Gian Rinaldo Carli
Prominent Istrians


 

    Gian Rinaldo Carli Senior, Dragomanno della Repubblica*

Mario INFELISE, prof., Universita di Venezia, IT-30121 Venezia, Cannaregio 3400 prof., Univerza v Benetkah, IT-30121 Benetke, Cannaregio 3400

Sintesi:

Per due secoli, tra fine '500 e '700, buona parte dei dragomani (interpreti di lingua turca) della repubblica di Venezia a Costantinopoli proveni dalle principali famiglie di Capodistria, che ebbero modo in tale maniera di stringere legami anche di carattere familiare con il ceto cittadinesco veneziano. Uno dei piu illustri dragomanni della Repubblica fu Gian Rinaldo Carli senior, prozio del riformatore. Opero in Levante per 50 anni, dell'epoca immediamente sucessiva alla caduta di Candia agli anni seguenti la pace di Passarovitz. Fu testimone diretto di vicende fondamentali per la storia veneziana ed europea, quali la perdita del principale bastione nel Mediterraneo orientale, l'esaltante momento della conquista della Morea, e il successivo ripiegamento dopo l'ultima guerra con il turco tra 1714 e 1718.

L'attivita del Carli non fu tuttavia confinata all'aspetto politico-diplomatico. Egli fu altresi stretto collaboratore del bailo Giambattista Dona, autore di quella Letteratura turchesca, che fu uno dei primi tentativi occidentali di rivalutazione della cultura ottomana. Per il Dona Carli tradusse molti testi di carattere poetico e storico. Sua inoltre fu la prima versione in una lingua europea della Cronologia historica dell'erudito turco Hagi Khalifa.


Questa comunicazione e un po' eccentrica rispetto alle altre, rivolte tutte prevalentemente ad illustrare la figura del Gianrinaldo Carli piu noto e del suo impegno tra l'Istria, Venezia e l'impero.

Credo pero che qualche ragguaglio sulla famiglia possa servire a meglio definire l'educazione e gli ambienti all'interno dei quali il nostro personaggio nacque e crebbe, anche per superare luoghi comuni in cui sono incorsi persino illustrissimi biografi del riformatore istriano. Puo essere quindi di qualche utilita verificare se il Carli provenisse realmente "da un angolo antico e remoto del mondo veneto", come ha scritto Franco Venturi o, meglio, se quell'angolo, certamente "antico", fosse anche cosi "remoto" da non avere significativi contatti col centro dello stato e col resto del mondo.

Non sono un conoscitore della storia istriana, ma qualche indizio mi induce a ritenere che valga la pena di indagare sulla sua societa urbana e sui suoi legami con Venezia. E in ogni caso significativo constatare la presenza di tanti rapporti tra il patriziato di Capodistria e il ceto dei cittadini veneziani; gli esempi sono diversi, lo stesso Gianrinaldo era figlio di Cecilia Imberti, nipote di un cancellier grande della Repubblica.

Alcune delle principali famiglie della cittadina istriana fornivano da tempo molti dei loro uomini alla pubblica amministrazione dello stato, in impieghi avventurosi, nient'affatto assimilabili alla tranquilla routine burocratica. Non fu quindi provinciale la vita e la carriera dei tanti nobili di Capodistria che tra fine '500 e '700 prestarono servizio quali dragomanni della Repubblica a Costantinopoli o nei reggimenti del Levante. Vi si trovano vari esponenti delle famiglie Brutti, Tarsia, Borsi e Carli a proposito dei quali esiste un'aneddottica piuttosto ampia, condita di violenze, di mesi di segregazione in prigioni oscure e di omicidi, come avvenne a quel Marc'Antonio Borsi "strozzato sulle soglie della sala in cui il sultano teneva consiglio".

Non conosco la ragione che spinse molti giovani delle buone famiglie di Capodistria ad essere avviati a simile carriera. Mi limito a constatare un fatto di cui le sale del Museo di Capodistria portano evidenza, data l'abbondanza di ritratti in costumi turcheschi di vari Tarsia.

