Gian Rinaldo Carli
Istriani Illustri



La Sfida del Nuovo Sentimentalismo
di Ivano Cavallini

Gianrinaldo Carli frequentò Tartini negli anni immediatamente successivi al 1740. Con il violinista conterraneo mantenne vivi i contatti all'epoca del suo incarico all'Università di Padova, concentrando la propria attenzione sull'opera, sul teatro tragico e sulla musica strumentale, grazie alle dotte conversazioni intrattenute con un gruppo di intellettuali padovani e con lo stesso Tartini. Risale infatti al 1742 la prima stesura delle quattro Osservazioni sulla musica antica e moderna, stampate più tardi nel 1786, e per esplicita ammissione del Carli meditate sulla scorta del dibattito intorno ai valori della musica, nel cui ambito egli sostenne le ragioni di una nuova drammaturgia, e di una musica sentimentale contro il virtuosismo fine a se stesso.

La gestazione del trattato si inserisce nel contesto dell'attività letteraria del Carli, venuto a contatto con le teorie dell' Arcadia veneta attraverso Apostolo Zeno. Le tappe salienti di questo interesse si riferiscono alla pubblicazione del di. scorso Dell'indole del teatro tragico (1746) e della tragedia Ifigenia in Tauri (1744), allestita a Venezia presso il teatro San Samuele e ammirata da Caspare Cozzi. In prosieguo Il la III osservazione ripercorre la genesi dello spettacolo musicale, fissando gli antecedenti dell'opera nelle feste sceniche e nella favola del Cinquecento, mentre la IV auspica un riassetto del melodramma mediante il recupero di situazioni care alla tragedia moderna, già postulate nell'lndole. Alla tragedia, appunto, l'autore chiede l'abbandono delle unità aristoteliche, del coro e del terrore, l'integrazione della verisimiglianza, lo sviluppo logico dell'azione, le trame amorose e la comozione quale esito ultimo dello spettacolo. Sullo stesso piano le richieste avanzate nelle Osservazioni, ove il Carli reclama l'immedesimazione nei ruoli da parte dei cantanti, una musica sentimentale libera da orpelli, la naturalezza delle arie, la continuità dell'intreccio (e non l'effimera liason des scènes), il collegamento tematico tra sinfonia d'apertura, recitativo e aria, il lieto fine e ancora l'esaltazione della virtù e dell'amore.

La IV osservazione dunque è in gran parte dedicata agli abusi del melodramma. Il capodistriano espone le sue reprimende similmente a un altro maitre à penser, Francesco Algarotti, autore del celebre Saggio sopra l'opera in musica del 1754. Con eguale cadenza la tesi carliana stigmatizza la pochezza del recitativo e le prodezze canore dei castrati, per i quali si scrivono arie adatte a mettere in mostra una bravura che stravolge l'unità dell'intreccio e annichilisce lo sviluppo della vicenda. Ne deriva che i cantanti trascurano i caratteri dei personaggi di cui vestono i panni per scialare ad arbitrio trilli e gorgheggi. L'opera assomiglia così a uno spettacolo di equilibrismo (da "paragonarsi a quello dei saltatori" - scrive il Carli), a causa di un pubblico che consuma musica in modo vorace e di teatri che appagano il solo desiderio di novità. Per questo motivo il nobile istriano oppone a tale decadenza una singolare riforma, specchiata sui modelli che appartennero alle origini del melodramma. Ricorrendo a Lully e Peri, e agli archetipi basati sulla declamazione, si può pervenire secondo Carli a quella purificazione del teatro musicale auspicata dalla cultura coeva.

Si è detto che Carli deve a Tartini il primo impulso a comporre il trattato. La lettera indirizzata al piranese, inclusa nel volume, dimostra l'amore del capodistriano per le esibizioni di Tartini presso la basilica del Santo. L'ascolto del violinista lo induce a muovere una critica intorno alla insignificanza dell'arte strumentale considerata arabesca. Una censura tutt'altro che nuova, se pensiamo a quante volte gli illuministi hanno adoperato il termine arabesco per giudicare sonate e concerti, ma utile a spingere Tartini a sperimentare un nuovo stile compositivo. Questo è quanto asserisce il Carli, testimone forse non sempre sincero, in quanto la ripresa delle Osservazioni cade in un momento di particolare indulgenza e di automagnificazione da parte del nobile. Pure, a un esame puntuale, appare evidente che Tartini ha saputo creare in quel giro d'anni una melodica nuova, svincolata dai moduli corelliani, avvicinandosi a quello stile sentimentale invocato dal Carli e lodato da Jean D' Alembert. Il quale, nel saggio De la liberte de la musique (1759), afferma che fra tante sonate produttrici di "rumore sconnesso", la Didone abbandonata di Tartini è uno dei pochi esempi del repertorio in grado di dipingere le passioni. A suo dire essa eguaglia un monologo in cui si succedono rapidamente il dolore, la speranza e il dispiacere; motivo per cui, continua il filosofo, il capolavoro tartiniano darebbe agio a ricavare una scena "très-animee et très-pathetique".

La prontezza di Carli e D'Alembert, nel riconoscere in Tartini l'inventore di un "nuovo genere di armonia", conferma la dimensione europea del piranese. Le sue creazioni si inseriscono nel contesto di questa sensiblerie finemente elaborata dal pen- siero borghese di metà Settecento, e si distinguono per un patetismo che tradisce l'ispirazione a temi e figure del dramma metastasiano, rendendo più sottile 10 scarto semantico fra l'astrazione del genere strumentale e l'immediatezza espressiva dell'opera.

Tratto da:

  • Ivano Cavallini, "La Sfida del Nuovo Sentimentalismo". Jurina i Franina, rivista di varia cultura istriana, n. 52, inverno 1992, Libar Od Grozda (Pula), p. 27.

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Created: Sunday, September 17, 2000; Last updated: Sunday, April 03, 2016
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