Capitolo I. Preistoria

1. Le numerose ed accurate esplorazioni praticate durante gli ultimi decenni nelle grotte del Carso permisero di accertarvi la presenza dell' uomo già nel periodo paleolitico o archeolitieo dell'epoca quaternaria. (1) Queste caverne gli offrivano sicuro ricovero contro le intemperie, contro i rigori del clima e gli attacchi delle fiere, nel mentre l'abbondante selvaggina concorreva a far sì che i cavernicoli — o come si dicono altrimenti i trogloditi — preferissero queste regioni di confronto ad altre.

Dense foreste di querce coprivano allora tutto l'altipiano e buona parte della sottostante penisola : vi aveva stanza l'orso delle caverne Cursus spelaeus), l'animale più comune e più diffuso, (2) ed accanto a lui l'orso ligustico, il cervo, il capriolo, il [31] cinghiale. Comune nei depositi quaternari trovasi la iena delle caverne, e con essa il lupo e la volpe. Nè raro è il leone (felis leo spelaeus). In alcune caverne vennero esumati anche i resti del bue primigenio e del cervo (cervus elaphus). Dell'elephas primigenius vennero raccolti numerosi avanzi a Punta del Dente nell'Istria marittima e presso Poggio reale (Opicina).

Ignaro dell'uso dei metalli, l'uomo delle caverne ricorreva alla pietra, all'osso specialmente, ed al legno. Preferiva la selce piromaca (la pietra focaia) d'onde ricavava coltelli e raschiatoi scheggiati grossolanamente: affrontava il gigantesco orso, il cinghiale, il cervo, armato di semplici punte silicee fermate ad un'asta o lanciate coll'arco, e probabilmente intinte in un potente veleno. (3) Si ornava con pendagli di pietra, con denti o piccole mascelle o zanne di cinghiale bucate: amava dipingersi il corpo adoperandovi uno stampo di terra cotta. Le accette levigate ricavate da rocce serpentinose e dioritiche (abbenchè rarissime), i coltellini di ossidiana, i pendagli di cloromelanite e di steatite, certi motivi a foglie disposti intorno l'orlo e sull'ansa ci dimostrano come già in quei tempi si facessero sentire gl'influssi della civiltà meridionale; nel mentre frammenti di vasi emisferici di argilla rossa risentono l'influenza della civiltà balcanica.

Gli studiosi della soeleologia vorrebbero far risalire questo periodo storico a 40-50 secoli avanti l'èra attuale, e rilevano i numerosi punti di contatto fra le famiglie umane che abitavano sulla Carsia Giulia e quei nuclei di famiglie che vivevano nelle caverne delle Alpi Apuane della Liguria e che appartenevano alla razza ligure.

2. Non sempre durò questo stato di cose. In seguito ai mutamenti tellurici e climatici accaduti in progresso di tempo, sparite od emigrate altrove le fiere che infestavano i boschi i cavernicoli alla caccia poterono aggiungere la pastorizia, ed [32] ebbero numerose gregge di pecore, di capre, come pure buon numero di buoi e di maiali. Fabbricarono le loro armi ed i loro utensili colla selce levigata (epoca neolitica) e mostrarono una certa valentia nel plasmare i loro vasi.

Ma quando si diffuse l'uso dei. metalli, del bronzo dapprima, e poscia del ferro, ed in questi metalli i nostri ebbero un potente mezzo di offesa, a poco a poco, abbandonati i loro antri, passarono ad abitare sui castellieri, cioè su quelle alture, numerose nell'Istria pedemontana e marittima, ohe da tre lati scendono ripide nel piano sottostante, e col quarto sono unite alla retrostante terra da cui si protendono. Cinsero la parte superiore con forte ed' alta muraglia a secco a protezione dell'abitato, e con un secondo muro chiusero la parte bassa, sia quale prima opera di difesa, sia a tutela del bestiame che vi pascolava.

Talvolta il castelliere era tagliato nella sua lunghezza da un forte muro dietro il quale potevano difendersi anche dopo perduta l'altra metà dell'abitato. Nè raro è il caso che una serie di muri paralleli fra loro rinforzassero il castelliere sul ripiano che lo congiungeva alla retroterra.

Il loro rito funebre non era dissimile da quello dei cavernicoli dell'età della pietra; colla differenza però che, invece di [33] deporre i cadaveri nel cavo delle grotte, li seppellivano in tombe ipogee — nei cosidetti tumuli — in posizione del pari rannicchiata ed accompagnati da aggiunte funerarie piuttosto scarse: cocci primitivi! (4) e qualche frammento di bronzo.

