Giuseppe Caprin
Prominent Istrians


 


nato nel 1843, morto nel 1904.

Giuseppe Caprin

L' ultima volta che ci siamo veduti fu in un caldo pomeriggio d'agosto del 1903. Ci trovavamo riuniti nell' ufficio della Cassa civica di Capodistria io, il mio carissimo compare ed amico Giuseppe Martissa e Lui, il morto che piangiamo. Era sempre aitante della persona, eretta la bella testa bianco-ricciuta, roseo il volto, in cui ridevano due occhi buoni, amichevoli, sinceri. Soggiornava qui in compagnia d' un valente paleografo delle lagune, fatto venire appositamente dalla Marciana di Venezia per decifrare alcuni codici del XIV e XV secolo, esistenti in questa Biblioteca civica. Che cosa veramente cercasse, non volle dircelo; se non che, da certe frasi lasciatesi scappare fra un aneddoto storico e l'altro, credei indovinare che le sue investigazioni fossero dirette alla scoperta dei natali del nostro immortale Carpaccio. Comunque, è indubitato che il paleografo suddetto lavorava per conto d'Istria nobilissima, la gemma d' arte e di patriotismo che la morte volle spietatamente finita soltanto per metà. E su quest' ultimo suo parto il poeta ne intrattenne a lungo con visibile compiacenza, indicandoci la trama ond' esso si compone, e narrandoci di un curioso documento del 400 da lui scovato non ricordo più dove, nel quale un pellegrino descrive con ricchezza di particolari un suo viaggio in Terramnta ed altri paesi da lui toccati; e fra questi, anche l'Istria.

Quel giorno l'aspetto del Caprin era floridissimo ; si lagnava però di sentire troppo il peso delle scale della nostra Civica e di non digerire più come una volta.

— Effetti del caldo — soggiungevo io.

Ma egli, scotendo il capo leonino con aria malinconica;

— Mangio come un uccello!... — Certo, non avrei mai immaginato che alla distanza di quattordici mesi quegli occhi buoni, amichevoli, sinceri si sarebbero chiusi per sempre alle mirifiche visioni della natura e dell' arte da Lui tanto idolatrate in vita !

Nacque il Caprili nel 1843 a Trieste, da genitori poverissimi. Quindicenne, entra come magazziniere presso una delle principali case di agrumi. Ma ben presto se ne stanca per passare nella Sezione artistico-letteraria del Lloyd. Nel '65 fonda un giornale umoristico «Il Pulcinella», che ha felice incontro ma che procura al suo audace di lettore due condanne di carcere duro.

L' anno seguente indossa l' epica camicia, rossa e viene ferito a Bezzecca.

A Firenze stringe amicizia con uomini insigni, quali un Brofferio, un Dall' Ongaro, un Cavallotti, un Costantini.

Rimpatriato in virtù dell' amnistia, si mette a collaborare nel Cittadino e nel Barbiere. Inizia da ultimo la publicazione del notissimo Libertà e Lavoro, il primo giornale che parlasse della questione economica della nostra provincia, e che durò fino al 1883.

Fu direttore del Progresso e cooperò alla nascita del valoroso Indipendente, tuttora vegeto e sano.

Sviatosi dal giornalismo, cominciò a scrivere bozzetti, in parecchi dei quali imita apertamente il Verga, sia nello stile efficace, conciso, interrotto, a piccole proposizioni ; sia nella peregrinità delle immagini retoriche; sia nella maniera tutta verghiana di costringere il lettore ad una ginnastica intellettuale che giova senza stancare e nuocere alla chiarezza del racconto (1).

Ma ben presto un nuovo ideale prese a signoreggiargli la mente e il core : illustrare dal punto di vista storico, scientifico, artistico queste province (2) in una serie di volumi ch'egli si proponeva di publicare sino a che gli sarebbero bastate le forze e l'ingegno. E, dato un addio al genere inventivo, [263] s'ingolfò anima e corpo nello studio della storia patria, affermandovisi in breve solenne maestro con ponderose composizioni che destarono ovunque l'ammirazione più incondizionata.

Sarebbe riuscito forse un mediocre romanziere: riuscì, invece, un profondo conoscitore delle storiche discipline, pieno di nerbo e di efficacia.

