Prefazione

Quando nel 1924 Bernardo Benussi pubblicava, quasi alla fine di una lunga e operosa vita, L'Istria nei suoi due millenni di storia, non era facile per gli storici giuliani occuparsi di queste nostre terre sine ira et studio. Gli esiti esaltanti di quella che fu detta la «guerra di redenzione» sembravano aver portato a compimento un progetto a lungo .sognato contro gli inutili sforzi di chi aveva voluto separare durevolmente l'Istria dalla Venezia e dall'Italia, cui già Augusto l'aveva unita intorno al 16 a.C; in effetti, poteva scrivere allora trionfante il Benussi che «le leggi naturali e la tradizione storica resero vani i tentativi dell'imperialismo germanico e degli interessi dinamici: che l'Istria ritornò e alla Venezia e all'Italia».

Ma a soli vent'anni di distanza quei sentimenti di gioiosa eccitazione sarebbero stati destinati a trasformarsi in dolore, così che neppure oggi, dopo lo scacco di una guerra perduta e le pesanti ricadute degli odi nazionali e delle lotte idcologiche, è facile esprimere quasi da una condizione di esilio giudizi sereni sul passato di questa regione. Tuttavia, nonostante le inquietanti tensioni tuttora in atto, non credo possibile ignorare la nuova temperie culturale favorita dalla singolare primavera del 1990, quando la «caduta dei muri» con speranze di collaborazioni e con una voglia di Europa lasciavano sperare nuovi e più articolati criteri di valutazione anche in sede storiografica.

«Chi pensa, esule, a Pola non rivede subito le verdi rive orlate di bianco nell'azzurro del mare, non i pini frementi sui colli antichi della città, non i ripidi clivi e le calli, gli uni e gli altri dal nome romano, ma vede prima di tutto l'arena con le cento e cento arcate, con le note di bronzo e d'oro che il tramonto ravviva e l'alba ricolora». Così scriveva qualche decennio fa con intelletto d'amore Mario Mirabella Roberti sull'anfiteatro di Pola, «certo, un luogo di lotte e di sangue, ma sublimato ora nel giro duplice di arcate distese nel cielo, aperte sul mare, ridotto ed esaltato a pura architettura, come nessun altro anfiteatro del mondo antico lo è, anche il più completo come quello di Verona, anche il più possente come il Colosseo». Pola, questa estrema colonia dell'Istria fondata dai Romani forse in età cesariana su un precedente abitato, fervida di commerci e di uomini, base militare e centro agricolo, ebbe quasi sicuramente dall'imperatore Claudio (41-54) il grande giro di arcate dell'arena. Ma già a pochi anni dalla fondazione della colonia e dalla costruzione delle mura, una donna, Salviti Postuma, aveva innalzato a ridosso della porta urbana sul decumano uno stupendo arco onorario per celebrare tre membri della sua famiglia, che era quella dei Sergii. Le statue dei suoi parenti sono sparite, ma le decorazioni degli stipiti con fastosi tralci di vite, quelle della volta dell'arco con l'aquila che adunghia un serpente (segno di apoteosi), quelle dei capitelli e del fregio con putti che reggono festoni imprimono al monumento onorario una nota di fresca e palpitante bellezza.

Il tempio di Roma e di Augusto è opera sorta fra il 2 a.C. e il 14 d.C: esso era rimasto quasi intatto fino al 13 marzo 1945, quando una bomba ne colpì la fronte e ne rese necessario il restauro che non ha potuto restituire agli eleganti capitelli tutte le loro foglie e le loro volute.

Se queste non sono le uniche orme di Roma in lstria, sono certo le più imponenti e le più esaltanti, visitate e rilevate da celebri architetti fin dalla seconda metà del sec. xv: anche Michelangelo deve averle viste, se, tra i suoi disegni a penna posseduti dal Museo Wicar di Lilla, si trova uno schizzo dell'arco dei Sergi, in cui figurano tutte le misure prelevate. Altre tracce significative rimangono a Trieste e a Parenzo, che, assieme a Pola, erano i tre centri costieri più importanti sorti come sedi preromane già nell'età del bronzo.

