Vittore Carpaccio
Prominent Istrians


 

La casa del pittore
Studi sulla vita di Vittore Carpaccio

Nel largo di Porta S. Martino che per varie calli e la via del Porto irradiava la vita nel rione di Zubenaga, dove nel quattrocento avevano sede i mercanti, i marittimi, i carpentieri della città di Capodistria, esiste ancora una vecchia casa a due piani con la facciata vòlta a mezzogiorno difesa da una linda lunga e spiovente, che trae la luce da sei finestre una sola delle quali di stile archi-acuto si vede risparmiata dai restauri e manumissioni che subirono le altre.

La sua entrata è sulla destra e conduce in un atrio o passaggio, in capo al quale è la scala illuminata da una specie di abbaino che va sino all'attico: al lato sinistro di questo passaggio è un fondaco, al primo piano tre stanze e la cucina; due al secondo, una delle quali vasta e spaziosa riceve l'aria e la luce dall'ampia finestra di stile archi-acuto.

Questa la casa in cui la tradizione vuole sia nato il pittore Vittore Carpaccio e che il popolo designa: la casa del pittore.

Questa antica tradizione rilevata ultimamente dal Lanzi, dall'ottimo canonico Stancovich di Barbana e dal Carrer, non è frutto di artifici ma ha trovato fortunatamente in oggi fondamento nel fatto, nella certezza cioè che nel largo della Porta S. Martino trovavasi già nel 1500 la casa abitata dalla famiglia Scarpaza (1) e che la stessa famiglia possedeva prima di quell'epoca nei pressi di quella città, un piccolo podere nella località denominata San Vittore, podere che vediamo [202] dopo il 1516 (2) allargarsi fino a raggiungere la superfice di 27 (3) giornate di terreno, nel perimetro del quale esisteva una piccola chiesa votata a San Vittore.

Del celebre pittore Vittore Carpaccio che fu tra gli artisti del glorioso Quattrocento una delle più ingenue e dolci espressioni, e che viene designato tra i più grandi pittori veneti del Risorgimento, nessuno dei suoi illustratori, ed i veneziani stessi che lo vogliono almeno veneto, come lui stesso si afferma per la sua scuola, non poterono fin qui che presentare delle ipotesi sull'origine e nascita sua. Che Vittore Scarpaza, Scarpazza, Scarpaccia, Carpaccio, fosse nato di famiglia d'origine veneta non è dubbio; rimane solamente incerto il luogo in cui vide la vita ed in cui cessò.

Colla scorta dei fatti enunciati, e di quelli che verremo successivamente a narrare, speriamo di poter indurre il lettore nella persuasione che Vittore Carpaccio nacque e mori a Capodistria.

Già nella prima metà del secolo decimo quinto la famiglia Scarpazza appare stabilita a Capodistria. Varii suoi membri figurano in atti pubblici dei primi anni del secolo successivo nel quale le traccie di questa famiglia si fanno sempre più certe in modo che già al principiare del cinquecento, permettono la formazione del suo albero genealogico nel quale con dati ineccepibili si può demarcare le varie sue branche nelle successive generazioni fino all'anno 1817 in cui si estinse colla morte del signor Antonio Carpaccio (4).

Da quanto appare il capostipite della famiglia Capodistriana dei Carpaccio sarebbe giunto nei primordi del secolo XIV in quella città dall'estuario veneto in qualità di carpentiere. Era l'epoca che animati gli scambi fioriva il commercio marittimo lungo tutto il litorale istriano ed il bisogno di artieri [203] adetti alla costruzione delle navi attraeva a quei lidi i maestri costruttori, i calafatti, i pegolotti.

Preso domicilio a Capodistria vediamo successivamente la famiglia Scarpazza insediata in quella città mediante l'acquisto fatto di alcune realità nella località di San Vittore situata a pochi chilometri di distanza dalla sua dimora.

Da questa famiglia nel 1450 [or 1455?] nacque Vittore Scarpaza (Scarpaccia-Carpatio) il quale mandato di buon'ora a Venezia entrò nello studio del pittore Lazzaro Bastiani dove rimase sin circa l'anno 1475 nel quale, abbandonata la bottega di quell'artista, entrò in quella del Bellini e con questi collaborò sino il 1485.

Era l'epoca della semplicità, della grazia, della soave espressione delle pitture religiose; la fede regnava sovrana in tutte le classi sociali ed ai pittori non venivano chiesti che soggetti religiosi. Gli artisti ponevano allora tutta l'attenzione nelle figure, nell'espressione e nell'effetto delle quali si vedono concentrati i loro studi.

