Aldo Cherini
Istriani Illustri


Igea
Storia di medici speziali chirughi e malanni vari
Nell' Istria tra il 1700 e il 1800

Autoedizione 1993

© Aldo Cherini, 16.10.1993
Impaginazione e stampa: Corrado Cherini

Riesce difficile immaginare lo stato d'indecenza in cui venivano a trovarsi, un tempo, le vie e le piazze di una qualsiasi città. Mancavano, in un passato anche non molto lontano, tutti quei servizi ai quali siamo assuefatti, mentre le cattive abitudini dominavano incontrastate con grave pregiudizio della salute pubblica per non parlare del pubblico decoro.

Il 25 maggio 1799, il dipartimento politico ed economico di Capodistria, accogliendo un progetto dei sindaci deputati inteso a mettere ordine e a chiamare la popolazione all'osservanza di salutari regole di pulizia e di rispetto dell'area urbana, chiedeva l'appoggio governativo onde conferire ai capitoli di riforma la dovuta autorità per assicurare la mondezza delle vie e dei piazzali, rendere possibile il cammino a piedi asciutti (la maggioranza del popolo, in quei tempi, non usava comunemente portare scarpe), allontanare il frequente incontro con gli oggetti più stomachevoli, mantenere incontaminata e salubre l'acqua delle cisterne, rimuovere ogni motivo di querela e di contrasto tra la gente estirpando le pratiche abusive, che molti ritenevano lecite per lunga e malintesa tolleranza.

Veniva pertanto riprovata e vietata la costumanza di gettare sulle strade , sui piazzali, nelle calli morte, nelle [1] androne, nelle buche appositamente scavate ogni specie di paglia, strame, canne di granoturco, alghe marine e qualsiasi materia facile a imputridire. Si vietava in particolare il mantenimento delle perniciose fosse sparse in ogni sito, dentro e fuori le mura, piene di escrementi sopra i quali si facevano fermentare le acque verdi e guaste, che ammorbavano l'aria con le loro esalazioni provocando nella gente ostinati malori (si sarà trattato forse della malaria presente in Istria un po' dovunque).

Non si volle tollerato neppure l'uso di praticare scolatoi e "scaffe" da parte dei proprietari di torchi, di fornelli da seta e di altri simili arti impure, quali in particolare le scorzerie (concerie di pelli). Ce n'era più d'una a deliziare la cittadinanza con l'effluvio delle vasche di lavorazione, quali la conceria di Carlo Bernardelli, quella di Maria Rosa vedova di Biagio Cobol e quella dei fratelli Barega. I residui della lavorazione delle pelli venivano poi scaricati Sotto Riva, al limite della strada regia, e la materia putrefatta aveva formato dei cumuli di proporzioni notevoli. Si ordinava il loro spianamento a spese degli scorzeri assegnando loro un sito meno nocivo alla salute pubblica oltre la Riva del Bersaglio. La proibizione degli scolatoi valeva anche per i proprietari di cavalli, di animali da soma e d'ogni altra specie. Veniva mantenuto il permesso di allevare maiali in casa purché rinchiusi in recinti e non lasciati liberi di vagare per le strade, come era stato più volte proibito, in quanto tali animali davano disturbo ai passanti rovinando inoltre il selciato o la terra battuta con le loro zampe ungulate. Costoro dovevano provvedere a convergere le acque di scolo delle stalle in buche sotterranee o, attraverso canali coperti, in mare.

Si richiamava e condannava l'usanza di quei tali che da porte e finestre versavano sulla pubblica via ogni sorta [2] di immondizie e persino il contenuto dei più stomachevoli vasi senza riguardo alcuno al sito o alla gente che passava. Le quali materie, ristagnando anche nei luoghi più frequentati della città, producevano specialmente nella stagione estiva il fetore più insopportabile.

Venivano censurati i bottegai e i padroni delle case della Calegaria, vale a dire della strada migliore e più frequentata della città, che trascuravano di tener pulito il lastricato e sgomberi i due "gàtoli" (canali) laterali per permettere all'acqua di scorrere liberamente senza ristagnare con gli spiacevoli effluvii che si possono immaginare.

I venditori che avevano la necessità di lavare i loro generi alimentari prima di esporli in vendita, dovevano smettere di versare sulla strada le acque sporche dei loro mastelli eseguendo invece gli espurghi o nelle loro case o presso la riva del mare.

Tutti i "calegheri" e i bottegai dovevano inoltre riprendere l'antica e salutare usanza di tenere presso la loro porta un recipiente di acqua pulita per permettere ai cani di bere evitando così ad essi il morbo della rabbia, cui andavano soggetti specialmente nella stagione estiva.

Gli addetti alla vuotatura delle latrine e delle fogne dovevano praticare il loro mestiere soltanto dopo la mezzanotte, in qualsiasi stagione, ed usare recipienti ben condizionati e chiusi onde evitare di versare sulle strade, durante il trasporto, la materia corrotta.