Formati da un ammucchiamento di sassi di varie dimensioni, di questi tumuli alcuni sono colossali, altri piccolissimi, alcuni possedevano tombe a cassetta, altri n'erano privi. Appartengono a questa età le ascie ad alette (palsbab), i celt, le cuspidi di lancia, pochi spilloni, aghi, anelli, braccialetti.

Il passaggio dall'epoca paleolitica alla neolitica, dalla selce ai metalli, dalle caverne ai castellieri deriva dall'immigrazione d'un nuovo popolo, oppure rappresenta un ulteriore grado nel progrediente sviluppo della coltura? Gli storici non sono su ciò d'accordo fra l'oro: chi sostiene l'una ipotesi, chi l'altra.

3. La storia però ci conserva la memoria di una grande immigrazione che sarebbe avvenuta nelle nostre regioni all'epoca della guerra troiana: quella dei Veneti (Euganei?). Avanzandosi dall'Oriente attraverso i Balcani lungo la via del Danubio-Sava (dell'Istro), i Veneti, oltrepassate le Alpi orientali — che per essi furono denominate Alpi venete — si sarebbero stabiliti in tutto il paese dai monti al mare, spingendosi inoltre ben addentro nell'Alta Italia.

Usavano la cremazione: i resti del rogo erano riposti in tombe piane: avevano già appreso l'uso del ferro, e fu perciò loro più facile soggiogare gli antichi abitanti ed impossessarsi delle loro terre.

I documenti più importanti del loro usi e costumi, dei loro riti e delle loro industrie ci sono specialmente conservati nelle numerose tombe delle necropoli preistoriche di Vermo presso Pisino, dei Pizzughi presso Parenzo e di Nesazio —oggi Isaze —presso altura su quel di Pola. (5)

[34] Il culto dei morti era da essi profondamente sentito e professato con attenta e scrupolosa pietà. Nelle tombe piane gli avanzi combusti venivano deposti, assieme alle ceneri, in urne cinerarie di argilla ordinariamente sulla nuda terra, protette da rozza lastra di roccia, talvolta in una cassetta formata da pietre squadrate: i più ricchi si servivano di urne di bronzo — ciste o situle. — Nella cassetta o presso gli ossuari, la pietà dei congiunti collocava alcuni oggetti cari al defunto.

Delle ciste e delle situle, alcune erano liscie, altre istoriate a disegni a sbalzo, oppure cordonate, le quali ultime trovano le loro corrispondenti di preferenza nella necropoli d'Este. Ed è perciò che mentre da alcuni sono volute importazione dalla Grecia, altri le vogliono attribuire all'industria locale, o derivate dagli antichi Veneti, nei cui manufatti, come in quelli della regione Giulia, la decorazione a cordoni rilevati ed a zone era una delle principali caratteristiche.

A differenza dei vasi di bronzo, i vasi di argilla devonsi la maggior parte alla produzione locale: nel mentre la loro decorazione metallica ricorda più da vicino i vasi d'Este. Nelle tombe dei Pizzughi e di Nesazio però furono trovati numerosi vasi fittili d'origine straniera, provenienti cioè da fabbriche greche, o da quelle dell'Apulia, donde il loro nome di «vasi apuli».

Fra la svariata suppellettile delle necropoli, oltre le già ricordate ciste e le situle, vanno rilevati anche i lebeti (conche emisferiche), gli oinochoe di squisita fattura greca, le fibule, gli spilloni, gli anelli, le armille, gli orecchini, le collane, di cui molte con perle di vetro o di ambra, i pendagli, i bottoni, le cinture e le graziose ciottolette di pasta vitrea policroma, cose tutte le quali, se da un lato ci dimostrano una grande analogia specialmente con la suppellettile funeraria di Este, ed in parte l'influenza su loro esercitata dall'Etruria e dall'Umbria (la necropoli funeraria di Felsina), dall'altro ci parlano in favore di una produzione e di un'industria metallurgica istriana notevolmente progredita negli ultimi secoli. prima che le aquile romane qui si stabilissero apportatrici di una nuova civiltà.

4. L'Istria, ove mettevano capo le tre grandi vie commerciali: quella dell'Oriente e del Danubio attraverso le Alpi, quella [35] la dell'Alta Italia, e terza la via marittima lungo l'Adriatico, godeva già nei secoli molto lontani di un vivo commercio terrestre e marittimo.