Vittore Carpaccio, mantenendosi in tutto alla semplicità e grazia dei quattrocentisti introdusse nelle sue tavole lo studio accurato della prospettiva lineare e la fedele riproduzione dei costumi del suo tempo.

Una delle caratteristiche di questo grande artista è la fedeltà fotografica della riproduzione dell'ambiente, della scena, in cui vivono e si muovono i personaggi dei suoi quadri: così le sue prospettive, le cerimonie, le feste, da lui magistralmente dipinte evocano come in una visione luminosa i tempi trascorsi, offrono un mirabile commento agli storici ed un bandolo a dipanare il mistero della sua vita.

Un lembo che ricopre le tenebre dei primi anni della sua vita artistica potrebbe essere sollevato dalla conoscenza dei rapporti di affettuosa benevolenza e gratitudine esistiti tra lui e l'illustre famiglia patrizia dei Loredan di S. Canciano. Non ci è dato affermare che l'Illustrissimo Pietro Loredan eletto nell'anno 1474 podestà di Capodistria, e resosi in seguito benemerito a quella città per varie sue iniziative di ordine economico ed artistiche, sia stato colui che l'abbia conosciuto e condotto a Venezia a perfezionarsi nell'arte alla quale avrà certo fin dai suoi primi anni manifestato una eccezionale disposizione. Però è un fatto che a Vittore Carpaccio appena [204] sortito dalla bottega del Bellini, e non ancora conosciuto dal favore del pubblico, sia stato commesso dalla famiglia dei Loredan un lavoro alla riuscita e successo del quale dovevasi attribuire una grandissima importanza e considerazione, e questo fatto conferma l'ipotesi della sussistenza di rapporti preesistenti tra i mecenati e lui, rapporti dai quali potè sorgere spontaneamente nei committenti la convinzione della bravura e maestria del pittore, senza che queste venissero loro additate dal favore del pubblico.

Vogliamo alludere ai nove quadri del Carpaccio, tratti dalla leggenda di Sant'Orsola (5), che dalla soppressa Scuola della Santa, furono trasportati nell'Accademia di Venezia dove oggi si ammirano nella sala XV. Tra queste tavole quella che rappresenta l'arrivo di Sant'Orsola con le vergini alla città di Colonia, assediata dagli Unni, porta oltre il nome dell' artista la data: Settembre 1490, constatata la data più antica delle sue opere da lui contrassegnate col nome. Questi quadri furono commessi dalla famiglia Loredan, patrona della Scuola predetta, al nostro pittore, il quale col suo squisito e delicato senso artistico e non derogando all'uso allora invalso tra gli artisti, volle magistralmente in una di quelle tele simboleggiare i suoi sentimenti di gratitudine verso i mecenati, ritraendo i principali membri della famiglia dei Loredan in uno degli scompartimenti della tavola che rappresenta «Gli ambasciatori del re d'Inghilterra introdotti presso il re Mauro di Brittania per chiedere la principessa Orsola sua figlia in isposa pel figlio del loro re» (6).

Non è nostro compito, nè abbiamo la lena, di parlare delle sue opere, la maggior parte delle quali trovansi a Venezia dove il Carpaccio trascorse tutta la sua vita artistica, lavorando meno rare eccezioni per commissione dei rettori e delle scole di quella città.

I suoi ultimi lavori eseguiti a Venezia, che oggi ammiransi all'Accademia di Belle arti di quella città, datano [205] dall'anno 1515, nel quale Vittore Carpaccio dipinse per la Chiesa di San Francesco di Treviso la tavola che rappresenta «l'incontro di Sant' Anna con San Giovacchino e San Lodovico re di Francia e Sant'Orsola» e condusse a termine, con straordinaria fatica, come dice il Vasari (7) per un altare della demolita Chiesa di Sant' Antonio di Castello, la pala «il Martirio di Diecimila martiri crocefissi sul monte Ararat nell'Armenia» : e nell'anno immediatamente successivo 1516 troviamo il nostro pittore a Capodistria a dipingere il quadro che trovasi attualmente nel presbiterio del Duomo di quella città.

Questa nostra ipotesi trova la sua conferma nel fatto che tra i lavori eseguiti da Vittore Carpaccio dopo il 1515 le due tavole esistenti a Capodistria, cresimate dalla sua firma e data, portano nei loro fondi delle prospettive locali, riprodotte con una fedeltà singolare, che non sarebbe stato possibile raggiungere se non da un attento studio superlocale.

