Giuseppe Caprin
Prominent Istrians


 

Fra libri vecchi e nuovi

Giuseppe Caprin: L'Istria Nobilissima. — Trieste, Libreria editrice F. H. Schimpff; pagine 285, con 183 illustrazioni.

Fra gli uomini che negli ultimi decenni dello scorso secolo hanno illustrato la Regione Giulia studiandola amorosamente e interrogandone i monumenti e i documenti archivistici, occupa un posto eminente Giuseppe Caprin; il quale, aggiungendo alla diligenza e alla coscienziosità dello storico la genialità dell'artista, mise insieme una serie di preziosi volumi, che egli fece stampare nel suo importante stabilimento con signorile eleganza di tipi e con abbondante corredo di illustrazioni, e la cui lettura s'impone a chi di quelle terre voglia conoscere la storia e le condizioni attuali.

Dai Nostri nonni e dai Tempi andati, pagine aneddotiche della vita triestina nella prima [501] metà del secolo decimonono, attraverso le Marine Istriane, le Lagune di Grado, le Pianure Friulane, le Alpi Giulie, fino al Trecento a Trieste, è tutta un'opera insigne, piena di profonda dottrina e di non facile erudizione, notevole sopratutto per la sicurezza delle informazioni, per la vivace e suggestiva evocazione del passato, per la perfetta figurazione del presente; un'opera che rimarrà, esemplare monumento di pietoso affetto filiale, dimostrazione luminosa e irrefragabile dell'italianità della Giulia.

Giuseppe Caprin si è spento il 15 ottobre dello scorso anno; e il volume L'Istria Nobilissima, alla cui preparazione egli aveva lavorato per un decennio percorrendo città e villaggi, visitando monumenti, frugando archivi, e al quale attese finchè gli bastarono le forze, ordinandolo e correggendone le bozze, in mezzo alle sofferenze della malattia che da un anno lo tormentava, viene ora pubblicato in magnifica edizione, con più di centottanta nitide incisioni, dalla nobile signora che del compianto scrittore è stata compagna affettuosa e devota. Esso è, come lo indica il titolo, una glorificazione dell'Istria; glorificazione seria, però, e scrupolosamente documentata, in cui il Caprin si applica sopratutto a studiare nelle manifestazioni dell'arte la storia delle varie epoche, memore delle parole di John Ruskin: «Ogni nazione affidò la propria autobiografia a tre libri: quello delle sue azioni, quello delle sue lettere e quello dell'arte sua. Il solo a cui si possa prestar fede è l'ultimo. Gli atti di una nazione possono trionfare per benignità di fortuna; le lettere acquistan valore per il genio di pochi tra i suoi figli; ma l'arto fa testimonianza essenziale della vita».

Esaminiamo dunque il libro con la riverenza dovuta alla memoria dell'autore, e con l'attenzione imposta dall'alto valore di questa sua ultima opera.

Lo splendore dell'Istria nell'epoca romana èb attestato da molte rovino. Cassiodoro, ministro di Teodorico, in una sua lettera del 537, proclama la costa istriana non inferiore per bellezza all'incantevole paradiso di Baja, delizia degl'imperatori e dei patrizi romani; e accennando ai molti e ricchi palazzi fabbricati sui poggi della riviera istriana, conclude che «l'Istria era fortuna ai mediocri, delizia ai ricchi, ornamento dell'impero d'Italia». Le bianche palazzine e le ville, che Cassiodoro paragonava a perle disposte sul capo di una bella donna, oggi sono tutte scomparse; spariti sono molti edifizi importanti di cui si ha memoria in numerose cronache; spariti castelli, chiese, palazzi, atterrati dal tempo, depredati dagli architetti veneziani che ne utilizzarono i materiali, rovinati da barbari invasori o da nemici più barbari ancora, come quel parroco slavofilo Gollmayer che a Pinguente — lo riferisce il Mommsen — per odio contro la romanità, fece gettare una enorme quantità di iscrizioni latine nelle fondamenta di una chiesa da lui eretta.

Ma non pochi avanzi, quali più quali meno rilevanti, rimangono di quelle antiche costruzioni, di quelle meravigliose architetture romane che nell'epoca del Rinascimento richiamarono nell'Istria e inspirarono insigni artisti: fra i disegni di Fra Giocondo e del Buonarroti, si conserva, infatti, quello dell'Arco dei Sergi a Pola; della famosa Porta Aurea di Pola lasciò uno schizzo Battista Sangallo; e ancora a Pola sappiamo che si recarono a scopo di studio Baldassarre Peruzzi, e Sebastiano Serlio che gli studi colà fatti raccolse nel suo trattato dell'architettura, e Andrea Palladio che nel volume I due primi libri dell'antichità riprodusse il tempio d'Augusto.

