Pietro Coppo
Prominent Istrians


Del sito dell'Istria a Gioseffo Faustino

[Note di Carlo Combi: Con questa descrizione apparve una carta geografica dell'Istria, intagliata in legno, di Pietro Coppo, ch'è la più antica che si conosce dopo quella annessa nel 1528 al suo Portolano che servì a quelle dell'Ortelio e del Magini. L'operetta del Coppo ful pubblicata da Francesco Bindoni e Maffeo Pasini a Venezia nel 1540 e fu ripubblicata nel 1830 dall'Archeografo Triestino, vol. II, pag. 26-44.]

Avendomi voi più volte scritto giocondissime lettere per le quali istantissimamente me pregaste, volessi disegnare e descrivere particolarmente il sito dell'Istria; a compiacenza vostra, e molto più d'un vostro carissimo amico, desideroso (come scrivete) grandemente di tal cognizione in lingua volgare; a sua piena intelligenza (chè voi letteratissimo siete) e di qualsisia altra non molto letterata persona; pressato dalla sincera e mutua nostra benevolenza, da giovanile etade contratta pel consorzio del nostro già umanissimo Sabellico; deliberai benchè in questa mia età sessagenaria, soddisfare il vostro volere e desiderio, conoscendovi a tal geografico studio deditissimo. Per la qual cosa ascesa la preparata barchetta, lungo la spiaggia remigando, cominciai a peragrare i luoghi littorali, notando e descrivendo tutto ciò che abbisognava particolar menzione; quale peregrinazione littorale come terrestre fu da non più che in due mesi compita, non isfuggendo fatica alcuna. Imperocchè l'immenso desiderio del sapere, e il non mediocre amor mio per voi, non mi facean sentir doglia, che certo non v'ha diletto alcuno maggior del sapere, attinto alle proprie sorgenti; e la vera e non simulata [27] amicizia ha tanto in se di potere, che sebbene fummo l'un dall'altro disgiunti, non abbiamo perciò cessato di ragionare insieme col mutuo scriverci; nè diminuì l'amicizia per intervallo di tempo o di luogo. E certo nessun altro che voi avrebbe potuto indurmi a far tal cosa, tanto più sapendo nessuno essere mai stato sì felice da potere schivare la mordace livida invidia, nè alcuno scritto o descrizione potè non andare soggetto a qualche riprensione. Nondimeno, quello che ho scritto dell'origine dell'Istria e delle cose passate, ho corroborato con autentica attestazione di eccellentissimi geografi e storici, e con ragioni evidentissime, e colla mia propria ispezione, che certo non d'illude nelle cose ancor oggi esistenti Forse alcuni non loderanno questo mio tenue lavoro, per essere devenuto alla descrizione di quest'ultima regione d'Italia non molto da altri trattata, mentre altravolta ho descritto i luoghi e le provincie di tutta la terra, ed in latino. Ma conoscendo di compiacere il mio carissimo amico scrivendo in questa materna lingua; tengo che l'onesta mia scusa sarà benignamente accettata. Per aver io così fatto il dovere di amico in ciò con cui intendeva soddisfare al desiderio vostro e del vostro fido e carissimo amico: vi avrò quel contento e quel piacere che richiede la nostra antica e singolare benevolenza.