Alle donne veniva vietato di girare per la città, prima dell'ora della ritirata militare, con vasi immondi pieni di "bigatti" (cioè di quello che restava del bozzolo del baco da seta dopo tolto il filo della seta stessa) o di altre materie putrefatte, come esse usavano sfacciatamente fare anche in pieno giorno.

[3] I "beccheri" (macellai) dovevano scopare diligentemente la loro bottega almeno due volte alla settimana. La spazzatura delle case doveva venire depositata in luoghi idonei e tali da non impedire il libero passaggio della gente. Bisognava prestare particolare attenzione a non buttare sulla strada le conchiglie degli "sgarussi" (o "garuse", molluschi marini dei quali si faceva grande uso commestibile) che con i loro aculei potevano ferire i piedi degli uomini e degli animali, come spesso accadeva.

Non poteva più essere tollerato il turpe costume di gettare sulla strada o sulle rive del mare animali morti che, decomponendosi, corrompevano l'aria: si dovevano seppellire in fosse profonde oppure gettare in mare legati a un buon peso onde impedire che il flusso della marea li portasse ad infettare il lido. L'incarico di vigilare sull'osservanza di questa norma veniva affidato ai capi e vicecapi contrada, che dovevano eventualmente provvedere essi stessi all'operazione addebitando poi la spesa ai colpevoli.

Particolari norme venivano perfezionate per quanto concerneva la raccolta del letame solitamente accumulato con scandaloso arbitrio in ogni sito tanto da non risparmiare nemmeno le zone più nobili e frequentate. Si intimava lo sgombero di sì perniciosi depositi nel termine di un mese, salvo particolari e temporanei permessi a favore dei "paolani" (piccoli coltivatori diretti), che usavano trasportare il letame in campagna come fertilizzante. In via assoluta doveva rimanere monda la Strada di Sotto Riva, usata da ogni ceto di cittadini per onesto e comodo passeggio. I letami erano oggetto, fin dal 1563, di una particolare disciplina con contenuto economico, in quanto vi si ricavavano degli utili ad uso della comunità. Veniva infatti affidato in privativa, ad un solo conduttore, il diritto di far scopare le pubbliche strade e raccogliere [4] il letame in qualunque sito venisse trovato. Egli doveva provvedere a ciò almeno ogni tre giorni usando soltanto strumenti di legno per non danneggiare il piano stradale. Venivano confermati i diritti del conduttore e presi provvedimenti onde eliminare gli abusi, che frequentemente egli denunciava. Ciascun cittadino poteva legittimamente appropriarsi del letame trovato davanti alla sua abitazione solamente dopo trascorsi i tre giorni, di cui si è detto, senza che un incaricato dal conduttore del "dazio" fosse comparso a pulire la strada. Il conduttore non poteva lasciare mucchi di letame qua e là ma doveva trasportare tutto in un conveniente sito fuori le mura.

In caso di caduta della neve, tutti i proprietari di stabili, compresi i conventi e le pie case, erano tenuti a liberare la via davanti alla loro proprietà al fine di evitare che si formasse del gelo con pericolo di cadute dei passanti.

Di particolare disciplina e di attente provvidenze era fatta oggetto la Fontana Da Ponte, alla quale faceva capo l'acquedotto di Vergaluccio, al fine di allontanare da essa tutte quelle licenze, che ne pregiudicavano il libero uso da parte dei cittadini, oltre che salvaguardare lo stato di conservazione di un degno monumento cittadino. Si proibiva a chiunque di danneggiare il recinto e il relativo selciato di lastre quadre, di gettare nel circuito della fontana immondizie, pietre e qualunque altro ingombro, di forzare l'acqua, che usciva dai mascheroni. Si vietava di mettere a bagno nella vasca insalate e ortaggi, fasci di vimini, mastelli, "brente" e ogni altro utensile del genere. Non si poteva lavare nè dentro nè fuori del recinto biancheria, panni sudici, lane e drappi. Nessuno poteva permettersi di abbeverare animali nei pressi della fontana e tanto meno nella vasca, nè di legarli alle colonnine del recinto col pericolo di infrangere i canali di scolo. Nessuno [5] poteva permettersi di aprire il portello dell'acquedotto per non far diminuire la pressione dell'acqua e minorare la portata dei canali di alimentazione. La gente che viveva nelle vicinanze della fontana veniva invitata ad esercitare la massima vigilanza facendosi un merito a sporgere denuncia a carico di eventuali trasgressori presso l'ufficio del sindacato. Si sollecitava alla massima diligenza anche il sovrastante alla fontana (in quel tempo la carica era tenuta da Nazario Almerigogna), cui incombeva il mantenimento dell'ordine e il contenimento delle spese di manutenzione del delicato manufatto.

Dell'esistenza in Capodistria di medici e di ospedali si hanno notizie e testimonianze assai antiche, ma si dispone di circostanziate carte d'archivio solamente a partire dalla fine del 1700.

