado di autonomia negli ultimi decenni del secolo XII, nel tempo in cui la provincia fu retta dagli ultimi margravi degli Andechs-Merania, indifferente poi se tale autonomia sia derivata dalle concessioni ottenute o dalle usurpazioni commesse. E tanto forte era nelle nostre città il sentimento della propria autonomia, e tanto alta la coscienza della propria dignità, che esse trattavano col patriarca di Aquileia, quando divenne loro signore temporale, non già come sudditi inverso il principe, ma da pari a pari, da potenza a potenza.

Coll'infeudazione del patriarca Volchero, avvenuta nel 1209, comincia per l'Istria un nuovo periodo di storia, il quale rappresenta per i nostri comuni un periodo di transazione, in cui continue si fanno le lotte tra i comuni stessi ed i [128] patriarchi, i primi per difendere ed ampliare l'autonomia già acquistata, i secondi per limitarla al più possibile.

L'assoggettamento dei nostri comuni a Venezia, compiutosi interamente nel 1420, pose fine a questo periodo di transazione.

M. Tamaro

Tratto da:

  • Raccolta di memorie, notizie, e documenti - Particolarmenti per servire alla stodia di Trieste, del Friuli, e dell'Istria. Nuova serie, Vol XXIII, Stabilimento Artistico Tipografico G. Caprin (1899-1900, Trieste), p.  101-128.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Saturday, June 07, 2008. Last Updated: Sunday, June 22, 2008
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