Questi e altri monumenti il Caprin passa in rassegna dimostrandone l'importanza, e rileva con compiacimento l'opera degli studiosi che si occupano della loro conservazione, opportunamente ricordando che «non è soltanto l'amore della scienza e il desiderio di acquistare sempre nuove cognizioni che spinge l'uomo a vagare nei cimiteri della storia, ma anche il bisogno di attingere coraggio per le lotte spirituali che si combattono nel nome della patria».

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Caduta Roma, passata l'Istria — dopo la breve dominazione degli Ostrogoti — sotto il governo bizantino, mutano, insieme con gli ordinamenti politici, le manifestazioni artistiche, e sul ceppo dell'arte romana s' innesta quella bizantina; muta anche l'aspetto generale della costa istriana, e le città, dominate dalla paura delle barbariche incursioni, si chiudono di mura, e sembrano sepolte in grandi anfiteatri ciechi, con poche porte e ben guardato; e molte di esse prendono il [502] nome di «castelli». A queste città e terre murate è dedicato uno dei più interessanti capitoli del libro, con caratteristiche riproduzioni di quadri, disegni e stampe, e di avanzi conservati di mura e di porte. E anche le porte sono oggetto di speciale trattazione in un apposito capitolo, nel quale, discorrendo degli stemmi posti su di esse, il Caprin segue l'evoluzione dell'emblema del leone di San Marco, dalle sue incerte origini attraverso varie rappresentazioni, ora con la corona, ora con l'aureola, ora senza, ora col libro dell'evangelista aperto, ora col libro chiuso, con leggende una diversa dall'altra.

I leoni scolpiti, che ancora si conservano in gran numero nelle città istriane, attestano quanto strettamente quella regione fosse unita coi destini di Venezia, sotto la cui signoria essa passò dopo aver subito la sorte di varie dominazioni straniere, e dopo che molti Comuni istriani ebbero animosamente lottato contro i patriarchi d'Aquileia e contestato ai vescovi la potestà civile. Nella seconda metà del Trecento le città istriane, parte volontariamente, parte indotte dall'abilità politica e dalla potenza militare dei Veneziani, giurano fedeltà alla Repubblica. Ed ecco incominciare una vita nuova: cessate le discordie e le sanguinose lotte fra le varie città, assicurato il benessere generale, dato nuovo impulso ai commerci, le popolazioni istriane, sotto il saggio governo veneto, acquistano rigoglioso sviluppo, adottano usi e costumi veneti, modificano il loro tenore di vita; e l'arte, per tanto tempo confinata nelle chiese e nei chiostri, esce all'aria libera, e in un gioioso risveglio di attività costruisce loggie, portici, cisterne, pubblici granai, e quei caratteristici «Pretorii» o palazzi dei podestà, che nei secoli seguenti vennero poi più volte rifatti e non sempre opportunamente rabberciati e adornati di busti e di altre sculture, e che nei loro successivi rifacimenti riassumono in gran parte la storia e le vicende dei rispettivi Comuni.

La vita «veneziana» delle città istriane è studiata, nell'opera del Caprin, diffusamente, ne' suoi vari aspetti, così quella pubblica come quella privata; e con una vera sfilata di bellissimi quadri magistralmente disegnati chiudono il volume i due capitoli «Tra le case» e «Il Trecento». E di non poche cose interessanti e curiose sono ricchi questi due capitoli : usanze sociali, cerimonie religiose, pubbliche feste, provvedimenti annonari (come per esempio il calmiere, e l'obbligo imposto ai giustizieri di recidere, ogni sera, la coda ai pesci rimasti invenduti sul mercato), misure per regolare il lavoro (fissazione di salari, riposo domenicale, ecc.): — è tutta una serie di scene, tutta una massa di fatti, di particolari che contribuiscono a lumeggiare la descrizione e la narrazione, a darle vita e quasi plastico rilievo.

E sopratutto emerge quella che potremo chiamare la penetrazione veneta, sovrana, decisiva, onnipotente, perchè non contrastante al carattere della sorella popolazione istriana; la quale ancor oggi conserva quelle tradizioni della Serenissima che, come dice il Caprin, per il popolo sono come fuochi vaganti nella oscurità del passato. Ancora, tra le volgari canzoni moderne, si trovano antichi richiami e lontane memorie; e ancora i pescatori di Muggia cantano:

«Sula porta mazor ghe xe un'insegna,
Ghe xe San Marco, e Dio ne lo mantegna».
Gli Istriani ricordano; non dimentichiamo noi, qui, sull'altra riva dell'Adriatico!

Giuseppe Coceva.

Tratto da:

  • Minerva, Rivista delle riviste. Rivista Moderna, direttore: Federico Garlanda, Vol. XXV Dicembre 1904 - Dicembre 1905), Società Editrice Laziale (Roma, 1905), p. 500-502.

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Created: Wednesday, July 06, 2011; Last Updated: Wednesday, July 06, 2011
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