Ufficialmente i dragomanni erano solo interpreti, di fatto non solo questo. Si trattava di una funzione delicatissima, dalla quale dipendeva l'operativita della diplomazia veneziana nella piu difficile delle sedi. Come scrisse Carlo Ruzzini, ambasciatore straordinario nel 1707, proprio negli anni in cui Carli sr. operava, "grande, difficile e pregno e l'uffitio del dragomanno: e la lingua che parla, l'orecchio che ascolta, l'occhio che vede, la mano che dona, l'anima che agisce e da cui puo dipendere la vita e l'eccidio di ogni negozio". Tutto era filtrato dallo loro opera; inevitabile quindi che venissero ad assumere una funzione politica ben superiore al loro incarico di interpreti. Scrive ancora il Ruzzini: "puo ben l'ambasciatore o il bailo segnar il fondamento del maneggio, ma la fabrica e tutta opra loro. Lo spirito della voce, la forza del significato, l'efficacia della replica, da cui suol nascer il vincer e il non vincer la volonta, tutt'e lavoro del dragomanno. Da la figura d'interprete solo nelle occasioni non frequenti d'esser col bailo in audienza del visir, ma per lo piu agisce da se stesso, tratta le cause e fa le funzioni d'avocato e di ministro".


Ecco la delicatezza del compito; da qui la necessita di controllare, oltre che la formazione giovanile, anche l'operato dei dragomanni, i quali a causa delle loro lunghe permanenze in territorio ottomano, avevano qualche tendenza ad assimilarsi.

Le carriere, del resto, proprio a causa dei lunghi periodi di addestramento necessari, duravano l'intera vita, con missioni di anni lungo i Balcani e nelle citta dalmate, ma soprattutto con soggiorni a Costantinopoli, dove molti avevano casa. Questo non impediva loro di mantenere rapporti con l'Istria. Cosi avvenne anche ai Carli, molti dei quali furono interpreti a Costantinopoli. Non ho compiuto ricerche specifiche, ma gia nel 1611 un Bartolomeo Carli era segnalato nella capitale ottomana; lo seguirono altri sino a meta Settecento, quando il giovane Stefano Carli, fratello del riformatore, negli anni giovanili, fu destinato alla stessa carriera ed inviato in Turchia per apprendere la lingua.

Il piu illustre dei dragomanni Carli fu Gianrinaldo, prozio omonimo di colui che stiamo celebrando. Era nato attorno al 1646 da Girolamo e da Bradamante Tarsia. Verso il 1670 era "giovine di lingua"; aveva sposato, probabilmente nella capitale ottomana, Caterina Negri, di origine genovese.

Da quel momento, per 50 anni, fu testimone, di tutti gli atti dell'ultima vicenda veneziana in Levante. Entro in servizio subito dopo la perdita di Candia, assistette all'entusiasmante conquista della Morea e alla pace di Carlovitz; visse in prima persona la crisi che condusse alla guerra degli anni 1715-1718 e alla pace di Passarovitz. Si occupo della ripresa delle relazioni correnti con la Porta nel 1719.

Pur senza ripercorrere tutti gli atti di una carriera semisecolare, un cenno ad alcuni momenti determinanti puo dare l'idea di una vita trascorsa interamente al servizio della diplomazia veneziana. Dopo essere stato "giovine di lingua", nel 1677 ricevette il primo incarico operativo come dragomanno presso il provveditore generale in Dalmazia. Nel 1680 Giovanni Morosini, ritornato da Costantinopoli, chiese il suo trasferimento nella capitale ottomana definendolo "soggetto di abilita e virtu", "dotato di molte cognizioni". Raggiunse il Bosforo due anni dopo assieme al bailo Giambattista Dona e nel 1684, allo scoppio della guerra di Morea, tratto con il Kaymakam il ritiro del rappresentante veneziano. Rimase a Costantinopoli, quando il Dona fu costretto a partire. Dopo alcuni mesi tuttavia anche egli dovette rimpatriare e per qualche tempo si trattenne a Venezia. Fu in questi anni di forzata pausa che il suo impegno di esperto della lingua turca si rivolse, per impulso del Dona, dalle questioni politiche a quelle culturali, affrontate senza i consueti pregiudizi europei e cristiani, con una genuina e originale curiosita nei riguardi della cultura ottomana. Furono proprio questi nuovi interessi a caratterizzare la sua opera nei confronti di quella di tanti altri dragomanni.

Con Giambattista Dona egli collaboro alla raccolta e alla traduzione dei materiali che nel 1688 vennero pubblicati sotto il titolo di Della letteratura de' turchi, un libretto che ebbe un ruolo non marginale nella rivalutazione della cultura ottomana, tanto da essere giudicato da Leibnitz, di passaggio per Venezia nel 1690, l'unico titolo "nuovo" presente nelle librerie veneziane. Sulla scorta dei materiali che Carli gli aveva procurato e tradotto, Dona dichiarava che "e corsa universale opinione, in vero erronea, che la nazione turchesca fosse affatto ignara delle buone e belle lettere, incapace della rettorica e della poesia e, come lontana da gli studi delle leggi, della medicina, della filosofia e delle matematiche", fosse solo dedita alle armi.