L'Istria, che s'alza fra i due impetuosi golfi Triestino e Quarnero, scorre (come dice Plinio) quasi isola nel mare superiore o Adriatico. Ebbe il suo nome dall'Istro o dalla regione Istria ch'esso bagna, il qual Istro, cosidetto dal confluente in giù, viene dal gran fiume Danubio in Europa. Imperocchè gli abitanti circa detto fiume al tempo degli Argo nauti portarono lo prima gran galea, denominata Àrgonave da Argo suo architetto, sopra gli omeri nel Nauporto, così detto dal portar detta nave o galea; in oggi chiamato Quieto per l'acqua in quello quieta, ove i navigli posson [28] stare quietamente. La qual Argonave i prenominati Argonauti condussero per l'Istro e Sava dalle parti di Grecia, e poi dalla Sava portata al Quieto per entrare nel mar Adriatico, come indica Plinio e Giustino descrive, dicendo la fama, trarre la gente istriana origine dai Colchi mandati dal loro re Oeta a perseguitare gli Argonauti e il rapitor della figlia. I quali dal Mar Maggiore entrati nell'Istro e poi nella Sava seguendo l'orme dei detti Argonauti, portarono in ispalla le loro galee ovver lunghenavi, come allor le chiamavano, fino al lido del Mar Adriatico, conoscendo che lo stesso avevan fatto colla lor lunga nave gli Argonauti. I quali per tal modo ivi giunti, e non avendoli trovati, sia per timore del loro re, sia che fossero infastiditi di sì lunga navigazione, si fermarono poco lungi da Aquileja, ed Istri furono appellati dal nome del fiume per il quale erano venuti dal Mar Maggiore, il qual Istro dal confluente in su viene chiamato Danubio. Il Confluente fanno due fiumi, il Moschio (forse il Marosch) che corre dall'alpe verso tramontana, ed il Tibisco che corre da settentrione in ostro. Quest'Istria, denominata come abbiam detto più sopra, è l'ultima regione dell'eccellentissima provincia d'Italia, di cui il principio è il fiume Varo nella Liguria, ora detta riviera di Genova, ed il fine il fiume Arsa in Istria che separa questa dalla Liburnia o Schiavonia, nella quale si trova Scardona già principale città, rovinata anticamente dai Barbari col suo reame e coll'Istria, che s'estendeva sino ai confini dell'Ungheria. La qual Istria per le ottime sue condizioni fu annoverata tra le altre degne regioni d'essa Italia. Secondo Strabone eccellente geografo greco, comincia dal fiume ovvero fonte Timavo (comedice Virgilio) che scorre per la fovea di Caciti, castello in Cragna, e per sotterranei meati sbocca dai monti di S. Giovanni di Duino, e finisce (l'Istria) al fiume, che si scarica nel Quarnero. Anticamente fu chiamata Lapidia (Japidia) prima che i predetti Argonauti, come dicemmo, vi capitassero, la quale allora era qua e là abitata da indigeni aborigeni gente pastoreccia, come lo [29] erano nel rimanente d'Italia a tempi di Giano o Fauno e di Saturno che vennero di Grecia e trovarono gente rozza vivente secondo la natura d'animali, e frutti producea da sè la terra non culta; ridotti indi da questi a viver più umano e domestico, alla coltivazion dei terreni, ed all'abitazione sotto culto divino e legge. La larghezza dell'Istria, scrive Plinio essere di miglia quaranta, il circuito di miglia cento ventidue; ma prendendo la misura altrimenti da Duino a Pola sono da miglia cento in lunghezza; la larghezza poi dai monti della Vena che separano l'Istria dalla Cragna, cioè da Raspo fino a Parenzo sono da miglia trenta; il circuito veramente da Duino fino all'Arsa, e poi per l'Arsa e per la Vena fino a Duino da miglia duecento. Ha al presente da circa cinquanta tra città, terre e castella, e da cento e più tra cortine e villaggi; alla spiaggia, golfi, porti, isole, scogli e ridotti moltissimi assai comodi ai naviganti; tra isole e scogli ne numera da ottanta, la più parte d'uno, due o tre miglia di circuito. l'isola dei Breoni che è la più grande ha trenta miglia di giro, chiamata anticamente Pullarie e Absirtidi, dai Greci che dominarono l'Istria prima dei Romani, da Absirto fratello di Medea (come scrivono alcuni) ivi ucciso. In più luoghi dell'Istria si attrovano molte degne antichità e vestigia d'antiche terre, che mostrano essere state abitate da degni e potenti uomini. La principal città sembra essere stata Pola per il bel sito e notevoli antichità che ancor vi si vedono, le quali città furono aumentate da coloni romani mandati a Tergeste, Egida, Parenzo e Pola, dopo gli insulti marittimi nel golfo triestino fatti dagli Istriani alla nuova città d'Aquileja, fabbricata nelle parti del Friuli per ovviare agli impeti ed irruzioni che da quel lato potessero fare i barbari. Erasi deliberato di edificarla in luogo forte, circondato e da acque legato, dal che assunse il nome, ovvero dall'aquila insegna dei romani, i quali l'ebbero da Troja dopo che i Greci arsero questa e ruinarono. Quali insulti faticano gli Istriani alla città d'Aquileja, affinchè non crescesse [30] potente (come crebbe) e fosse loro soggetta, ad instigazione della città tergestina in allora opulente e principale dell'Istria, e per mezzo di Novetio, Arupino, Nexantio e Medolin, terre a quel tempo atte alle cose marittime e dedite alla pirateria nel golfo tergestino contro i detti aquilejesi; le quali quattro terre, non volendo gli Istriani desistere dal proposto, furono dai Romani del tutto distrutte, i quali raunato un'esercito, guidato da Tuditano, domarono gli Istri e mandarono coloni nelle nominate città di Pola, Parenzo, Egida e Trieste, come diremo nella particolar descrizione. Breno bellicosissimo capitano dei Francesi passato da Francia in Italia con trecento mila ferocissimi combattenti ad acquistar nuove sedi ed abitazioni (come scrive Giustino) per l'abbondante cresciuta moltitudine in Francia, bruciata e distrutta Roma, passò in Dalmazia, Ungheria e con prospero successo in Grecia, gettando a terra ogni cosa con asprissima crudeltà, a ferro e fuoco senza pietà alcuna, spogliando prima l'Istria di tutte le sue sostanze e beni. Dopo alquanti anni Totila re de' Goti venne ancor esso in Italia con numeroso esercito, e molte città distrusse, e Fiorenza in modo tale che gran tempo deserta per il furor gotico restò senza nome. Distrutta Roma dominatrice del mondo da levante a ponente, e Firenze ed altre famose città, molti di quei potenti ed opulenti, specialmente romani, colle ricchezze loro e facoltà mobile si ridussero all'aquilejese città, e da grande la fecero grandissima; e vennero anche a queste terre d'Istria specialmente a Pola, e colle ricchezze loro fecero quei notabili edifizj, come già fatto avevano i loro antecessori, i romani. Dei quali edifizj ne sono rimasti ancora alquanti vestigi mirabili che si vedono, benchè molti ne sian stati tolti e portati via nei tempi scorsi; edifizj questi che gli antichi abitanti istriani non avrebbero mai potuto erigere sì sontuosi colle lor facoltà. Ed Attila re degli Unni, signor della Dacia Ungheria e Grecia nel 442, come scrive Paolo Diacono, [31] dai Rifei monti che dividon la Germania dalla Scizia o Tartaria, fede irruzione in Italia con potentissimo esercito di seicento mila uomini, pose campo ed assedio ad Aquileja allor grande ed opulente città. Gli Aquilejesi stanchi del lungo assedio di tre anni, prima che la loro città venisse minata, per tema di cadere in mano di sì crudele nemico, col meglio del loro avere, colle mogli e figli vennero ad abitar l'isola di Grado, come la più vicina e sicura. Attila, distrutta Aquileja, distrusse ancora tette le città della region Veneta oggi detta Marca Trevisana, la Lombardia, ch' ebbe nome come diremo, e la Romagna con grandissima tteciston d'uomini, nè più oltre scorse, ma ritornato in Ungheria finì la vita per un flusso di sangue dal naso, sopraggiuntogli di notte mentre dormiva. Mentre Attila stava a campo sotto Aquileja le città terre e castelli dell'Istria rimasero del tutto distrutte e minate, di modo che non vi rimase persona vivente.