Molte informazioni riguardanti l'Ospitale di San Nazario , la cui origine si fa risalire all'anno 1262, si trovano in un documento riepilogativo del 13 marzo 1804: era stato affidato alla Confraternita di S.Antonio Abate il 6 aprile 1454 per terminazione del podestà e capitano Giovanni Tiepolo in quanto quella confraternita, che già gestiva una proprio istituto similare, si presentava come la meglio dotata e più affidabile della città. Il provvedimento era stato ampiamente discusso nel Maggior Consiglio cittadino su relazione di Giovanni Croce e Manfredino de Petrogno, oratori incaricati: ..."havuto rispetto che l'hospedal de Messer San Nazario de Cavodistria non sia per quei debiti modi et bone maniere governado come saria de bisogno"... erano stati perciò "deputati li prudenti homeni ser Francesco de Speladi, ser Zan de Ravena, ser Andrea di Mazzucchi et ser [6] Manfredino di Petrogno a provveder per il bene e con onore anche della Scuola de M.r S.Antonio de Cavodistria"... Successivamente era stata approvata la nomina a gastaldo di ser Giovanni Croce con l'affiancamento di un collegio formato dai provvisori ser Facina de Martissa, ser Magnardo de Apollonio e ser Jacobo de Tacho, nonché da altri otto confratelli. Ad essi era stato conferito ogni potere e responsabilità a profitto dei poveri con l'avvertimento che i beni dovevano esser amministrati senza esposizione a sinistri inconvenienti. Erano state conferite all'ospedale tutte le sostanze della Scuola compreso il carico costituito dalla dote per quattro fanciulle povere e nubili e dal mantenimento di un terzo piccolo ospitale dove per solito trovavano rifugio 14 femmine miserabili e vergognose. Trattavasi dell'Ospitale di San Marco, fondato e dotato nel 1326 da ser Marco Trevisan d'intesa con la moglie Fiore. La Scuola aveva sempre fatto fronte ai suoi impegni benché avesse grandemente sofferto a seguito dell'evizione di molti capitali, tra i quali una grossa somma ceduta in permuta al Sacro Monte di Pietà, mentre sempre più difficile si presentava l'esazione di molti altri capitali ed eccessivo il costo della cera, dell'olio e degli altri generi necessari al Pio Luogo, con conseguente sconcerto dell'economia tanto che i gastaldi, per supplire al deficit, dovevano spesso mettere mano alla borsa esponendo il proprio denaro. L'ultima gastaldìa corrente nell'anno 1804, tenuta da Antonio Schipizza, era terminata con un passivo di L. 1693:18 a causa di un debito contratto con la Chiesa cattedrale, debito assuntosi dal gastaldo subentrante Francesco Giovannini. In un rapporto steso dal ragioniere Antonio Solveni il 13 agosto 1797 troviamo che le uscite erano pari a L.13.288:16:6 per spese relative a medicine, sepolture, lavori di manutenzione, forniture di olio e cera, alimenti per i poveri e [7] per i bambini trovatelli, che qui venivano raccolti anche dalla provincia per essere avviati alla Pietà di Venezia. Il bilancio si chiudeva, in quell'anno, con un attivo che però era dovuto al lascito di rendite della famiglia Gavardo pari a L.2606:12. Altri aiuti, intorno a questo periodo, erano stati dati da Girolamo Corva, Giovanni Manni Rossini e dal conte Alvise Tarsia.

Con l'ingresso delle truppe austriache, avvenuto come si sa il 10 giugno 1797, era sorto il problema di un ospedale militare. Nel dicembre successivo veniva incaricato di provvedervi l'ingegnere provinciale cap. Benedetto Petronio, il quale reperiva il luogo adatto proprio nei locali della Confraternita di S.Antonio Abate con due case attigue di pertinenza della Confraternita dei Serviti. Con una spesa complessiva di L.1777 egli sistemò una sessantina di posti letto nella cappella destinando uno stanzino a spezieria e un magazzino a deposito per le armi dei soldati ricoverati. Altre L.1800 furono spese per l'occorrente di panche e sgabelli, stoviglie, vetri e stufe, per forniture di paglia e paglioni, per lavori di "stramazzar", per "comodità col loro vaso", mastelle, vasi per acqua e da letto, per candelieri e moschette, per tela, stoppa e canevina.

I dettagli riportati sulle fatture presentate dal Petronio ci forniscono un'idea della dotazione, che avrà avuto anche l'Ospedale di San Nazario. Il Pio Luogo era giunto alla fine del secolo assai mal ridotto e non più rispondente alle necessità della popolazione, per cui il provveditore Francesco del Tacco aveva ottenuto, nel 1792, il suo trasferimento nei più comodi e meglio acconci locali del convento dei Serviti (soppresso nel 1796), trasferimento avvenuto appena nel 1810 a causa dei subentrati avvenimenti politici e militari.

