Gian Rinaldo Carli
Prominent Istrians


 

Gian Rinaldo Carli di Capo D'Istria

[Tratto da: Giuseppe Pecchio, Storia della economica pubblica in Italia. Epilogo critico degli economisti italiani, preceduto da un'introduzione. Ossia  Terza Edizione, Tipografia della Svizzera Italiana (Lugano, 1849), p. 99-109.]

Un altro uomo di un merito eminente che il governo austriaco impiegò come magistrato nell'esecuzione delle sue riforme nel secolo scorso, fu Gian Rinaldo Carli.

Gian Rinaldo Carli nato in Capo d'Istria nel 1720 avea già passato il fiore della sua vita negli studi, ed era già noto ai dotti dell'Europa per la sua erudita opera sulle monete, quando nel 4765 fu ad un tempo stesso invitato dai governi di Torino, di Milano e di Parma ad assumere una carica amministrativa. Diede la preferenza al governo della Lombardia austriaca; pervenne sotto di esso alla carica di presidente del consiglio di economia, ed ebbe parte in quasi tutte le riforme che avvennero. Morì consigliere emerito nel 4795.

Il sapere di Gian Rinaldo Carli era universale. Scrisse quasi in ogni materia. Mi limiterò ad annunziare le sole opere che hanno connessione colla scienza economica.

La prima opera ch' egli cominciò a stampare nel 4754 e terminò di pubblicare nel 4760, per cui si acquistò un' estesa celebrità, è la sua grand' opera sulle monete. Non si meravigli il lettore di sentire annunziato un altro trattato delle monete. L' alterazione delle monete era la malattia del secolo, e quella dei trattati era la malattia degli scrittori. È però bene sapere, che lo studio dell'antichità era stato lo studio prediletto del Carli sin dalla sua gioventù. Non v' era quindi soggetto forse più atto a fornirgli Y opportunità di spiegare le sue cognizioni , di quello delle monete. D'altronde l'erudizione , questo studio ch' esime dal pensare e che ci fa credere dotti colla dottrina altrui, è stato in Italia sin quasi la fine del secolo scorso l'occupazione favorita de' [100] dotti. Molti si lagnavano che gì' italiani, invece di pensare ai vivi, pensassero ai morti di mille o duemila anni fa, e che, in vece d'indagare le cause di tante sciagure sofferte dai loro compatriotti, onde recarvi rimedio, non pensassero che a spiegare tronche cifre, corrose incisioni, reliquie di diluvi. Quindi Goldoni riscosse ben meritati applausi col mettere in ridicolo sulla scena il suo Antiquario che compra da Arlechino armeno la pianella di Lucrezia e il calamaio di Socrate. L'opera di Carli però, quantunque abbondante d' erudizione, è anche ripiena di tutt' i giusti princìpi che oramai regolano questo ramo della pubblica amministrazione. Se il suo libro non è un grand' acquisto per la scienza, atteso il gran numero di simili libri ch' esistono, le sue cognizioni profonde in questa parte lo condussero a scrivere alcuni anni dopo, nel 4766 le — Osservazioni preventive intorno alle mo-%> nete di Milano — che servirono di princìpi fondamentali a questa importante e necessaria riforma. Questo è un altro beneficio, da non scordarsi, reso da un uomo dotto alla società e particolarmente al suo governo.

Nella sua grand'opera sulla moneta trovasi una dissertazione sopra il valore e la proporzione deJ metalli monetati con i generi in Italia, prima della scoperta delle Indie, col confronto del valore e della proporzione dei tempi nostri. Questa dissertazione è interessante non meno per la novità della sua conclusione, che pei corollari e le applicazioni alle quali può condurre. — In Francia, in Olanda, in Inghilterra tutti gli scrittori convengono che dopo la scoperta delle Indie, i metalli in que' regni sono diminuiti di valore per la loro abbondanza, e quindi i generi sono aumentati di prezzo in confronto dei valori anteriori alla scoperta. Il fatto e la conseguenza sono e-gualmente veri in questi regni.

Anche in Italia regnava la preoccupazione, e forse presso alcuni regna ancora che egualmente dopo la scoperta dell'America siasi in Italia notabilmente accresciuta la quantità dei metalli, sì che gl' italiani del secolo [101] decimottavo devono essere più ricchi de' loro antenati del secolo decimoquinto, e che i generi pure devono esser divenuti più cari. Ma Carli in questa dissertazione dimostra che questa opinione in quanto all'Italia è erronea sendo stata l'Italia per lo contrario più ricca nel decimoquinto secolo, più abbondante di metalli, per cui questi erano apprezzati, ed i generi più cari.