La pala esistente nel Duomo di Capodistria e che rappresenta la Madonna attorniata da sei dei più venerati protettori del luogo che le fanno corona (Vittore Carpathius venetus pinxit anno MCXVI) viene così descritta dal Lanzi: (8) «Nel fondo del quadro siede in trono maestosissimo Nostra Signora ool divino infante ritto sulle ginocchia e fan corona disposti sopra tre gradini sei dei più venerati protettori del luogo, variati egregiamente nei vestiti e negli atti, ed alcuni angioletti che suonano e con certa puerile semplicità guatano insieme lo spettatore e lieti pajon chiedere che gioisca con loro: Conduce al trono un colonnato lungo, beninteso, ben degradato, che una volta era unito a un bel colonnato di pietra, che dipartivasi dalla tavola, e dislendevasi infuori per la capella, formando all'occhio un inganno, ed un quasi incanto di prospettiva, che poi si tolse quando ne furono rimosse le colonne di pietra per aggrandire la tribuna. I vecchi della città che videro il bello spettacolo, ai forestieri il rammentano con desiderio, ed io volentieri ne iscrivo prima che obliterata ne sia la memoria».

Nell'anno successivo 1517 dipinse la tavola che si conserva al municipio di quella città.

[206] Questo quadro rappresenta il podestà e capitano dell'Istria, Sebastiano Contaresso il quale attorniato dai maggiorenti della città di Giustinopoli si reca nel Duomo probabilmente nel momento di iniziare le sue funzioni di podestà e Capitano della provincia dell'Istria.

Dalla composizione stessa di questo quadro, dalla verità dell'ambiente che n'è ritratto in quell'affollarsi di gentiluomini dipinti con grande vigore e con meravigliosa verità di particolari, in cui si muove, si agita la vita giustinopolitana del suo tempo, dalla prospettiva ammirabile che gli fa sfondo; nasce spontanea nell'osservatore la convinzione che questo lavoro non era possibile di eseguirlo se non dopo un attento studio superlocale.

La visuale di questa tavola è presa dall'interno della Cattedrale a circa 3 metri di distanza dal lato sinistro della sua porta maggiore. Il quadro stesso è incorniciato dal portale aperto del Duomo, al quale accedono dalla piazza il podestà col suo seguito. Nello sfondo vedesi il palazzo pretoreo e quello del podestà riprodotti con quella fedeltà tutta propria di questo illustre artista.

L'anno appresso 1518 gli veniva commessa per la Chiesa di Pozzole in Cadore una tavola in cinque scompartimenti. Il Molmenti, descrivendo questa ancona vi accenna ad una ri gidità stentata, assai rara nel maestro. (9)

Nel 1519 dipinse per la Chiesa del convento di S. Francesco di Pirano una tela rappresentante la Vergine col bambino, attorniata dai Santi protettori dell' ordine ; nella parte inferiore due angeli suonano: l'uno la mandola, l'altro il violino. Nello sfondo ammiratisi le colline ed il castello della città.

Nel 1520 per la borgata di Portole in Istria dipinse il quadro che rappresenta la Trinità esistente nella Chiesa parrocchiale di S. Giorgio di quella borgata e porta la data 1520. Questo sarebbe, almeno documentato, il suo ultimo lavoro, se non vuoisi ritenere per tale il quadro un tempo esistente nella Chiesa di S. Nicolò al Porto nella città di Capodistria, ora trasportato nel Duomo di quella città, il quale raffigura la Madonna in trono in mezzo ai Santi Nicolò e Giovanni [207] Battista. Questa tela benchè non contrassegnata dalla firma dell' artista, sarebbe stata, a quanto dicono i critici, abbozzata da Vittore Carpaccio e completata da Benedetto Carpaccio o da qualche imitatore (10). In oggi nella Chiesa di S. Nicolò, al posto un tempo occupato dalla pala attribuita a Vittore Carpaccio, avvi una copia dello stesso quadro eseguita con raro intuito artistico dal compianto pittore Bartolomeo Gianelli.

Ora tutti questi quadri eseguiti da Vittore Carpaccio dopo l'anno 1515 a cominciare dalla pala esistente nel Duomo di Capodistria sino a quella che adorna la Chiesa di S. Giorgio a Portole, sarebbero i documentati suoi ultimi lavori i quali è impossibile negare non sieno stati eseguiti dal nostro pittore nella città di Capodistria: nella quale oltre a questi dipinti che per la loro grandezza e per il luogo dove sono esposti vengono con facilità avvertiti dai visitatori, vi sono altri quadri di minori dimensioni sparsi nel convento di Sant'Anna, nella soppressa Chiesa di 8. Giacomo e nel Duomo stesso, alcuni dei quali sono ritenuti di V. Carpaccio, altri della scuola del Giambellino.