Gli antichi scrittori greci ricordano un 'mercato, centro del commercio1 fra le coste dell'Adriatico e quelle del Ponto, ove convenivano i vini di Lesbo, Chios, Thasos e le anfore corciresi..... ricordano i sacri doni che dalla Scizia, trasmessi da popolo a popolo, giungevano al golfo adriatico e venivano raccolti nella direzione di mezzodì primieramente dagli Cileni di Dodona (nell'Epiro), ricordano che presso gli'Istriani vi erano due isole ricche di ottimo stagno, e che presso le Assirtidi stavano le Elettridi dalle quali proveniva l'ambra. Siccome la maggior parte di questi articoli di commercio non erano prodotto indigeno dell'Istria, ma vengono dagli -scrittori a questa attribuiti, è segno evidente che di questi articoli l'Istria era allora un notevole centro commerciale, e precisamente fra le regioni terrestri e marittime. Se a questo aggiungiamo il racconto degli storici latini che Taranto mandava le sue navi a mercanteggiare nell'Istria e la serie di prodotti d'origine straniera che trovasi nelle nostre necropoli, dovremo conchiudere che considerevole deve essere stato il commercio fra la provincia dell'Istria e le contermini contrade già nell'epoca anteriore alla conquista romana. I vasi di bronzo provenienti o dalla Venezia o dalla Grecia, i vasi fittili che giungevano dalla Grecia o dall'Apulia, le perle e le ciottole vitree d'importazione fenicia e l'ambra che vi giungeva -dal Baltico, i lavori in bronzo ed i minerali di ferro e di rame onde andavano celebri allora i Tauri, lo stagno che vi arrivava dalle Gallie attraverso l'Alta Italia, e poi il sale e gli schiavi che in quei secoli non mancavano in nessun mercato, vi costituivano gli articoli principali. E questo ci spiegherà anche la fitta popolazione dell'Istria, che valutasi (6) a 120.000 anime, divisa in 520 eastellieri, e ci dirà la [36] ragione per cui la preda fatta dai soldati romani nella conquistata provincia fosse di gran lunga superiore alla loro aspettativa.

5. Ma esisteva realmente Quel mercato di cui la memoria si conservò tanto tenacemente presso gli antichi scrittori? Vediamolo. Negli scavi praticati nella necropoli preistorica di Nesazio durante i primi anni del presente secolo, come materiale di recintazione e di copertura delle relative tombe, furono trovate numerose pietre di varia dimensione appartenenti ad edifici che, per la loro tecnica e la loro ornamentazione ricordano molto da vicino lo stile delle costruzioni preelleniche 0 micenee. Pietre con tali caratteri non si trovarono in nessuna altra località dell'Istria. Furono inoltre dissotterrati frammenti di statuette e di altri oggetti rituali che 'ricordano il culto delle divinità venerate sulle coste e sulle isole del Mare Egeo. Siccome i paletnologi assegnano alla prima serie delle tombe di Nesazio l'anno 800 circa av. Cr., gli edifici a cui appartengono le sculture micenee devono essere anteriori a tale epoca. E non potrebbero questi edifici appartenere al mercato o meglio alla fattoria a cui alludono quegli scrittori, mediatrice del commercio fra l'Oriente e l'Adriatico, e che andò distrutta quando v'irruppero quei popoli che si servirono delle sue rovine per recintare le proprie tombe? Anche l'ubicazione di questa fattoria verrebbe in appoggio a tale supposizione, poichè il castelliere di Nesazio era situato in posizione da dominare i porti di Badò, di Medolino e di Pola, il primo dei quali si apriva ai suoi piedi, e gli altri due vi distavano pochi chilometri; ed erano i porti a cui metteva naturalmente la via commerciale marittima lungo la costa orientale dell'Adriatico, ed erano lo scalo più importante di questo commercio prima che il formarsi dell'emporio aquileiese non venisse a spostare il centro dei traffici dalle spiagge del Quarnaro a quelle del Golfo. [37]

6. Ma le suddescritte condizioni di prosperità e floridezza vennero in parte a cessare col secolo V, per lirruzione dei Celti. Nella nostra regione li troviamo divisi nei Carni, che scesi dalla provincia omonima, occuparono la parte più bassa della Carsia al Timavo inferiore; e ad essi si dovrebbe, secondo Strabone, la fondazione di Trieste — ch'egli chiama «villaggio carnico»; — ed in Giapidi, che occuparono ambedue i versanti del Nevoso. Vanno divisi perciò questi Giapidi in transalpini ed in cisalpini. Questi ultimi, meglio conosciuti col nome di Catali, si stabilirono in tutta l'Alta Carsia al Timavo superiore, ove vennero a contatto coi Carni, e non è improbabile che di qui abbiano ben presto esteso il loro dominio anche sull'intera provincia istriana. (7)