1/ autore premette un principio che non può essere posto in dubbio, cioè, che per ritrovare il confronto fra il valore dei generi di un paese con un altro, o di un secolo con un altro, si dee primamente rinvenire la rispettiva proporzione di essi generi con la quantità di argento fino a cui essi corrispondono, e poi rilevare il rispettivo dell' argento coir istituire la proporzione tra esso e Toro. Ciò posto, egli afferma che la quantità dei metalli, prima della scoperta dell'America, era molto più considerabile in Italia che nel 1750: 4.° per le cento zecche tutte in attività e in vigore ch' esistevano nel cinquecento; 2.° per la quantità delle monete d'oro, d'argento e di rame che coniavano. ÀI principio del secolo xv in Venezia, a' tempi del doge Tommaso Mocenigo, si coniava un anno per l'altro un milione di zecchini in oro, e per duecentomila zecchini in argento: nella zecca di Firenze fra il 4365 e il 4415 si batterono undici milioni e mezzo di zecchini; grandi quantità se ne coniavano nelle altre zecche: 3.° pei privilegi e per gli onori che i governi accordavano agi' impiegati e direttori delle zecche: 4.° per l'esteso e quasi esclusivo commercio che l'Italia esercitava prima del passaggio del Capo di Buona Speranza, il che attraeva nel suo seno una grande quantità di denaro. I metalli adunque, sendo abbondanti, dovevano avere un minor valore relativo, e per conseguenza i generi dovevano esser cari.

Per lo contrario dopo la scoperta dell' America qual parte ebbe l'Italia nelle copiose miniere colà scoperte? Come poteva l'Italia averne una parte se il suo commercio non solamente diminuì, ma rovinò quasi del tutto, [102] dopo le famose scoperte che con nostra maggiore mortificazione furono fatte da quattro italiani, Colombo, Amerigo Vespucci, Cabotta e Verrazani? Infatti verso il4750 il numero delle zecche, di cento rimasero dodici, per la maggior parte altresì inutili ed oziose. È chiaro adunque che F Italia si è impoverita di metalli dopo il cinquecento, e che il loro valor relativo avendo dovuto crescere, il valor de* generi dovette diminuire.

Non bisogna lasciarsi ingannare dal valor nominale dei prezzi; ma conviene badare all'intrinseco dell'argento che per una derrata davasi nel cinquecento, e per quella che davasi nel 4750.

Per esempio in Milano il grano nel secolo xv valeva lire 5. 4. 6, e nel decennio, tra il 4740 e il 4750, valeva lire 48. L'accrescimento del valor numerario sarà come 4 a 3 434/240. Ma nelle lire 5. 4. 6 si contavano grani d' argento 896 7/42; e nelle lire 48 si contavano grani 4048 9/42. Differenza di valore intrinseco come 4 a 4 46/96.

Il Carli estese lo stesso ragguaglio ad altri generi; e in altre parti d'Italia, in Pisa, in Napoli, in Firenze, nello stato Veneto, ecc.

Dall'adeguato totale di questo ragguaglio si rilevano due cose. Primo che si comperava alla fine del cinquecento tanto di generi con una lira, quanto nel 1750 con lire 3. 46. 8. Secondo che, data la proporzione maggiore tra l'oro e l'argento nel secolo xvm, in cui l'argento valeva meno che nel secolo xv, e fatte molte altre giuste deduzioni secondo la differenza delle circostanze di popolazione, d'aggravi, di guerre, ecc., risulta, che i generi nei 1750 costavano meno che nel secolo xv in ragione di un 48 in circa per cento. Questa conseguenza serve di controprova alla premessa osservazione che i metalli sono diminuiti in Italia; perchè se i generi costavano meno nel 1750, forza è, che i metalli fossero più stimati, e perciò in quantità minore.

Il Carli rinforza questa sua dimostrazione con alcune patetiche osservazioni.