Pare a noi assai diffusamente ed a proposito avere detto dell'antica origine dell'Istria colla provata autorità di eccellentissimi storici e geografi; ora veniamo alle particolarità d'essa, da noi tutta peragrata, e veduta con verità. Imperocchè la vera istoria è maestra della vita, e la geografia, cioè la descrizion della terra, deve sopratutto contener al possibile in se verità. Il sito della quale (Istria) può molto bene descrivere colui che in quel luogo lungamente abita e conversa. E prima ci faremo a descrivere i luoghi litorali, poi quelli che sono fra terra.

Cominciando dal principio dell'Istria che è Duino col Timavo, si trova S. Giovanni, Cortina ovver villa distante da Duino circa mezzo miglio per terra, per acqua veramente due miglia. Questo castello (di Duino) è posto in alto monte, ha due rocche sopra due cime di sassi, poco distanti l'una dall'altra eminenti sul mare, detto Duino appunto da queste due rocche. Plinio lo nomina Pucino, e ne loda [32] grandemente il vino, come anche l'olio istriano, dicendo meritare l'olio venafrano il principato tra tutti, e l'Istria e la Betica in Ispagna avere il secondo luogo, pari fra loro per la bontà. Dice altresì, Livia Augusta nobile matrona romana esser vissuta anni ottantadue per avere usato soltanto del vino Pucino, e cuocersi questo per poche anfore nel golfo del mar Adriatico non troppo lontano dal fonte Timavo in colle sassoso, all'aura marina, nè darsi cosa alcuna più medicinale. A nostri tempi è lodatissimo il vino che nasce in quel territorio tutto messo a viti cioè, a Grignano, Santa Croce, luoghi tra Duino e Prosecco, rocca così detta, distante da Trieste miglia cinque ed altrettante da Duino. Abbiamo veduto il fiume Timavo discorrer per due fovee profondissime presso il castello Cariti, per sotterranei meati e con mormorio (come dice Virgilio) del monte ricomparire, il quale dopo sedici miglia da Cariti fino alla villa di San Giovanni non lungi da Duino esce dal monte presso detta villa, e nel corso d'un solo miglio è tanto largo e profondo da poter contener qualunque gran nave. Plinio scrive, avanti le bocche del Timavo trovarsi fontane d'acqua calda, e noi le abbiamo vedute crescere col crescer del mare. Avanti la bocca del porto del Timavo vi è un'isoletta sulla quale v'era una torre cioè un taro che di notte mostrava col lume l'ingresso del porto ai naviganti; come lo mostrano gli avanzi di quella torre o faro del porto di Pucino. Chiamasi quell'isoletta Bellone dagli abitanti.

