Aldo Cherini
Istriani Illustri


Invito alla lettura

La rosa rossa

Due vecchi in un severo e buio palazzetto di provincia, un ex generale austriaco, una governante che sogna di sedere a tavola con i padroni, una serata in teatro, un cofanetto di vecchie lettere, una misteriosa rosa rossa sono gli incisivi termini con i quali l’editore Giulio Einaudi ha presentato nel 1960 il romanzo “La Rosa Rossa” di Pier Antonio Quarantotti Gambini nella rinnovata stesura della prima edizione comparsa nel 1937.

È inutile dire che lo sfondo, sottaciuto, è identificabile nella Capodistria del primo dopoguerra (intendiamo il 1919 o 1920) e che i personaggi sono nostri concittadini. Non sarà difficile riconoscere qualcuno sotto i nomi modificati per ragioni letterarie e, oltre alla Piazza, alla Loggia, al Teatro Ristori, alla spianata del Belvedere, alla Calegaria, agli Orti Grandi, non resta che immaginare a piacimento questa o quella delle magioni gentilizie. Un mondo che ora non esiste più né per i personaggi né per l’autore che, mai dimentico, è stato qui di casa.

 L’approccio avviene in tono sommesso e anonimo verso la fine di una giornata di sole invernale:  

“Sebbene non fosse tardi, la stanza era quasi al buio. Nelle vecchie città di provincia la sera scende presto; il sole gira alto sopra le case addossate le une alle altre senza respiro, e, appena comincia a declinare, le ombre si allungano e le viuzze restano squallide. Nella camera gialla, una stanza ch’era qualcosa tra il tinello e il salotto, entrava ancora un raggio di sole, ma di sbieco…”
Due ombre, una voce crucciosa e una voce dolce e rassegnata rompono il silenzio precedute da un sommesso rumore, quello della suoneria di un orologio che batte le ore 4. Batte l’ora sopra i tetti delle case anche l’orologio di Duomo, ma alcuni minuti dopo: è un tocco di sottile umorismo che non manca mai in Quarantotti Gambini. Il cruccio sta nel fatto che ha preannunciato il suo arrivo il comproprietario della casa, già generale dell’esercito austriaco, temendo i due vecchi magari senza confessarlo qualche inconveniente causato dal mutato corso politico. Come lo si dovrà chiamare? Non certamente generale né eccellenza, ma semplicemente conte: il conte Paolo, cugino del conte Piero e della contessa Ines, e di quanto è stato non bisognerà fare parola.

Sono i membri della classe un tempo egemone e oramai avviata al tramonto, il romanzo corre infatti sul filo di confine tra il mondo esausto che ha fatto il suo tempo ed il mondo nuovo e sanguigno che avanza inesorabilmente mutando l’assetto sociale. 

“Il conte Paolo arrivò l’indomani mattina, col vaporetto delle undici. La signora Ines e il signor Piero lo attesero nel vestibolo piccolo, in cima alle scale; lei, alta, ravvolta nello scialle nero di lana, perché fuori delle stanze faceva freddo; lui, più basso e grosso, col pellicciotto grigio”. 

Attendevano reputando che forse aveva perso il vapore.

 “Ma ecco uno scoppio di voce, ilare: — Tutto a suo posto! Tutto a suo posto! Come trent’anni fa! — E poi uno scalpiccio leggero, su per le scale. Ines e Piero si guardarono muti. Il conte Pao­lo entrò come un colpo di vento, e si arrestò sulla soglia, allargando le braccia: — Oh! Cugini! Cari cugini! — Gli occhi gli splendevano nerissimi, in contrasto con i capelli e coi baffetti candidi.”

Era accompagnato dalla governante Basilia ch’era stata mandata ad accoglierlo con l’istruzione di prendere una carrozza che egli aveva rifiutato preferendo fare il tragitto a piedi. Basilia, altro personaggio chiave, che rideva sciolta e ringiovanita, piena di premure.

La ventata recata dal generale (pardon, dal conte Paolo) provocava non poco scompiglio specialmente nell’animo e nel fisico del cugino Piero, che si sentiva obbligato ad uscire da uno stato di abulia al quale si era lasciato andare non completando gli studi intrapresi all’Università di Padova e abbandonando la vita di società,  a riprendersi facendosi vedere nuovamente, tra l’altro, nelle sedute della Società del Teatro di cui egli era consigliere da molti anni.

La richiesta di visitare la casa offre a Quarantotti Gambini l’occasione di portare il lettore in giro per il vecchio edificio, per i suoi meandri ormai disabitati ed oscuri risvegliando nei personaggi assopiti ricordi. La stessa contessa Ines metteva mano nei cassetti di un mobile con aperture a sorpresa, in uso nei tempi andati, traendo un cofanetto foderato di velluto rosso conservato diligentemente da oltre 60 anni pieno di lettere, di “ricordi”. Capitava anche al conte Paolo di sentirsi riafferrato da suggestioni mai svanite:  

“— Quella rosa…Quella rosa… — Si riscosse ad un tratto — Ma dov’ero allora ? Si era ricordato all’improvviso, che alzandosi una mattina, tanti e tanti anni fa, aveva trovato in un bicchiere del lavamano, freschissima, una rosa rossa. Ed era rimasto sorpreso perché la sera prima, ed era rientrato tardi, quella rosa non c’era. Quella mattina egli era di partenza, e quindi non aveva mai potuto sapere chi l’aveva messa”.

Rinasceva in casa un po’ di vita dato che il conte Piero non intendeva affatto mostrarsi meno “giovane”, meno “forte”, del cugino. Ci scappava anzi, con grande meraviglia ma condiscendenza della consorte Ines, un invito al Teatro Ristori per l’opera “Il barbiere di Siviglia”. Egli aveva sperato in un rifiuto, ma no, il conte Paolo accettava! Si presentava subito un problema angustiante allorché il conte Piero vedeva con un sussulto che all’ingresso del teatro c’era anche il marchese Balzeroni:

 “Se viene a teatro, — pensò — c’è il caso di passare un brutto momento. E sbirciò con cruccio Paolo. Egli temeva che il Balzeroni, volontario di guerra sul fronte italiano e uomo, come dicevano, intransigente, affrontasse in pubblico l’ex generale austriaco, per dargli del rinnegato e magari per buttarlo fuori del teatro”.

Un’angustia da togliere il respiro, ma nulla di tutto questo, anzi il contrario perché il marchese Balzeroni insieme ad altri veniva, si, durante un intervallo, ma ad ossequiare il vecchio generale chiamandolo addirittura Eccellenza e presentando con calore sé e ciascuno del gruppo. Un capitolo, questo, che si può definire in certo qual modo fuori testo perché insolitamente lungo ma bene inserito, quasi un piccolo trattato di storia anagrafica capodistriana sia pure romanzata, indice di quanto Quarantotti Gambini abbia amato la sua e nostra terra. La scenetta si presenta sorprendente e quasi blasfema essendo ancora ben vivo il ricordo della guerra in un ambiente ancora intriso di un irredentismo ma accettabile nel 1937, quando cioè l’autore scrive, in quanto indice di mutamenti esistenziali che porteranno, come noi ben sappiamo, ancor più lontano. 

Piano piano stava succedendo qualcosa. Il generale, così lo possiamo chiamare anche noi, andava e veniva ma cominciava a mostrare la sua reale età. L’autore lo portava sullo spalto del Belvedere che si apriva sull’ampia distesa del mare coronata dalla collina di Punta Grossa animata dalla pittoresca miniatura di un vaporino della Navigazione Capodistriana dalla ciminiera nera cerchiata di rosso:

 “Aveva in mano una rosa rossa, grande ma ancora tutta raccolta, e ogni tanto la portava con attenzione alle narici. Era un po’ pallido, come abbattuto; attorno agli occhi il cerchio d’ombra si era fatto più fondo, più largo, e i baffetti parevano più candidi che mai. Quella mattina si era destato presto, e subito aveva guardato sul lavamano. Era vero o aveva sognato? La rosa era là, intatta e splendida, come l’aveva trovata la sera innanzi tornando dal teatro… Non aveva dubbi, era stata Basilia. Egli si sentiva felice, perché questo episodio della rosa legava Basilia al suo passato. Dunque era stata lei, anche tanti anni fa”.

Una storia d’amore che si riaccende in termini psicologici tra due esseri oramai avanti negli anni? Un tema dissueto e difficile, questo, che tenta l’autore, il quale lo svolge delicatamente, a modo suo.

Ma, giunti quasi a metà romanzo, ecco l’imprevisto:  

“Il signor Piero si svegliò al suono dell’orologio del Duomo. Si sfregò gli occhi, e vide che dagli scuretti filtrava luce. Istintivamente, come faceva ogni mattina, si volse verso il letto di Ines. Era vuoto. “Ahi, — pensò,— dev’esser tardi!”e mise i piedi fuori delle coperte. Si vestì in fretta e corse subito da Paolo.”
Doveva comunicargli la soluzione di una sciarada che la sera prima li aveva impegnati entrambi. Ebbene, lo trovò esanime. Era morto nel sonno.

Gli avvenimenti si intrecciano.

“Dalla cucina, dove Basilia accolse la notizia senza un grido ma facendosi bianca come le piastrelle dell’acquaio, il signor Piero si precipitò attraverso il vestibolo piccolo, in camera da letto. Non capiva dove si era ficcata Ines, e appena allora si meravigliò ch’ella si fosse alzata a sua insaputa.”

Salta così fuori inopinatamente una storia parallela. La contessa Ines, tranquilla e per forza abulica anche lei dovendosi accontentare di “stare alla finestra a guardare chi passa”, si era rianimata tirando fuori dal suo cofanetto le lettere di tanto tempo fa che cadevano in mano al marito facendolo infuriare immaginando egli una segreta tresca d’amore con un certo ungherese, che poi era tornato a Budapest. Il vecchio marito non si dava pace, sproloquiava, ma quando risultava che non si trattava di lettere d’amore la tempesta si acquietava: un episodio di vita coniugale impostato e descritto in termini magistrali in cui tutti — Ines, Piero, Basilia ed anche la domestica Rosa — svolgono una parte ben caratterizzata. Non solo, ma la verità è che a suo tempo la giovane Ines era rimasta impressionata dal giovane cugino Paolo, allora capitano, e che era stata lei e non Basilia a recare quella rosa rossa vista il mattino della partenza:

Quel giorno “Ines si alzò prestissimo; e, piano piano, entrò nella stanza. Paolo dormiva e non si destò. Sapeva di commettere un’audacia, ma era appunto questa consapevolezza che, turbandola, la spronava. Con una rosa in mano si avanzò, e il cuore le martellava in gola…Con quell’omaggio, dovuto a un impulso vago ma irresistibile, le parve, confusamente, di aver concluso qualcosa…Uscendo da quella stanza si sentì leggera leggera.”

Si può ben immaginare lo scompiglio provocato dall’improvvisa morte in casa e nella cerchia delle conoscenze. Sul vecchio Piero non si poteva contare ed è Basilia che veniva incaricata da Ines di occuparsi di quanto occorreva fare. Emergono così nuovi personaggi in pagine  che sono tra le più belle del romanzo. Il medico dott. Rascovich, che viene incaricato di praticare la puntura al cuore che una volta si usava richiedere ai medici nel timore di morte apparente con conseguente sepoltura di persona viva ( cosa accaduta una volta anche a Capodistria, scoperta in una tomba del convento dei Servi di Maria al Porto). Troviamo descritta quell’operazione in termini molto crudi, inconsueti in Quarantotti Gambini.

È Basilia che lo ha mandato a chiamare dalla giovane domestica Rosa, che non sta in sé a tenersi una simile notizia che nessuno ancora conosce:

“guardava i passanti con un leggero cipiglio, e, dentro di sé, li disprezzava un poco per la loro aria tranquilla…si sentiva più grande , più importante di loro, e accresceva la sua aria severa. Li sapeva privi di una notizia che li avrebbe lasciati attoniti, spegnendo per un momento sulle loro labbra quell’aria canzonatrice che in quella cittadina era un vezzo quasi comune”

Una stoccatina che si attagliava veramente a molti dei capodistriani, che Quarantotti Gambini dimostra di conoscere piuttosto bene tanto da definirsi lui stesso capodistriano!

La domestica Rosa (non ancora colf, collaboratrice familiare, metamorfosi inimmaginabile in quel tempo) non resisteva alla tentazione di fermarsi un momento davanti al portone dei Balzeroni a sbirciare indecisa. C’era un uomo, bianco di capelli e abbronzato, Andrea, tra il servitore e l’ortolano, al quale Rosa passava la notizia, che egli riceveva attonito in modo strano correndo subito a comunicarla al marchese Balzeroni.

Si viene a scoprire a questo punto un segreto di famiglia : Andrea altri non era che il fratello naturale del conte Paolo, dell’ex generale, per cui non mancava di presenziare alle esequie anche lui pur sconosciuto ai più. L’incontro con Basilia non lascia dubbi quando lo incontra nella casa oscurata per il lutto:

“Improvvisamente fece per mandare un grido e per poco non venne meno.

Vestito di scuro, aveva visto venirle incontro giù per le scale il conte Paolo. Retrocedendo si sorresse al passamano, e chiuse gli occhi. Quando gli riaperse si vide accanto, nella penombra, quella figura.

Chi è? — volle gridare, ma balbettò appena, con la bocca legata. Aveva gli occhi spalancati e il viso come uno straccio.

Quella figura che, che stava oltrepassandola, si volse e sorrise con tristezza:

— Non mi riconosce? — rispose: — Sono Andrea. L’ortolano di casa Balzeroni. In questo buio anch’io ho stentato a riconoscervi.”

Un nuovo imprevisto rapporto tra i due? Tra due non più giovani? Sembra proprio così.

Tutto il romanzo è animato da spunti e riflessi psicologici rispecchianti situazioni a volte suggerite e a volte non definite. 

Un figlio naturale non riconosciuto, o sconosciuto tra i più, era una cosa non rara al tempo delle famiglie titolate con beni e titoli trasmissibili e Quarantotti Gambini non manca di inserire anche un personaggio del genere nella trama del romanzo perché rispondente a fatti accaduti.

Basilia non è più una donna giovane, è vissuta sempre chiusa in sé stessa, ed ora non sa resistere a qualche cosa che sta sciogliendosi dentro di lei, non sa resistere alle lacrime coinvolgendo, sembra, anche lo stesso Quarantotto Gambini in pagine molto belle che riguardano anche il riavvicinamento di Piero e di Ines: 

“La voce di Piero era un po’ emozionata, più bassa del solito; come se fosse raffreddato. Sotto gli occhi di Ines egli si sentiva un po’ impacciato; ma, appena ella li abbassava, la sbirciava con interesse. Ines, nonostante la sua età, gli pareva ancora bella, fine soprattutto; ed egli indugiava con piacere su quelli ch’erano gli ultimi segni della sua grazia, sorpreso di non averli notati prima.” 

Dopo il funerale la vita comunque continuava in maniera alquanto inaspettata. Il medico Rascovich, presentato non come un Adone ma amante delle gonnelle, e il suo rapporto con la giovane domestica Rosa, timida ed ingenua nella sua freschezza, che finisce in un matrimonio, evento che fa già parte del mondo che avanza. Il vecchio mondo del conte Piero e della contessa Ines (i personaggi meglio cesellati, attorno ai quali gira il microcosmo del romanzo) che emerge nel rigurgito ormai soltanto psicologico del passato.Il testamento del conte Paolo e conseguenti complicazioni, che con grande sorpresa del cugino Piero risulta proprietario di tre case a Trieste e a Vienna. Il capitolo un po’ goldoniano dei popolani che si scambiano pareri e presunte informazioni sullo sconosciuto padre di Andrea che in un certo momento si ribellai alla sua condizione richiudendosi in sé stesso. Il ritorno di Piero e di Ines alle vecchie abitudini. La governante Basilia che vede finalmente realizzata la sua aspirazione venendo accolta a tavola, non solo, ma che si vede anche assegnare una stanza nell’ala padronale del palazzetto per decisione della contessa Ines che prevede una non lontana necessità di aiuto diretto:

“Passò un inverno, e poi un altro.

Un giorno arrivò dall’Ungheria la partecipazione di morte di un certo Bela Szoltay, indirizzata con poche parole della figlia che diceva di eseguire la volontà del defunto,alla signora Ines; ma Basilia, non riuscendo a capire di chi si trattasse e temendo di turbare la signora, bruciò quella carta.”

È così che si conclude una vicenda umana presentata con l’ immediatezza espressiva  di una prosa asciutta e suggestiva che pongono “La rosa rossa” nel novero dei più bei romanzi della prima metà del 1900. Un tramonto e un’alba,  il mondo crepuscolare degli anziani  che sta per aprirsi al futuro in nuove  pagine, quelle del ciclo di Paolo, il ragazzo di Semedella, dei suoi compagni, delle sue compagne, e degli inquietanti interrogativi che lo sbocciare della vita inevitabilmente comporta con “Le trincee”, “Il cavallo Tripoli”, “Le redini Bianche”, “L’amore di Lupo”, che si agitano già nella mente di  Quarantotti Gambini.


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This page compliments of Pietro Valente

Created: Thursday, March 11, 2010; Last Updated: Friday, December 04, 2015
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