«I palagi, die' egli, i tempii, i [103] pubblici edilizi che una volta si fabbricavano, e che sono ancora il principale decoro ed ornamento delle città, illustre prova sono della soda magnificenza de' nostri antichi. Dove sono, dirò ben' io, presentemente que' canovacci d'oro e d'argento che famigliari erano un tempo? Dove quelle raccolte di libri, di pitture e di « sculture che nelle case de' particolari si raccoglievano? Dove quella generosa protezione alle arti e alle lettere? Dove que' vasi d'oro e d'argento, onde le stanze erano ornate? E dove finalmente quegli scrigni e que' tesori che in ogni città, nelle case de' privati si ritrovavano? Dove sono que' cittadini che possano fare imprestiti alle proprie città di due in trecentomila zecchini per volta, come i Panciatici in Firenze; e mantenere quattro o seimila uomini in arme, come gli Strozzi in Toscana, i Torre, i Visconti, gli Sforza in Lombardia; i Pepoli, gli Obizi, i Gonzaga, i Malaspina, ed infinite altre famiglie in ogni parte d'Italia? In fine dove sono quelle caccie, quei giuochi, giostre, tornei, rappresentazioni ec., che con incredibile dispendio dappertutto si celebravano? A queste sì convincenti dimostrazioni e ad altre ancora che potrebbero farsi, sì aggiunga finalmente il riflesso, che là certamente regnano più che altrove le arti dove maggiori premi vi sono, e dov' è più utile protezione. E chi non vede a qual perfezione giunsero in Italia ne' secoli addietro la pittura, la scultura e le lettere? E chi, facendo il confronto coi tempi nostri, non confesserà chiaramente essere tutto talmente caduto fra noi, che qualunque cosa d'antico s'incontri non ci serva ad altro che di mortificazione e di rimprovero? Pieni siamo delle opere de' nostri antichi, ed esatte notizie ci restano de'mecenati e de'premi d'allora; sicché nulli, l'altro a noi resta, se non che compiangere lo stato a presente d'Italia».

Non è questo lo squarcio d'un atrabilare che esalti i tempi antichi per deprimere i suoi tempi. Egli è lo sfogo del dolore d' un uomo che conosce la storia della sua [104] patria. Il francese, l'inglese, non hanno motivo di sospirare pei secoli passati; la loro gloria, la loro ricchezza, la loro libertà e potenza sono moderne. La felicità, la gloria e la potenza in Italia sono cose antiche; la debolezza, il disonore e la schiavitù sono moderne.

Nondimeno dal 1750 in poi, la condizione dell'Italia si è sotto ogni rispetto migliorata. E secondo i princìpi di questa dissertazione del Carli, v'è fondamento per credere che le ricchezze in Italia sieno accresciute dal 1750 sino ai dì nostri. Facciasi il confronto dei prezzi dei generi tra queste due epoche, e si vedrà che i prezzi dei giorni nostri sono nell' intrinseco maggiori. Egli è dunque una prova che i metalli sono aumentati, e che ciò che attrae i metalli, l'agricoltura e l'industria, sono per conseguenza aumentate in Italia.

Un' operetta, né così erudita, né così voluminosa, ma sommamente pregevole pel soggetto e per la concisione con cui è scritta, è la — Relazione del censimento dello Stato di Milano — pubblicata dallo stesso Carli dopo il 1776. I cenni ch' io feci di quest' impresa all' articolo di Pompeo Neri sono tolti da questa storia, la quale oltre il riferire i fatti concernenti gli anteriori censimenti, contiene e specifica i metodi seguiti nel nuovo, tanto per e-seguire la stima dei terreni e formare le mappe topografiche, che per fondare il catasto, per stabilire le classi diverse de' terreni, ed in fine tutto quanto conduce all'interessante scopo della perequazione del carico. Un'altra parte interessante di questo libro, è la descrizione della nuova amministrazione comunale, che il governo di Milano stabilì coli' editto 30 dicembre 1755. Nulla si è immaginato mai di più liberale, né di più popolare di tale amministrazione. Èssa è fondata sull' aureo principio della rappresentanza popolare. I regolamenti fondamentali sono che in ciascheduna comunità sia stabilito un convocato di tutli i possessori indistintamente descritti nelle tavole del censo. In questo convocato si riunisce la facoltà di deliberare e disporre delle cose comuni. Ogni estimata [105] ha il diritto di votare. Ogni anno si fa un bilancio preventivo delie spese, ed ogni anno si approva il bilancio consuntivo. In questo convocato ogni anno si eleggono tre deputati fra i primi e fra gl'inferiori possessori, ai quali si aggiunge un deputato del personale, ed un altro pel commercio, affinchè ogni classe de' contribuenti abbia il suo legittimo rappresentante. In questi cinque deputati era concentrata la rappresentanza, e la facoltà ordinaria d' amministrare il patrimonio comunale. Il governo austrìaco senz' avvedersene, diede agi' italiani la prima idea e F esempio d' un governo rappresentativo, e quasi direi, democratico. La natura umana è estramamente elastica; poco basta per rialzarla dall' avvilimento alla sua competente dignità. Quei contadini lombardi che disprezzati per lo più e oppressi dalla nobiltà, non osavano in tutto il corso dell' anno alzare gli occhi verso il loro signore, ne' giorni del convocato sentivano la propria forza, ed avevano tutta quella baldanza che si conviene ad uomini liberi, e formanti parte della grande sovranità sociale. Se quest' amministrazione non fosse stata in seguito guasta e delusa in molte parti dallo stesso governo austriaco, dopo il 1814, non temerei di dire ch' è di gran lunga migliore dell' amministrazione municipale inglese tanto vantata. In molte città e contee d'Inghilterra il corpo municipale è a vita; in alcune di esse solo una classe di cittadini ha il diritto d' elezione, e generalmente poi gli elettori sono obbligati a scegliere il moire, ossia il primo magistrato, dal corpo municipale ecc. Il grande vantaggio dell' amministrazione inglese è l'indipendenza assoluta dal governo, che toglie a questi il pretesto dell' oppressione e de' capricci, e lascia alle municipalità quel vigore, quell' attività, quell' emulazione, che solo si spiegano nell'indipendenza.