La presenza dell'uomo sulla penisola istriana è attestata - com'è noto - già dall'età paleolitica, ma bisogna attendere la penetrazione di genti nuove in seguito alle migrazioni del secondo millennio a.C. per trovarvi le tracce della civiltà dei metalli: allora furono abbandonate le caverne e furono impiantati nuovi insediamenti sulle cime ventose dei colli. Là, in posizione strategica e circondati da valli poderosi, sorgevano quei villaggi fortificali, « castelli eri», abitati lungo l'età del bronzo e quella del ferro fino alla conquista romana; non si può per ora stabilire con certezza a quale gruppo etnico appartenessero quegli antichi abitatori dell'Istria: forse si trattava di genti di varia origine - l'Illiri, Veneti, Celti - su cui Roma avrebbe affermato la sua presenza parte con la guerra, parte con i trattati e poi con una penetrazione quotidiana quasi inavvertibile.

Per capire la portata di questa civiltà dei castricoli e la funzione della nostra penisola come ponte fra culture diverse, occorre tenere presente la sua collocazione geografica: l'Istria infatti si protende sul mare all'estremità settentrionale della lunga e stretta insenatura adriatica, attraverso la quale il Mediterraneo, centro di vita e di civiltà, si inoltra più addentro che altrove nella parte continentale d'Europa. Ma al tempo stesso la nostra penisola è come un corridoio europeo che avanza nel mondo mediterraneo: perciò essa favorì le comunicazioni e i contatti con i popoli del continente attraverso i valichi delle Giulie e divenne punto d'arrivo delle correnti migratone e dei flussi culturali che, da Sud, si spingevano verso settentrione.

Se alle notizie che tramandano gli antichi scrittori accostiamo la serie di prodotti importati che si rintracciano nelle necropoli istriane, dovremo concludere che la rete commerciale fra la penisola e le regioni contermini dev'essere stata considerevole già in epoca anteriore alla conquista romana. Del resto la grande quantità di danaro, che allora fu preda di guerra superiore a ogni aspettativa, si aggiunge a confermare lo sviluppo commerciale dei floridi centri marittimi; non per nulla Livio (XLI, 11, 18), il grande storico dell'età augustea, narrandoci la vittoriosa campagna del console Claudio Pulcro in lstria e la disperata difesa di Nesazio e del suo re Epulo contro le legioni di Roma (177 a.C), poteva rilevare che praeda spe maior fuit («il bottino fu superiore a ogni aspettativa»).

All'Istria, infatti, mettevano capo tre grandi vie commerciali: quella dell'Oriente e del Danubio attraverso le Alpi, quella dell'Italia settentrionale e la via marittima lungo l'Adriatico, che metteva ai porti di Medolino, di Pola e di Badò presso Nesazio; era qui lo scalo più importante di questo commercio prima che il formarsi dell'emporio aquileiese venisse a spostare il centro dei traffici dalle spiagge del Quarnaro a quelle del golfo.

L'avanzata romana in Istria fiaccò con lotta accanita la resistenza degli Istri, ma la continuata presenza in età imperiale di nomi indigeni - venefici e illirici - come pure di culti per le divinità locali (Eia, Borea, Trita) sembrano attestare un lento processo di assorbimento e di fusione con i nuovi venuti. Gli abitanti dei castellieri, ormai romanizzati, accolsero nuovi apporti di incivilimento, come l'impianto urbano (ancora facilmente verificabile a Parenzo), acquedotti, terme, riscaldamento domestico e fognature; la materia prima era sul posto: il legno dei boschi, l'argilla per le mattonaie e la pietra bianca di Pola, di Orsera e di Valle, tenera al lavoro e saldissima alle intemperie.

L'attività primaria esercitata dalla popolazione doveva essere quella agricola con particolare riferimento alla coltura della vite e dell'olivo, come sembrano attestare i bassorilievi sul singolare monumento di un facoltoso liberto, Tiberius Volusius, conservato nel Museo Regionale di Parenzo. Qui un certo numero di epigrafi provenienti dal territorio menzionano servi e liberti adibiti all'amministrazione dei poderi imperiali sotto le dipendenze di un procuratore residente a Pola. Strettamente connessa all'agricoltura è l'industria del laterizio e del prodotto di terracotta in genere: non è escluso che a Nord di Parenzo, in vicinanza dei predii imperiali, fosse sorta come filiale della figulina Pansiana di Aquileia una fabbrica di laterizi appartenente agli imperatori secondo quanto sembra attestare la varietà dei bolli imperiali qui rinvenuti. La condizione e l'attività muliebre ci sono almeno in parte documentate dal cippo funebre di una donna parentina, Severa, dove sono rappresentati in bassorilievo oggetti cari alla defunta: un bossolo da profumeria con la spatola per stendere il belletto, una conocchia con filo, un agoraio o un calamistro, una tavoletta da cosmetici, una scatoletta di uso imprecisato, un paio di forbici e un cestello da lavoro con coperchio. Tuttavia la personalità più rilevante di Parenzo romana è quel Tito Abudio Vero, già viceammiraglio della flotta di Ravenna, che, ottenuto il congedo prese dimora in questo centro istriano, impiegando una parte delle ricchezze accumulate in opere edilizie di altissimo valore per l'abbellimento e per il benessere economico della città: su un'ara dedicata a Nettuno nella seconda metà del sec. I d.C, egli ricorda infatti di aver ricostruito il tempio, di aver gettato un molo e di aver abbellito il suo palazzo.