[8] Che la medicina sia stata tenuta in gran conto nella città istriana è dimostrato dalla non scarsa fama raggiunta da molti medici capodistriani quali Giovanni de Albertis, che intorno al 1450 ha dissertato sulla peste bubbonica associando molto acutamente la diffusione di questo flagello dell'antichità con i topi; Bartolomeo Petronio, professore nello Studio di Padova nel "terzo luogo della medicina teorica straordinaria" (1512-17); Leandro e Zarotto Zarotti, attivi nella seconda metà del 1500, chiamato l'uno in Polonia presso il cardinale Radziwill, corrispondente l'altro dello stesso cardinale in Roma; Marcantonio Valdera medico letterato traduttore d'Ovidio; Cesare Zarotti e Girolamo Vergerio, attivi nel 1600, professore quest'ultimo negli studi di Pisa e di Padova, autore di vari testi di medicina teorica; Santorio Santorio (1561-1636), celebre sopra tutti, esercitante o richiesto anche in Polonia, Ungheria e Croazia, iniziatore della medicina sperimentale, professore "in primo loco" nello Studio di Padova e priore del Collegio dei Medici Fisici, autore di opere diffuse in numerose edizioni e tradotte in lingue estere; Prospero Petronio, autore di studi di storia patria ancor oggi citati. Avevano abbracciato l'arte medica anche diversi membri delle famiglie, Del Senno, Carerio, Catelli, Pellegrini, Pizzamei e Gravisi, che esercitavano, taluni, anche a Venezia e a Trieste.

L'organizzazione medica ricalcava il modello di Venezia ed era assai antica. Bernardo Schiavuzzi ci dà notizia di una lunga serie di medici da ser Benvenuto (1310) e da Andrea Bonaceto degli Albarisani (1363) in poi.

La nomina era dapprima di pertinenza delle autorità di Venezia per passare poi, a partire dal 1452, al Maggior [9] Consiglio cittadino, che riponeva particolare cura nella ricerca di uomini di valore, quali il feltrino Panfilo Castaldi e l'udinese Giovanni Muzio dal quale nacque, durante la condotta in Capodistria, il più celebre Girolamo, il letterato che ha amato considerarsi capodistriano in tutto e per tutto.

La condotta comportava l'obbligo della residenza e veniva compensata con un mensile fisso, restando il medico libero di farsi pagare le prestazioni a parte. Oltre alla cura degli ammalati competevano al medico anche funzioni di polizia sanitaria, mentre il chirurgo doveva eseguire la visita ai detenuti ed assistere il tribunale nei casi di applicazione della tortura.

A partire dal 1720 i medici condotti erano due e, col 1776, aveva sede in Capodistria il protomedico provinciale, primo dei quali è stato il dott. Ignazio Lotti, uomo di grandissima cultura, che gli Accademici Risorti vollero acclamare loro Principe.

La fonte per provvedere alle spese delle condotte costituì sempre un problema stante la carenza pressoché cronica di capitali circolanti specialmente negli ultimi tempi della Repubblica Veneta. Con terminazione del 6 gennaio 1772 veniva creata presso il Pio Monte di Pietà la cassa detta "del bagattino" per sopperire a "intangibili viste di sanità" mentre il soldo dei medici era a carico della cassa utili del civico Fondaco. Particolare rilevanza aveva il Collegio della Sanità, con proprio tribunale, retto da tre provveditori con incarico annuale nelle persone del podestà e capitano, del protomedico provinciale e di un nobiluomo deputato, collegio che doveva vigilare sul movimento della gente via mare e via terra rilasciando patenti di libera pratica e imponendo il fermo dei sospetti specialmente quando giungeva notizia di epidemie in località anche lontane. Il vallone marino presso la foce [10] del fiume Quieto, vigilato da barche armate, era destinato alla quarantena delle navi dirette a Venezia e ai porti del Golfo. Non era raro che sorgessero qui, come vedremo, disordini e inconvenienti vari per indisciplina e insofferenza dei marittimi agli obblighi sanitari.

Alla fine del 1700 troviamo a Capodistria come primo medico condotto il dott. Gian Vincenzo Benini e come secondo il dott. Bortolo Parè. Costui era morto il 24 febbraio 1797 ed il Benini s'era assunto il doppio incarico anche con riguardo al fatto che, in quel tempo, la popolazione trovavasi oppressa da un'epidemia di febbre maligna petecchiale. Ciò con la promessa di una doppia mercede, fino all'arrivo del nuovo medico Michele de Benedetti. L'assegno mensile normale era di 164 lire al mese, ma ancor tre anni dopo il Benini, resosi benemerito anche per certi suoi studi sulla malaria, che allora era assai diffusa nell'Istria, vantava un credito di L.381:11.

Nel dicembre del 1796 il Maggior Consiglio cittadino aveva incaricato una deputazione straordinaria di cittadini zelanti e pratici di indagare sulle cause della fatale deficienza della "cassa utili" del Fondaco. La deputazione, a far parte della quale erano stati chiamati i sindaci marchese Girolamo Gravisi e Cristoforo de Belli, Nicolò Baseggio, il conte Gio Batta Fini, Nicolò del Bello e Alessandro Gavardo, non escogitava altra soluzione che rivolgersi a Venezia per un aiuto, che il precipitare degli avvenimenti non permise che arrivasse. Conseguentemente il 17 ottobre 1797 i sindaci proponevano un supplemento dei dazio sui vini sollevando un vespaio.