Una riforma tanto saggia non poteva non partorire ottimi frutti. Il primo effetto fu un'economia nelle spese ordinarie de' comuni e delle provincie. Prima dellja riforma ascendevano a il milioni di lire milanesi; dopo di essa [106] discesero a 8 1/2. Il secondo fu l'incremento dell'agricoltura. Essendo il tributo equabilmente distribuito, non vi fu più comune, né provincia sopraccaricata; l'agricoltura potè fiorire. Il terzo, ch' è quasi sempre l'effetto d'una buona amministrazione, fu l'aumento della popolazione. Nel 1749 nel ducato di Milano, essa non si trovò neppure di 900 mila abitanti. Verso il 1770 era di 1,130 mila. Vi sono pochi esempi in Europa di un aumento così grande nel solo spazio di 20 anni. Quando si notano degli effetti così belli d'una riforma, come non sarà interessante il libro che ne parla ? Non y' è infatti proprietario lombardo che possa ignorarlo. È la Magna Carta dei comuni della Lombardia. Per gl'impiegati poi è una lettura indispensabile. Aggiungerò di più, ch' è un libro utile a tutti que' popoli, che avendo il bisogno di stabilire una buona amministrazione comunale, possono trovare in esso delle norme chiare, certe, perchè sancite dall'esperienza.

I bilanci commerciali tra nazione e nazione furono un tempo in gran moda. Invece di servirsene solo per una guida nelle relazioni commerciali cogli altri popoli, si volle servirsene come di un termometro per notare la prosperità ascendente o discendente d'uno stato. Questa norma incerta e fallace, quando è isolata da molti altri dati; trasse i governi nell'errore di credere, che la passività apparente fosse per essere alla fine la ruina inevitabile d'uno stato. Questo errore fu uno de' fondamenti del sisterna mercantile che presso alcuni governi prevale ancora. Fra i molti scrittori che fecero bilanci economici si distingue Raynal, pel bilancio che fece tra tutte le nazioni del globo. Ora questo pregiudizio è quasi dissipato; i bilanci commerciali sono tenuti per un dato, e non per una prova. Ma verso la fine del secolo scorso, al tempo che Carli scriveva, era nel pieno suo vigore. Dappertutto non udivasi risuonare che bilanci, attività, e passività. È sempre un coraggio nobile l'affrontare il torrente dell'opinione pubblica, ed è una prova di profondo sapere il discernere in èssa l'errore. Carli nel suo Ragionamento [107] sopra i bilanci economici delle nazioni j si mostrò intrepido contro l'opinione pubblica de' suoi tempi. Fu in ciò superiore al suo secolo. Egli non niega, anzi acconsente che sia utile il formare de' bilanci annuali; ma essi, a parer suo, non devono condurre alla conclusione che uno stato perda o guadagni, ossia prosperi o decada. L'attività o passività d'uno stato non deve risultare da un bilancio parziale tra nazione e nazione, ina dal complesso de' bilanci tra uno stato e tutte le nazioni con cui coni* mercia. Uno stato può perdere con uno, e guanagnare con un altro. Non solo, per giudicare della prosperità o decadenza di uno stato, questo dato non basta; esso non è che un elemento di questo calcolo. Per portare un giudizio più prossimo al vero, conviene unire questo dato a quello della popolazione, dell' interesse del denaro, del prezzo de' generi ec. L'autore è prodigo di esempi nel mostrare che, se da un lato i bilanci sono necessari per conoscere l'incremento o diminuzione del proprio commercio colle estere nazioni, non sono però una scorta sufficiente per indurre a un giudizio sul grado di prosperità d'uno stato.