L'opuscolo, chiamato anche "relazione delle scienze de' Turchi", era stato pubblicato dietro insistenza del libraio Poletti, sulla scia del grande interesse che le vicende ottomane avevano suscitato negli anni della guerra di Morea, quando, per qualche tempo, si diffuse la convinzione che il vecchio impero, oramai alle corde, fosse sul punto di crollare.

Poche pagine, ma di grande rilievo, definivano la "letteratura" turca secondo i principi della "Historia litteraria", non quindi letteratura nel nostro senso corrente, ma cultura nel suo complesso, dall'educazione alla scienza, in tutti i suoi aspetti. E innegabile che in tale opera il contributo del Carli sia andato anche al di la di qualche traduzione puntualmente attribuitagli nel corso del libro, ma debba avere costituito il filtro tra la civilta ottomana e il volenteroso e curioso patrizio veneziano, al quale premeva fornire un ritratto - il primo mai realizzato - degli studi ottomani, con le sue luci e le sue ombre. Quando, ad esempio, accennava al rifiuto di introdurre la stampa, che aveva danneggiato la diffusione del sapere, sottolineava pero che la necessita di comprendere il Corano aveva stimolato almeno il progresso dell'alfabetizzazione: "la necessita di insegnare l'Alcorano... molto bene facilitano il non acconsentire all'universale errore che siano totalmente ignoranti" e aggiungeva che non era difficile vedere "scuole e maestri a Costantinopoli" e bambini studiare "nelle botteghe".


Il libro proseguiva con elenchi di studi sulla grammatica, poesia, logica, matematica, geometria, ottica, musica, medicina, spargirica, chimica, storia, politica, geografia, devozione, inframmezzati da qualche "ingegnosa traduzione", talvolta con testo a fronte, del Carli, "dragomanno pubblico".

Nella conclusione l'autore si augurava che le notizie raccolte fossero sufficienti a far comprendere che la nazione turca non fosse "piu sepolta in quella brutale rozzezza di prima" e che l'impero dilatandosi "nelle piu belle provincie e andato conquistando pur anco delle doti e delle belle arti che godevano li paesi da essi di tempo in tempo occupati". Era peraltro consapevole di non avere una cognizione esauriente della cultura musulmana, ma auspicava di aver almeno stimolato qualche curiosita che inducesse ad eseguire "copiose et intiere traduttioni de' libri turcheschi, persiani et arabi, dal contenuto de' quali rimarra piu chiaramente compresa la verita di quello che ho qui raccolto".

L'enunciato intento di divulgare la cultura turca stette quindi anche alla base dell'opera principale del Carli, la traduzione della Cronologia historica di Kâtib Çelebi, detto anche Hagi Khalifa, uno storico ottomano di meta Seicento, traduttore in turco dell'Atlas minor di Mercator, il quale aveva elaborato una cronologia universale dalle origini del mondo sino all'eta contemporanea che aveva una notevole diffusione manoscritta. Anche in questo caso, alla base dell'opera, stava la collaborazione tra Carli e Giambattista Dona, il cui figlio scrisse nell'interessante prefazione che, sulla linea gia tracciata dalla Letteratura turchesca, si proponeva di "disingannare" il pubblico occidentale "dalla rea opinione che non si conservi tra' quei barbari alcun seme d'erudizione".

La Cronologia di Kâtib Çelebi fu tra i primi libri stampati dalla prima tipografia turca istituita dal rinnegato ungherese Ibrahim Müteferriqa nel 1727.

HAZI HALIFE MUSTAFA, Cronologia historica scritta in lingua turca, persiana & araba da... e tradotta nell'idioma italiano da Gio. Rinaldo Carli, nobile justinopolitano e dragomano della Serenissima Republica di Venezia, Venezia, Andrea Poletti all'Italia, 1697. A riguardo v. A. BOMBACI, La letteratura turca con un profilo della letteratura mongola, Firenze, Sansoni, 1969, pp. 392-397; G. BELLINGERI, Voci del Seicento ottomano, in Marco d'Aviano e il suo tempo. Un cappuccino de centeschi la traduzione di Carli suscito qualche riserva, per una certa trascuratezza di fondo e un non sempre fedele rispetto dell'originale. Simone Assemani la giudico "molto scorretta", anche se il Toderini giustifico l'operazione, attribuendo la responsabilita delle imprecisioni al manoscritto su cui Carli si era basato.

Dopo la Cronologia di Kâtib Çelebi, non si ha notizia di altri impegni letterari del Carli, il quale era ormai completamente assorbito dall'attivita politico-diplomatica.