Nel gennaio del 1800 troviamo quale chirurgo condotto Sebastiano Grandis coll'incarico di operare [11] gratuitamente i pazienti poveri con esclusione di quelli ricoverato nel Pio Ospedale, che disponeva di un proprio chirurgo, ed esclusi coloro che si trovavano detenuti nelle carceri cittadine. Di questi ultimi si interessava volontariamente Giovanni Valle, che di ciò aveva tentato di farsi un merito per chiedere la patente di chirurgo, provocando con ciò la protesta dei medici che lo consideravano un inetto e un ignorante buono soltanto nelle basse operazioni manuali di sangue. Nella caritatevole assistenza ai carcerati si distingueva invece, tra il 1802 e il 1804, il chirurgo Alessandro Cernivani, sotto la guida del quale si avviava alla professione il figlio suo Bortolo. Al Cernivani veniva riconosciuto un compenso di 16 soldi per ogni visita o "missione di Sangue". I suoi interventi riscuotevano notevoli successi constatandosi la guarigione in 14 casi da lui trattati, successi rimarchevoli se si considera le condizioni in cui il chirurgo operava: assenza della forma anche più elementare d'igiene, stato indescrivibile di sporcizia e di debilitazione fisica in cui versavano i detenuti, che con i calori estivi andavano soggetti a malattie epidemiche con esito letale per non pochi di essi.

Il C.R.Governo provinciale rimaneva stupefatto nell'apprendere che, a Umago, il farmacista Mattio Pastrovicchio e il chirurgo dott. Mattio Mitrovich erano la stessa persona e che una stessa persona esercitava liberamente e contemporaneamente due professioni diverse, fondate su "privilegi" che non potevano essere associati. Messo in sospetto, il governo incaricava la C.R.Direzione politica di Pirano di far luce sulla faccenda, che appariva quantomeno assai strana. Chiamato davanti alle autorità, il farmacista-chirurgo dichiarava che il vero cognome dei Pastrovicchio era quello di Mitrovich, essendo Pastrovicchio il nome della località di provenienza, con il quale la famiglia era stata riconosciuta e accettata dalla terra di [12] Umago. Con tale cognome Mattio aveva conseguito il "privilegio di speziale di medicina". Nel 1797 era morto il padre Antonio e la famiglia aveva voluto riprendere il vero cognome di Mitrovich, e con quest'ultimo Mattio aveva conseguito il "privilegio di bassa chirurgia" senza intenzione, con ciò, di esercitare la professione. Vi era stato spinto ben presto dai bisogni della povera gente, che lo avevano indotto ad interessarsi per spirito umanitario. Non solo, ma nei periodi di impedimento del medico condotto, egli aveva esercitato anche un po' di medicina. La faccenda non doveva essere presa in considerazione con severità — osservava la C.R.Direzione di Pirano il 2 febbraio 1801 — in quanto allo speziale si riconosceva qualche esercizio chirurgico come il salasso, l'applicazione di "vescicatori" e delle mignatte, il trattamento delle piaghe più semplici, mentre nel castello di Montona lo speziale esercitava liberamente anche la chirurgia. Però, il C.R.Governo dichiarava che l'abbinamento delle due professioni doveva considerarsi abusivo, che nondimeno era disposto a considerare la faccenda con indulgenza per riguardo alla condizione degli abitanti di Umago privi di soccorsi chirurgici. Per evitare confusione e abusi, lo speziale doveva usare un cognome solo, doveva limitarsi alle operazioni più semplici con l'obbligo di ricorrere al medico e al chirurgo vero e proprio in tutti i casi in cui si dovesse manifestare una malattia complicata o di qualche importanza senza poter vergare "ricette" in quanto il privilegio di chirurgo conseguito dal Mitrovich non presentava tutti quei requisiti di legalità, che erano richiesti per l'esercizio della professione.

[13] Quello delle epidemie era, un tempo, un male inevitabile e scontato, contro il quale poco potevano i provveditori di sanità. Tuttavia qualche cosa si cominciava a fare: uno dei mali più temuti era il vaiolo, il 27 agosto 1804 le autorità governative incaricavano il dott. Michele de Benedetti di eseguire la prima dimostrazione pratica di innesto del vaccino secondo il metodo Jenner.

Va ricordata l'epidemia di tifo insorta intorno al 1806 tra i soldati di un corpo francese, quattro dei quali, ritenuti morti, venivano gettati con palate di calce in una fossa comune tenuta aperta, fatto che permetteva loro di salvarsi fortunosamente (tentando, anzi, la diserzione).