Anche intorno al commercio de' grani, Carli si trovò in opposizione col grido generale de' così detti Economi» iti de'suoi tempi. Leggasi la lettera da lui diretta nel 1771 a Pompeo Neri — Sul libero commercio deJ grani. Tutti gridavano libertà, libertà assoluta; tutti additavano l'esempio dell'Inghilterra. Carli aveva le stesse opinioni di Galiani su questa materia. Egli considerava il commercio de' grani più un affare di amministrazione che di commercio. Stimava che le circostanze locali di ciascun paese esigono de' regolamenti diversi. Circa poi la decantata libertà del commercio de' grani in Inghilterra, dopo avere dimostrato con quanta precauzione l'Inghilterra avesse proceduto prima di abbracciarla, fa poi vedere come anche quel provvido governo seppe sospenderla all'uopo. Dal 1693 al 1728, otto volte proibì l'estra* zione de' grani. Sembra dunque che V Inghilterra non [108] abbia mai conosciuta una libertà illimitata. Essa ama la libertà, ma sa privarsene a tempo. Cosi quando fu necessario , sospese l'ancora della sua libertà civile, l'habeas corpus.

Carli non era dunque del partito degli economisti. La terra non è per lui la sola e vera ricchezza dell'uomo, il commercio de' grani costituisce la vera felicità delle nazioni.

«E quali sono, esclama egli, i paesi dove il commercio de' grani è maggiore? La Polonia, l'Ungheria, la Sicilia, la Calabria e Puglia, le coste di Barberia, l'Egitto. Vi par egli che coteste nazioni siano ricche e felici? Tutto al contrario».

Infatti pare che i popoli meramente agricoli sieno sempre poveri e spopolati. L'agricoltura stessa non può avere uno stimolo più attivo, che nell'industria. Se i contadini non ritrovano dei concambi utili e piacevoli, non avranno mai un interesse di coltivare la terra oltre quanto il richiedono le prime loro necessità? Il polacco la coltiva, perchè riceve in concambio le merci inglesi e olandesi. Lo spagnuolo, l'americano del mezzodì lasciano la maggior parte delle loro terre incolte o neglette, perchè, non avvezzi e insensibili a certi consumi, non vedono una ricompensa della loro fatica nei prodotti dell' industria. Se si stabilissero nel Messico, a Buenos Ayres, nel Perù, a Guatimala delle fabbriche di pelli e di calze, ben presto i contadini di quelle vaste regioni, invece di andare scalzi e mezzo nudi sotto un sole cocente, cercherebbero nella coltura del loro suolo i mezzi onde procacciarsi questi comodi:

«Una classe sola d'uomini (dice altrove l'autore contro gli « economisti che non volevano che agricoltori nel mondo) non è atta a formare una società. Un paese tutto pieno di filosofi e di letterati perirebbe presto di fame. Un paese tutto d'artefici o mercatanti, non avendo a chi vendere o per chi lavorare, andrebbe presto in rovina. Un paese di soli ricchi, nobili e possessori, diverebbe un paese di schiavi, e cadrebbe in anarchia; e un paese tutto di plebe sarebbe vile, miserabile ed [109] inutile, se non pericoloso ad ogni sovranità. Questo vuol « dire che il vero politico debb' essere tutto di tutti, e non creder mai che, negletta ed oppressa una parte, tutta la società presto o tardi, come di un mal contagioso, non debba sentirne gli effetti. Conclus. del Ragionavi mento sui Bilanci».

Carli è uno scrittore chiaro, logico, acuto. Gli mancò poco ad essere un grande uomo. Ma scrisse su di tutto, disperse in superficie la forza del suo ingegno; « fu universale, fu enciclopedico, invece di essere sommo filosofo, sommo politico o sommo antiquario, che sono i generi di studi ov' egli sarebbe riuscito a preferenza». Tale è la giusta sentenza pronunziata dallo stesso autore del suo elogio.


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Created: Monday, September 21, 2009. Updated Sunday August 02, 2015
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