Nel 1691 segui il segretario Cappello in Austria e in Ungheria per l'avvio delle trattative di pace. Qualche anno dopo fu tra i dragomanni veneti presenti a Carlovitz.


Seicento, gli Ottomani e l'Impero, a cura di R. Simonato, Pordenone, Edizioni Concordia Sette, 1994, pp. 89-91.

Simone ASSEMANI, Catalogo dei manoscritti della biblioteca naniana, Padova, Seminario, 1787-1792; II, p. 74; Giambattista TODERINI, Letteratura turchesca, Venezia, Giacomo Storti, 1787, III, p. 139.

E lo stesso Carli a dichiarare la sua presenza a Carlovitz nella supplica al Collegio del 19 febbraio 1715 m.v. su cui ci si soffermera piu avanti. In Venezia, Biblioteca Marciana (=BM), ms. it., VII 399 (8625), documenti su Carlovitz raccolti da Carlo Ruzzini con traduzioni di Carli alle cc. 442 e 557.


Tra 1699 e 1700 fu inviato a Cattaro presso il commissario ai confini in Dalmazia e Albania. Nel 1709 accompagno a Costantinopoli il bailo Alvise Mocenigo. Nel 1713 era ancora nella capitale ottomana con Andrea Memo. Fu in questa missione che visse in prima persona la rottura con la Porta, dimostrandosi uomo di esperienza, non privo di doti diplomatiche in una situazione gravida di rischi anche sul piano personale.

L'8 dicembre 1714 il bailo Memo fu convocato dal primo visir. Si presento all'incontro con il coadiutore Pietro Riva e alcuni dragomanni, tra cui il Carli. Era rimasto nella sede diplomatica il solo segretario Franceschi perché, in caso di emergenza, potesse continuare a scrivere a Venezia.

Il bailo venne male accolto. Fu fatto attendere per due ore su una scala al freddo, dopo essere stato sbalzato di cavallo a "pugni e urti". Senza alzarsi per riceverlo, com'era consuetudine, il primo visir accuso "con voce alterata" la repubblica di avere occupato la Morea "per sorpesa" e di altre "soperchierie" a spese di sudditi ottomani. Fu cosi che annunzio la decisione del sultano di andare "contro la Morea", che "se non prendera in un anno, si cerchera di prenderla in due, in tre, in tutto il caso della sua vita". Aggiunse minacciosamente "che si volevano fuori di la i veneziani, chiamando[li] con il nome i diavoli". Gli vennero quindi assegnati venti giorni per lasciare lo stato ottomano, sotto minaccia di morte. Infine, "con l'odiosissimo termine di va' in mall'hora", il bailo fu licenziato.

Tutto questo avvenne precipitosamente, senza neppure dare il tempo al Carli di tradurre "in italiano" quanto il visir aveva detto. Ma, mentre il Memo si preparava alla partenza, su richiesta di alcuni mercanti bosniaci che ricordavano la presenza in territori veneziani di molti mercanti ottomani, tutta la delegazione veneta venne presa in ostaggio e incarcerata, mentre l'ambasciata venne saccheggiata. Nelle scene di panico che seguirono buona parte dei dragomanni in servizio presso il Memo trovarono "la maniera di abnegare" la fedelta alla Serenissima. Fecero eccezione solo gli istriani: i Tarsia furono giustificati perché costretti a sottostare alla violenza, ma il Carli di cui - secondo le parole del Bailo - "tanto piu rissalta la fede", pur "avendo qui casa et havendo havuto moglie suddita si e protestato di essere e voler morire veneziano e non mi ha abbandonato un momento. Egli e pero vecchio et assai mal sano e la occasione e troppo forte perché solo vi sappia e possa ressistere". Fu tuttavia validamente assistito dal giovane di lingua Bortolo Brutti, anch'egli di Capodistria, "che - come scrisse merita - di essere ben cosiderato". Solo nell'agosto 1715 il Memo e il Carli poterono lasciare Costantinopoli, dopo sette mesi di "prigione crudele" e raggiungere Venezia.

Il Memo, una volta in patria, non tralascio di sottolineare l'impegno, il coraggio e la dedizione dell'anziano dragomanno istriano. Nel febbraio del 1716 il Carli in una supplica al Collegio in cui chiedeva qualche soccorso per sé e la famiglia, riepilogava 46 anni di servizio prestati in "otto bailaggi a Costantinopoli, in due generalati in Dalmazia et Albania, in Ungheria al congresso di Carlovitz et nella divisione ai Confini in Dalmatia". Il Memo appoggio appieno le richieste del Carli aggiungendo: Per i meriti conseguiti, il 21 marzo 1716 il Carli fu nominato dal Senato dragomanno grande e insignito del "titolo, grado e preminenze di conte".