Lo "speciale di medicina" Giuseppe Fabretti, di Rovigno, si buscava una denuncia per alterazione dei medicinali dispensati agli "egrotanti" dalla sua "speciaria". Il 6 ottobre 1801, infatti, il medico condotto dott. Giovanni Borghi stendeva un rapporto dichiarando di aver trovato in due cartine di "chin china" in suo possesso, di provenienza dalla farmacia Fabretti, un corpo estraneo pernicioso.

Il Colleggetto di Sanità veniva incaricato di procedere ad una visita della spezieria unitamente ai medici condotti locali, cosa che non avveniva subito in quanto uno dei medici, il dott. Biancini, si trovava costretto a letto e Gaetano Borghi, padre del denunciante, non voleva partecipare alla visita per non essere tacciato di parzialità. Formato finalmente il "processetto", procedevano all'esame delle cartine lo "speciale" Cristoforo Spongia e il "chirurgo avventuriere" Giacomo Mezzavale. Riconosciuta la provenienza delle cartine incriminate,[14] l'"avventuriere" procedeva all'analisi del contenuto suddividendolo nel palmo della una mano, annusando, toccando con la punta della lingua, classificando infine la "chin china" di qualità inferiore "per essere grossolanamente pestata, per essere mancante dell'Aromatico, e dell'Amarotico, ma comparire nella stessa un Corpo pagliato, che pare estraneo all'intensità della China medesima".

L'11 novembre, il Fabretti veniva deferito al C.R.Tribunale di Giustizia, che lo riconosceva colpevole di diverse contraffazioni e alterazioni di dosi medicinali, sostituzioni capricciose in caso di loro mancanza degli specifici ordinatigli. Tutta la documentazione veniva rimessa, il 23 dicembre, al C.R.Governo di Capodistria, sempre attento agli affari di salute pubblica, il quale non si dichiarava troppo d'accordo con la procedura seguita dalle autorità rovignesi eccependo, tra l'altro, il fatto che tra i testimoni a carico del disinvolto speziale s'era escusso anche quel Bortolo Volpi, che per cinque anni era stato "giovane di bottega" presso il Fabretti, la cui deposizione pertanto avrebbe potuto non essere sincera. Disponeva conseguentemente ulteriori indagini e la più stretta sorveglianza della farmacia.

Era il movimento marittimo quello che creava le maggiori preoccupazioni per la difficoltà di esercitare controlli tempestivi su gente incline all'indisciplina e non facilmente sorvegliabile in ragione dei continui spostamenti, occasione di contatti disparati e pertanto veicolo di temute infezioni spesso epidemiche, specie nel periodo delle guerre napoleoniche quando navi e barche, non poche delle quali corsare, si muovevano occultamente.

[15] Alcune barche da pesca di Rovigno si trovavano in sosta nelle acque di Abisì nel Quarnero allorché, la notte del 2 marzo 1801, venivano avvicinate da una cocchia (veliero a due alberi) che ostentava la bandiera napoletana ma che era, in realtà, un corsaro francese o cisalpino. Vista accostarsi una lancia, i pescatori si davano alla fuga abbandonando una barca, che ricuperavano in un secondo tempo depredata di quanto era asportabile. Rifugiatisi dapprima in Barbana, facevano ritorno a Rovigno, dove sbarcavano nottetempo cercando di non dar nell'occhio. Ma la voce dello sbarco clandestino arrivava ben presto alle orecchie del Collegio di Sanità, che arrestava prontamente i malcapitati, padron Antonio Sbisà, padron Domenico e Mattio Bartoli, padron Pietro Rocco, due dei quali si dichiaravano malati. Il 6 marzo veniva spedita una circostanziata relazione al governo di Capodistria per informarlo sia dell'arresto sia del fatto che il Collegio di Sanità aveva creduto bene assoggettare la città e territorio di Rovigno alla "riserva" di quarantena. Il provvedimento veniva esteso anche alle località di Albona, Pola, Dignano, Canfanaro e S.Vincenti oltre, ben inteso, a Barbana in quanto era emerso il sospetto che i malcapitati avessero avuto qualche pratica o fossero passati per dette località. Venivano stesi i cordoni sanitari e si informavano della decisione il C.R.Tribunale Superiore di Sanità di Venezia, il C.R.Commissariato Circolare di Pisino, il C.R.Comando militare di Segna e le superiorità locali delle terre confinanti.

Il provvedimento, approvato pienamente dal governo provinciale di Capodistria, era molto grave e comportava parecchie complicazioni; basti pensare che, giornalmente, almeno 200 o 300 erano le persone di Rovigno, che uscivano dalla città per spingersi fino a Valle per la cura dei campi e che continuo era l'andirivieni delle [16] barche. I colpevoli di tanto dannosa situazione non potevano sperare di cavarsela a buon mercato e, infatti, venivano condannati alla pena di 20 colpi di bastone, loro somministrati sulla pubblica piazza dopo un sommario esame delle loro condizioni fisiche.