Ma il tempio ricostruito da Abudio non si inaugurava sotto prosperi auspici, se - anche a prescindere dalla discussa tradizione marciana aquileiese - il cristianesimo qui trovò modo di organizzarsi già in età precostantiniana: infatti la stupenda basilica che il vescovo Eufrasio innalzò a Parenzo intorno alla metà del sec. VI, tuttora splendida di marmi e di mosaici, sorge proprio sul luogo di una casa romana dove è molto probabile che, durante la persecuzione di Diocleziano, il vescovo Mauro abbia dato la testimonianza del sangue per la fede di Cristo.

Ancora nel 537, Cassiodoro, ministro del re goto Teodorico, descriveva con linguaggio figurato la costa istriana, dicendola non inferiore per bellezza all'incantevole paradiso di Baia, dove imperatori e patrizi romani, sazi di gloria e stanchi di rivalità, si ritiravano a godere la vita degli dei; e, accennando ai frequenti e ricchi palazzi fabbricati sui poggi della nostra riviera, concludeva che «l'Istria era fortuna ai mediocri, delizia ai ricchi, ornamento dell'impero d'Italia». Le ville rustiche e i centri economici che stavano presso le pietraie di Brioni, sugli spalti marini di Orsera e Cervera e tra la cara solitudine di Salvore, paragonati da Cassiodoro a «perle disposte sul capo di una bella donna», sono ormai scomparse e solo le esplorazioni dell'archeologo ne svelano di quando in quando tracce eloquenti.

Se ci siamo attardati su questa fascinosa icona dell'Istria colta nel momento privilegiato delle origini, lo abbiamo fatto per andare alle radici profonde della sua storia tuttora problematica e discussa non già per indulgere al mito di Roma e per allinearci a una storiografia passatista e antiquaria, secondo una linea di tendenza gradita agli storici triestini e istriani Iiberal-nazionali della fine del secolo scorso. Quando nel 1884 un gruppo di uomini culturalmente aperti e civilmente impegnati fondarono a Parenzo, allora sede della Dieta Provinciale dell'Istria, la Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, il campo dell'indagine storica sul territorio si presentava già abbondantemente arato e poteva vantare non solo cultori di formazione erudita e di estrazione provinciale ma campioni di alta statura, come Gian Rinaldo Carli, che non erano mancati nel corso dei secoli a questa terra travagliata, crocevia di popoli e di culture.

In quell'ultimo scorcio dell'Ottocento altri interessi, non più solo di erudizione e di accademia, erano venuti alla ribalta in connessione con l'esperienza risorgimentale e con le lotte per la difesa nazionale, che non davano pace all'ambiente e imponevano un continuo contributo di azione, specie con gli studi storici intesi come «una magnifica costruzione di baluardi spirituali contro l'opera snazionalizzatrice del governo e contro le ambizioni straniere». Per questo ancora nel 1934, in occasione del cinquantenario della Società Istriana, Camillo De Franceschi poteva scrivere che fin dal 1848, da quando cioè «s'affermò, tra le tempeste, il nostro faticoso movimento nazionale, le discipline storiche ebbero tra noi sempre maggior culto e sviluppo» per merito principale del Kandler, alla cui scuola si addestrò un'eletta schiera di studiosi istriani «i quali sentivano nel cuore... la piccola Patria istriana, che aveva bisogno dell'opera loro per essere riconosciuta e convalidata nei suoi diritti di figlia di Roma, nelle sue aspirazioni di terra d'Italia».

Così nel 1884 la neocostituita Società Istriana diede mano all'esplorazione delle necropoli dei Pizzughi e di Verino e, con la collezione Scampicchio generosamente offerta, fondò a Parenzo - allora capoluogo dell'Istria - un Museo Provinciale: esso si arricchì in breve, oltre che del frutto degli scavi, di numerosi altri doni di studiosi e patrioti.

L'idea di fondare a Pola un pubblico musco risale al periodo a cavallo dei secoli XVIII e XIX, quando il Cassas e il Lavallée studiarono i monumenti della città. Nel 1816 si cominciò a riunire alcuni pezzi nel tempio di Augusto, appena liberato dalle costruzioni posteriori. Nuovo e vigoroso impulso alla raccolta venne da Francesco Carrara; ma alla sua morte (1850) l'opera venne interrotta e andarono disperse alcune collezioni di oggetti minuti che egli era andato formando. Dopo il 1900 si fece più attenta la raccolta di lapidi e di iscrizioni nel tempio di Augusto e all'arena, mentre il Comune istituiva un Museo Civico (1903) per potervi disporre le collezioni di Nesazio, di cui la Giunta Provinciale dell'Istria aveva comincialo lo scavo. All'indomani della Grande Guerra, divenuta Pola capoluogo della provincia, si rese più che mai evidente la necessità di creare una nuova sistemazione per tutto il materiale archeologico e artistico che si era andato così adunando, tanto più che le raccolte già esistenti nella città si erano mutate in magazzini da cui poco frutto potevano trarre visitatori e studiosi. L'ordinamento di questo nuovo Museo nell'edificio già costruito dall'Austria per il suo ginnasio tedesco fu merito di Bruna Forlati Tamaro (1930), le cui indicazioni essenziali sono state mantenute anche nel secondo dopoguerra. Se poi volgiamo anche un rapido sguardo a quel gruppo di studiosi che, sullo sfondo dell'«Archeografo», costituiscono l'Olimpo storiografico triestino, possiamo rilevare che, pur attenendosi scrupolosamente a un rigoroso metodo scientifico, finivano per combattere una battaglia a colpi di codici, di documenti, di stroncature contro lo slavismo montante. Non meraviglia perciò che nel-l'«Archeografo Triestino» del 1885 il Puschi si affrettasse a presentare gli «Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria» appena apparsi, mettendo in rilievo che si trattava di un'iniziativa di «egregi patrioti».

E nei molti studi su statuti di città, nell'edizione di fonti, di rendiconti, di relazioni, di epigrafi ricorrenti nelle due riviste sorelle possiamo trovare la molla ideale che ispirava quella storiografia. Anche la scelta degli argomenti -culto della romanità, rivalutazione della venezianità della regione e della friu-lanità di Trieste - svela la passione politica che l'animava. Contrariamente a quanto facevano gli eruditi dell'Italia risorgimentale, qui si preferiva guardare a Roma come a principio di distinzione nazionale, perché il Medioevo nella regione fu un'epoca di preponderanze tedesche.

Ma il quadro storico del Medioevo regionale sembra mutare improvvisamente nella storiografia triestina e istriana quando sul territorio comincia a radicarsi stabilmente il dominio veneto dopo la dedizione di Parenzo del 1267: è quella l'occasione per sviluppare il grande mito della «venezianità» che giustifica il motivo dell'italianità «perenne» di queste terre. Venezia è allora idoleggiata come una specie di patria italiana ante lìtteram e viene definita «madre patria dei nostri comuni». Così, con lo studio dei rapporti fra l'Istria e la Serenissima, si veniva a ribadire implicitamente la piena italianità del territorio; mentre l'«Archeografo» e gli «Atti e Memorie» parlano frequentemente di dedizioni spontanee a Venezia, rispetto a cui quella di Trieste agli Asburgo sarebbe stata - come rilevava il Cervani - una vergogna per la storia locale.

E anche di fronte alle forti contraddizioni della politica veneziana, cui si dovevano addebitare il sorgere del fenomeno slavo in seguito al ripopolamento della regione e le frequenti spoliazioni, gli storici nostrani erano portali a distinguere tra Venezia, fatta assurgere a «campione di civiltà e di libertà», e i suoi - talora - cattivi rappresentanti.

In questo humus culturale, reso più fecondo dalle battaglie civili, dai miti e dalle attese del dopo Risorgimento, si muove Bernardo Benussi (1846-1929), che, nonostante i limiti e !e riserve espresse dalla recente storiografia critica, il Cervani ritiene di poter definire senza timore di smentita «il maggior storico istriano attivo a cavallo del sec. XIX». L'autorevolezza e la reputazione di studioso competente e serio gli venivano dal finissimo intuito nella scelta delle fonti da utilizzare e dalla costante e scrupolosa volontà di documentazione secondo i dettami più ortodossi della storiografia positivistica e gli insegnamenti della grande scuola erudita tedesca, di cui resta campione tuttora imprescindibile il poderoso e organico lavoro sulla storia medievale dell'Istria, da lui modestamente intitolato Nel Medio Evo. Pagine di storia istriana, uscito nel 1897.

Le riserve e i limiti invece sono oggi facilmente riconoscibili in quell'uso, per così dire politico, che, pur lungi da un linguaggio scopertamente irredentistico, il Benussi e la schiera degli studiosi istriani a lui in qualche modo collegati seppero fare delle vicende della loro storia provinciale per opporre ai miti altrui i miti da loro accreditati in riferimento alla romanità, alla venezianità, alle tradizioni latino-italiche dei comuni istriani. E questa battaglia civile fu da lui combattuta in piena coscienza, se, celebrando il quarantesimo anniversario di fondazione della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria di cui dirigeva gli «Atti e Memorie» fin dal 1899, ebbe a osservare che le pubblicazioni del Combi, del Luciani, del De Franceschi scritte sessant'anni prima «cominciavano ad essere piuttosto antiquate e non offrivano le armi che ora la scienza storica esigeva a combattere con successo la marea slava, quando scrittori slavi e slavofili, approfittando dell'incertezza della nostra storia provinciale per mancanza di documentazione, travisando e falsando a loro vantaggio gli esistenti. si credevano lecito di venire alle conclusioni più assurde sul conto della nostra coltura ed italianità».

Convinto sin dai primi lavori giovanili che sarebbe «opera vana ed infruttuosa ogni tentativo di scrivere una storia dell'Istria se prima non si raccoglies-sero tutte le fonti e non si assoggettassero ad un minuzioso esame critico, il Benussi, in tutta la sua attività editoriale, accompagnò indissolubilmente lavori di analisi minuta ed erudita a lavori di convincente sintesi storica.

A quest'ultimo filone è improntalo il ponderoso volume Lisina nei suoi due millenni di storia che oggi si è ritenuto opportuno ristampare a oltre set-tant'anni dalla sua prima edizione, in assenza di un testo sostitutivo e aggiornato. Se nella letteratura sull'Istria l'opera si presenta come un imprescindibile punto di riferimento per la storia della storiografia, nella vasta bibliografia benussiana essa occupa un posto di particolare rilievo e costituisce quasi una sintesi di quanto scritto dall'Autore nell'arco di una vita: storia e corografia, etnografia e statistica, istituzioni e cultura gli forniscono i dati per tracciare un ampio quadro e un dettagliato profilo della realtà istriana dalla preistoria all'Irredentismo.

Non vi mancano tuttavia gli echi della dotta polemica da lui già ingaggiata nei lavori analitici degli anni giovanili contro i «sillogismi speciosi» degli av-versari, come nella confutazione della teoria che le genti preromane dell'Istria fossero di origine illirica o che l'uso della liturgia slava fosse stato introdotto nella penisola, per antico privilegio, dallo stesso S. Metodio già sul finire del sec. IX: si tratta di argomenti oggi datati ma allora ritenuti molto scottanti, di cui si facevano forti gli esponenti del movimento nazionale croato per sostenere l'esistenza di una continuità etnica fra antichi Illiri e Slavi e quindi per affermare una ininterrotta appartenenza dell'Istria a quel mondo culturale.

In definitiva possiamo concludere questa presentazione osservando che, a parte il valore dello studioso, anche il Benussi era figlio del suo tempo, tutto calato in un clima culturale che ha contribuito a dare una coloritura politico-ideologica ai suoi lavori: egli si rivela storico eccellente e documentato anche in questa sua ultima fatica, che accredita una versione della storia dell'Istria rimasta a lungo dominante in quanto partecipe delle aspirazioni di una classe politica qui affermatasi almeno fino al 1945. Forse in futuro occorrerà ripensare la storia dell'Istria al di là degli antichi nazionalismi di opposta estrazione e dei miti tardo-ottocenteschi, nel tentativo di cogliere nuove prospettive riportagli alla più vasta storia dell'Europa moderna e contemporanea.

Giuseppe Cuscito (1997)

Tratto da:

  • Bernardo Benussi, L'Istria nei suoi due millenni di storia, collana degli ATTI, Centro di Ricerche Storiche, Rovigno (Rovinj), Unione Italiana (Rijeka / Fiume), Università Popolare di Trieste, Consiglio Regionale del Veneto (Venezia - Rovigno, 1997). Courtesy of Giovanni Radossi (Director of CRS). All rights reserved.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Wednesday, June 04, 2008. Last Updated: Sunday, October 10, 2010
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