Malgrado l'eta avanzata, al Carli non rimase molto tempo per godersi in tranquillita il titolo. Nel 1718 era a Passarovitz. Quindi gli venne ordinato di tornare a Costantinopoli dove sarebbe dovuto giungere l'ambasciatore straordinario Carlo Ruzzini. Per qualche mese, in attesa dell'arrivo del patrizio, tenne dispacci con il Senato. In tali frangenti, nel mese di maggio 1719, ricevette dal principe di Valachia Mavrocordato una proposta di alleanza antiaustriaca. Rispose di non avere titolo per trattare affari di stato e di attendere l'arrivo del Ruzzini, il quale giunse a Costantinopoli nel settembre 1719.


Ibid., dispaccio di Andrea Memo, 20 dicembre 1714.
Ibid., 7 agosto 1715

La supplica del Carli in data 19 febbraio 1715 m.v. e in ASV, Senato Mar, f. 844, allegata alla parte del 21 marzo 1716.
Ibid., 21 marzo 1716. Pochi giorni dopo, il 30 marzo 1716, Carli stesso chiese ai Provveditori sopra feudi l'ascrizione nel libro dei titolati del suo nome, di quello di suo fratello e dei suoi eredi. ASV, Provveditori sopra feudi, b. 1041, fasc. 32. V. anche PALADINO, Due dragomanni veneti cit., pp. 199-200.

Vendramino BIANCHI, Istorica relazione della pace di Posaroviz, Padova, Seminario, 1719. Nella graziosa incisione di Alessandro dalla Via in antiporta, la tenda in cui si svolsero le trattative con i loro protagonisti: il plenipotenziario veneto, i mediatori inglesi e olandesi e il plenipotenziario turco, ciascuno con il proprio segretario e il dragomanno. E interessante notare che mentre i plenipotenziari e mediatori stavano seduti in comode poltrone e i segretari verbalizzavano a tavolino, i dragomanni, in piedi, discutevano animatamente.

ASV, Senato. Deliberazioni Costantinopoli, reg. 38, 15 ottobre 1718, 7 gennaio 1718 m.v., 11 maggio 1719.
ASV, Inquisitori di Stato, b. 430, dispacci del marzo 1719.


All'epoca era molto anziano e lo stesso Ruzzini pare lamentarsene. Non e nota la data della morte, ma non si ha piu nessuna notizia dopo il settembre 1719. Aveva 73 anni ed era piuttosto malandato in salute. E verosimile che sia scomparso qualche mese prima della nascita del nipote Gianrinaldo Carli, avvenuta a Capodistria nel 1720, il quale avrebbe ripreso quindi il nome del piu illustre tra i suoi antenati, quello al quale doveva il titolo nobiliare di cui si fregiava.

Povzetek

Celi dve stoletji, od konca 16. do konca 18. stol., je v Beneški republiki velik del tolmaèev za turški jezik v Carigradu izhajal iz najpomembnejših koprskih družin, ki so tako dobile priložnost za navezovanje stikov, tudi družinske narave, z beneškim mešèanskim slojem. Eden najuglednejših tolmaèev za turški jezik v Beneški republiki je bil Gian Rinaldo Carli starejši, reformatorjev stari stric. Na Jutrovem je delal celih petdeset let, od obdobja takoj po padcu Krete do let, ki so sledila miru v Požarevcu. Bil je prièa dogodkom, ki so bili kljuènega pomena za beneško in evropsko zgodovino, kot na primer padcu glavnega branika v vzhodnem Sredozemlju, vznesenosti ob zasedbi Peleponeza in umiku, ki je sledil zadnji vojni s Turki med 1714 in 1718.

Carlijeva dejavnost pa ni bila omejena zgolj na politièno-diplomatsko podroèje. Tesno je sodeloval z ambasadorjem Giambattistom Donajem, avtorjem "Turške literature", dela, ki je pomenil enega prvih zahodnih poskusov prevrednotenja otomanske kulture. Za Donaja je Carli prevedel številne poetiène in zgodovinske spise. Bil je tudi avtor prvega prevoda "Zgodovinske kronologije" turškega uèenjaka Hagi Khalife v enega izmed evropskih jezikov.

Source:

  • Acta Histriae 5/97 - Source: http://www.zrs-kp.si/acta/rinaldo.htm

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Created: Wednesday, June 20, 2007. Updated Sunday August 02, 2015
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