Si veniva a sapere che il 27 febbraio, pochi giorni prima del fatto narrato, anche i padroni Giuseppe Rotich di S.Giorgio e Cosmo Visacich di Buccari, in viaggio da Venezia a Fiume, erano stati assaliti dallo stesso corsaro. Approfittando delle condizioni di vento sfavorevoli ai Francesi, erano fuggiti buttandosi in costa e riparando successivamente a Rovigno dove avevano denunciato il fatto. Chiarite le circostanze dell'approdo, avevano ottenuto il permesso di proseguire il viaggio. Ma le autorità governative non mancavano di indirizzare una solenne nota di rimprovero al Collegio di Sanità per la leggerezza, la trascuranza e l'imprudenza con cui aveva rilasciato tale permesso. Altri inconvenienti del genere capitavano il 7 e il 9 marzo con pari rimproveri a carico delle autorità di Pirano e di Pola. Il 10 marzo, la brazzera di Simon Sponza approdava a Muggia proveniente da Rovigno. Il fante di sanità raccoglieva la fede, la "profumava" e la sottoponeva al Collegio che, considerata la provenienza, non esitava a mettere lo Sponza in quarantena, sotto buona guardia.

Il ceto mercantile triestino masticava amaro per il danno che i traffici, già scarsi, risentivano a seguito delle restrizioni e il governo istriano dichiarava che avrebbe amato mantenere la provincia in costante stato di libertà ma che ne era impedito dalla indisciplina della gente di mare e dalle tristi e reiterate esperienze fatte per cui era obbligato a correre ai ripari per riguardo alla salute pubblica.

[17] Giungevano notizie che in Spagna stava da tempo divampando una grave epidemia di peste che, dal focolaio del porto di Cadice, dilagava in tutte le regioni della penisola iberica. L'I.R.Supremo Tribunale di Sanità di Venezia aveva pubblicato in merito un bollettino e aveva diramato a tutti i dipendenti uffici dei porti marittimi dell'Istria severi richiami introducendo la contumacia di giorni 21 per tutti i bastimenti di provenienza sospetta ed elevando da 7 a 14 giorni la "riserva" cui erano tenuti quelli che, pur non avendo toccato i porti iberici, erano transitati per quelle acque. Veniva messo in allarme, in particolare, il Colleggetto di Sanità di Cittanova, sotto la cui giurisdizione cadevano Daila e Porto Quieto, dove frequente era la sosta di naviglio sia pubblico che privato. A Daila non risiedeva il deputato di alcuna autorità per invigilare e impedire gli sbarchi, per cui il Colleggetto veniva autorizzato a distaccare un fante col compito di "levare" le cernide e istituire turni di guardia.

La R.Fregata "Bellona" era stata mandata a pattugliare le acque della Corsica, da dove giungeva il 27 febbraio 1801 con scalo in Porto Quieto. Qui sbarcava un caporale d'artiglieria affetto da "febbre putrida acuta". Il Collegetto di Sanità aveva subito protestato, tanto più che si era venuto a sapere che a bordo c'erano altri casi di quel male. Il comandante della nave Gio Batta Costanzi mandava allora a terra il tenente Manzoni per dare la sua parola che, durante la crociera, la fregata non aveva praticato nessuno. Tuttavia veniva destinato il medico condotto a sorvegliare coi metodi più circospetti il malato, tenendolo confinato nel convento dei Padri del Terzo Ordine di S.Francesco fuori la Porta di Terra. Ma il C.R.Direttore politico Zuan Minio era tutt'altro che tranquillo avendo saputo che 2 uomini erano morti e che erano stati sepolti nottetempo presso la diruta chiesetta [18] di S.Pietro, ad un miglio dalla città, e che il comandante Costanzi teneva sotto bordo della fregata un trabaccolo, dove aveva fatto ricoverare altri 30 malati. Ce n'era abbastanza per indirizzare, il 3 marzo, un allarmato rapporto al governo provinciale invocando il suo intervento. Il comando superiore di Venezia disponeva che si provvedesse all'internamento dell'equipaggio nel convento di S.Bernardino, ma il governo istriano assicurava che i medici avevano verificato che il morbo non era epidemico e che la progettata misura era superflua.

Molti sono gli episodi del genere reperibili nelle carte d'archivio e ciò basti. Ma preoccupazioni e problemi di ordine sanitario venivano anche da parte di terra. Nell'agosto del 1801, una grave forma di infezione epizootica bovina aveva preso piede nei territori di Santa Mattia di Fiume, nelle ville del Cragno, nel territorio di Trieste. L'epidemia dilagava un po' dovunque, nel Friuli e nei territori della Repubblica Cisalpina, avvisi di epizoozia erano penetrati anche entro i confini dell'Istria Veneta, che venivano chiusi non solo al passaggio degli animali, ma anche degli uomini con proteste da parte delle signorìe contermini e dei macellai. Il male serpeggiava in diverse parti, a Pinguente, ad Antignano, a Villanova di Parenzo e in altre località, per cui, per organizzare la difesa, venivano mobilitati oltre ai medici anche i parroci. Il Tribunale di Prima Istanza di Capodistria avanzava alle autorità superiori la relazione del conte Bratti che in compagnia del chirurgo Valle e di un fante aveva minutamente visitato il territorio controllando i recinti, in cui venivano tenuti isolati gli animali, le sepolture di quelli che erano morti, le stalle e i tuguri dei contadini.

[19] Si scende, nelle carte d'archivio, alle cronache più minute, dalle liti tra medici per divergenze di ordine accademico e per ragioni personali, come accaduto a Pirano, nel 1801, tra il dott. Jacopo Panzani e il dott. Giulio Novello, alle denunce sporte per paura delle malattie.

L'"apparecchiatore" del teatro di Capodistria Luigi Galli presentava un reclamo per la morte della moglie Antonia Garne, avvenuta in circostanze di sanità assai sospette. Cercata una camera per sè, la moglie e i figli, egli aveva trovato alloggio presso l'affittacamere Camilla Capellan. In casa di costei esisteva un letto sopra il quale, era venuto a sapere il Galli, la padrona di casa da poco s'era rimessa da una malattia di maligno carattere, letto che era stato occupato dalla povera sua moglie, che improvvisamente era stata colpita da un "male maligno", al quale soccombeva con pericolo per tutti gli altri. Interveniva prontamente, il 24 giugno 1801, il Collegio di Sanità, che faceva "profumare", cioè disinfettare con fumigagioni, la stanza, raschiare inoltre le pareti, "espurgare" vigorosamente il letto dando ordine, se necessario, di bruciarlo, come doveva esser praticato per legge in simili casi.

L'Ufficio di Sanità di Abona aveva fatto bruciare i vestiti e gli effetti personali di Antonio Merigo da Cherso, morto per un attacco di tisi polmonare. Il padre di costui, Francesco, giudicava improprio ed eccessivo il provvedimento, si riteneva danneggiato e il 21 luglio 1801 presentava ricorso. La pratica passava per la solita trafila burocratica e giungeva fino all'I.R. Tribunale Superiore di Sanità di Venezia, che riconosceva fondato il ricorso, dichiarava mal preteso il costume di bruciare in ogni caso [20] gli effetti dei morti per malattie del genere ritenendo sufficiente l'"espurgo" per cui accordava al ricorrente il diritto alla rifusione dei danni.

La malignità dell'aria di Pola aveva indotto le autorità locali a prendere consiglio e non tralasciare alcun intervento. Veniva ordinata l'accensione di fuochi notturni, riconosciuti sommamente opportuni in quanto capaci di diradare l'intensità dei miasmi e indebolire le forze dell'attività maligna specialmente nelle parti basse del territorio dove le acque stagnavano.

Tanto affermava nella sua relazione al governo provinciale, in data 1 luglio 1801, il C.R.Direttore politico Antonio Cicogna, che si difendeva con calore dalle accuse a lui mosse di poca diligenza e cura negli affari di salute. Costui dichiarava, anzi, di aver fatto rimuovere anche i cumuli di immondizie, che giacevano per le vie cittadine, di aver fatto scavare dei fossi là dove si erano raccolte acque stagnanti, ordinando nel contempo la sospensione del lavoro durante i mesi estivi nelle vicine cave di saldame. La Direzione di Sanità, affermava il Cicogna, aveva fatto tutto il suo dovere, e ne avevano interesse personale gli stessi suoi membri, in quanto il direttore aveva subito attacchi di febbre per otto mesi consecutivi, mentre non s'era regolato altrettanto bene Monsignor Vescovo, che non aveva fatto espurgare i fossati del Prato Grande, che cadeva sotto la sua giurisdizione.

Quali erano le malattie più comunemente diagnosticate, di che cosa moriva la gente? Esiste una mazzetta di certificati di morte stilati su mezzi fogli di carta semplice e firmati dal dott. Michele Benedetti e dai chirurghi Domenico Manzoni e Alessandro Cernivani con indicazioni quali ernia cancerosa, cancro della mammella, dissenteria, febbre terzana, tubercolosi ai polmoni, pleurite, asma catarrale, tabe senile, sfacelo degli arti, idropisia, [21] convulsione tetanica, infiammazione puerperale, apoplessia, carcinoma ulceroso alla mandibola, decubito umorale degenerato in gangrena, consunzione o non meglio specificate febbri perniciose o malattie croniche organiche. Un tale, Pietro Perini, era stato colpito alla schiena da un'archibugiata, aveva riportato la frattura di una scapola e di una vertebra con lesione del midollo spinale: era morto dopo 46 giorni di sofferenze e cure inutili.

Archivio di Stato di Trieste, I.R.Governo, Atti amministrativi dell'Istria [22]

Tratto da:

  • http://xoomer.virgilio.it/cherini/PDF/Igea.pdf

Main Menu


This page compliments of Aldo and Corrado Cherini

Created: Monday, December 28, 2009; Last Updated: Saturday, December 12, 2015
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA