Aldo Cherini
Istriani Illustri


La peste di Capodistria e il Santuario di Semedella
(1630 - 1631)

Trieste 1991 © Aldo Cherini, 6-4-91 Impaginazione e stampa di Corrado Cherini

Nella prima metà del 1600 l'Europa veniva scossa fin dalle fondamenta da avvenimenti, che furono la causa di lutti infiniti in quella che fu detta la "Guerra dei Trent'Anni" combattuta tra il 1618 e il 1648, in varie fasi che videro schierati gli uni contro gli altri cattolici, luterani, calvinisti ed evangelici, o meglio Polonia, Boemia, Svezia, Sassonia, Palatinato, Baviera, Savoia, Francia e Spagna.

Una serie di guerre, più che una guerra sola, con movimenti di grandi masse d'uomini esposti senza alcuna difesa alle epidemie in un'epoca in cui nulla si sapeva di precauzioni igieniche, profilattiche e sanitarie.

Eventi molto intricati sui quali sorvoleremo perché non rientranti nel tema. Ci soffermeremo su quanto avvenne in Valtellina e Lombardia dove si trovarono di fronte i Francesi, gli Spagnoli e i Savoiardi, in aiuto dei quali calavano in Italia le truppe tedesche con le conseguenze sul piano sanitario che vedremo.

La peste.

La peste è stata la più letale delle sette piaghe dell'umanità a causa della sua alta infettività. Ha infierito in tutti i paesi fin dalla più remota antichità con periodiche comparse epidemiche, che hanno lasciato ricordi indelebili.

La malattia è legata ad alcuni animali di abitudini randagie, specialmente ai ratti delle due specie Rattus rattus (o topo nero) e Rattus norvegicus (topo delle chiaviche o surmolotto), originari dell'Asia centrale e meridionale, dove si trova il focolaio endemico spontaneo della malattia, che viene portata in giro con le pulci delle quali i topi sono infestati: la xenopsylla e il ceratophyllus (particolarmente pericolosa la xenopsylla del topo nero).

Agente era (ed è) un bacillo sporigeno gram-negativo che è stato isolato nel 1894, ad Hong Kong, da due celebri medici, l'inglese Alessandro Yersin e il giapponese Shibasaburo Kitasato.

Nulla sapevano di tutto ciò i nostri antenati ed è da poco tempo che si conoscono cause ed effetti e che si è vinta l'infezione nella forma epidemica. È interessante notare che Giovanni Albertis, medico capodistriano rettore degli artisti presso lo Studio di Padova nel 1430, autore di un trattato sulla pestilenza, ha notato con acuto spirito di osservazione la coincidenza delle epidemie con la comparsa di gran numero di ratti. Intuizione monca, dati i tempi, e rimasta isolata per secoli. Si attribuiva infatti la causa dell'epidemia al fango delle paludi, alle corde usate per calare i morti nelle sepolture e simili.

Il quadro morboso è vario. La penetrazione del bacillo può avvenire per via aerea, con la respirazione, e si ha la peste polmonare. Il bacillo può penetrare nel sangue e provoca allora una setticemia generale con esito esiziale. Più spesso l'infezione viene contratta tramite la puntura della pulce infetta. Sul punto dell'inoculazione si forma una vescicola in cui si sviluppa un gran numero di germi, che si propagano nell'organismo per via linfatica. Ciò provoca entro 24 ore l'ingrossamento acuto e cianotico delle ghiandole linfatiche più vicine al punto dell' inoculazione, e si ha la peste bubbonica.

Dopo un periodo di incubazione di qualche giorno, l'individuo colpito denuncia un brusco stato febbrile a temperatura elevatissima tanto che subentra facilmente la polmonite, che una volta era essa stessa causa di morte, con ottundimento delle facoltà mentali, dolori in varie parti del corpo, polso piccolo ed accelerato (120, 180 battiti), emorragie cutanee, occhi sbarrati ed estrema prostrazione fino al collasso, che interviene dal 70 al 90% dei casi. Ma se il bubbone si apre (il che può avvenire entro 7 o 8 giorni) ed il colpito ha avuto la tempra che gli ha permesso di resistere agli assalti del male, può seguire la guarigione con convalescenza comunque molto lunga e non priva di pericoli.

La diagnosi della peste - può sembrare incredibile, dati sintomi così appariscenti almeno in apparenza - non è facile e solo il ripetersi a catena dei casi può chiarire i fatti. Ciò spiega perché i medici di una volta non dichiaravano sùbito i casi di peste mentre il drastico trattamento riservato ai colpiti e ai loro familiari, che venivano chiusi nelle case inchiodando porte e finestre, faceva aumentare la resistenza al riconoscimento e alla denuncia. Non esisteva alcuna cura e si credeva generalmente che per proteggersi si dovevano usare profumi e sostanze aromatiche, aceto e fumigagioni. I medici portavano una maschera di foggia curiosa, a becco d'uccello, che conferiva loro un aspetto grottesco e poco rassicurante; ma non tutti di quelli che erano chiamati in condotta volevano restare in caso di epidemia e le autorità provvedevano alla sottoscrizione di particolari clausole per il "caso di giandussa" con adeguato aumento di salario. Abiti ed effetti personali dei colpiti, masserizie e simili venivano dati al fuoco; le pareti delle case, ad epidemia esaurita, venivano raschiate e fumigate.

I fatti di peste, che ci riguardano, trovano nei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni un quadro assai colorito. Calava attraverso la Valtellina la truppa alemanna condotta da Rambaldo di Collalto: "Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall'esercito, s'era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo o in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de' viventi. C'era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que' pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d'Italia"... Il male andava diffondendosi a macchia d'olio ma nessuna vera misura di salvaguardia veniva messa in pratica. Dava più pensiero alle autorità la guerra in corso nonostante le denunce e le pressioni dei celebri fisici Sèttala, Tadino e Ripamonti. Era la condotta stessa della popolazione, che temeva vessazioni senza motivo in odio ai medici, a prestarsi al contagio. Il quale passava presto il confine dilagando sul territorio della Repubblica Veneta per passare il mare ed approdare anche in Istria.

Il primo morto a Capodistria viene da taluni indicato sotto la data dell'11 settembre 1630, ma non è certo. Il 20 settembre moriva in casa Mazzoleni Francesco Genella, e fu detto "per accidente". Dieci giorni dopo moriva nella stessa casa la figlia del Mazzoleni, Lauretta, di malattia fortemente sospetta, tanto che fu sùbito ordinata la chiusura della casa avendosi potuto accertare che il Genella era da poco arrivato da Venezia, dove il morbo infuriava dal mese di giugno (avrebbe provocato in tutto 46.490 morti).

Ci furono anche altri morti, il podestà e capitano Alvise Gabriel volle procedere ad un accertamento personale e, accompagnato dal collegio della sanità formato dai nobiluomini Girolamo Zarotti, Almerigo Petronio e Giacomo del Tacco, si recò ad ispezionare i cadaveri. Gli bastò vedere un bubbone sulla coscia dell'orefice Giovanni Michiel per fugare ogni dubbio: si trattava proprio di peste bubbonica. Lo confermavano i molti casi e la crescente rapidità con cui si diffondeva il contagio. I topi e le pulci non rispettavano neanche le clausure dei conventi, venivano colpite dal male molte delle Agostiniane e delle Clarisse; morivano 5 Cappuccini, 4 Santanesi, 2 Domenicani, 3 Terziari di S.Gregorio, 1 Servita e il padre guardiano di S.Francesco.

Risultava colpita tutta la zona costiera del paese. Al Lazzaretto, eretto a tre miglia dalla città, venivano raccolti i colpiti delle campagne e delle ville fino a Muggia. I deceduti capodistriani venivano sepolti nel prato di Semedella.

Il morbo insidioso andava serpeggiando per tutto l'inverno specialmente nel rione di San Marco, cioè di San Martino al Porto, dove fino a tutto il 31 gennaio 1631 perirono 44 persone. Nell'attiguo rione di Porta Maggiore i morti furono 12, a Porta Pusterla 19, a Porta Ognissanti 6, a San Tomà 2. Nel mese di febbraio l'epidemia si estendeva ai rioni di Porta Brazzòl e di Bossedraga; nel mese di marzo si denunciano casi di peste in Ponte, poi a San Pieri, finché nel mese di aprile non si trova rione indenne.

Nei primi tre mesi del 1631 i morti sono nell'insieme 39, 76 e 71, ma il peggio doveva venire nei mesi più caldi. Il maggio si portava via 188 malati, il giugno 581 e l'agosto ben 716. Il più colpito era il rione di Bossedraga con 130 morti e il più risparmiato quello di San Pieri con "soli" 81. Il caso più lacrimevole fu quello della famiglia del Bello, in seno alla quale, benché rifugiatasi in una sua casa di campagna, morirono, il 14 luglio, Nicoletto, sua moglie e 4 figlioli.

Si possono immaginare le difficoltà incontrate nel mantenere un po' d'ordine, nell'approvvigionamento dei viveri, nello sgombero dei tanti morti, nel curare quei cittadini cui era dato dalla sorte di sopravvivere tra la generale demoralizzazione, le paure, i sospetti.

Con il mese di agosto la peste cominciava a perdere parte della sua virulenza. Si avevano 71 morti, che scendevano a 17 nei mesi di settembre e ottobre finché in novembre si contarono, finalmente, soltanto 4 casi. Ma ci volle ancora del tempo per dichiarare la cessazione di ogni emergenza.

Tirate le somme, si certificava che i decessi furono complessivamente 1990 su 2300 persone colpite dal morbo, su di una popolazione di 4200 anime, vale a dire il 49% circa della popolazione stessa.

Dei singoli rioni, il più colpito risultava essere quello di Porta Maggiore con 362 morti; il numero minore di decessi si ebbe a Porta San Nicolò con 90 morti. A Lazzaretto i decessi furono 104. Una sinistra contabilità che compare in un documento cemeteriale iniziato l'8 aprile 1631, il "Libro nel quale si notano le case che giornalmente si sequestrano per sospetto, d'ordine degli Ill.mi Sig.ri Prov. et medesimamente si notano tutti quelli che muoiono alla giornata di mal contagioso tenuto per me Domenico Del Bello Canc. del Sindacato".

Si legge nella relazione del provveditore veneto Nicolò Surian, in data 17 agosto 1632: "Finalmente, dopo le continuate incessanti diligenze a fermare il corso al male, piacque al Signor Iddio et alla Beatissima Sua Madre, che ne seguisse la liberatione di quella città nella quale sono stati li morti in tal calamità per la metà et nel suo territorio per il terzo".

Convien vedere, ora, come si comportarono e cosa fecero le autorità preposte. Il Senato Veneto ordinava al podestà e capitano di non allontanarsi per nessun motivo dal suo posto e di prestare tutti gli aiuti possibili. Accorreva in pari tempo il provveditore alla sanità, il sopracitato Nicolò Surian, che rimase con la sua gente per tutto il tempo in cui infierì l'epidemia adoperandosi con ogni mezzo allora noto per arginare il contagio e a provvedere d'intesa col podestà e capitano all'ordine pubblico in tempo in cui la maggior parte dei cittadini incaricati di pubbliche mansioni soleva abbandonare la città favorendo la confusione e il disordine. Il doge mandava aiuti economici, dapprima 600 ducati, poi altri 800, mentre per soccorrere i più bisognosi veniva impiegato tutto il ricavato delle condanne pecuniarie.

Il 4 aprile 1631, il Maggior Consiglio cittadino, impetrando la liberazione dal male, faceva voto solenne di erigere in Duomo un altare votivo. Spentosi finalmente l' incendio (così si usavano chiamare le epidemie), si pensò di manifestare un tangibile ringraziamento dando esecuzione al voto. Ma il marmoraro era morto e i marmi messi da parte all'uopo erano stati impiegati in un altro altare.

Fu così che il Maggior Consiglio, nella tornata del 23 agosto 1639, commutava il voto nell'erezione di una chiesetta sul camposanto di Semedella, da dedicare alla Madonna, alla Beata Vergine delle Grazie. Si passava l'incarico, questa volta senza indugi, a Nicolò Carpaccio, mastro muraro, e a Pietro Isdrael, esperto falegname. Le pietre venivano acquistate in una cava di Rovigno e al loro trasporto provvedevano due padroni di barca piranesi. La pala d'altare veniva commissionata, con la spesa di 50 ducati, al pittore veneziano Guido Guidotti, che si metteva al lavoro forse un po' troppo frettolosamente non fornendo una gran opera.

La spesa totale veniva sostenuta non solo dalla comunità ma anche con il concorso di cittadini volonterosi tra i quali Pietro Corte e Carlo de Carlo, mentre legati testamentari di campi e di vigne venivano lasciati da Caterina vedova Veronese e da Simonella Cocever.

La chiesetta veniva consacrata con grandissima solennità, il 24 aprile 1640, dal vescovo Pietro Morari, che dava pubblicazione del "breve" col quale papa Urbano VIII concedeva l'indulgenza plenaria. Nel contempo veniva destinata, in perpetuo, la seconda domenica dopo Pasqua per una processione cittadina fino al santuario abbinata ad una visita alla chiesa di San Francesco nella ricorrenza dell' Immacolata (questa seconda parte veniva a decadere nel 1806 allorché quella chiesa veniva sconsacrata insieme alla soppressione del convento).

Il cimitero di Semedella veniva ad esser usato fino al 1811, anno che segna l'apertura del più grande cimitero di San Canziano. Trovavano da ultimo sepoltura in fosse comuni i colpiti di un'epidemia di tifo verificatasi nel 1806 mietendo vittime specialmente tra i soldati francesi della guarnigione. Gli ultimi sepolti erano personaggi molto noti, quali la contessa Regina del Tacco, il canonico Francesco Padovan e monsignor Bonifacio da Ponte, ultimo vescovo di Capodistria, le cui ossa riposano tutt'ora nella cappella laterale di sinistra con la seguente epigrafe posta in suo ricordo nel 1855

PER · ONORARE · LA · MEMORIA
DI
BONIFACIO
· DA · PONTE
VENETO
BENEDETTINO
· CAMALDOLESE
DOTTO
· PIO · MODESTO · MODELLO D'OGNI VIRTÙ
DECESSO
· NEL · GENERALE · COMPIANTO
A
· VI · GENNARO · MDCCCX
D'ANNI
· LXXXIV · NEL · XXXIV ·
D'EPISCOPIO
Q,M.P.
MARIA ·
FAVENTO · CARGNEL · VOLPI
MDCCCLV

Il percorso processionale veniva di molto facilitato nel 1827 con la costruzione della strada diretta, che partiva dalla radice del molo della Porporella e arrivava proprio in corrispondenza del prato alberato evitando un lungo giro per la strada detta della Colonna.

Nel 1855, grazie al lascito di 1500 fiorini disposto da Maria Favento vedova Cargnel-Volpi, la chiesetta veniva ristrutturata in pianta a croce latina e ingrandita con la costruzione di due capellette e del presbiterio. Al pittore concittadino Bortolo Gianelli veniva commissionata una nuova pala d'altare con figure che ritraevano in veste simbolica la beneficiane e altre persone, che la gente dell'epoca ben conosceva (il vescovo delle diocesi riunite mons. Legat, il prete Vascon, alcuni popolani). Altri lavori venivano eseguiti agli inizi del secolo presente. Tra il 1902 e il 1903 si alzavano di un metro i muri perimetrali, si rifacevano il portico e il campaniletto salvaguardando l'opera dall'umidità per mezzo di particolari canaletti di gronda. Si provvedeva anche al rinnovo della piantagione degli alberi, che divenivano alti e frondosi.

Dopo il 1631 contagi di peste non ce ne sono stati più (vanno ricordate però 5 epidemie di colera, 2 di tifo ed una di vaiolo), ma integro è rimasto il ricordo e il culto della Beata Vergine delle Grazie di Semedella cui hanno usato rivolgersi quanti si sono trovati in pericolo in mare e in terra, come testimoniato dai numerosi ex-voto che un tempo decoravano le pareti della chiesetta, ultimo dei quali posto dalla famiglia Ceppi nel 1944.

FONTI


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This page compliments of Aldo and Corrado Cherini

Created: Friday, November 27, 2015; Last Updated: Monday, January 18, 2016
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