Questa irruzione dei Celti arrestò in parte quello sviluppo dell'arte e dell'industria che fu 'superiormente ricordato. Più che al lusso ed al culto dell'arte, i nuovi venuti erano dediti alle armi ed alle arti della guerra — «gens valida et fera», gente forte e feroce, li dice Appiano. — Più ne soffersero quelli che vennero seco loro in intimo contatto: meno quelli che si trovavano in località più lontane; ed è perciò che lungo le coste anche nei secoli seguenti si mantennero i testimoni d'una ricca "civiltà per nulla meno fiorente di quella dei 'secoli che precedettero l'invasione.

Alla costa gl'Istriani trovavano nel mare un più largo campo alla loro attività, una scuola di coraggio e di ardimenti ed una fonte di prosperità e di benessere. Sulle loro veloci biremi — le «serille» — ora commerciando nei porti della Li-burnia, dell'Illirio, dell'Etolia e nell'Apulia sino a Taranto, ed ora esercitando la pirateria, correvano tutto l'Adriatico. Racconta T. Livio che il Re di Sparta Cleomene nel 303, volendosi portare ai lidi veneti, dovette tenersi lontano dalla costa orientale dell'Adriatico «per timore dei Liburni e degli tetri che lo infestavano».[38]

7. E qui infine si presenta spontanea un'ultima domanda: a quali popoli appartenevano gli antichi Istriani. Ma neppure a questa domanda si può dare una risposta concreta e sicura, essendochè degli antichi scrittori, chi li dice Traci, chi Veneti, chi Miri, chi Celti. Esaminiamole ad una ad una.

Gli scrittori greci, sapendo che al Danubio (medio) vi esisteva un popolo molto forte e numeroso, cioè quello dei Traci, e credendo che la penisola balcanica fosse assai più ristretta di quanto lo è realmente, ammisero senza difficoltà che questa popolazione tracia si estendesse anche al basso tetro (occidentale), sino all'Adriatico.

Il nome di «Venete» dato alle Alpi orientali, l'eguaglianza dei riti funebri, la notevole somiglianza fra la suppellettile delle nostre necropoli e quelle della necropoli d'Este, una certa coincidenza che non può essere solo casuale nella toponomastica delle, due regioni, ci fanno ammettere che nei primi tempi della loro immigrazione, i Veneti abbiano occupato tutto il paese dalle Alpi al Quarnaro.

Non è da escludersi che elementi illiri siensi commisti lungo le coste coll'antico popolo istriano. Le isole che numerose si trovano allineate lungo la costa orientale dell'Adriatico potevano essere facili stazioni per l'avanzarsi verso settentrione di altri popoli, tanto più che la vita marinaresca esercitata dagli uni e dagli altri li rendeva affini d'indole e d'interesse. Che vi esistesse un'«Istria illiria» è una montatura austriaca, (8) desiderata dall'i, r. Governo per ragioni politiche, e sostenuta a spada tratta dagli scrittori slavi e dai tedeschi slavizzanti.

I Celti (i Giapidi) giunsero alle Alpi orientali come conquistatori: si stabilirono tanto al di là del Nevoso, nella Giapidia transalpina, quanto al di qua sulla Carsia (la Giapidia cisalpina, meglio nota come territorio dei Catali), ove vennero a contatto con altri Celti, cioè coi Carni, i quali avevano fondata al mare, come fu detto, la borgata di Trieste. Dalla Carsia i Giapidi si devono essere estesi anche nella sottostante provincia non come colonizzatori, ma come dominatori, occupandone probabilmente le località più importanti. Troppa somiglianza havvi fra la toponomastica dell'Istria e quella delle regioni abitate dai Celti per considerarla come un fatto puramente accidentale; e l'eroica difesa di Nesazio, l'ecatombe che ne accompagnò la rovina, è tanto simile anche nei suoi più minuti particolari all'eroica difesa ed ' all'ecatombe di Metullo, la capitale dei Giapidi transalpini, che ci costringe ad ammettere una stretta fratellanza fra i due popoli che colà abitavano.

Concludendo: alla popolazione primitiva attribuita alla grande razza ligure e che teneva occupato tutto il paese dall'una all'altra Alpe, si sovraposero, e con questa si fusero, le popolazioni che diedero il loro nome alla Venezia; nel mentre più tardi nell'Istria marittima su questo substrato veneto s'innestarono degli elementi illiri. Frattanto, dopo occupata la Carsia, i Celti (i Giapidi) allargarono la loro signoria anche sulla sottostante regione istriana sino al mare, formandovi la classe dominante.


Note:

  1. La preistoria si divide comunemente in tre epoche: 1) in quella della pietra (o litica), 2) del bronzo, e 3) del ferro. L'epoca della pietra si suddivide in due periodi: nel paleolitico o della pietra greggia, e nel neolitico o della pietra levigata. L'epoca del ferro si suddivide in tre periodi, il primo dei quali porta anche il nome di periodo di Hallstatt.
  2. Nella grotta Pocala presso Nabresina, dagli avanzi ivi scopertisi calcola che vi abbiano trovato ricovero oltre un migliaio di orsi.

    Le ossa dei surricordati animali diluviali giacevano mescolati alla rinfusa entro la massa dell'argilla quaternaria, sconvolta verso la fine dell'epoca glaciale da forti invasioni acquee.

    Ossa dell'Ursus spelaeus si rinvennero nella caverna di S. Romoaldo presso Canfanaro, dell'Elephas antiquus nelle cave di saldarne presso Dignano.

  3. Dalla grotta Pocala fu estratto nel 1905 un teschio dell'orso delle caverne nella cui cavità cranica vi era una cuspide di freccia di selce, ed un secondo teschio con ancora infissa nel parietale destro una belissima cuspide di selce nera.

    La maggior parte però di manufatti appartenenti all'epoca paleolitica furono scoperti nella grotta di S. Canzìano.

  4. Presso il colle Capitolino (il Castello) di Pola da una necropoli a seppellimento sotterra vennero estratti nove scheletrii rannicchiati a crani dolicocefali, accompagnati oltre che da oggetti di bronzo e di ambra anche da qualche raro oggetto di ferro.

  5. Nel Goriziano vi sono le due grandi necropoli preistoriche di S. Lucia e di Caporetto.

  6. Sono calcolati così:

    Secondo Livio, tra caduti in battaglia e prigionieri

    17.600

    aggiungiamo durante la distruzione delle tre città

    3.600

    Se questi 20.000 formano la metà degli uomini atti alle armi, si deve aggiungere l'altra metà

    20.000

    Se 40.000 sono gli uomini dai 18-70 anni, i rimanenti maschi sino ai 18 anni (cioè un terzo della popolazione maschile) dovrà valutarsi a 20.000
    Ai 60.000 maschi aggiungiamo un eguale numero di donne, cioè 60.000 arriveremo alla cifra complessiva di.120.000 abitanti.
  7. Una invasione dei Tettosagi è ricordata nel 279, una seconda dei Giapidi nel 52, per la quale Trieste andò presso che distrutta.

  8. I Greci avevano per confinanti lungo la costa orientale dell'Adriatico gl'illiri, arditi pirati che corseggiavano tutto questo mare, e perciò credettero che si estendessero lungo tutta quella costa ohe chiamarono «illirica», carne l'opposta la chiamarono «italica» senza tener conto della diversità etnica degli abitanti. Egualmente sotto l'Impero, col nome di «provincia dell' Illirio» s'intese tutta la regione fra il Nevoso ed il Mar nero abbenchè non avesse nulla a fare etnicamente cogli Illiri.

    Napoleone creò le Sette province illìriche dell' impero francese. L'imperatore Francesco I d'Austria con parte di queste formò il «Regno illirico», e d'allora in poi gli Slavi ohe l'abitarono si dissero Illirici in contraposto ai Croati, Serbi ecc. Inoltre l'Austria comprese il Goriziana, Trieste e l'Istria nel titolo complessivo di Litorale austro-illirico. Per tal modo essa allacciava colla somiglianza dei nomi agli antichi Illiri gli odierni slavi illirici, quasi fossero della stessa stirpe e loro successori, destinati perciò, come vedremo nel cap. XVIII, a riconquistare le sedi dei loro antenati.

Tratto da:

  • Bernardo Benussi, L'Istria nei suoi due millenni di storia, collana degli ATTI, Centro di Ricerche Storiche (Rovigno), Unione Italiana (Fiume), Università Popolare di Trieste, Consiglio Regionale del Veneto (Venezia - Rovigno, 1997). Courtesy of Giovanni Radossi (Director of CRS). © All rights reserved.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Tuesday, June 10, 2008. Last Updated: Thursday, December 13, 2012
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