Trieste è città antica, vi si vedono molte vestigia di Trieste vecchio sopra il monte ove ora è il castello detto Tabet (vocabolo tedesco) dominante i caseggiati della città, che s'estendono ora sino al posto del molo fatto a mano. Imperocchè anticamente non si estendeva fino alla marina, ma soltanto sul monte, ed a costa di quello si vede ancora parte d'un teatro, e soli altura edifizj antichi; perchè gli antichi poche terre volean edificate alla marina, volendo che [33] si attendesse all'agricoltura, e non all'avarizia del cumular danaro ed alla superbia. Il territorio di Trieste molto fertile di vigne ed oliveti, gode il principato nel golfo per la bontà dei vini; qual golfo s'intende da Duino fino alla punta di Salvore nella lunghezza di miglia dieciotto, e di larghezza quanto da Salvore al porto di Duino. Si giudica essere stato così chiamato Tergeste per le tre volte che fu edificato; nonostante non trovo che autore alcuno lo dica. Ha alquanti fondamenti di saline. Nella città si trovan molti pozzi ricchi d'acqua, nel territorio fontane non poche. Di prospetto alla città, in distanza di circa mezzo miglio, v'ha uno scoglietto con una chiesetta unita a terra per una fila di sassi, che chiamano i Zucchi, formanti un ridotto per grosse navi. Alcuni indicano essere questi fatti a mano. Qui Aquilone altramente detto Greco qualche volta assai infuria. Dai Zucchi, s'avanza un promontorio o punta detta di Camarzo (Campo marzo).

Muggia, distante da Trieste cinque miglia era anticamente situata sul monte e detta Monticola in oggi detta Muggia vecchia, distante circa un miglio dalla nuova. Muggia è edificata alla marina, ha un porto piccolo dentro la terra chiuso da due torri, una per lato dell'ingresso del porto; è luogo piccolo, ma assai buono per aver molte vigne, oliveti e saline non poche. In Muggia vecchia, altra volta Monticula presso la chiesa v'è un gran pilastro di pietra bianca dura, lavorato con cornicione all'antica e con lettere assai profonde, che nomina Cesare Augusto. Da che abbia assunto Muggia il nome, non lo sappiamo.

Da Muggia a Capodistria si contano per mare miglia dodici, passando la punta dell'olmo, la punta sottile e la punta grossa.

Nella città di Capodistria non si trova vestigio di antichità per essere stata fabbricata su quell'isola dopo la distruziòne d'Attila, e non essere quella che Plinio e Strabo [34] chiamano Egida, che può esser stata presso il fiume Formione ora detto Risano al monte Sermin distante un miglio da Capodistria, per trovarvisi ancora vestigie d'edifizj antichi. Ebbe il nome di Egida dai greci Argonauti, al tempo dei quali non era ancor ritrovato il parlar latino, e gli uomini vivevano a modo pastorale, e per essere atto al nutrir capre in greco ege. Così diedero nome al mare Egeo, detto Arcipelago, da ega che vuol dir capra, da un isola in quel mare che da lungi mostra ai naviganti aspetto e l'orma di capra come dice Plinio. Al tempo di Giustino imperatore fu anche chiamata Giustinopoli, ma volgarmente Capodistria, tratto dall'antico nome imposto da' Greci. La città di Capodistria è distante da terra per lo spazio di tre tiri d'arco; a metà di questo spazio esiste una rocca di antica costruzione con quattro torrioni, detta Castel Leone, luogo munito per l'acqua marina che lo circonda. Per ponti levatoj s'attraversa questo castello onde entrare in Capodistria. Ha territorio abbondante di buoni vini, oli, e sale, ha porti attorno la città per piccoli legni. Il fiume Formione in oggi Risano poco discosto ha molti molini. Plinio dice essere questo stato l'antico termine della già ingrandita Italia, imperocchè in prima l'Italia non s'estendeva oltre il fiume Rubicone presso Cesena, il quale per legge passar non si poteva da romano capitano con esercito ritornando a Roma senza licenza del senato romano, come dice Svetonio nella vita di Giulio Cesare che il passò senza licenza, e fu il primo a dar nome all'impero. Imperocchè tutti i di lui successori furono detti Cesarei Imperatori da Giulio Cesare imperatore. Seguita Isola, terra distante da Capodistria miglia cinque, anch'essa eretta con quella o a quei tempi. Dapprima ebbe dagli abitanti il nome di Halieto, che vuol dir aquila, ma lasciato questo, tenne sempre quello d'Isola, che in verità è tale, al presente unita colla terra ferma per mezzo di un ponte di pietra. Anche Giustinopoli abbandonato tal nome [35] prese quello di Capodistria. Anticamente abitarono sopra un monte il più alto dell'interno dell'Istria e quello che è per mezzo Grisignana che sono li più eminenti, poichè l'Istria è quasi tutta montuosa. Il luogo predetto fu alla prima appellato dai greci Vrano Castro, poi dai latini Gastelaerio indi Castelier nel volgar parlare, poichè questo parlare per testimonianza di dotti uomini non si usava al tempo dei romani, come al principio di Roma non il latino ma per alquanti anni il greco si parlava, e sembra essere stato introdotto al tempo dei Longobardi ben anni trecento dalla ragion Veneta detta ora Marca Trevigiana sino alli confini e territorio Milanese, e tutto il tratto dalle Alpi al Pò chiamarono Lombardia dal loro nome, i quali volendo distrugger ed anichilar la lingua latina, fecero abbruciare quanti libri latini potevano trovare, affinché il barbaro loro parlare regnasse; ed allora fu che dalla corruzione dei vocaboli barbari e latini nacque il volgare linguaggio. Il porto e ridotto di mare dal quale dista Castelier miglia tre e da Isola mezzo miglio, fu un luogo detto San Simone dal nome della chiesa ivi a tal santo dedicata, il quale fu poi. aumentato dagli Aquilejesi da molo di grandi pietre, e pesanti massi cubici, come lo dimostrano ancora oggidì i fondamenti d'edifìzj e del molo disfatto. Isola ha sito allegro ed ameno, sì della terra, che de' colli in forma di mezza luna da una parte all'altra del mare; ed in mezzo di detti colli una pianura. Il territorio è tutto in coltura di vigne, oliveti, ed è fruttifero: l'aria vi è saluberrima, per essere diffeso da dette colline contro ogni vento pestifero, ostro, sirocco e garbino; abbondante di fontane non solo presso alla terra ma anche in più luoghi delle vigne; ha un fondamento di saline, e presso la fontana e la terra ha porto con molo. L'isola, e la terra hanno un miglio di giro, ed è distante da Pirano miglia cinque. Quasi a mezzo di tal intervallo scorre un torrente detto Aquavia.

[36] Pirano non è terra antica, ma edificata dopo le devastazioni d'Attila come i luoghi anzidetti, e si ritrova esservi state abitazioni non poche dov'è San Giovanni di Salvore. Imperocchè si vede ivi sott'acqua un porto disfatto, e quando l'acqua è bassa, si scorgono gran quadroni di pietre, che dimostrano essere stato molo, ed in quei dintorni fondamenti d'edifizj ed indizj d'essere stata una terra. È situato Pirano a collo di monte a man manca d'un golfo detto Largone, a di cui destra è la punta di Salvore, nel qual golfo sbocca la Dragogna fiume. All'imboccatura di questo i sedimenti che seco trascina sono convertiti in molte saline, sparse di case che sembrano una terra. Vi sono ancora saline in una vallata detta Fasana, ed in un luogo detto Strugnan dalla parte del torrente Aquavia, che viene dal territorio d'Isola. Nè terra alcuna del golfo Triestino fa più sale di Pirano ed é ancora non poco fertile di vino e d'olio. Ha un porto con molo chiuso dentro la terra, con due torri all'ingresso come Muggia. Il fiume Dragogna fu così detto dal discorrer al mare con molte tortuosità a modo di un dragone serpente. Da Pirano alla punta di Salvore si misurano circa miglia cinque, sino alla qual punta s'estende il golfo di Trieste. Queste terre predette vengono chiamate le terre del Golfo più eulte frequentate e celebrate per la fertilità e bontà dei vini, e sono molto fruttifere.

Da Salvore ad Umago son miglia cinque, a mezzo delle quali v'è un ridotto o villetta detta Sipar alla marina distante da Umago miglia tre.

Umago non ha antichità alcuna, e fu edificato su d'uno scoglio, quasi tutto circondato dal mare. Alla punta d'Umago, in poca distanza da terra vi sono, delle secche sott'acqua. Il territorio è quasi tutto piano, ferace naturalmente d'alberi silvestri e di biade lavorandolo bene, dal che fa nominata la terra. Dentro le secche ha ridotto, per navi grosse, e per piccole barche un molo presso terra. L'aria non è troppo [37] buona, e comincia ad esser nociva dalla punta di Salvore, e s'estende per tutta la riviera marittima fino all'Arsa, ed è più o meno insalubre secondo l'essere e qualità dei luoghi. Ciò avviene (come dice Strabone) per i venti nocivi, scirocco, ostro e garbino che soffiano contro questa riva, e per essere quésta spiaggia tutta di pietra viva sulla quale riposano le acque marine e piovane, e si putrefanno, ed i vapori attirati dai raggi solari, e spinti da detti venti nocivi infettano l'aria. Da ciò ne viene che i luoghi posti in altura non sono così cattivi e soggetti a morbi.

Da Umago a Cittanuova son miglia dodici; a due miglia di distanza si trova San Pellegrino, indi ad un miglio San Giovanni della Cornetta, e da qui a San Lorenzo di Daila miglia uno, e da questo luogo a Daila miglia due, poi a Cittanuova miglia tre; tutti luoghi importuosi di piccole ville a riviera.

Cittanuova non mostra alcuna antichità, la quale impropriamente vien detta Emonia, da Emonia antica edificata dai Greci Che portarono l'Argonàve nel Quieto, venendo da Emonia città e regione della Grecia, ove è il monte Emo. Della qual Emonia antica appariscono le vestigia a parte sinistra ascendendo il Quieto, ove si vedono fondamenta d'abitazioni e musaici, invenzione questa dei Greci, come lo mostra il nome stesso chiamandosi il musaico òpera grecanica. Emonia sorgeva su d'un monte che sovrasta alla valletta o golfetto del detto Quieto, a distanza di miglia quattro da Cittanuova. Cittanuova fu già detta Novetio e mutò il nome quando venne rifatta. Essa è lontana dall'imboccatura del Quieto un miglio. Il Quieto scorre in mare tra alti monti per lo spazio di miglia venti; è navigabile fino alla Bastia, osteria; quasi dalla metà in su è impedito ai lati da paludi, ma fino alla detta osteria, ha dapertutto la profondità di passa otto in dieci d'acqua, e si può dire canale e fiume. Imperocchè vi entrano, sopra la detta osteria non pochi [38] (rami) che derivano dalla valle di Montona così detta dal luogo Montona non molto distante; e canale si può dire, perchè l'acqua salsa vi entra, e si mescola colla dolce. Per questo appunto l'aria divien peggiore, dimodocchè nè in esso (Quieto) nè in Cittanuova è buona, e certamente la peggiore che sia in tutta l'Istria e Polesana. È certamente bel luogo, bene murato con buoni edifizj e moli, e su d'un isola circondata dal mare, ma nessuno può vivere lungamente in prospera valetudine, e perciò è quasi deserta, benchè il territorio sarebbe propizio al viver umano, se vi potessero durar le persone, e coltivarlo con diligenza.

Dal Quieto a Cervere ridotto o porto così detto, sono miglia tre. Fuori del porto di Cervere sonovi a distanza d'un miglio certi scoglietti e secche sott'acqua, che compariscono quando l'acqua è bassa, e quando è alta non si vedono, e sono lunghi quasi mezzo miglio, chiamati i Vescovelli.

Da questo luogo a Parenzo son miglia quattro, e da Cittanuova a Parenzo miglia otto.

In Parenzo sebbene sia città antica, non vi si trova (antichità) salvo che alcune poche in qua e in là, e fuori della terra si vedono sepolcri molto antichi come quelli di Po-la. Fu già (come abbiami detto) colonia dei Romani. Anche essa è quasi in isola circondata dal mare, e ben murata con buoni torrioni, e ben accasata, e certamente bel luogo; ma anch'esso è molestato dall'aria non buona. Ha buon porto per grosse navi per l'isola di S. Nicolò che le è per mezzo: sulla quale v'è la chiesa col monastero di S. Nicolò, ed una torre rotonda antica, che serviva già da faro al porto, come in molti altri luoghi si vede essersi praticato a salvezza dei naviganti mediante il lume che in quelle ardeva la notte. Quest'isola ha un miglio e mezzo di giro, uno scoglietto è dalla parte australe, due da garbino con una secca in mezzo di quelli all'ingresso dei porto, e da ostro e scirocco un'altro scoglio con sopra una chiesetta.

[39] Da Parenzo a Val di Fontane son miglia tre, ridotto così detto per le fontane che vi si trovano, e da qui a Orsera, castello su d'un monte, di giurisdizione del vescovato Parentino, miglia due. In questi dintorni, e nella riviera di Orsera vi sono molte isolette e scogli, di rimpetto sonovi quattro isole che formano il porto d'Orsera. Alla riva del mare si trovano vestigia di antichi edifizj per buon tratto sino al fondamento di saline, che dimostrano esserci state molte abitazioni. Non v'ha dubbio essere stato questo luogo abitato dalla famiglia romana Orsina, Venutavi dopo la distruzione di Roma.

Da Orsera alla bocca di Lemo (canale così nominato dai Greci che Vennero cogli Argonauti dal monte Emo o Emonia) si fanno miglia due. Lemo è un gran canale piuttosto che fiume, sebbene, sta tra alti monti tortuoso, poichè fino all'Osteria è tutto salso. Dall'osteria in su, sembra che anticamente scorresse il Lemo fino a due Castelli (castello così chiamato) per l'andamento tortuoso dei monti, e traccie di rivo o canale, sebbene in oggi l'acqua non v'entri oltre la detta Osteria fino a due Castelli per lo spazio di miglia cinque, ma ben vi entra per il Lemo fino a due Castelli l'aria maligna. La sua imboccatura è larga un miglio; la lunghezza fino all'osteria miglia otto, con fondo d'acqua sufficiente per qualunque nave.

Tra la bocca d'esso Lemo ed Orsera v'è uno scoglio chiamato Conversera, avanti il quale è una secca di grotte che si unisce a Conversera, e può passarsi con piccole barche, e scorre in mare per circa miglia due.

Da Lemo a Figarola isola, miglia tre, e da qui a Rovigno un miglio; ed in questa si trovano molti conigli.

Rovigno è fabbricato sopra un'isola alta di grotta, che ha in cima la chiesa cattedrale di S. Eufemia. L'isola ha di giro un miglio, circondata tutta dal mare, separata dà terraferma con un fosso e ponte di pietra. Anticamente fu nominato [40] Arupino, castello sito sopra un monte di rupe o grotte quattro miglia distante da questo Rovigno. Quel castello Arupino è dì forma quadrata, le mura molto alte, di forte muraglia, con entro e di sotto gran volti. Da una parte è a bella posta anticamente rovinato, e dimostra essere stato un forte e bell'edifizio antico, così ruinato dai Romani come abbiam detto. È circondato da un rivellino, e dentro ha un ricettacolo o cisterna da tener acqua. Imperocchè tutto il territorio di Rovigno non ha altre acque che piovane, che si raccolgono in fosse fatte a mano, ed il territorio è soggetto molto alla siccità per mancanza d'acque. Ha due porti ovver ridotti per legni grandi, uno chiamato porto di Val di Bora, l'altro in ostro e scirocco che fa l'isola di Santa Catterina distante circa mezzo miglio; l'altra di S. Andrea distante da Rovigno miglia due, e San Giovanni in Pelago due miglia da questo, e tutte queste tre isole hanno i loro monasteri. Nè anche qui è buon aria, ma meno molesta che negli altri luoghi della predetta riviera.

Da Rovigno a Pola sono miglia ventisette. Da S. Andrea a Do Soror (due Sorelle) due isole così chiamate miglia cinque, e da qui in Colonne miglia tre. Colonne ha un ridotto con un osteria, vi si vedono molte fondamenta e ruine di edifizj che mostrano essere stata terra. S'indica essere stata abitata dai Colonnesi romani, e perciò chiamarsi quel luogo Colonne. Vi son qui tre grandissimi catini di pietra grossi e ponderosi che a pena cinquanta uomini li potrebbero maneggiare, l'uno poco distante dall'altro, nè si può congetturare a che fine sieno stati fatti e posti in quel luogo. Oltre l'osteria non si trovano altri abitati. Fin qui s'estende la giurisdizione di Valle terra della Polesana.

Da Colonne a Portesuol ridotto così detto son miglia tre, e da qui a Murazzo altro luogo, miglia quattro. Tra Murazzo e Colonne s'estende un promontorio in mare detto punta Cisana, sopra la quale in mare miglia due si vedono [41] muraglie ed edifizj rotti che dimostrano essere stata una terra. Potrebbe essere stata quella che Plinio chiama Nexantio, e che fu dai Romani rumata come abbiam detto, poichè altre vestigie o apparenze di quella non si trovano. Da Murazzo a Frana son miglia tre. Questa è non piccola cortina, ben abitata, con buoni casamenti, dove alla riva si vedono assai segni di aver avute non poche abitazioni. Tutti questi luoghi della Polesana patiscono gran carestia d'acqua.

Da Fasana a Valbandon son miglia due, quindi a Marcodaino miglia due, e da qui sino a Pola miglia tre.

Il porto di Pola s'interna per miglia due, è largo all'imboccatura miglia uno. L'isola di Breoni è quasi dirimpetto al porto di Pola, distante da questo miglia cinque, lunga miglia cinque, larga miglia quattro; di circuito miglia trenta. Il porto di Pola sporge due punte, una da man destra nell'entrare si chiama la punta del Compare, l'altra a man manca detta del Crocifisso, tra la quale ed i Breoni, sono due isole di S. Girolamo con monastero e chiesa dedicata al glorioso santo. Il porto di Pola ha entro di sè, sei isole, di S. Girolamo, di S. Pietro, di S. Andrea, l'isola delle Frasche, di Santa Catterina, di S. Floriano. Quasi al mezzo dell'isola dei Breoni a marina, v'è una cortina molto abitata, con buone case. Buoni tagliapietra si ritrovano per essere l'isola copiosa di bella specie di pietra bianca, meno dura di quella di Rovigno. Anche qui vi son molte traccie di antichità, e l'aria non è troppo buona. In questi due luoghi (Breoni e Rovigno) s'attrovano gran rompitori di grosse e ponderose pietre bianche, delle quali si fanno bei lavori da gran edifizj e sontuose fabbriche per Venezia ed altre opulenti città.

Pola fu colonia dei romani, già detta Julia pietas (come scrive Plinio) edificata dai Colchi. È distante da Trieste miglia cento e da Ancona miglia duecento. Pola è città di mirabile sito, ha un monte quasi tu mezzo, sopra il quale [42] fu una rocca di cui si vedono le ruine, nella quale v'è una cisterna per acqua. Poco fuori di Pola è un mirabile Anfiteatro o Arena fatto anticamente di gran massi di pietre bianche; non vi sono più entro i sedili per essere stati levati. Si vede ancora un altro gran edifizio mezzo ruinato ed in gran parte spogliato detto Zadro. Fra queste due antichità vi sono gran sepolcri antichi, e nella città gran quantità di marmi, porfidi, serpentini e colonne di non poco prezzo. Fu nominata Pola dai Greci che vennero qui mandati da Oeta padre di Medea re dei Colchi a perseguita la detta sua figlia, la quale innamorata di Giasone aveva tradito il padre, e derelitta da Giasone era fuggita dal padre, e qui pervenuta scorse alla parte del Friuli ove anche oggidì v'ha un monte detto di Medea. Venuti i Greci al luogo dove è Pola, e non trovando la detta Medea, vedendo il bel sito e la difficoltà delle sirti, e della spiaggia per passare in Friuli, dissero fra loro ragionando e come pola, che vuol dire in latino abbiamo fatto assai, cioè a venir fin qui, e si fermarono ivi a stanziare e diedero al luogo il nome di Pola dal primo loro parlare. Questa terra fu distrutta come le altre da Attila, e poi rifatta tenne il nome antico.

Da Pola a Brancorso si fanno miglia quattro, e quindi all'isola di Santa Maria di Grazia miglia quattro, e da qui in Veruda, golfo o ridotto così nominato miglia quattro, da Veruda a Olmo ed a Olmesello miglia due, e da qui alle Promontore che sono quattro isole una grande e tre piccole miglia cinque. Da queste a Medolin miglia uno, dalle Promontore alle Merlere, due isole nel Quarnero miglia sei. Dalle Promontore a Venezia si fanno miglia centotrenta, queste sono per mezzo il porto o ridotto di Medolino per legni grossi, per piccoli in capo al detto porto ve n'ha un piccolo sopra il quale è Medolin, antica terra, benchè ora ridotta in piccol vico o cortina. Ha mirabil sito di porto che fanno le opposte Promontore. Anticamente fu chiamata, [43] come dice Plinio, Metulin, distrutta come abbiam detto dai Romani conta in oggi circa cinquanta case con una torre in fortezza. Da Medolin al fiume Arsa son miglia undici, la bocca del quale è larga un miglio, per la lunghezza di miglia sei è navigabile da legni grossi, e per altre quattro miglia da legni piccoli. Quattro miglia distante dall'imboccatura v'è un tragitto a un certo golfetto, detto il tragitto di San Giorgio, dove si vede un muro con merlature presso l'acqua nella sabbia, ove si giudica aver esistito una terra. Da Promontore a Porto Badò sono miglia cinque; questo è un porto grande Con due fontane una verso tramontana l'altra verso ponente. Da qui a Porto Longo sono miglia tre, poi fino al porto Santa Marina, un miglio, e dista dall'Arsa miglia uno. Questi luoghi sono tutti nel Quarnero dalla punta del Compare sino all'Arsa, chiamato anticamente Seno [o Sene?] Fanatico, dai popoli Fanati della Liburnia, ora Carner per la repentina sua furia che molte volte fa Carne di nomini. Ha in lunghezza miglia sessanta, larghezza da Unie a Sansego, isole, miglia trenta in quaranta.

A sufficienza abbiam detto dei luoghi litorali dell'Istria, ora diremo dei luoghi mediterranei. Dice Strabone essere gli Istri vicini ai Carni. Fra terra sono: Montona terra situata in un isolato ed alto monte, con rocca di forte muraglia, Pinguente anch'esso su alto monte come Montona, luoghi difficili ad espugnarsi per essere da natura muniti, e circondati da pianure e vallate, Grisignana, Buje, Piemonte, Portole, Mimian, S. Lorenzo, terra di aria non buona per essere in piano, distante da Lemo miglia tre, Raspo, Castelnuovo, Cernical, S. Servolo, Moccò, Materia, Svernetich (Schwarzenegg) Slopa, Sannosez, Pavera (Povier) castelli, e tra Portole e Pietropelosa si trova una villa detta Sdregna, quale alcuni dicono terra natale del beato Girolamo, ed essere ivi stata la terra detta Stridone. Noi molto bene abbiam veduto detta villa, e non abbiamo in quella trovato [44] vestigio alcuno di terra, eccetto una piccola villa di trenta case, e teniamo quella essere stata Stridono o Sdregnar che è una terra fra la Pannonia e Dalmazia. Pisino terra sita in monte, distante da Grisignana miglia quindici; attorno v'è pianura, dalla quale è distante Pisin vecchio miglia due, ora villa. Tutto il contado di Pisino è fruttifero ed abbondante. Lindar castello, Treviso, Gallignana, Pedena insignita di vescovile dignità, Cosliach sopra un lago detto il lago di Cosliach dal qual nasce il fiume Arsa, Lupoglau. Draguchi, Rozzo, Vermo, Castelnuovo dell'Arsa, S. Vincenti, abbondante di luoghi boschivi, benchè vi sian anche boschi di roveri per i detti luoghi, atti alla costruzione di navi. Valle e Dignano terre. I monti della Vena scorrono dal Timavo principio dell'Istria, fino all'Arsa termine di quella, monti che la separano dalla Cragna. Poco al di là dei monti predetti sono due gran montagne aderenti all'Alpi che separano l'Italia dalla barbara nazione, una tra maestro e tramontana chiamata Monte Caldier sopra il golfo tergestino, l'altra tra greco levante sopra il Carner chiamato Monte Maggiore. E così si ha il sito dell'Istria.

Tratto da:

  • Note di Carlo Combi nel Saggio di bibliografia istriana, pubblicato a spese di una società patria, Tipografia di Giuseppe Tondelli (Capodistria, 1864), p.
  • Testo - Archeografo triestino, Vol. II, Tipografia di Gio: Marenign (Trieste, 1830), p. 26-44.- Google Books, http://books.google.com/books?id=0_A3AAAAcAAJ&dq=del+sito+dell'Istria&source=gbs_navlinks_s

Main Menu


This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Friday, December 04, 2009; Last updated: Sunday October 21, 2012
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA