Carlo Combi
Istriani Illustri

arlo Combi nacque a Capodistria il 27 luglio 1827 da Teresa Gandusio e Francesco Combi.

storico e pittore

nato a Capodistria 1827

Il padre, figlio dell'avvocato Carlo, nobile capodistriano, era nato il 27 agosto 1793 ed esercita va anch'egli la professione forense. Dalla fine degli anni Venti, a lungo avrebbe ricoperto l'incarico di consigliere comunale e, tra 1848 e 1866, più volte quello di podestà di Capodistria, non senza distinguersi anche per una certa disposizine alla saggistica storico-economica e alla lirica, nonché per una apprezzabile vena di traduttore.

Verso le scienze giuridiche si orientò anche il giovane Carlo, una volta compiuti, tra il 1838 e il 1844, gli studi di «grammatica» nel ginnasio di Capodistria e di «umanità» in quello di Trieste, entrambi latino-tedeschi. Frequentato il liceo, e studiata filosofia a Padova, tra il 1844 e il 1846, egli era uno studente universitario poco più che ventenne di scienze politico-legali quando, nel febbraio 1848, il suo padrino Vincenzo De Castro, professore di estetica nello Studio patavino, presso il quale il giovane alloggiava, venne privato della cattedra quando fu chiusa l'Università. Compiù i studi dopo il 1850 a Genova over collaborò per alcun tempo al Corriere Mercantile.

[Ciò comportò per Combi il trasferimento, legato ai fatti militari della prima guerra d'indipendenza, con il De Castro a Milano e poi a Genova e una prima esperienza di pubblicistica politica patriottica sui fogli del padrino, il trisettimanale milanese «Pio IX» (proseguito dal quotidiano «Avvenire d'Italia»), che ebbe tra i collaboratori parecchi veneti ed istriani come Annibale Callegari, Antonio Gazzoletti, Pacifico Valussi, per cui nelle sue pagine i problemi relativi alla Venezia Giulia e alla Dalmazia ebbero un rilievo assai maggiore che negli altri fogli della città lombarda; e i genovesi «Corriere mercantile» e «Giovinetto».

Tomato a Milano nel settembre 1849, Combi collaborò anche ad un periodico specialistico del De Castro, «ducatore», che si occupava di problemi pedagogici e giovanili. Alla fine di questo breve ma movimentato periodo lontano dall'Istria, Combi si laureò in legge il 3 agosto 1850 a Genova, dove si era in precedenza nuovamente trasferito.

Rifiutato un incarico di assistente di filosofia a Padova per non giurare fedeltà al governo austriaco , ritornò in Istria dove il biennio 1848-49 aveva lasciato segni inequivocabili di mutamento negli spiriti più sensibili. Uno di questi segni è il bisettimanale «Popolano dell'Istria» che uscì per dieci mesi, tra l'ottobre 1850 e il settembre 1851. Si tratta di un giornaletto di spiriti liberali e patriottici, fondato e diretto da Michele Fachinetti che, oltre ad essere stato nel 1848 coraggioso deputato per I'Istria alla Costituente austriaca, era anche un delicato poeta.]

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Alternate story to above paragraph:

Ma la Laurea piemontese non avea valore nel Regno Lombardo-Veneto; si addottorò pertanto a Pavia e fece ritorno a Capodistrìa, ove il padre sue era avvocato e fu poi podestà e dove egli rimase fino allo scoppio della guerra del 1866, in cui la Polizia austriaca l'obbligò, come cospiratore per la indipendenza della sua provincia nativa, ad allontanarsi dall'Istria e si stabilì a Venezia, aiutato dal Governo, over col Luciani e altri benemeriti Istriani costitui un Comitato pel soccorso e patrocinio degli emigrati istriani, trentini e romani. L'esempio del padre, letterato e poeta vero, l'indole propria, gli studii fatti portavano Carlo Combi alle lettere.

Scrisse dapprima anonimo, o sotto il velo di anagrammi, parecchie poesie piene d'affetto, ardenti d'amor patrio, talora satiriche. L'idea patriottica si revelò poi più apertamente nella Strenna «Porta Orientale,» (1857-59), con l'aiuto principalmente di quel bellissimo ingegno ch'era il professor Paolo Tedeschi (nel 1879 a Lodi), di Antonio Coiz, Antonio Madonizza morto nel 1870, Leonardo d'Andri morto nel 1866 a Custoza, e del padre del Combi e di altri.

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Carlo Combi, c. 1850.

Combi fece in tempo a pubblicare sul «Popolano» alcune poesie satiriche: del resto, la sua vena poetica avrebbe trovato successivamente altri terreni di prova ed altre conferme. Della figura del direttore del «Popolano», Combi traccerà più tardi un profilo posto a introduzione di una raccolta, da lui composta, di Poesie e prose di M. Fachinetti (Capodistria, 1865). Ma il suo impegno pubblicistico si estese subito ad altri fogli, come l'«Eco di Fiume» di Ettore Rezza, e trovò strade autonome. Nel frattempo, Combi ripete gli esami per ottenere il riconoscimento della laurea presa a Genova (la cosa si concluse il 19 maggio 1853) e iniziò la pratica d'avvocato nello studio paterno per poi prendere l'abilitazione all'esercizio della professione con la quale fece, tra il 1854 e 1856, pratica di cause commerciali e marittime nello studio del dottor Giuseppe Millanich di Trieste. Nel 1856 tornò nello studio paterno a Capodistria, accettando, nel l'autunno dello stesso anno, di insegnare lettere italiane e storia nel liceo della sua città. Nel triennio successivo vennero così alla luce le tre annate di un'importante strenna autunnale, «la Porta Orientale», in cui scrisse articoli di storia. Nd 1857 uscì il Prodromo della storia dell'Istria, un primo abbozzo di storia della penisola dalla preistoria alla caduta della Repubblica di Venezia nel 1797 alla sua integrazione nel governo del Litorale dopo l'occupazione austriaca del 1813 e il Congresso di Vienna. Benchè alieno da enfasi retorica, non è difficile cogliere in questo scritto il sentimento del Combi quando annota che «maggiori dei governanti furono i governati, tra cui gli istriani, levatisi a gran tumulto alla caduta di Venezia. Egli no non s'erano mai intiepiditi nell'affezione verso la repubblica tra gli errori e le incuranze di questa negli ultimi anni della senile sua esistenza». Un argomento, questo, cui la storiografia non cesserà mai di riferirsi. Nel 1858 uscirono, particolarmente rimarche voli, tre articoli, il primo intitolato Dell'unitâ naturale della Provincia, il secondo di Noti storiche intorno alle saline dell'Istria, il terzo dedicato alle Scuole serali in Istria. Benché non si tratti di scritti «militanti», non è difficile scorgere in essi il carattere di presupposti analitici delle posizioni patriottiche del Combi. Il richiamo della posizione «naturale» dell'Istria come premessa alla politica dell'antica Roma che considerò la provincia «porta orientale d'Italia» è finalizzato alla costruzione di basi solide, geografiche e storiche, per meglio rivendicare l'«italianità» dell'Istria, dimensione superiore — questa — della sua «venezianità» storica: l'Istria «non aperta che al Friuli e al mare di Venezia», l'Istria come «provincia associata alle Venezie, come loro necessaria continuazione e baluardo», l'Istria perciò «decorata dal bel nome di Venezia». È una chiave di lettura, questa, anche di scritti economici, come quello sulle saline, e — a maggior ragione — di scritti educativi, del tipo di quello sulle scuole serali, dove ricorre l'argomento, proprio di tutta la pubblicistica «liberale» di allora, della «popolare istruzione» come mezzo per il riscatto civile perché «perde (la patria) chi vuole perderla, e vuole chi abbandona all'ignoranza le proprie sorti». Assai espressiva della maniera del Combi di questi anni di usare storia e letteratura per render noto il proprio paese ai connazionali e per dimostrarne l'autentica italianità (e il diritto, perciò, di essere ricongiunto all'Italia) è uno scritto in se stesso minore, publicato in Porta Orientale del'1859, Dei proverbi Istriani.

In esso, con la schiettezza, l'amore, la naturale spontaneità che gli furono peculiari, Combi affermava che, anche attraverso la «viva parola del popolo», si sarebbe visto «il torto d'ignorare e, spesso, di sconoscere una provincia, nella quale una famiglia italiana non solo parla il linguaggio della sua nazione, ma ne pensa i più domestici pensieri in ogni azione della vita, anzi in ogni movimento dell'animox.

Le tre annate della Porta Orientale non furono, forse, quella «dichiarazione di guerra all'Austria» di cui avrebbe parlato parte della storiografia novecentesca, ma sicuramente la strenna edita da Schubart a Trieste rappresenta le basi culturali dell'azione risorgimentista nella quale di 11 (cui?) a poco il Combi, in una con un'intera generazione di patriotti liberali, sarebbe stato coinvolto.

Negli stessi anni, il capodistriano iniziò l'attività politica come membro della rappresentanza comunale della sua città (di rilievo la promozione, già ricordata per altri riguardi, della fondazione di scuole serali) e come componente del Comitato nazionale segreto per Trieste e l'Istria. La strategia unitaria, veneta ed italiana, alla quale aderiva il Combi, era assai poco realistica, in quel tomb di tempo che va dalle campagne del 1859 a Villafranca a Zurigo ed oltre. Il voto ardente della Venezia — che gli austriaci se ne vadano — non fu realizzato. La situazione politica generale, con l'unificazione dell'Italia del nord e del centro e la spedizione dei Mille, faceva nascere altri problemi che, in sostanza, allontanarono nel tempo e resero più difficile la soluzio ne della questione veneta nella quale i patriotti liberali e democratici giuliani e istriani facevano rientrare quella specifica della loro patria. Alla fine del 1860, sotto il profilo politico, ben poco restava delle speranze espresse a fine settembre da Ippolito Nievo, quando sembrò anche a lui che il moto della rivoluzione nazionale non dovesse concludersi in Sicilia o a Napoli e ciò gli dettò il grido: «Oh uno sbarco a Trieste! Lo pagherei con tutto il mio sangue!».

Combi pagò per tempo il prezzo della prima sconfitta del movimento nazionale nelle province orientali d'Italia: con ordinanza del 3 settembre 1859 la luogotenenza lo escludeva dal servizio nel liceo di Capodistria mentre egli promuoveva dopo i preliminari di pace di Villafranca (Frankfurt, or where?) — le adesioni alla richiesta dei comuni dell'Istria di ottenere dall'Austria l'aggregazione al Veneto e alle sue sorti.

Il problema veneto andò acquistando un peso sempre maggiore nella situazione europea negli anni seguenti, sia per il fallimento della confederazione italiana prevista nei preliminari di Villafranca, sia per quello del Congresso delle potenze europee, al quale erano state rivolte tante inutili aspettative, sia per la mancata realizzazione di un regime liberale nei domini austriaci inutilmente discusso a Zurigo, sia — infine, come s'è detto, — per la ben diversa soluzione del «nodo» italiano tra il 1860 e il 1861. Se vero che nello schieramento politico dell'emigrazione, all'indomani di Villafranca, le divisioni e i contrasti quarantotteschi non mancarono di riproporsi, è altrettanto certo che, con notevole lucidità, la questione veneta fu subito posta con riferimento alle «Venezie», con una formula che anticipava quella usata più tardi dalla rappresentanza politica ufficiale dei Veneti per il Trentino, la Venezia Giulia e l'Istria. Nel febbraio 1861, con l'approvazione del nuovo statuto organico, nacque quel Comitato politico centrale veneto con Sebastiano Tecchio come presidente e Alberto Cavalletto come segretario, che sarebbe stato negli anni successivi il punto di riferimento costante di quanti, nell'emigrazione e nell'attività clandestina, si batterono per la causa «veneta».

Per alimentare la propaganda politica e la reale conoscenza dei luoghi, emigrati, professionisti, commercianti, amministratori rimasti nelle provincie oppresse cominciarono a raccogliere e confrontare notizie e dati costituenti la base e il tessuto dei primi studi che, in quel tempo, uomini politici e scrittori come Prospero Antonini, Alberto Castelletti, Sigismondo P. Bonfiglio, Antonio Gazzoletti, Eleonoro Pasini, Pacifico Valussi, Tomaso Luciani e Carlo Combi elaboravano e pubblicavano. Si tratta di una pubblicistica che consentiva di ripensare alle più importanti questioni. Dalla milanese «Perseveranza» alla torinese «Rivista Contemporanea» al «Politecnico» di Carlo Cattaneo, numerose furono le testate che ci offrirono a quest'azione.

Proprio sul periodico «Rivista contemporanea» (settembre 1860 - giugno 1861) comparve allora anonimo uno scritto di Combi sull'Etnografia dell'Istria, che è forse il primo segno di una decisa accelerazione in senso nazionale dell'azione del capodistriano. Lo scritto di Combi è coevo al generale precisarsi della richiesta del confine alle Alpi Giulie, con rigetto, su cui era d'accordo Cavalletto, dell'impostazione della pubblicistica ministeriale e del Comitato veneto centrale circa la sola emancipazione del Veneto e con rifiuto, del pan, del vagheggiamento, proprio di un Valussi, di una federazione italo-slava ai confini orientali d'Italia, definita «una strana utopia» da Prospero Antonini. Nel suo saggio Combi non elude, anzi affronta con coraggio, il nodo della presenza slava nell'Istria, anche se ne liquida il problema facendo perno sulla superiorità, soprattutto civile, della «schiatta italiana, che ha dato all'Italia i Santorio, i Vergeri, i Muzi, i Carli, i Tartini, i Carpacci, i Trevisani e tanti altri che ci tornano ad onore», anche se «non ha insegnato il nostro alfabeto agli Slavi delle proprie campagne».

All'attività pubblicistica Combi unì l'azione politica, da un lato stringendo legami con patrioti e politici e collaborando al settimanale di linea cavouriana-moderata «L'Istriano» di Rovigno, diretto dal farmacista Spongia; dall'altro, assumendo un ruolo centrale nell'accordo stretto nell'aprile del 1861, fra i deputati alla Dieta di Parenzo, per respingere l'elezione di due rappresentanti provinciali al Consiglio dell'Impero. Si tratta di quella «Dieta del Nessuno», in cui, per usare le parole di Carlo Cattaneo, suonò per trenta volte la «voce forte e pietosa» dell'Istria che si proclamava italiana. È proprio nel cattaneano «Politecnico» comparve nel maggio 1862 lo studio del Combi intitolato «Lafrontiera orientale d'Italia» e Ia sua importanza, in cui il patriota capodistriano sottolineava il significato della Porta Orientale d'Italia, di fronte all'Austria, per l'indipendenza nazionale e per la sicurezza dei traffici nell'Adriatico, rincalzando il suo giudizio con le affermazioni di qualche storico, con le statistiche e le ragioni politico-militari e, stigmatizzando l'opera «nefasta» dell'Austria che, in Istria, mediante la contrapposizione tra loro di genti di nazionalità diversa, di fatto tendeva ad opprimere la «nazione» italiana, indigena e civile; e valutava storicamente e per conoscenza diretta la presenza nella regione di Slavi e Serbi, «di uni e li altri senza istituzioni proprie, senza civiltà, senza storia, senza lingua scritta». La conclusione era che «senza l'Istria, senza la nostra frontiera d'oriente, noi rinunciamo al primo diritto di un popolo. Forse due imperi stanno per iscomparire dalla faccia d'Europa, forse tre nuovi regni stanno per surgere a vita potentissima, la Germania, la Confederazione Danubiana, la Slavia del Sud. Dall'Alpe Giulia soltanto e dalle rive del Quarnaro noi daremo la mano a due forti nazioni, l'Ungara e la Slava. E l'Istria sara la sentinella avanzata dalla civiltà italiana nel festoso suo viaggio per le vie dell'Oriente».

E un saggio, questo del Combi del 1862, che si muove sullo stesso piano delle proteste, delle «memorie», dei voti a favore dell'italianità delle Venezie di Antonini, di Cavalletto, di Antonio Coiz, di Luciani, tutti reclamanti (per bocca del Luciani) l'Istria al nuovo regno e rivendicanti i confini naturali ad oriente. Anche Pacifico Valussi, autore per incarico del Comitato Veneto centrale di un opuscolo sulle ragioni di Trieste e dell'Istria, scritto nella primavera del 1861 e presentato alle Camere dal Comitato stesso, aveva sottolineato il fondamento dei motivi storici, etnografici, economici e militari in forza dei quali Istriani e Triestini volevano essere italiani, ma aveva introdotto un richiamo alla realtà affermando che «al paro de' Veneti, e piü de' Veneti, gli Istriani e i Triestini (erano) disposti a dimenticare per poco se stessi e i propri desideri, al segno di non pretendere che per la parte si metta in forse il tutto», e cioè, per Trieste e l'Istria, «da gran parte d'Italia». E il Combi stesso ebbe modo di comprendere meglio entro quale diverso orizzonte quotidianamente si muovevano parlamento e governo del nuovo regno quando, verso la fine del 1862, incontrò a Milano Tomaso Luciani (che era emigrato nel gennaio 1861 col delicato compito di rappresentare le «ragioni» dell'Istria nel Comitato politico veneto) e Coiz, e a Torino Cavalletto, Tecchio e forse Rattazzi, ciò che non lo dissuase, tuttavia, dal continuare a credere che, alla fine, le idee chiare e le buone ragioni delle quali era intessuta tutta la bataglia politica dei liberali unotari avrebbero trovato la strada utile per affermarsi.

Perciò, oltre a manifestare il suo sentire collaborando con dei versi alla raccolta Istria e Trieste, memorie e speranze e a continuare in patria i suoi contatti con esponenti politici ( il caso dell'incontro a Trieste con il deputato piemontese Pier Carlo Boggio, giunto in missione politica nell'ottobre 1863), Combi proseguì sulla linea della battaglia di idee, pubblicando l'ampia monografra L'Istria e le Alpi Giulie (Annuario statistico italiano, IL, Torino 1864), il monumentale Saggio di bibliografia istriana edito a Capodistria nel 1864 e, infine, scrivendo per la «Rivista contemporanea» lo studio, pubblicato anonimo nell'aprile 1866, sulI'Importanza dell'Alpe Giulia e dell'Istria per Ia difesa dell'Italia orientale.

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 (Figura =  Capodistria. IL Liceo Ginnasio, dove Carlo Combi studiò e fu professore, intitolato nel 1919 a lui; oggi il ginnasio italiano. Se si consideri che discende (salvo qualche interruzione) dat Collegio dei Nobili fondato net 1612 (lettera ducale), si deve ammettere che fu uno dei piá antichi istituti del genere in Italia).

Questo scritto va inquadrato nel contesto delle vicende politiche, diplomatiche e militari di metà degli anni ‘60, dato che uscì alla vigilia della guerra contro l'Austria, anzi proprio mentre veniva stipulato il trattato di alleanza tra Italia e Prussia. Responsabile e coordinatore delle relazioni tra madre patria e Comitato centrale veneto, al quale inviava da anni informazioni militari, notizie politiche, dati statistici, esponente cospicuo del partito liberale in Istria (che si estraniò dalla lotta elettorale per la seconda Dieta provinciale, 1861-1867), capo del movimento clandestino di opposizione all'Austria del 1859 al 1866, Combi rivelò in questo saggio, ancor più che in altri precedenti, una certa qual rigidita di concezione del problema adriatico, rigidita — del resto — comune a tutti i patrioti unitari istriani dell'epoca sua. Le riven dicazioni d'italianità dell'Istria erano, infatti, fondate quasi esciusivamente su «diritti storici», e ciò induceva Combi il più delle volte, specialmente nei suoi scritti propagandistici, a considerare l'Istria come avulsa dagli altri territori italiani rimasti all'Austria sull'Adriatico e quasi a sé stante, qual era stato ai tempi del dominio veneto e del regno italico. Per misurare quanto diversamente potessero valutare le cose, nelle stesse drammatiche circostanze del 1866, altri patrioti, va operato un raifronto con quella che può essere ritenuta Ia vera premessa scientifica dell'irredentismo giuliano, il volume pubblicato nel 1865 dal mantovano Sigismondo Pietro Bonfiglio, passato in Piemonte alla vigilia della guerra del 1859, in contatto con esponenti dell'emigrazione giuliana, istriana e veneta (Costanti no Ressman, Eugenio Solferini, Tomaso Luciani, Alberto Cavalletto) che, fornendogli materia lì e documenti e stimolandolo a raccogliere in un lavoro organico le Sue riflessioni sui problemi politico-giuridici ed economici concernenti il futuro confine, a nord e ad oriente, con l'Austria, gli consentirono di dare alle stampe, appunto, Ia sua opera maggiore, Italia e confederazione germanica. Saggio di ampie proporziorni in cui confluiro no van «studi di diritto diplomatico storico e razionale intorno alle pretensioni germaniche sul versante meridionale delle Alpi», il Ilbro del Bonfiglio si fonda, anziché su un'impostazione, come accade negli scritti del Combi, tutta «istriano-veneta», su una concezione «italiana» ed europea» del problema veneto, come risulta chiaro da un altro suo scritto del 1866 in cui ribadiva che i migliori confini degli stati devono aver riguardo alle grandi divisioni introdotte dalla natura e rispettate dagli uomini; e, mentre ricordava che lo spirito nazionale degli abitanti era conforme alla natura e allo stato delle cose, Bonfiglio auspicava che l'Italia rispettasse la volontà dei Veneti, da Verona ed Albona, di vivere insieme nel regno italiano, e che l'Europa, per conservare la pace, facilitasse l'attuazione del «diritto di ogni nazione di estendere lo Stato fino ai confini geografici del suo territorio».  L'attività di Combi — dopo che ebbe avuto parte centrale nell'organizzazione della celebrazione dantesca del sesto Centenario e che ebbe avuto modo di discutere di quanto stava per accadere con i ministri responsabili nel 1866 — fu bruscamente troncata dal bando che, poco prima della guerra tra Italia e Austria, gli venne intimato dalle autorità austriache. Dovette Iasciare l'Istria, e il 17 giugno si recò attraverso iò Tirolo e la Svizzera in Lombardia. Si mise, poi, a disposizione del governo e riallacciò i rapporti con gli amici politici, in particolare con Cavalletto e Luciani, e venne chiamato al quartier generale dell'esercito «per le indicazioni pinopportune rispetto a Trieste e all'Istria», riguardo alla quale «era stato — come ricorda egli stesso in un suo schizzo autobiografico — il somministratore di tutti i dati che i ministri avevano chiesti col mezzo del comitato centrale veneto». Ebbe pure un incontro con Agostino Depretis, ministro della Marina nel secondo Gabinetto Ricasoli, che gli espresse la sua simpatia per le aspirazioni unitarie degli Istriani. Spostatosi a Firenze e a Padova, nei mesi a cavallo degli eventi bellici, Combi continuò ad operare senza risparmiarsi per la causa della Venezia Giulia. Nell'agosto del 1866 venne pubblicato a Firenze il suo Appello degli Istriani all'Italia, scritto il 27 luglio: in esso, la linea istriano-veneta del Combi appare intatta specialmente là dove ricorda che «l'Istria cadde sotto il giogo dell'Austria allora che vi soggiacque Venezia e per lo stesso delitto del trattato di Campoformido», e, «se la riparazione del 1805, che fu comune, come voleva giustizia, alle Venezie e all'Istria, andò sperduta sotto le rovine dell'impero del primo Napoleone, essa non deve, non può compiersi ora a metà, ..., senza sconoscere l'essere stesso di Venezia». Nello stesso 1866 uscirono a Milano gli Atti del Comitato triestino istriano, l'opuscolo I piü illustri istriani ai tempi della veneta Repubblica, una serie di articoli di argomento istriano su «L'Antenore» di Padova. Il 28 novembre di quell'anno decisivo, Combi chiese lo svincolo della sudditanza austriaca per vivere in Italia e, come cittadino, propugnare a pieno diritto gli interessi delle terre adriatiche irredente nell'epoca che si apriva, dopo che la pace di Vienna del 3 ottobre 1866 aveva sancito Ia separazione dei destini del Trentino, della Venezia Giulia e dell'Istria da quelli del Veneto, «ceduto» alla Francia e da questa riconosciuto all'Italia, e, dunque, chiuso l'età del Risorgimento italiano nel nord-est della penisola in modo del tutto diverso da quello immaginato e perseguito dai patrioti.

Combi scelse Venezia per vivervi. Esponente di prestigio del liberalismo moderato, alle elezio ni del marzo 1867 fu candidato nel collegio di Thiene, aderendo ad un programma imperniato sul decentramento amministrativo e su radicali riforme tributarie. Non ebbe successo, e conti nuò a svolgere attività giornalistica collaborando alla «Gazzetta del popoio» di Firenze, a «La Provincia» di Capodistria fondata da Madoniz za (nella sua città si recò, per brevi soggiorni, da cittadino italiano) e assumendo, nel gennaio 1868, la direzione del veneziano «Corriere della Venzia». Nell'autunno di quello stesso anno vinse la cattedra di diritto civile presso la Scuola superiore di commercio proprio allora fondata da Edoardo Deodati, Luigi Luzzatti e Francesco Ferrara, e attiva nel tardo-trecentesco palazzo Foscari. Nella città della laguna, dove da tempo viveva una sua sorella, lo raggiunse nel maggio del 1869 Ia famiglia (il padre, anche lui allora sospettato dalle autorità austriache per il suo patriottiSmo, sarebbe morto il 16 settembre 1871; la madre più tardi, il 5 novembre 1880).

Venezia fu una seconda patria per Combi: in età matura, vi fece esperienze in certo senso analoghe a quelle vissute a Capodistria. Studiò ed insegnò, dimostrandosi efficace divulgatore di un'informazione giuridica di base (connessi al l'attività di docente sono i saggi Del vagantivo nel Veneto, Milano 1873; Degli studi sulla questione lagunare, Milano 1875; Della vita e degli scritti di Jacopo Valvasone da Maniago, Venezia 1876), si impegnò nell'attività politica e amministrativa locale (fu consigliere comunale a lungo, per un certo periodo, tra il 1878 e il 1879, fu anche assessore alla Pubblica Istruzione, emergendo negli anni come uno degli esponenti di maggior prestigio del notabilato — riuscendo eletto, per l'ultima volta, nelle elezioni del febbraio 1883, al quarto posto dell'epoca del predominio dei moderati capeggiati moderati capeggiati dal sindaco Di Serego Allighieri), in quella culturale (sia come intellettua le, socio come fu dell'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, dove lesse, nel dicembre 1877, il discorso Della rivendicazione dell'Istria agli studi italiani, dell'Ateneo Veneto, della Regia Deputazione veneta di Storia patria, che come operato re, prendendosi a cuore e riordinando il Museo Correr), nella pubblica assistenza (fu, dal 1876, membro dell'amministrazione dell'Istituto Goletti e dal 1881 della Congregazione di Carità). Malgrado questa mole di incombenze, non smise di occuparsi di politica tout court, specialmente dopo che, nel 1871, lo raggiunse a Venezia Tomaso Luciani. Con iui, e con Giorgio Baseggio, si adoperò a ricomporre i comitati di rappre sentanza e di azione per Trieste e per l'Istria. L'attività di irredentista — peraltro nell'ala mo derata e monarchica — gli attirò un nuovo e definitivo bando dall'Austria nel gennaio 1879. Erano passati quasi due anni, allora, da quando il repubblicano Matteo Renato Imbriani, fondando nel maggio 1877 l'Associazione per l'Italia Irredenta, aveva introdotto la parola «irredentismo» nella terminologia politica italiana e dato inizio alla storia vera e propria dell'irredentismo come movimento a più anime. Il rapporto che intercorse tra la vecchia aristocrazia dell'emigrazione giuliana, cioé i superstiti dei Comitati del 1866, Giorgio Baseggio, Tomaso Luciani, Paolo Tedeschi, Antonio Coiz, Carlo Combi, ligi alia monarchia e a! governo, e gli ambienti triestini e giuliani che cominciarono a dar vita all'inizio degli anni Ottanta, e soprattutto dopo l'arresto a Ronchi, la condanna e l'impiccagione a Trieste il 20 dicembre 1882 di Guglielmo Oberdan, a circoli e comitati irredentisti, non fu facile, per la divaricazione politica di fondo tra gli orizzonti liberal-nazionali dei primi e l'«estremismo», inizialmente democratico e garibaldino, ma che Ia storiografia del secolo da allora trascorso ha variamente classificato e giudicato, dei secondi. Per quel che riguarda specificamente Carlo Combi, egli si schierò, coerentemente, contro l'estradizione all'Austria dei compagni di congiura di Oberdan, ma non ho si può far rientrare per questo nella vicenda dell'irredentismo storico, quanto in quella del lungo prologo, nd corso del quale si esaurì l'esperienza esistenziale e politica di un'intera generazione che tramise alle successive i valori patriottici di riferimento generale, poi vissuti ed usati in con testi, europei e italiani, tanto diversi.

Dei primi anni Ottanta sono la monografia del Combi Di Pier Paolo Vergerio il Seniore da Capodistria e del suo epistolario (Venezia 1880) e il capitolo La solu comparso — anonimo — in Vene Giulia di Paulo Fambri, deputato liberale veneziano. In occasione del ILI congresso geo grafico internazionale, tenutosi a Venezia nel 1881, Combi fornì un larghissimo contributo (oltre 700 schede) alla cartografia veneziana (il suo Saggio di cartografia della regione veneta fu pubblicato dalla Regia Deputazione di storia patria). Nd 1884 sostenne il Comilato fondatore della «Società istriana di archeologia e storia patria», nata a Parenzo.

Morì a Venezia l'11 settembre 1884. Le autorità austriache proibirono la celebrazione delle esequie previste per il 18 seguente nel duomo di Capodistria. Da Venezia i resti di lui e dei familiari sarebbero stati traslati nehla città natale nel maggio 1934.

Combi ê parso ai suoi contemporanei e a coloro che sono venuti dopo, ed è stato, nella regione posta tra l'Alpe Giulia e il Golfo di Venezia, «la coscienza e la voce stessa della patria risorgente». Se non si fece carico, come del resto soltanto pochissimi scrittori del suo tempo seppero fare, dei problemi che la nascente «nazionalità» shava cominciava a generare, non fu perché la sua ricerca della genta storica non fosse onesta, ma perchè l'amore per l'Istria gli fece velo e gli fece credere così vicino il suo riscatto da pensare che Ia «schiatta italiana» potesse essere, per la Slavia meridionale, non un termine di contrasto, ma un fattore di civiltà e di progresso.

Un'accurata indicazione delle fonti e una pressochè completa bibliografia su Carlo Combi sono in S. CELLA, voce Combi, Carlo in Di biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1982, pp. 533-535. Essenziali per l'inquadramento storico della figura del patriota capodistriano, oltre ai suoi scritti, le lettere dell'Epistolario raccolto e annotato da G. QUARANTOTTI, con l'aggiunta di un'appendice («Atti e memorie della Società Istriana di archeologia e storia patria», you. VIl-VIlI, n.s., LIX-LX della Raccolta, Venezia 1960) e lo Schi. autobiografico («Pagine istriane», n.s., I, 1922, pp. 3 ss.). Notizie su Combi sono nei necrologi comparsi in: «Archivio Veneto», n.s., XXVILI (1884), 2, pp. 812 ss.; «Archeografo triestino», XI (1884), pp. 221 ss.; «Atti dell'Istituto veneto di scienze, lettere ed artio, s. 6, ILI (1884-85), pp. 355-402.

Giantantonio Paladini

Bibliografia:

Su Combi, s sua azione e sulle sue opere si veda:

  • V. DE CASTRO, Della vita e delle opere di Carlo Combi istriano, Milano 1884;
  • P. TEDESCHI, Commemora di Carlo Combi, Capodistria 1885;
  • M. TAMARO, Carlo Combi in «Annuario biografico universa leu, Torino 1885;
  • T. LUCIANI, Carlo Combi Commemorazione letta nell'Ateneo Veneto il 21 maggio 1885 in C. COMBI, Istria. Studi storici e politici, Milano 1886;
  • G. QUARANTOTTI, Carlo Combi, discorso commemorativo, CapGdistria 1919 (ora in Figure del Risorgimento in Istria, Trieste 1929, pp. 109-135);
  • A. ANZILOTTI, Italiani e jugoslavi nel Risorgimento, Roma 1920;
  • F. SALATA, T. Luciani e Carlo Combi in «Pagine istriane», n.s., 11(1923), 1-2, pp. 97-107;
  • G. QUARANTOTTI, La Porta orientale di Carlo Combi in «La Porta orientale», I (1931), pp. 9-21; ID., Carlo Combi e il Liceo ginnasio di Capodistria. Spigolature d'arc/zivio, in La Porta orientale, V (1935), pp. 5 13-523;
  • C. Da FRANCESCHI, L'attività dei comitati politici di Trieste e dell'Istria dal 1859 al 1866, in «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», n.s., I (1949), pp. 134-138; ID., IL «Circolo Garibaldiv di Trieste per l'Italia irridenta, «Rassegna storica del Risorgimento», a. XXXVIL — fasc. ILI-IV, luglio-dicembre 1951;
  • A. TAMBORRA, Cavour e i Balcani, Torino 1958, pp. 209-212;
  • E. SESTAN, Venezia Giulia. Lineamenti di storia etnica e culturale, Ban 1965 (ma del 1947);
  • S. CELLA, Alcuni documenti dell'emigrazione politica giuliana, in «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», n.s., XV (1967), pp. 15 1-165;
  • G. QUARANTOTTI, Istria risorgimentale, IL, Giudizi dell'Austria sui maggiori esponenti istriani del principio unitario, in «Atti e memonie della Società istriana di archeolo gia e stonia patniao, n.s., XVIL (1969), pp. 154-168;
  • R. GIUSTI, (a cura di), Scritti sulproblema veneto e il confine orientale (1859-1871), Venezia 1971, pp. XXXVILI-XLILI e LI-LIV; ID., Problemi e figure del Risorgimento lombardo-veneto, Venezia 1973, pp. 161-230;
  • M. BERENGO, La fondazione della Scuola Superiore di Commercio di Venezia, Venezia 1989, p. 23......

Tratto da:

  • Francesco Semi & Vanni Tacconi, Istria e Dalmazia - Uomini e TempiIstria e Fiume, Del Bianco (Udine, 1991). Scannizato da e cortesia di Mario Demetlica.

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Tra gli scrìtti del Combi ricordiamo:

  • Prodromo della Storia dell' Istria;
  • Dell'Unità naturale della provincia;
  • Costituzione orografica e geologica dell' Istria;
  • Le Saline dell'Istria;
  • Studii storiografici intorno all'Istria;
  • Cenni etnografici sull'Istria;
  • Del commercio di Trieste» (parecchi di questi scrìtti furono riprodotti nell'Unione di Capodistria); e
  • «Memoria geografica e storica sull' Istria,» dalla quale il Correnti nel suo secondo Annuario spiccò la «Descrizione sommaria delle Alpi Giulie;
  • le Corrispondenze dall'Istria alla Persveranza (dal 1859 al 1866);
  • «Etnografia istriana» (nella Rivista Contemporanea di Torino, 1860-61);
  • «La frontiera orientale d'Italia e la sua importanza» (nel Politecnico di Milano del 1862);
  • «Importanza strategica delle Alpi Giulie e dell' Istria» (nella Rivista Contemporanea del 1866);
  • «L'Istria e le Alpi Giulie» (Monza, 1866);
  •  «Saggio di bibliografia istriana» (Capodistria, 1844, contiene l'indicazione di ben 3060 scritti);
  • «La provincia dell' Istria e la città di Trieste» (Firenze, 1866, ove si trovano parecchi scritti patriottici del Combi e del Luciani).
  • Nello anno 1866 il Combi scrisse anche per la Gazzetta del Popolo di Firenze e diresse il Corriere di Venezia.
  • Nel 1871 il Combi perdette il padre, e ne scrìsse con molto affetto nel Discorso sulla vita e gli scritti di lui, che premise alla sua bellissima traduzione delle Georgiche di Virgilio (Venezia, 1873);
  • «Dei Papi e delle fortezze che si hanno a fare net Friuli,» scrittura inedita del secolo XVI di. Jacopo Valgasene, con erudita Prefazione critica e biografica del Combi (Venezia, 1876);
  • «Discorso sulla rivendicazione dell'Istria agli studii italiani» (1877, letto nell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti).

Il Combi è egli stesso scrittore accurato, e pieno di garbo.

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Carlo Combi (a. 1827-84) da Capodistria sta legata al Luciani con vincoli di fraterno affetto e di caldo patriottismo. Suo padre Francesco Combi, nato in un periodo meno agitato (a. 1793-1871), potè dedicarsi con più ardore agli studi letterari e politici. Compose un poemetto descrittivo, il Levita di Efraim e tradusse in versi sciolti i Martiri di Chateaubriand. Dopo la sua morte furono publicate le Georgiche di Virgilio, l'Alopigia (della fabricazione del sale) e la Centuria di sonetti.

Tanto il Luciani quanto Carlo Combi considerarono in quella vece la scienza non fine a se stessa ma base e coeiffciente potentissimo della vita politica, e diedero così un indirizzo preciso alla causa della rivendicazione politica dela Venezia Giulia all'Italia.

Sino a che rimase a Capodistria sua città natale, Carlo Combi diresse nella nostra provincia il movimento separatistico e publicò col sigficativo e trasparente titolo di Porta orientale la Strenna istriana per gli anni 1857-58-59. Costretto ad esulare; Si stabilì a Venezia, restando immutabilmente fedele alla causa della sua Istria ed in continuo contatto con quel partito d'azione. Da Venezia diresse 1a publicazione del Saggio di bibliografia istriana (cap. XVIL, 74). Scrisse fra l'altro la Rivendicazione dell'Istria agli studi italiani, e da Venezia promosse la fondazione a Capodistria de La Provincia dell'Istria come prosecuzione dell'Istria del Kandler. Le Epistole di P. P. Vergerio seniore da lui raccolte furono publicate d'opo la sua morte da Tomaso Luciani.

Tratto da:

  • Bernardo Benussi, L'Istria nei suoi due milleni di storia, Collana degli Atti, Centro di Ricerche Storiche - Rovigno, N. 14 (Venezia - Rovigno, 1997). p. 619.
  • Photo - http://www.istriadalmaziacards.com/html/collezioni_pers.php?IDCat=2

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Nasce a Capodistria da nobile famiglia di patrioti e compie gli studi liceali tra la città natale, Trieste e Padova, dove - come centinaia di giovani giuliano-dalmati - frequenta quell’università, trasferendosi poi a Genova durante la Prima Guerra d’Indipendenza, dove si laurea in diritto.Dopo aver collaborato giovanissimo al periodico milanese “Pio IX”, proseguito nel quotidiano “L’Avvenire d’Italia”, e altri fogli milanesi e liguri, nel 1851 rientra in Istria aderendo al movimento liberale e iniziando la sua vasta attività di pubblicista nei giornali italiani che si stampano in Istria, a Trieste e a Fiume.

Erede delle posizioni politiche del padre Francesco, già Podestà di Capodistria, e assertore deciso della “venezianità” dell’Istria e del suo ruolo di “Porta Orientale d’Italia”, si batte per l’unione della regione al Lombardo-Veneto, così da legarne i destini nel processo di unificazione italiana. Visione lungimirante che, al termine della II Guerra d’Indipendenza, pagò con l’espulsione dall’insegnamento dal liceo capodistriano e da ogni incarico pubblico, essendo stato promotore del passaggio dell’Istria all’Italia nei preliminari della Pace di Villafranca.

Nel 1861 lo troviamo - con Michele Fachinetti, Carlo De Franceschi, Niccolò De Rin, Tomaso Luciani, Antonio Madonizza - tra gli animatori della “Dieta del Nessuno”, che rifiutò di inviare al Parlamento di Vienna i deputati istriani, per affermare l’autonomia della regione.

I suoi saggi storici (tra gli altri “La frontiera orientale d’Italia e la sua importanza” e “Importanza dell’Alpe Giulia e dell’Istria per la difesa dell’Italia orientale”) pubblicati sulle riviste locali e sui più qualificati periodici italiani, come il “Politecnico” di Milano, diretto da Carlo Cattaneo, diventano le idee-guida del liberalismo italiano della regione giuliana.

Per queste attività viene infine bandito dall’Impero austriaco nel 1866, durante la III Guerra  d’Indipendenza, accusato di “intelligenza” con il governo e i comandi militari italiani, e si rifugia a Venezia, dove con altri esuli istriani prosegue la sua battaglia di idee per il congiungimento all’Italia della terra natale. Muore a Venezia nel 1884.

Tratto da:

  • http://www.lagazzettadelsudafrica.net/Articoli/2009/maggio/Art_120509_9b.html

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Created: Tuesday, July 15, 2008; Updated Tuesday, October 27, 2015
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