Giuseppe Caprin
Prominent Istrians


 

Recensione

Giuseppe Caprin. — Marine Istriane. — Trieste, Caprin, 1889, in-8º di pag. 380.

[Tratto da La Cultura, Rivista di scienze, lettere ed arti, diretta da R. Bonghi, Roma e Milano, Gennaio 1890, Num 1-2, pg. 134-139.]

Non di molti libri si può dire, quello che è lecito dire di questo del Caprin, che l'autore nel farlo ha compito un' opera buona.

«Questo volume, frutto di frequenti escursioni e pazienti letture, se riflette troppo il sentimento che mi lega al mio paese, non s'allontana però dal vero: dai ricordi antichi, dai documenti architettonici, dai quadri della vita presente, vuole riunita nella storia, nell'arte e nel carattere nazionale, la patria».
Queste parole della prefazione caratterizzano l'opera: e si deve essere grati appunto all'autore di quel sentimento nazionale che vi spira in ogni pagina, sentimento non frutto di false idee, ma fondato precisamente sulla storia, sull'arte e sul carattere. Quel sentimento rende vive queste pagine, fa sì che non riescano un' arida esposizione di fatti, non una nudadescrizione delle condizioni presenti. I ricordi storici e artistici, le leggende, la vita del Comune colle sue lotte interne e con quelle coi Comuni vicini e la vita moderna sono dall'A. intrecciate per modo che il libro riesce attraentissimo a leggersi. Egli descrive il passato e il presente, più quello anzi che questo ; ma dal raffronto che sorge naturale e spontaneo nel lettore, si traggono troppe conseguenze sul passato e sul presente. Vorremmo che il libro — che è illustrato da molte e belle figure — fosse letto molto fuori dei confini della provincia dove ò sorto, perchè molte idee si muterebbero, non a danno certamente del paese in esso descritto.

L'autore comincia il suo giro non in Istria, ma a S. Michele di Murano, il che è consentaneo al sentimento che lo ispira. La chiesa del luogo è legata al rinascimento dell' arte; tutta in pietra d'Istria, deve le sue più delicate sculture a Istriani, Lorenzo del Vescovo da Rovigno con Antonio suo figliuolo, Donato da Parenzo. E ricorda gli altri figli dell'Istria che nell'arte si ricollegano a Venezia; quel Taddeo da Rovigno, «sommo nell'arte dello scalpello» che lavorò alla Ca' d'oro, al palazzo Foscari, al palazzo Giovanelli; Sebastiano Schiavone, che lavorò le tarsie nel coro della sagristia di San Marco, Bernardo Parentino, scolaro del Mantegna, che lasciava le dieci storie di S. Benedetto sui muri del convento di Santa Giustina di Padova, Bartolomeo Costa, Giovanni Sedula e Francesco Trevisani di Capodistria, Pietro fu Galeazzo di Muggia. Ma l'arte non basta: ricorda che Pietro Tradonigo e Pietro Polani [orig. Polo] di Pola  sono stati dogi, Gregorio Gallucci e Antonio Benussi di Rovigno erano creati cavalieri di S. Marco, l'uno perchè segnalatosi combattendo nelle acque di Scio, l'altro nella battaglia di Santostrati; Biagio Giuliani di Capodistria, prima di Pietro Micca, dava fuoco alle polveri a Canea morendo con quaranta dei suoi e cinquecento nemici. Accenna all'Erizzo agli Zarotti, ai De Castro, ai Baseggio ed a molti altri. E ricorda infine che Jacopo Tintoretto nella sala delle Quattro porte fece apparire tra le provincie di Venezia l'Istria con la corona «per la nobile storia», l'Istria «una delle gioie dello Stato, ricca di Porti per ogni armata, copiosa di boschi per servizio degli Arsenali, feconda di sali, ogli, vini, che con felice usura rende sino al vinti per uno».

Così unisce la descrizione della marina Istriana a Venezia, e dice che quando cadde la metropoli «in Istria si abbassarono le insegne; ma si sarebbero dovute demolire tutte le sue città per togliere il suggello che S. Marco aveva impresso nella vita intera dei piccoli e laboriosi Comuni». E continua: «I leoni corrosi dall' aria salsa sono ancora incastonati sulle porte dei fondachi o sui punti rovinati; le leggi morte si vedono tutt'ora incise all' angolo delle piazze; il corno ducale infìsso nel muro diroccato divenne il nido delle rondini migratrici.

«E vi è intera quella poesia del mare che aleggia intorno a Burano, a Chioggia, a Pellestrina; vi è il colore delle isole veneziane, con i barcaroli, che alla sera ripetono insieme con la famiglia la canzone melanconica, che tutti cantano e che nessuno ha scritto.

È un paese dove i fiori degli orti si sposano all' onda, dove la campana della chiesa annunzia il temporale ai pastori disseminati per i praterelli montani, e alla barca perduta nelle nebbie dei golfi.

Io vorrei potervi fotografare con le parole ad uno ad uno i gruppi di case sulle rive, e le nostre città che hanno validamente cooperato alla grandezza e coltura nazionale. Vi dirò invece l'impressione che m'ebbi da quelle marine dopo la visita in S. Michele di Murano, dove trovai i primi artisti, che, girando ad abbellire chiese e palazzi, illustrarono gloriosamente il nome e la storia della nostra terra».

L' Istria comincia a descriverla trattando del paese tra il Timavo e la Rosandra, dove e' è Duino, in cui fuvvi un giorno una grossa famiglia di signorotti e dove oggi superstite di un ramo degli illustri Torriani, vive una donna gentile innamorata della pace e dell'arte «all'ombra degli aviti trofei e delle molte memorie». Duino accolse Dante quando Franceschino della Torre era marchese d'Istria, e quando molti esuli ghibellini della Toscana erano rifuggiti in quella provincia, come Corso di Alberto Ristori, gli Agolanti, i Caponsacchi, i Malaspina, gli Scolari, i Soldanieri e altri molti. Poco dopo il Petrarca invitava il Boccaccio a Capodistria e a Trieste «dove per lettere di fede degnissime, diceva, so che regna una dolcissima tempra di clima... ed avrà di buono il tuo ritorno, che teco, come già da lungo tempo mi proposi, potrò visitare il fonte del Timavo celebrato dai poeti, eppure da molti dotti non conosciuto».

Non posso seguire l'autore se non quanto la ristrettezza dello spazio me lo permette: ed è un bene, perchè sarei portato a copiare il libro intero. Mi limiterò quindi a esaminare con lui le singole città con poche parole.

Ora l'autore sarebbe a Trieste, ma vi accenna soltanto o poco più.

Muggia (il borgo del lauro) che ha nelle sue vicinanze la chiesa di Santa Maria de Castro Muglae, che vanta professori a Padova, poeti e medici illustri, che ebbe prospera civiltà, che fu sede dei Barbarigo, oggi è «borgo di calafati e barcaroli».

Capodistria, la gentildonna dell'Istria per i molti cospicui casati, per l'amore che portava alle arti e alle lettere e per l'onore in cui teneva le armi, visse propriamente della vita della Serenissima. Fu prospera più delle altre sorelle istriane, rinomata pel lusso che vi si sfoggiava e ricca di monumenti e oggetti artistici. Fu sede d'illustri famiglie, i Gravisi, i Verzi, gli Appolonio, i Tacco, i Borisi e quei Gavardo che contano una schiera d'intrepidi soldati; diede non all' Istria soltanto, ma all' Italia intera i Carpaccio, i Vergerio, il Muzio, il Carli, i Trevisani e tanti altri. «Cinque secoli interi, passati tra vittorie e sconfitte, tra ambascio ed allegrezze, dei quali a noi giunge un lontano scintillamento come dalle stelle che splendono senza illuminare la notte !» Anche oggi Capodistria conserva traccie del suo passato: è una città che conserva le sue belle tradizioni aristocratiche, dove tutto parla d'arte, dove si respira altra aria.

Dopo Isola, la patria di Besenghi degli Ughi, segue Pirano (la salinarola), la patria di Tartini. Nel suo convento di S. Francesco si vede una pala di Vettor Carpaccio, una Orazione nell'orto del Tintoretto, una Madonna del Sassoferrato e altre tele di Palma il giovane, di Andrea Celesti e di altri: un' altra pala di Benedetto Carpaccio appartiene al Consorzio dei sali ed il municipio possiede una gran tela del Tintoretto. L'ordinamento statutario della città precede, per documenti certi, quello di tutte le altre città dell' Istria, perchè nel 1192 il Comune stringeva trattato di pace con Spalato e dettava i propri statuti.

Dopo Salvore, Umago, che ha l'aspetto di una città lacustre, incantonata «davanti un limpido cerchio d'acqua trasparente e quieta». Essa «esposta alle scorrerie dei pirati, vittima delle rappresaglie durante la guerra di Chioggia, sferzata dai venti australi » divenne povera e spopolata. Nel 1811 gl'Inglesi, invaso il palazzo del Comune, portarono sulla piazza le carte della vicedominaria, gli statuti, le pergamene e li abbruciarono: le tolsero la storia scritta.

Dopo Cittanova, Parenzo colla sua famosa basilica. Essa fu in Istria la prima città legata a Venezia, — già nel 1207: ma fu sempre esposta agli assalti dei pirati ed a tutti i nemici di Venezia ed alle terrìbili pestilenze che la spopolarono.

Orsera, il castello dei vescovi, batteva bandiera pontificia, dipendendo interamente dalla curia di Parenzo. Parlare di Orsera enon ricordare lo splendido panorama degli isolotti deserti è impossibile. Tra gli altri isolotti è degno di memoria lo scoglio d'Orlando, spaccato per metà esattamente come da un colpo di spada. Quante volte me l'hanno narrata i barcaroli di Orsera la storia della pazzia di Orlando, quando io, fanciullo, girava in barca tra quegli isolotti e quelli scogli!

Di Rovigno, la popolana del mare, la città marinara per eccellenza, ho già parlato altra volta nella Cultura. La descrizione che fa il Caprin della città e dei suoi abitanti e della vita meriterebbe di venir riprodotta per intero; condensandola si sciuperebbe.

Dopo Dignano, la terra del canto, e Fasana, siamo a Pola, in mezzo alla vita dell' odierna fortezza marittima dove « sentite sotto l'affanno di quell'aria greve svolazzare le memorie ed assorgere la vita romana, la teocrazia bizantina, l'arbitrio dei marchesi e dei conti, la dittatura veneta, la breve ora di prepotente dominazione francese». È la città dell'Istria che conserva in piedi più monumenti romani, l'anfiteatro, il tempio d'Augusto, porte ed archi. Anch' essa risorse sotto il dominio veneto, ma le guerre e le pestilenze la ridussero quasi a nulla. Oggi «voi cercate la famosa abbazia del Canneto e vi mostrano una piccola cappella rimasta salva dalla distruzione, ma non segno dei marmi, dei porfidi, dei serpentini, dei mosaici. Voi cercate l'abbazia di S. Michele, dov'ebbe sepoltura quel Salomone re d'Ungheria, cui tre volte venne strappata la corona da un fratello e dai cugini, e in una caverna si ritirò agonizzante nelle asprezze della penitenza. Voi cercate questo S. Michele per rivedere almeno i resti dei muri che ospitarono Dante e in vece ritrovate un forte; voi cercate l'abbazia sull' isola di S. Andrea e vedete sorgere un altro forte. Dove il tempio di S. Teodoro levava la sua facciata al mare e il tempio di Venere scendeva con le sue gradinate a ricevere il bacio dell'onda, si allarga e torreggia una grande caserma. Sul colle, il convento e la chiesa di S. Francesco dal portale a ricamo e il rosone a traforo, gentile fantasia gotica, vennero convertiti in un forno militare e in un magazzino di proviande».

Sull'altra costa dell' Istria, sul Quarnero torreggia in alto Albona, la patria di Flacio; più in là di Fianona si protende nel mare la punta Pax tecum.

«Albona sembra la sentinella vigilante e sollecita.

La vite s'arrampica sino alle sue case, i gelsi la rallegrano, l'erbe aromatiche spirano fragranza nel suo territorio, tutto drappi di pascoli ed infrescato da boschi cedui.

La sua storia è la storia dell' Istria; essa partecipa alla difesa di quell'alto diritto nazionale, ch'è in tutti i cuori, dal più povero borgo di spiaggia al più lontano Comune sul lembo estremo delle Giulie.

Siccome camminando per i campi vi esilara l'effluvio dei fiori, così aspirate per tutto, dal Timavo al Quarnaro, il profumo dell'amore alle nostre case, alla nostra gente, all'invitto linguaggio».

Non so come meglio chiudere che riferendo ancora un brano di questa viva prosa:

«L'Istria marinara dimostrò in tutti i tempi di essere granito intaccabile.

La nostra nazionalità, che le leggi stesse tutelano, coinvolta nelle lotte da pochi agitatori violenti, possiamo raffigurarla in quella fanciulla che Longfellow idealizzò nella sua ballata del Naufragio.

Quando durante la notte torva e procellosa il vento s' era fatto impetuoso, il vecchio capitano che stava al timone della nave, corre a cercare la figlia, si leva il cappotto marinaresco, la copre, e poi con una fune la lega all' albero. Ritornato al suo posto, sfida tranquillo le ire dei nembi, aspettando un lampo per bearsi nello sguardo dell'angelo suo. E non si mosse più, e cercò di rompere la tempesta che fulminava la nave.

L'onda inghiottì il naviglio.

 All'alba, presso una riva, i pescatori videro la fanciulla in alto, fuori d'acqua, pieni gli occhi di lagrime gelate, ma viva, ma salva, circondata di forte, d'intenso e d'indennibile amore».

Dante Vaglieri


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Created: Tuesday, July 05, 2011; Last Updated: Thursday, April 14, 2016
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