Un accurato studio di questi potrebbe rilevare la mano giovanile del nostro pittore ammirabilmente disposta alla finezza e soavità dei lineamenti alla fresca e serena inspirazione.

Gli illustratori delle opere di questo grande artista, che tentarono tratteggiarne la biografia e si forzarono dimostrarlo veneziano, non si curarono o vollero deliberatamente ignorare l'esodo suo dalla sua amata Venezia ed il documentato trascorso degli ultimi suoi anni a Capodistria.

Così fu, quando il percorso della sua vita aveva passato da varî anni il meriggio e lentamente volgeva al tramonto: altri artisti giovani ed eletti venivano colle loro opere ad attrarre l'attenzione della società veneziana. Al vecchio pittore i rettori di Venezia non ricorrono più per abbellire coi suoi dipinti la magnificenza del loro palazzo. Già nel 1513 troviamo notizia che alle opere del Bellini e del Carpaccio succederanno quelle del Tiziano (11).

Nella fatale rotina umana, altri astri fulgentissimi venivano a prendere il suo posto se non a sostituirlo, e lui nella [208] sua fine e delicata austerità doveva sentirsi dimenticato, negletto, tra i successi abbaglianti della nuova scuola iniziata col Giorgione e seguita dal Tiziano.

In questa situazione d'animo, non avvinto più a Venezia nè da amici, nò da aderenze, che cogli anni si saranno venute sempre più restringendo, nè molto probabilmente dalla famiglia, doveva sentire il bisogno di mutare ambiente, doveva essere attratto là dove era nato.

Così questa sua partenza dalla città dispensatrice e testimone delle sue glorie, dalla città dove trascorse ininterrottamente tutti gli anni più belli della sua vita artistica, mentre lumeggia l'austera serenità della sua indole, ci rafferma nella persuasione che Capodistria, dove lo vediamo ritirato nei suoi ultimi anni, gli diede i natali e quivi morì.

Sì, egli si è ritirato nel luogo dove vide la vita, dove ancora l'attendevano alcuni amici, i parenti, moltissimi ammiratori, le rimembranze dell'età passata, dove poteva ancora vivere la vita del suo tanto amato Quattrocento.

D. B.

Carpaccio's house in Koper (Capodistria). Courtesy of: http://www.destinacije.hr

Note:

  1. Archivio comunale di Capodistria: Libro del novo estimo.
  2. Anno nel quale Vittore Carpaccio ritornò da Venezia a Capodistria.
  3. Archivio comunale di Capodistria: Libri del novo estimo l'ultimo dei quali data dal 1582.
  4. Tra i manoscritti della Biblioteca privata dei signori de Gravisi-Barbabianca si conservano alcune lettere di Antonio Carpaccio ove egli si dice discendente del celebre pittore il quale fu il primo della sua famiglia insignito della nobiltà. Appartenne agli Arcadi di Roma sotto il nome di Carippo Megalense e ad altre società letterarie e curò anche le incisioni dei capolavori del suo celebre antenato.
  5. Questi nove quadri, che ritraggono fatti della vita leggendaria di Sant'Orsola, sono una rappresentazione di una epopea meravigliosa che si svolge attraverso il fascino verginale di una pittura soave e quasi infantile che incanta e rapisce.
  6. Molmenti et Ludwig — Vittore Carpaccio et la Confrerie de Sainte Ursule a Venise, Florence, B. Bemporat. 1903.
  7. Vasari — Vite degli Artisti.
  8. Luigi Lanzi — Storia pittorica, Bassano, 1818.
  9. P. G. Molmenti. Il Carpaccio ed il Tiepolo, studi di arte veneziana — Torino, Favale, 1885.
  10. P. G. Molmenti. Il Carpaccio ed il Tiepolo, Torino — Roux e Favate. 1885.
  11. Diari del Sanado Voi. XVI e 163.

Tratto da:

  • Pagine Istriane, Anno I. Capodistria, Novembre-Dicembre 1903. N. 9-10, p. 201-208.
  • Immagine (top) - courtesy of Pietro Valente
  • Immagine (bottom) - http://www.destinacije.hr

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Created: Sunday, October 10, 2010. Last Updated: Sunday, April 10, 2016
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