-Da questo mutamento nel suo indirizzo letterario gran vantaggi ne derivarono a noi Istriani : Marine Istriane ed Alpi Giulie sono due battaglie felicemente combattute in difesa della nostra minacciata italianità.

Nel 1888 publica I nostri nonni, un manipolo di conferenze da lui lette in più riprese alla Minerva.

Son essi stupendi squarci di vita triestina in sul nascere del secolo scorso, squarci, che, legati insieme dalla mirabile arte dell'Autore, offrono un quadro completo dell' epoca e dell'ambiente descritto.

Topografia, costumi, vita publica e privata, teatro, viaggi, arte, società, tutta, insomma, la gioconda esistenza dei nostri bisavoli è tratteggiata dal Caprin con una precisione tale che lo diresti coevo ai fatti narrati ed alle persone celebrate, ma che al contrario è frutto di lunghe e pazienti ricerche in archivi publici e privati, e della somma abilità di lui come ricostruttore di ambienti e periodi storici. Con lui e per lui noi riviviamo la splendida epopea napoleonica ; assistiamo all'ingresso di Napoleone a Trieste il 24 aprile 1797; penetriamo nelle dorate sale della celebre villa Murat, ove, pallide e meste, s'aggirano le figure dimesse dei re in esilio; infiliamo il Corso con le orecchie intronate dalla gioia pazzesca dei famosi carnasciali in auge al principio del 1800. Eppoi una schiera interminabile d'intraprendenti mercanti gettarsi ai traffici più arditi spalleggiati dalla nascitura, ma di già vigorosa, Società del Lloyd; e i viaggi lunghi e disastrosi in diligenza, e le mode grottesche del tempo ; e la satira e l'intrigo fiorire nei palazzi dei governatori; e su tutta codesta prosaccia politico-commerciale giganteggiare, unico faro intellettuale, la giovinetta Minerva capitanata da quella magnifica figura di gentiluomo e di letterato che fu il cavaliere Domenico Rossetti. Bisogna pur confessarlo: la taccia di materialona, almeno in questo periodo studiato dal Caprin, Trieste se l'era meritata; [264] ed a provarlo, valgano gli apologhi del nostro Besenghi, che sono dedicati appunto all'ignorante, pretenziosa e strisciante plutocrazia triestina al vil guadagno intenta. Buoni affari e divertimenti : ecco la divisa della società tergestina d'allora. Questo motto, del resto, corrispondeva pienamente alle vedute della Santa Alleanza e del principe Mettermeli che, com'è risaputo, si prefiggeva di sedare una rivoluzione a Vienna con la campana da pranzo ed a Milano con una cantante di cartello. Tant' è vero che il Governo austriaco relegava a Trieste, perchè luogo al di sopra d' ogni sospetto, tutti quegli spiriti irrequieti che come sudditi fedeli facevano mala prova nelle città del Veneto e di Lombardia. Trista nomea che, nei Tempi andati, vedremo tolta del tutto.

Tempi andati, pagine della vita triestina tra il 1830 e il 1848, fa seguito a Nostri nonni e tende, anzitutto, a porre nel. giusto rilievo le nobili figure di quei valorosi che in giorni difficili, lavorarono di tutta lena, spesso con pericolo di vita o, per lo meno, della loro libertà personale, per giungere alla conquista delle franchigie che in oggi godiamo: vertiginoso cinematografo, il quale dallo scoppio della fregata francese Danae, drammatizzato infelicemente dal poeta Francesco Dall' Ongaro, e passando via via per la trafila interessantissima dei fatti della vita triestina onde va glorioso quel periodo vulcanico della nostra storia, arriva fino al memorabile 1848, in cui ogni cittadino atto a portare le armi era soldato e gli uomini meglio distinti per lettere e per censo si tenevano onorati di venir inscritti nel corpo della «guardia nazionale». Epoca dei subitanei entusiasmi, degli spessi ribollimenti politici, della Farilla delle calde, accaponite dimostrazioni per le vie e per le piazze, dimostrazioni che avoano poi il loro epilogo sul palcoscenico, dove, artisti e spettatori, inspirati dal Dio della patria, convertivano il teatro in un tempio sotto le cui volte il popolo in delirio reclamava ad altissima voce i diritti dell' uomo.

E i governanti, di fronte a quella volontà risoluta e compatta, smarrita l'atavica burbanza, obliavano per un istante il loro ferreo mandato, e si mescolavano alla folla plaudente alla Libertà. È pertanto di leggieri spiegabile la simpatia quasi morbosa dei Triestini per un libro che richiamava alla loro mente od al loro core un frammento cotanto onorifico del loro [265] passato e che rivendicava alla loro città natale la nomea di centro intellettuale, attaccatissimo alle arti ed alle scienze non meno che alle idee liberali, mentre una tradizione, ingiustamente conservatasi sino ad oggi la voleva unicamente dedita ai lucrosi sì ma prosaici guadagni commerciali.

Il volume del Caprin costituisce pertanto un inno elevato alla memoria dei vecchi Triestini considerati come creatori dell'agiatezza e del libero vivere odierno. Onde la simpatia dei lettori per l'Autore è riconoscenza di figli verso il cantore della generazione che ora dorme tranquilla all' ombra dei cipressi nel cimitero di sant'Anna.

Dopo Nostri nonni e Tempi andati, che hanno per scena Trieste, era naturale che l' affetto del Caprin si spingesse oltre, e ben oltre, il ponte ili Zaule, il quale secondo le intenzioni del governo, dovrebbe separare due province, mentre, per noi Triestini e Istriani, altro non è che un arnese di legno gettato sopra un innocuo torrentello... Dalla strada di Barcola si vede benissimo il tremolio della marina istriana: in fondo, in fondo, semivelate dalla nebbia, Isola e Pirano mandano il loro saluto alla riviera opposta. Ed ecco germogliare su dal cuore del poeta Marine Istriane, il caro libro, per il quale Giuseppe Caprin s' è meritato la riconoscenza eterna di questa terra.

Prima di lui gli stranieri dipingevano il nostro Paese sulla base delle informazioni ultra-cervellotiche loro fornite dal loquace ma superficiale locandiere, con quanto strazio della verità storica e etnografica vel lascio facilmente immaginare. Egli si pose a tavolino armato di tutto punto: macchine fotografiche, pennello, matita, frequenti gite e prolungati soggiorni nell'una o nell'altra delle nostre cittadine: questi i collaboratori del Caprin.

Vivendo col nostro popolo, ne imparò gli usi e i costumi prettamente lagunari; ne illustrò da par suo le superstizioni e le credenze mettendole in correlazione con la fonte pagana donde procedono: ritrasse», insomma, con insuperabile magistero, la vita intima, la psiche, delle cittì isni(?) ne che siedono a specchio dell'Adriatico, facendo sempre risaltare con tale maestria le caratteristiche di ciascun luogo, da riempire di stupore non solo gli stranieri, ma ancora noi nati e cresciuti all'incanto di questo cielo e di questo mare latino : egli ha, se così mi è concesso di esprimermi, fotografato la nostr'anima.

[266] Sotto la magica bacchetta di lui il Golfo Triestino e la costa istriana si ripopolano, come per incanto, di mille venete galee con la sacra oriftamma al vento: con lui e per lui ci rituffiamo nella sfarzosa vita veneziana, con tutte le magnificenze, con tutte le seduzioni, con tutti gli entusiasmi che la contraddistinguono. Vediamo, commossi, i nostri fieri antenati muoversi, gestire; li udiamo parlare or concitati, ora calmi nelle solenni adunanze del Maggior Consiglio e nelle periodiche tornate delle frivole accademie. I marmi ed i bronzi, mezzo nascosti nelle nicchie sulle facciate degli antichi palazzi municipali, dei fondachi, delle chiese scendono giù a narrarci le egregie imprese per le quali i contemporanei li ebbero esposti lassù; dalle tele annerite nelle sale dei vecchi palazzi staccansi le maschie figure dei cavalieri, quelle severe dei magistrati, le bonarie degli uomini di stola ; tutte poi per cantarne le glorie immortali della Serenissima, al cui servizio diedero o la mente, o il braccio, o il core. Il canale delle Brioni, le acque di Salvore, il seno di Portorose, testimoni di scene cruenti e di feste regalmente superbe, smessa la poetica quiete usuale, scintillano de' balenii delle spade denudate nelle destre frementi dei guerrieri sizienti sangue fraterno, o degli ori incastonati nelle ardite prore delle galere pavesate a festa per la presenza di qualche altissimo personaggio. Cosi, dalla prima all' ultima pagina, il libro del Caprili è fatto quasi per intero di ricostruzioni storiche, nelle quali fantasia e coltura si sporgono amichevolmente la destra. Non dice sempre cose nuove, ma il vecchio, nelle mani di quel fine cesellatore del periodo, ha tutto il sapore della novità.

Fra mezzo a tanto barbaglio del passato, il contrasto del presente: un presente non troppo lieto, contrassegnato da rovine dove prima pompeggiavano insigni monumenti dell' arte, da tenebre dove prima regnava sovrana la luce, da silenzio dove prima echeggiavano i canti e gli evviva delle garrule feste veneziane. Noi proviamo la nostalgia dei dì che furono e invidiamo i morti che, più fortunati di noi, ebbero la ventura di vivere in giorni si affascinantemente belli : tanta è la magia dello scrittore!

A Capodistria — dove sono iti i prischi splendori? — le vie semi-deserte — il Caprin la colse d'estate —, i grandi palazzi silenziosi dagli artistici picchiotti di ferro stringono il [267] core. Nella vicina Isola le popolane, sedute sulla porta delle case, ammazzano i pidocchi alla prole intrepida, che male si presta al lavorio instancabile delle unghie materne... Eppure quanta poesia anche nella desolante prosa odierna! E come volontieri il Caprin la pone in evidenza!

Capodistria egli ama salutarla in un apocalittico tramonto d'autunno, nell' ora mesta in cui il suo ampio vallone si anima delle allegre flottiglie di trabaccoli, che, vele al vento, si riducono a Trieste carichi dei prodotti dell' agro giustinopolitano.

Apre il capitolo su Isola con una commovente prova di coraggio fornita dai valorosi figli di Chioggia in pro di alcuni naufraghi isolani, e quello su Rovigno con una magistrale descrizione della pesca a spavento, cui egli partecipa, a notte fonda, dalla tolda d' una barca peschereccia rovignese.

Tale, confusamente, il soggetto di Marine istriane, al cui concepimento presedettero due amori egualmente forti e incrollabili: l'amore dell' arte e della patria.

Dopo il mare, il monte; dopo le Marina Istriane, le Alpi Giulie.

Nelle giornate fredde e serene d'inverno, quando l'aria è trasparente, dallo Scoglio san Pietro d'Isola, voi le potete contare a vostro bell' agio le bianche cime che, disposte in semicerchio alle spalle del brullo Carso triestino, assistono, da secoli, al lento svolgersi delle nostre glorie e dei nostri dolori.

Armato della picozza, del beccastrino, del bastone ferrato, confortato dalla buona compagnia delle storiche ricordanze, il Caprin ne percorse tutta l'immane barriera e, raggiunta la cima d' un di quei colossi, saluta — eterno innamorato — il cerulo Adriatico che gli pianeggia di fronte, e ricerca con l'occhio dell'affetto i piccoli porti istriani, le lagune di Grado, il campanile d'Aquileia e la torre di S. Marco, che, di tra la nebbia, gli appaiono come avvolti in un nimbo di sogni.

In questa viva adorazione delle nostre montagne egli conta un illustre precursore in Pietro Kandler, anch' esso triestino. Fu legittima la compiacenza provata dal grande vegliardo allorchè, intrattenendosi con Paolo Tedeschi, potè dirgli con voce resa fiocca dagli anni c dalle sventure: — Paolo mio, ho visitato tutto, ho visto tutto! — Moltissime di queste impressioni videro la luce vivente il Kandler; ma il più rimane [268]  ancora inedito. La parte stampata poi, causa lo stile arido e pesante, riesce ostica ai palati troppo delicati. Non cosi col Caprili.

Alla rigida precisione dello scienziato egli sposò la sua anima d'artista, d'artista che vedo gli uomini e le cose attraverso il roseo velo della poesia. Il Nostro non si limitò ad una semplice «ascensione sur uno dei giganti delle Giulie, ma volle altresì sprofondarsi nelle viscere della terra per studiarne l'interna struttura. Segui il corso misterioso dei fiumi sotterranei — vere acque acherontee —, sostenendo fatiche e pericoli non lievi pur di risolvere problemi idrografici rimasti finora insoluti.

Gli oggetti disseppelliti dai villaggi preistorici lo trassero a dedurre la condizione degli abitanti dei castellieri: campo, per vero, già da altri antecedentemente sfruttato, ma da lui reso meglio comprensibile col sussidio di riuscitissime vignette — dovute, in massima parte, a quell' esimio pittore ch'è il nostro G. De Franceschi - e con la forza rappresentativa della sua penna.

E tanto alla luce sfolgorante del sole, quanto nelle viscide tenebre delle grotte e delle caverne, Giuseppe Caprin viene intrecciando una gentile ghirlanda di tradizioni e di leggende popolari, una più interessante e originale dell' altra, che procurano al loro Autore il titolo di primo folklorista della Venezia Giulia.

E che orgia di colori nelle pagine capriniane!

Il paesaggio alpino vi è ritratto alla perfezione. Quelle pinete nereggianti e stormenti alla gelida brezza montanina; i cupi laghi alpini sul cui specchio, immobile come una muta minaccia, mai s'infrangono i raggi solari; gli alti e diritti fusti dei faggi, cui la muffa screzia delle sue larghe macchie biancastre; l'orrida bellezza delle rocce eccelse accavallate le une sulle altre come per uno spaventevole commovimento vulcanico; le nevi eterne fanno del nostro scrittore il primo stilista di queste regioni.

La vista dei castellaceli appollaiati sui valichi delle prealpi rievoca nella mente dell' immaginoso Caprin truci drammi di sangue, audaci rapine, violenze e soprusi d' ogni sorta, che il diritto del più forte e la tristizia dei tempi facevano rimaner impuniti. Al presente quei manieri coi muri foracchiati e [269] cadenti sono il convegno favorito di quante civette ospitano i dintorni, e negli ampi fossati interrati le villane vanno, con la mano inguantata, raccogliendo le ortiche, cibo prediletto dei tacchini... Singolari contrasti della storia! E l'eccidio di Docastelli? Oh l'indimenticabile passeggiata per quelle vie fiancheggiate da case ischeletrite, da chiese diroccate su cui, solenne, incombe un silenzio di morte! — Son passati gli Uscocchi! —

Il volume si chiude con un profondo studio sulle differenti stirpi slave che, quasi anello di ferro, ne stringono da ogni lato. Il Caprin dimostra che i nostri turbolenti vicini, niente più di un secolo fa, sentirono prepotente il bisogno di dissetarsi alle fonti inesauste e generose — oh, troppo generose — della cultura italiana. All'epoca napoleonica a Lubiana, nella slovena Lubiana, l'italiano era parlato meglio non lo sia oggi il tedesco. Comici, scultori, pittori, musicisti e professori di nostra gente recitavano, scolpivano, dipingevano, sonavano ed istruivano nella capitale carniolica.

Con la scorta imparziale di autori tedeschi e sloveni sottopone ad acuta analisi il carattere delle razze slave, concludendo con un quadro che non torna certamente ad onore della popolazione esotica di queste province. Rimarchevole è il passo dove paragona i famosi poeti sloveni ai cantori dilettanti della lega di Gottinga. Notata la mancanza di senso artistico negli Slavi, accenna alla recente corruzione degli antichi luoghi, dei fiumi e dei monti da parte dei mestatori oltramontani, alla impari lotta che noi dobbiamo sostenere per la conservazione del nostro patrimonio linguistico. Ma come le città marinare seppero, nel medio evo, resistere con la tenacia della disperazione al feudalismo fortificatosi sulle creste addentellate delle Alpi, oggi, che la minaccia ridiscende dai monti, uniamoci tutti a comune difesa, aspettando tranquilli l' avvenire.

Il Trecento a Trieste.

All'apparire di questo volume, che fruttò al suo Autore il secondo premio rossettiano — il primo era toccato a Tempi andati —, risuonò ovunque uu grido di schietta e sincera approvazione: fu un vero trionfo dell'arte tipografica paesana.

L'artistica veste influì, e molto, sulla bilancia della critica: per me, Il Trecento a Trieste è di gran lunga inferiore [270] agli altri fratelli più vecchi. Nè la colpa è del Caprin, ma piuttosto dell' argomento o, meglio ancora, delle misere condizioni politico-intellettuali in cui versava Trieste nel XIV secolo: un piccioletto borgo paragonabile appena all'Isola dei nostri di, e, al cui confronto, Capodistria era un' insigne capitale. Capodistria nel Trecento: ecco un tema assai ghiotto!

Comunque sia, la Trieste del 300 vi è insuperabilmente riprodotta: le frequenti digressioni, i geniali raffronti che il Nostro qua e là istituisce fra la sua e le rimanenti città italiane dell' epoca succitata, sono indice luminoso della larga conoscenza ch' egli ebbe degli usi e dei costumi in auge nel Bel Paese all' epoca di Dante. La vita cittadina, dedotta dallo Statuto civico e da altre fonti sincrone, è un quadro perfetto, una tela ricca di movimento drammatico. Le leggi, le superstizioni, le mode pittoresche del tempo, le pene orribili contenute nel patrio statuto, le cariche molteplici coperte dai cittadini, le guerre micidiali con la strapotente Venezia, le congiure e le lotte intestine non meno cruenti, tutto, tutto è passato in rapida rassegna dal nostro Autore. Destati dal magico tocco della fantasia capriniana, dopo circa sette secoli di sonno eterno, escono della tomba e ripigliano le loro solite occupazioni ì provveditori edili, le guardie alle porte, i membri del Maggior Consiglio, i giudici, i cittadini. Dall' alba al tramonto vanno e vengono i bizzarri cappelli a vassoio degli agricoltori e tra il gaio affaccendarsi dell' umile gente lavoratrice spicca a quando a quando il ricco lucco dei nobili e dei magistrati.

Questa artistica esposizione d'un brano tanto remoto di storia locale costò immense fatiche al Caprili, che si sottomise a dispendiosi rintracciamenti negli archivi e nelle biblioteche pur di rendere completo il nuovo tributo d'affetto ch' egli intendeva dare alla sua città natale. È un fatto però che alla voga delle opere capriniane contribuì molto la fine matita di G. De Franceschi, valoroso artista nostro, senza i cui fedeli ed inspirati disegni sarebbe apparsa meno seducente la produzione letteraria del compianto scrittore triestino.

Dell' ultimo e postumo lavoro del Caprin, Istria nobilissima (3), parlammo al principio del presente articolo : con esso [271] egli s' era proposto di far conoscere tutto che di artisticamente bello possiede l'Istria, dai tempi preistorici fino ai nostri giorni : lavoro di polso, dal quale il Defunto si riprometteva fama più duratura. Per quest' opera egli nutrì un affetto particolare; fino nei vaneggiamenti dell' agonia parlava d'Istria e d'Istriani, straziando l'anima agli afflitti parenti che circondavano il suo letto di morte.

Così moriva questo ultimo romantico agli albori del secolo ventesimo ; cosi moriva Colui che in tutte le sue concezioni avea considerati gli uomini e i paesi con l'innamoramento che lo legava alla patria (4).

Domenico Venturini

Tratto da:

  • Pagine Istriane, Anno II, ottobre-novembre 1904, N.. 8-9, Capodistria, p. 261-271. Google books -

Note:

  1. Vedi il foglio capodistriano L'Unione del 9 aprile 1876.
  2. Il Caprin, com'è noto, scrisse ancora Lagune di Grado (1890) e Pianure friulane (1892), quest' ultimo, in ispecie, superiore e alle Marine Istriene, e alle Alpi Giulie. Ometto di parlarne perchè non riguardano la nostra provincia.
  3. Altri lavori storici del Caprin: Documenti per la storia di Grado»; I dissidi tra i figli di Raimondo VI della Torre» (1892).
  4. Alpi Giulie, pg. 26.

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Created: Thursday, January, 14, 2010; Last Updated: Thursday, May 27, 2010
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